il fuoco del Vangelo scalda la vita

agosto 17th, 2019 No comments

DOMENICA 18 agosto 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

(dal Vangelo di Luca 12,49-53)

Sentir parlare nel Vangelo della liturgia di questa domenica di “fuoco gettato sulla terra” in piena estate, sembra quasi una scelta ironica da parte della Chiesa. Con le ondate di calore sempre più afose e fastidiose, anche il Vangelo rischia di suonarci fastidioso!

Ovviamente il calore del fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra è più simile a quello dell’amore che a quello fisico e meteorologico. Gesù non vuole aumentare la temperatura dell’aria ma quella del cuore, quella della fede. Gesù vuole che si accenda o riaccenda quella fiamma di Spirito Santo che è stata posta fin dal giorno di Pentecoste sui discepoli e che rischia sempre di spegnersi facendo perdere alla comunità il calore della fede, e così la Chiesa si raggela in una serie di riti solo esteriori e di carità che viene a mancare.

La vita di fede nella comunità cristiana è come quella dell’amore tra due persone che si amano veramente, non può essere fredda e nemmeno tiepida. Gesù vuole discepoli riscaldati dal Vangelo e desiderosi che questo muova la loro vita e quella del mondo che li circonda. Gesù stesso testimonia questa passione profonda per il suo messaggio nel quale si sente profondamente immerso (il termine “battezzato” significa proprio letteralmente “immerso”) ed è angosciato finchè non si realizzi, anche se deve passare attraverso una profonda sofferenza, quella della croce. E sappiamo che Gesù è riuscito a scaldare con la resurrezione anche il gelo del suo sepolcro

Il Vangelo è un invito alla pace ma non ci deve lasciare in pace. Il Vangelo ci porta a scelte forti e quotidiane che possono, anzi devono, incidere nella via concreta e anche delle relazioni più significative. Attingendo sempre al paragone del fuoco della passione amorosa, al quale fa riferimento Gesù quando parla del fuoco sulla terra, quando due persone si innamorano veramente e decidono di dare seguito al loro amore in una scelta di vita, tutto questo non può che incidere nella loro vita, nelle relazioni famigliari e sociali. Il vero amore non è un piccolo fuoco estivo, ma tocca la vita. Il vero amore dona pace e non ci lascia in pace finchè non si realizzi. E così anche il Vangelo per portare la pace nel mondo ha bisogno di discepoli innamorati di Gesù, con la passione per le sue parole e con il desiderio profondo di conoscerle e attuarle, anche se può costare divisioni e sofferenze. Qualche giorno fa abbiamo ricordato un grande santo del Vangelo, che non ha avuto paura di dare la propria vita per la passione di Gesù, ed è San Massimiliano Kolbe, frate francescano che muore nella fredda stanza della morte di Auschwitz durante la seconda guerra mondiale per opera dei nazisti. Padre Massimiliano Kolbe non ha timore di perdere come Gesù la propria vita perché si è sentito totalmente immerso, battezzato, nel Vangelo, sapendo che anche donando così la propria vita riusciva a far vincere il Vangelo.

Ma di santi così ce ne sono tantissimi che con il fuoco dell’amore di Dio hanno scaldato con la loro testimonianza la Chiesa, sempre a rischio di raggelamento, anche nella più torrida estate come questa. E lo possiamo essere anche noi, se solo ci affidiamo alle parole di Gesù, cercando in queste parole quel calore che tante volte cerchiamo altrove. Nel fuoco dell’amore di Cristo possiamo scaldare la nostra vita e attraverso di noi il mondo intero, senza mai darci pace!

Giovanni don

Fede, pronti? via!

DOMENICA 11 agosto 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! 
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

(dal Vangelo di Luca 12,35-40)

È incredibile che una semplice foto di 4 uomini che attraversano la strada sia diventata uno degli scatti fotografici più famosi al mondo. Mi riferisco alla foto che è diventata la copertina del penultimo disco di una delle più famose rock band del ‘900, i Beatles, e il disco è “Abbey Road”, uscito nel settembre del 1969.

