la speranza in un capello

novembre 16th, 2019 No comments

DOMENICA 17 novembre 2019

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

(dal Vangelo di Luca 21,5-19)

In questi giorni ho telefonato ad una mia amica che non sentivo da tempo. Volevo salutarla e soprattutto avere notizie sulla salute del suo compagno. Da quasi un anno gli è stato diagnosticato un tumore non operabile e va avanti con continue visite di controllo, chemio e radioterapie. La mia amica mi ha dato la notizia che il compagno era stato improvvisamente ricoverato e attendeva l’esito dell’ennesimo controllo. Non sono telefonate facili da fare, però anche stavolta mi ha sorpreso la forza di vita e di fede di questa amica. Tanti progetti fatti per una vita insieme, la casa acquistata insieme da poco, il lavoro che va bene, tutto questo si infrange con l’imprevisto che fa crollare tutto, o almeno inizia a far crollare nell’incertezza logorante per il futuro.

È un po’ quel che viene descritto nella pagina del Vangelo di questa domenica. Gesù con i suoi discepoli e tutti i suoi contemporanei sono davanti a quello che rappresenta il massimo segno della potenza della religione ebraica e della storia del popolo di Israele: il Tempio di Gerusalemme. È un edificio enorme, pensato e costruito per durare nei secoli e per ribadire il futuro eterno delle tradizioni religiose. L’evangelista ci dice che questo Tempio è bello e tutti lo ammirano, ma Gesù lo guarda con occhi diversi e ne annuncia la fragilità e la fine: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. La storia fatta di calamità naturali e di sconvolgimenti storici alla fine inciderà sul grande sacro edificio che cadrà, gettando nello sgomento coloro che confidavano in questo glorioso segno di Dio.

La nostra vita davvero sembra come questo Tempio, quando la pensiamo e la progettiamo come sempre più grande, bella e realizzata. Giustamente noi facciamo i nostri progetti e ci impegniamo a realizzarli a livello di scelte di vita, di lavoro e relazioni. Anche la vita di fede la coltiviamo attraverso i sacramenti e nell’impegno dentro la comunità. Ma come è accaduto al Tempio di Gerusalemme, accade che eventi imprevisti rompano i nostri progetti e frantumino quello che abbiamo realizzato o stiamo realizzando. E anche la nostra fede, la nostra vita di credenti viene messa in discussione e talvolta distrutta dagli eventi della vita che la abbattono come le mura del Tempio. E Dio che fine fa? E tutte le sue promesse? E tutto quel bene e amore da parte di Dio che ci è stato insegnato, che ne rimane?

Gesù profetizzando la distruzione del grande Tempio non vuole essere uno che rovina la vita e che promette solamente dolore e fallimenti, ma vuole risvegliare nei discepoli la vera speranza e vuol comunicare loro che nonostante tutto quello che può accadere nella vita la vera speranza non è negata all’uomo e che Dio non scompare anche se il suo Tempio e tutte le modalità di rappresentarlo vengono azzerate. Le parole di Gesù sono di vera e profonda speranza. I primi cristiani hanno trovato forza in queste promesse anche in mezzo a persecuzioni, anche dopo che il loro capo Gesù era finito in croce. Uno può perdere tutto, non perché Dio glielo toglie, ma perché così succede e perché è così da sempre nella storia. Non è Dio la causa dei mali, ma Dio rimane anche dentro il male e alla fine ci custodisce nel profondo amando anche un solo capello del nostro capo.  Bella l’immagine del capello come parte piccola e insignificante ma che per Dio conta enormemente! Ma come accade questo? Come far si che la fragilità e spesso la perdita delle cose che abbiamo non ci distrugga del tutto e non ci faccia perdere ogni speranza?

Gesù invita prima di tutto a non seguire le facili soluzioni ai problemi, come spesso siamo tentati di fare. A volte c’è chi pensa che la soluzione alle tragedie siano le sostanze (alcol e droghe) o anche chiudersi in se stessi e irrigidirsi in una sorta di mura di egoismo e cattiveria.

Gesù invita alla perseveranza, a tenere la mente e il cuore il più possibile aperti alla sua azione che arriva in maniera altrettanto improvvisa come capitano le situazioni negative. Dio si prende cura della nostra vita anche e soprattutto quando è fragile e disastrata, e arriva a darci quella profonda speranza che ci fa essere più forti e stabili del glorioso Tempio di Gerusalemme.

Nella telefonata con questa mia amica che mi raccontava i problemi e l’evoluzione non positiva della malattia, ho avvertito parole di speranza e di fiducia. Mi raccontava che tutto sommato anche quel poco che forse rimaneva di vita insieme è un dono di Dio e che ringraziava il Signore anche per un piccolo e provvisorio segno di miglioramento. Pensavo di trovare io le parole per consolare lei, ma è stata lei che ha consolato me per i miei piccolissimi problemi. Ho sentito in quelle sue parole di fede e di preghiera quella perseveranza di cui parla il Vangelo.

