la messa vale se si vive

agosto 19th, 2016 2 comments

olimpiadi di Dio (colored)
DOMENICA 21 agosto 2016

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
(Dal Vangelo di Luca 13,22-30)

“Ma la messa di domenica sera vale per la festa dell’Assunta del lunedì?”
E’ stata questa la preoccupazione di molti che a voce o al telefono mi hanno posto questa la domanda nei giorni immediatamente precedenti il 15 agosto.
E’ l’interrogativo ricorrente che viene posto a noi preti quando le Solennità di precetto precedono o seguono immediatamente una domenica. Penso che la preoccupazione di sapere se una messa “vale” per questa o quella solennità o domenica sia il segno di uno spirito religioso che non va assolutamente censurato, ma fa sorgere in me qualche interrogativo su quale significato diamo alle celebrazioni domenicali e al nostro stesso rapporto con Dio. Sicuramente è “colpa” di una certa educazione religiosa passata che insegnava che con Dio ci si regola attraverso atti religiosi e la pura osservanza di regole precise e determinate.
Le parole del Vangelo di questa domenica sembrano rimettere in discussione questa visione religiosa e questo modo di intendere il nostro rapporto con Dio.
La domanda posta a Gesù (“sono pochi quelli che salvano?”) parte dall’idea ben radicata nella religiosità ebraica che la salvezza di Dio era solo per pochi eletti, e precisamente quelli appartenenti al popolo eletto di Israele. La risposta precisa alla domanda viene data da Gesù quando alla fine del brano dirà che “verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Quindi la risposta alla domanda se sono pochi i salvati è un bel “no” secco, un “no” all’esclusività del rapporto con Dio, che invece è possibile davvero a tutti, di ogni luogo e tempo, rompendo appartenenze culturali, religiose, etniche, geografiche ed economiche. La salvezza è per tutti! E l’ordine di questo dono di salvezza rovescia la logica umana dove chi vince è sempre il più forte, il più ricco, il più sano, il più bianco, il più furbo… Sono invece i cosiddetti “ultimi” ad essere i primi che Dio comincia ad abbracciare, e non chi sta in testa alla fila. Dio inizia dalla coda e da chi è ricacciato indietro. Dio ama gli ultimi perché lui stesso si è fatto ultimo in Gesù.
Nel mezzo del discorso Gesù è ancor più provocante, e l’Evangelista Luca ricorda questo discorso del Signore ai primissimi cristiani che già fin dall’inizio rischiavano di calcolare il loro legame con Dio dal numero delle pratiche religiose. Luca vuole provocare anche noi oggi e nello stesso tempo vuole aiutarci con le parole di Gesù a ripensare la nostra fede e il nostro legame con il Signore.
Dio apre la sua porta (non solo quella finale del paradiso ma anche quella quotidiana del suo cuore nella vita presente) non tanto a chi accumula pratiche religiose, ma a chi opera la giustizia. Operare la giustizia nel Vangelo significa mettere in pratica con azioni concrete l’insegnamento di Gesù. Se non facciamo diventare vita concreta quello che preghiamo la domenica e nelle altre feste comandate, allora non serve a nulla e rischiamo davvero di sentire Gesù che ci dice “non ti conosco”, come lo diremmo noi a chi non conosciamo e non frequentiamo e a chi non si fa mai vedere nei momenti importanti della vita. Gesù ci riconosce se sappiamo vivere il suo Vangelo e non solo pregarlo e celebrarlo.
Tornando allora alla domanda iniziale “la messa quando vale?”. Penso che la risposta più fedele al Vangelo sia che la messa vale non solo nel momento in cui sono dentro e prego, ma inizia a valere se tradotta in vita, se la fraternità che invoco poi si traduce in gesti e scelte. E penso che una messa davvero ben partecipata e pregata (non in modo distratto o formale) non può che portarci a viverla fuori e renderla eterna.