La foto dei quattro musicisti che come una processione tranquilla attraversano le strisce pedonali della strada dove si trova lo Studio di registrazione, è stata scattata giusto 50 anni fa, e ancora oggi molti si recano sul luogo per farsi una foto simile. Non ha nulla di eccezionale a guardarla, ed è stata realizzata in modo molto semplice, con il fotografo McMillan su una scala al centro della strada e i 4 FabFour che per 10 minuti hanno fatto avanti e indietro fino a trovare la posa giusta.

Attraversare la strada è una delle cose più semplici e quotidiane, ma forse in quel gesto dei Beatles tanti hanno visto la perfetta icona di un passaggio da un’epoca ad un’altra, la sintesi finale degli anni 60, uno dei periodi più veloci e turbolenti di cambiamento sociale e culturale, nel quale non si poteva non mettersi in discussione e cambiare…
Anche la Chiesa negli anni 60 ha vissuto un periodo di forte cambiamento e messa in discussione. Alcuni arrivano a dire che forse un po’ del periodo più rivoluzionario di quel decennio, il ’68, sia stato influenzato anche dallo stesso cambiamento della Chiesa con il Concilio Vaticano II. Infatti una delle istituzioni più antiche e solidamente ancorate alla tradizione come era la Chiesa, non temeva il cambiamento e la voglia di rinnovamento. Il Concilio Vaticano Secondo tra il 1962 e il 1965, era la risposta all’accusa di immobilismo e di rigidità che veniva mossa alla Chiesa come se non fosse in grado di rispondere con il Vangelo ai grandi cambiamenti in atto. Non si può restare immobili e rigidi, perché così si tradisce il Vangelo che invece ci vuole pronti e attivi nella storia, non con le mani in mano e in atteggiamento di statica difesa.

Gesù stesso invita i suoi discepoli ad essere pronti come servi che non stanno seduti e oziosi in casa, ma attendono l’arrivo del loro padrone con operosità, sapendo che l’immobilismo uccide. Il discepolo del Vangelo dentro la storia umana si da da fare, e sa che Dio non è assente e irrimediabilmente lontano.

Il discepolo del Vangelo non opera per paura di punizione ma perché è contento del suo lavoro nel mondo con lo stesso stile di Dio dentro la storia.

Gesù più volte dice “beati” ai servi che operano dentro la storia umana con operosità, e che sentono che Dio è loro vicino. È la beatitudine, la felicità di essere come Dio stesso, come Gesù stesso ha fatto per primo. La straordinarietà della parabola di Gesù è che alla fine il padrone a sua volta non rimane oziosamente adagiato nella sua poltrona di comando, ma anche lui opera per il bene dei servi facendosi servo.

Ecco cosa significa essere cristiani nel mondo: non aspettare e non avere paura, ma darsi da fare come Gesù, con Gesù! Essere cristiani è affrontare la propria storia come si affronta una strada, e con fiducia e attenzione si guarda avanti e si passa, rifiutando ogni immobilismo, anche quando è mascherato di troppa prudenza, o quando si presenta come “fedeltà alla tradizione”, o del “si è sempre fatto così”.

Come cristiano non posso avere paura, prudenza si, ma non paura e soprattutto non posso rimanere immobile e con i piedi bloccati da paure e chiusure. Come cristiano devo essere pronto a farmi servo di Dio nel mondo, sapendo che Dio stesso si è fatto servo nel mondo, non avendo paura di attraversare la strada tra cielo e terra pur di cambiare la terra e tenere aperto il passaggio.