Io di capelli in testa praticamente non ne ho, ma posso dire che le parole di Gesù “nemmeno un capello del vostro capo perirà” sono vere e profondamente consolanti…

Giovanni don

Gesù ha ucciso Dio?

novembre 8th, 2019 No comments

DOMENICA 10 novembre 2019

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

(dal Vangelo di Luca 20,27-38)

«Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso!” scrive Friedrich Nietzsche nei sui scritti. Il filosofo vissuto nella seconda meta del XIX secolo vede tutto il sistema religioso cristiano-giudaico al collasso proprio a causa dei cambiamenti dell’umanità per il rapido progresso culturale e scientifico.

Mentre studiavo filosofia al liceo e poi anche durante gli studi della teologia mi ha sempre colpito questa affermazione forte che sicuramente non lascia indifferenti coloro che si rifanno ad una religione e che sono immersi in insegnamenti e tradizioni religiose.

Qualche anno fa si vedevano spesso delle scritte lungo le strade, fatte con lo spray, dove l’affermazione contraria a quella del filosofo tedesco, era diretta e semplice: “Dio c’è”. Chi le lasciava ovunque voleva gridarlo a chi frettolosamente viaggiava lontano dai luoghi di culto dove solitamente questa affermazione si dà per scontata, ma forse non lo è.

Dio è morto? Ha ragione Nietzsche che ad ucciderlo è stato l’uomo? Oppure “Dio c’è”?

Se Dio è morto penso che ad ucciderlo sia stato proprio l’uomo Gesù. Gesù ha ucciso Dio, o almeno un’idea sbagliata di Dio, perché ha voluto scrivere con la sua vita e soprattutto con la sua morte che “Dio c’è” davvero, ma per accorgersene bisogna uccidere quello sbagliato che spesso adoriamo e seguiamo più di quello di Gesù.

È questo il significato del racconto del Vangelo di questa domenica. L’evangelista Luca ci presenta un dialogo semi-assurdo tra due idee diverse di Dio, quella dei cosiddetti sadducei, una setta all’interno del mondo ebraico al tempo di Gesù, e quella di Gesù stesso. Luca ci avverte subito che i sadducei sono quelli che non credono nella resurrezione e pensano che l’orizzonte della vita umana sia solo quello attuale, senza una visione che veda oltre la vita, oltre la concretezza umana. Tutto si risolve in qui e ora, in quello che accumuliamo e possediamo, e Dio ha solo il compito di darci delle leggi da rispettare, le regole da eseguire in modo che la nostra vita sia più felice e ricca possibile. La religione ha questo compito, darci un contenitore preciso di regole e tradizioni, in una struttura ben definita che ci sostenga nel cammino terreno. Questi sadducei pongono una questione assurda a Gesù per prenderlo in giro, vogliono prendere in giro lui e tutti coloro che credono nella resurrezione, nella vita che va al di là della morte.

Gesù ovviamente non sta a questo giochetto e alla storiellina assurda della donna dai sette mariti. Gesù apre uno squarcio verso il cielo e lo presenta non come una gabbia di regole ma come luogo di vita, una vita che influenza anche la nostra. Gesù stesso cammina spedito verso la sua morte perché si fida del Dio della vita, il Dio vivente e dei viventi. Teme la morte ma non ne è schiavo. Ha paura anche lui della sofferenza e vorrebbe vivere fisicamente a lungo, ma non è frenato dalla paura e sente che il suo Padre celeste è appunto un Padre, fonte e origine della vita che non la tiene per se ma la comunica. Gesù vuole “uccidere” il Dio dei sadducei, un Dio tutto regole e fondamentalismi religiosi che rischiano di frenare la vitalità di Dio, relegandolo in schemi fissi e liturgie statiche. Senza speranza in una vita che va oltre la morte la fede davvero diventa inutile e pesante, e alla fine, come dice Nietzsche, è meglio “uccidere” anche noi questo Dio e liberarcene in fretta.

Gesù con il suo slancio vitale che dona speranza a tutti coloro che erano abbandonati, rifiutati, malati, giudicati e peccatori, mostra un Dio vivo che vuole credenti viventi nell’amore. Gesù non fonda una religione ma indica la strada verso Dio e la strada che Dio percorre verso l’uomo, ogni uomo, in ogni situazione e lungo qualsiasi strada. La religione, con le sue regole e tradizioni è solo un mezzo necessario ma non è il fine dell’incontro con Dio. Dio c’è nella religione ma anche oltre. Abbiamo bisogno della nostra religione con la sua lunga e contraddittoria storia fatta di uomini e donne, anche perché senza di essa non avremmo Cristo e il suo Vangelo, non avremmo un qualcosa che ci unisce in un cammino. Ma la meta è e rimane Dio, il vivente, colui che è oltre la morte non solo in senso temporale ma anche ora.

“Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento molto bene” diceva ironicamente Eugene Ionesco, drammaturgo francese di origini rumene, ma forse è bene che il Vangelo ci metta in discussione e ci faccia stare un po’ male, così riusciamo a far morire quel Dio falso che spesso abita in noi e nelle nostre comunità e facciamo risorgere il vero Dio, quello del Vangelo, quello di Cristo.

Giovanni don

Zaccheo piccolo gigante

novembre 2nd, 2019 No comments

DOMENICA 3 novembre 2019

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

(dal Vangelo di Luca 19,1-10)

“Guardare dall’alto al basso”, è la tipica espressione per dire superiorità rispetto a qualcun altro. Si può guardare dall’alto al basso anche se si è fisicamente più bassi dell’interlocutore, basta alzare il mento e con gli occhi far finta di essere più in alto. Lo si può fare anche con un sorriso, ribadendo così anche nella simpatia di sentirsi più in alto moralmente, socialmente, economicamente. È generalmente il bullo che fa così con il povero malcapitato che subisce la sottomissione con la complicità di altri che rimangono sempre sotto lo sguardo di superiorità. E non parlo solo di chi è in età infantile o adolescenziale, ma anche di un atteggiamento che coinvolge noi adulti nei rapporti tra di noi dentro la società, la chiesa, la nazione. E così arriviamo a costruire relazioni fatti di sottomessi e coloro che sottometto, di giudicati e giudici, di chi sta in basso e chi sta in alto.

Bello questo quadro che l’evangelista Luca ci offre nella città di Gerico. Nel quadro narrativo ci sono Gesù che passa in mezzo alla folla che lo acclama come predicatore e grande guaritore, e un piccolo uomo (in tutti i sensi) che si nasconde su un albero per poterlo vedere senza essere visto, non vuole essere visto da Gesù e dalla folla che lo odia.

Zaccheo sta in alto per comodità visiva, ma in questo modo sembra sintetizzare tutta la sua vita. E’ un uomo arricchito con il furto e lo sfruttamento appoggiandosi al potere romano che serve. La ricchezza per il Vangelo è sempre un pericolo quando diventa accumulo a danno di altri o come forma di potere e chiusura. Zaccheo con la sua ricchezza “guarda dall’alto al basso” coloro che sfrutta e che raggira. Sull’albero poi si nasconde non solo da chi lo odia ma anche da Gesù dal quale forse non si vuol far coinvolgere, essendo un maestro che più volte ha condannato la ricchezza.

“Zaccheo, scendi subito!” è quello che gli dice Gesù che ha alzato lo sguardo verso di lui. È una scena potentemente simbolica, ci mostra infatti il Figlio di Dio che guarda dal basso verso l’alto e non teme di farsi vedere sottomesso dallo sguardo di Zaccheo. Gesù rivoluziona il modo di intendere Dio, rivelandoci uno sguardo sincero di relazione che rovescia il punto di vista della relazione con Dio. Mi piace davvero Gesù che guarda l’uomo dal basso verso l’alto, come farebbe il povero che tende la mano, come fa il bambino che si rivolge al genitore, come il malato dal suo letto verso il medico. Gesù guarda verso l’alto rimanendo però superiore nell’amore e non ha timore di mostrarlo.  Gesù guarda anche me dal basso verso l’alto per smontare le mie pretese di superiorità e mostrarmi il vero punto di osservazione dell’amore. Zaccheo è invitato a scendere dal suo albero dove si nasconde e Gesù gli chiede di mettersi in gioco nella relazione di amicizia e discepolato con Lui e con il prossimo.

“Scendi subito perché io devo fermarmi a casa tua”. Gesù ha nel suo progetto quello di entrare nella vita anche del più disperato degli uomini per poter cambiare questa vita e renderla piena di amore.

Andando da Zaccheo Gesù ora verrà guardato dall’alto verso il basso da tutti gli altri che lo giudicano. Ma Gesù non teme di perdere la faccia quando si tratta di donare la sua salvezza e dare occasioni di crescita umana e spirituale.

Zaccheo scende e cambia vita e cambia punto di vista sul prossimo. I suoi beni e le sue ricchezze sono ora condivise con i poveri e inizia per lui una vita di giustizia. Rimane ricco ma non più nascosto e piccolo moralmente. Il piccolo Zaccheo con l’incontro con Gesù che si era fatto più piccolo di lui mentre lo guarda dal basso, ora diventa un gigante della carità e può guardare Gesù ne dal basso e neppure dall’alto ma dallo stesso piano, quello dell’amore.