Giovanni don

soldi soldi

agosto 3rd, 2019 1 comment

DOMENICA 4 agosto 2019

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». 
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

(dal Vangelo di Luca 12,13-21)

La canzone che ha vinto il Festival di Sanremo di quest’anno 2019 ed è arrivata seconda al Festival Europeo della canzone, si intitola “Soldi” ed è scritta e interpretata da un giovane cantante Alessandro Mahmoud. Leggendo il Vangelo di questa domenica mi è venuto in mente subito il ritornello ritmato che fin da subito ha colpito gli ascoltatori e che ripete più volte la parola del titolo “Soldi… soldi”
La canzone autobiografica parla di un giovane abbandonato da un padre che sembra farsi vivo solo per avere soldi dal figlio che tanti soldi non ne ha, e che è povero soprattutto dell’affetto del padre assente sia per lui che per la madre. Se nell’insieme la canzone è allegra per il ritmo e orecchiabile, sotto nasconde il dramma che di un ragazzo stretto tra beni e bene, tra soldi e amore.

Mi immagino in maniera fumettistica Gesù canticchiare questa canzone nel momento in cui si avvicina questo tizio dalla folla che vorrebbe con l’aiuto del Maestro risolvere una questione di eredità che divide e lacera la sua famiglia. “Soldi… soldi…”, ecco quel che rende felici, ecco il problema attorno al quale ruotano tutti gli altri problemi.

Il tipo dalla folla proprio perché lasciato indeterminato nella sua identità può essere benissimo un discepolo o comunque uno che ascolta Gesù e ne riconosce l’autorità. Per questo può benissimo essere proprio uno di noi, anche quella parte di me che, anche se non lo ammetto, è preoccupata di avere risorse e beni materiali che mi facciano stare bene e in pace.

Gesù da subito rifiuta di usare la sua autorità per una questione di beni materiali, anche perché la richiesta del tipo che lo avvicina non è quella di risolvere il contrasto con il fratello ma di aver ragione e quindi di aumentare quel contrasto e quella divisione.

Gesù proprio non ci sta. Lui è venuto per il bene l’uomo non per i suoi beni. Anzi è venuto a scacciare l’idolo che sembra avere davvero più potere e venerazione nel cuore dell’uomo che è proprio la ricchezza, il possedere, la sicurezza materiale. I beni spesso non fanno bene all’uomo quando diventano più importanti delle relazioni anche di famiglia, quando per loro si sacrifica anche il rapporto con Dio perché diventano loro stessi “dio”.

La parabola che Gesù utilizza per approfondire il suo insegnamento, è ancora più forte e per molti aspetti molto ironica. L’uomo ricco che è sempre più ricco ha raggiunto l’obiettivo della sua vita che è quello di accumulare. Parlando alla sua anima si sente a posto nel profondo perché quei beni che ha accumulato sono loro la fonte del suo vero benessere. Nelle sue parole non c’è spazio per nessun altro, non si parla di famiglia con cui condividere, di poveri a cui donare qualcosa, e non c’è posto nemmeno per Dio.

Questo ricco sempre più ricco per Gesù è stolto perché ha accumulato molti beni ma non ha pensato al vero bene che si può accumulare nel cuore amando e condividendo. L’ansia dei beni lo rende povero di fratelli e di Dio.

“Soldi… Soldi” è quello che fa girare anche il nostro mondo? Ce’ qualcosa di noi sia nel tipo che interroga Gesù come anche nel ricco della sua parabola? E non importa se non abbiamo materialmente tanti soldi e tanti beni, ma importa quanto i soldi e beni che abbiamo, tanti o pochi che siano, occupano la nostra preoccupazione profonda.

Giovanni don

assomiglio a Dio Padre?

luglio 27th, 2019 No comments


DOMENICA 28 luglio 2019

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
(dal Vangelo di Luca 11,1-13)

Mio papà Pietro quest’anno, esattamente il 27 luglio, avrebbe compiuto 90 anni. Purtroppo se ne è andato per una malattia quando non aveva ancora 63 anni, e io non ero ancora prete, 27 anni fa. Quando nel Vangelo Gesù parla di Dio come “suo Padre e Padre vostro…” non posso non andare con il pensiero e con il sentimento alla mia esperienza di mio padre e padre delle mie sorelle.
I discepoli vedono Gesù in intimità profonda con Dio in un rapporto speciale con lui nella preghiera, e che ne parla loro continuamente. Anche i discepoli hanno questo desiderio, che è in fondo di ogni uomo, di trovare la giusta intimità e sintonia con l’Assoluto, con Dio. “Insegnaci a pregare” gli dicono, e Gesù risponde non tanto con una formula da imparare a memoria, ma con un atteggiamento profondo del cuore da imprimere nell’animo prima ancora che nei neuroni come un esercizio mnemonico.
“Padre” è la prima parola della preghiera che troviamo in questo racconto dell’evangelista Luca e che corrisponde più o meno a quella dell’evangelista Matteo, anche se con parole un po’ diverse. Anche gli altri Evangelisti, Marco e Giovanni, pur non riportando questa preghiera, in fondo ricordano benissimo che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a guardare a Dio come Padre, Padre suo, Padre loro, Padre di ogni essere umano.
La preghiera serve quindi ad incidere nella mente e nel cuore il vero volto di Dio, che non è quello del legislatore puntiglioso di regole morali, non è quello del giudice severo e inflessibile o del gendarme pronto a punire in maniera eterna ogni sgarro. Questo non è Dio, non è il suo volto!
Dio è “padre”, come lo è il padre e direi anche la madre che tutti abbiamo. Dei nostri genitori noi portiamo spesso chiari i tratti del volto e del corpo, ma non sempre ci assomigliamo perché può capitare che non siamo nemmeno geneticamente identici come succede nelle adozioni o quando un figlio non è di entrambi i genitori. Ma sicuramente chi ci cresce pian piano imprime i tratti del suo volto interiore sul nostro e ci insegna ad amare, a credere, ad affrontare il mondo, le difficoltà della vita, le gioie, gli impegni…
Gesù pian piano, crescendo e operando in mezzo agli uomini del suo tempo e in particolare con i suoi discepoli, ha mostrato il volto di Dio, quello vero. Gesù chiama Dio “Padre” e insegna ai suoi discepoli a fare lo stesso, perché davvero Dio è così e vuole essere riconosciuto come tale nella vita del suo Figlio e dei suoi figli che oggi siamo noi.
Dire “Padre…” nella preghiera rivolta a Dio è prima di tutto una confessione di fede, perché dice che crediamo che Dio non è “banalmente” una “entità superiore” o “il Creatore”, con un volto e un comportamento indefiniti e distanti… Dio è padre! Di Dio Padre vogliamo ritrovare nel nostro volto i suoi tratti, il suo stile, il suo modo di fare e soprattutto di amare.
Dire “Padre…” nella preghiera è anche un impegno ad assomigliargli sapendo che anche nel volto dei nostri simili, anche se di colore, età, condizione sociale, nazione e persino religione diversa, c’è qualcosa di Dio, del nostro Padre comune! In questo sta il fondamento nella fraternità universale che è alla base della nostra fede cristiana.
In questi tempi è tornata di moda una applicazione del telefonino che ti permette di giocare con le foto. Si chiama FaceApp e con dei filtri riesce a “invecchiare” i volti. Tanti, me compreso, hanno giocato a farsi una foto e vedere come si diventa con 30-40 anni di più. Io vedendo il risultato con le mie foto non ho visto niente del volto di mio papà e nemmeno nei miei nonni, anche perché avevano tutti un sacco di capelli e non avevano la barba. Quindi da anziano non assomiglio a mio papà. Ma mi auguro davvero di arrivare anche a superare l’età di mio padre quando è morto e assomigliargli nello stile, nella generosità, nella fede e amore per la vita e gli altri. Vorrei davvero che chi mi incontra e conosceva lui possa trovare in me, nel mio modo di fare un po’ del suo volto interiore.
Ma pensando al Padre di tutti che è Dio, vorrei la stessa cosa, cioè arrivare a far si che con il mio modo di fare, con la mia fede, con le mie parole, le mie scelte quotidiane, chi cerca Dio come Padre possa almeno un po’ scorgere in me i tratti del Suo volto vero, così come i discepoli li vedevano e li amavano nell’uomo Gesù.

Giovanni don