Giovanni don

il cielo in una chiesa

ottobre 26th, 2019 No comments

DOMENICA 27 ottobre 2019

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

(dal Vangelo di Luca 18,8-14)

Qualche giorno fa ho finalmente potuto visitare una costruzione molto particolare, l’abbazia di San Galgano, in provincia di Siena. La grande chiesa è un edificio in stile gotico del tredicesimo secolo singolare per la mancanza del tetto crollato dopo che il complesso abbaziale era stato abbandonato. Entrando nella chiesa, totalmente priva di altari e decorazioni pittoriche, si nota subito che sopra le alte pareti, le finestre i rosoni e i fasci dei pilastri la volta con gli archi è scomparsa e al posto si vede direttamente il cielo. Questo effetto di visione del cielo dentro una chiesa è stato spesso cercato dai costruttori di edifici di culto cristiani. Non è raro infatti trovare le volte di tante chiese dello stesso periodo di San Galgano con il soffitto dipinto di colore azzurro con tanto di stelle e astri. Anche nel periodo barocco si trovano molte chiese dove il pittore ha ricreato nel soffitto un finto cielo aperto con elementi aerei, con nuvole e un volo di personaggi angelici e biblici, così che coloro che stanno pregando in basso, a livello del pavimento, possono aprirsi alla visione del cielo e di Dio.

È proprio questo lo scopo e il senso della preghiera personale e comunitaria: aprirsi alla visione di Dio dal nostro livello e anche far si che Dio possa entrare nel profondo del nostro cuore. La preghiera è coltivare il “tu” della vita di fede, un dialogo che ci eleva a Dio e porta Dio al nostro livello.

Gesù come maestro di fede è immerso nella vita umana e religiosa del suo tempo e nota come spesso gli uomini si chiudono in un giudizio incrociato che distrugge le relazioni e isola le persone.

Gesù si accorge che proprio coloro che vorrebbero apparire i più religiosi e fedeli ai dettami della religione, alla fine si chiudono in sé stessi, si autoesaltano e trattano con disprezzo gli altri.

Nella parabola dei due uomini che salgono al Tempio a pregare, Gesù fotografa bene due atteggiamenti di vita religiosa e anche umana, due modi di relazionarsi a Dio e anche a coloro che sono figli di Dio, gli altri uomini e donne.

Il fariseo con la sua preghiera nella quale fa un elenco di buone azioni e  si separa con disprezzo da chi non è come lui, si dimostra totalmente chiuso in se stesso, chiuso a Dio e al prossimo. La sua non è una vera preghiera che sale a Dio e che permette a Dio di scendere in lui. Le sue parole dimostrano che il cielo sopra di lui è chiuso e le sue parole non superano l’altezza della sua bocca. È una preghiera senza cielo, senza Dio. E questo ha conseguenze nella sua vita anche fuori dal tempo della preghiera, infatti una chiusura a Dio come “tu” porta alla chiusura anche al prossimo che quindi viene affrontato non come un fratello ma solamente come un nemico da cui stare distanti.

Diversa è la brevissima preghiera del pubblicano, che invece ha il cielo spalancato sopra la sua invocazione di misericordia e il suo gesto di affidamento. Non alzando gli occhi al cielo dimostra che si è accorto del cielo e si sente piccolo davanti a Dio. Nelle sue poche parole dichiara che di suo non ha nulla ma si aspetta tutto da Dio, incominciando dal perdono che non pretende ma invoca fiducioso. C’è molto cielo sopra di lui e pian piano questo cielo vasto e luminoso scende anche nel suo cuore. Ha il cuore così pieno di cielo, di Dio, che non c’è spazio per giudizi e rancori, per rifiuti e cattiverie verso il prossimo.

La parabola di Gesù non vuole essere una indicazione su “come” pregare, ma su come vivere e impostare la propria relazione con Dio e con coloro che di Dio portano l’immagine nel volto, cioè gli altri e in particolare i più lontani e poveri.

La comunità cristiana quando si raduna non lo fa per chiudersi in sé stessa e giudicare il mondo come nemico e cattivo. È una grande tentazione quella di sentirsi gli eletti e giudicare chi ha tempi, stili di vita, e fedi diverse dalla nostra. Anche noi come comunità cristiana siamo chiamati a spalancare il cielo sopra di noi, ma non con un finto cielo dipinto di parole rituali e gesti esteriori. La comunità cristiana, così come il singolo cristiano, deve togliere il tetto della propria vita e lasciare che Dio arrivi proprio la dove ne abbiamo bisogno e che ci renda davvero accoglienti.

Penso che la chiesa dell’abbazia di San Galgano affascini i visitatori come me proprio per questo: è un invito simbolico a togliere le chiusure che ci imprigionano nei nostri egoismi ed autoesaltazioni come cristiani sia verso Dio come verso i fratelli iniziando a così contemplare la bellezza sempre nuova del cielo che Dio vuole donarci.

Giovanni don