Giovanni don

la vera ricchezza

luglio 30th, 2016 1 comment

Anna Marchesini (colored)
DOMENICA 31 luglio 2016

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
(dal Vangelo di Luca 12,13-21)

Mentre sono qui a provare ad immaginare la faccia del ricco, che mentre se la sta ridendo per tutti i beni accumulati e per i progetti di vita spensierata, viene preso improvvisamente dalla morte, leggo sulle news della morte di Anna Marchesini.
Anna Marchesini è stata per me e per la mia generazione una delle più grandi fonti di risate. Dagli anni 80 in poi, fino a quando la malattia non l’ha frenata, ha inventato un sacco di personaggi dai risvolti comici incredibili. Insieme ad altri due attori suoi amici, Solenghi e Lopez, ha dato vita al Famoso Trio comico che ha nella parodia dei Promessi Sposi del 1990 uno dei capolavori della comicità italiana.
La sua era una comicità intelligente e frutto di un grande lavoro di recitazione e di sceneggiatura mai banale, e ha ispirato tanti comici venuti dopo di lei. Negli ultimi tempi sono stato colpito dalla sua forza d’animo nell’affrontare una malattia, l’artrite reumatoide, che pian piano ma inesorabilmente, la deturpava e la limitava nel parlare e nel muoversi. Eppure non aveva mai perso la voglia di comunicare allegria insieme a riflessione. Mi ricordo in una delle ultime interviste, dove addirittura scherzava della morte, ribadendo che comunque era innamorata della vita, proprio ora che era impoverita sempre più di salute e di futuro.
E ritorno al ricco della parabola di Gesù nel Vangelo, che sembra basare tutta la sua felicità sui beni accumulati e ben difesi nei granai, beni e ricchezze che tiene solo ed esclusivamente per se. Non ha nome questo uomo della parabola, come non ha nome un altro ricco in un’altra parabola di Gesù (quella sempre nel Vangelo di Luca 16,19-31), identificato solo dalle cose che possiede nelle tasche e non nel cuore.
Gesù racconta la parabola del ricco e dei suoi progetti di accumulo, di fronte alla richiesta di un uomo della folla (anche lui non nominato per nome…), che interpella Gesù per una questione di eredità che lo divide dal suo fratello. Il nome di questi personaggi è la loro ricchezza perché in questa si identificano completamente.
“Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”, sentenzia Gesù, e con una “perla” spirituale non quotabile in borsa e che nessuna banca può contenere, siamo chiamati a verificare la nostra vita, le nostre attese, i nostri progetti e il nostro stile di vita.
Quanto sorriso vero abbiamo accumulato? Quanto sorriso e felicità abbiamo fatto crescere in chi ci sta vicino? Quanto le nostre mani hanno donato invece di trattenere?
Questo è quello che siamo chiamati a verificare come cristiani.
Siamo in un mondo e specialmente in un continente europeo che sembra così preoccupato di mantenere le proprie ricchezze economiche da dimenticare le ricchezze spirituali che sono spesso sacrificate in nome del denaro. Guardiamo le quotazioni della borsa e l’indice dell’inflazione, testiamo le banche con il crash-test e osserviamo l’andamento dello spread… ma dimentichiamo che la nostra vita non dipende da quello, o almeno non primariamente da quello.
I beni materiali che amministriamo sono importanti, ed è fondamentale curare l’aspetto economico sia della propria vita personale che di quella comunitaria e nazionale. Ma è altrettanto vero che non è tutta lì la nostra vita e non troviamo lì tutta la felicità che ci fa guardare al futuro.
Nella parabola Dio con un tono potremmo dire ironico e sarcastico dice al ricco “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”
Ecco, la domanda è anche rivolta a me, a noi.
Di tutto quello che abbiamo e che temiamo continuamente di perdere, di chi sarà? Di chi è?
Quel “ti sarà richiesta la tua vita” non riguarda solo la morte ma anche il bilancio che possiamo fare in questo momento del nostro vivere. Se guardo la mia vita adesso che cosa vedo? Solo accumulo ansioso e solitario, oppure generosità fraterna?
Anna Marchesini non mi ha dato nulla dal punto di vita economico, e dopo aver guardato e riguardato quello che faceva in tv o teatro non mi ha riempito le tasche, ma posso dire che mi ha regalato momenti di serenità e gioia che sono di una preziosità unica.
Se non sono “cecato” del tutto, il Vangelo mi aiuta a vedere nel sorriso del fratello che aiuto, una ricchezza che nessuno mi porterà via e che non ha bisogno di granai o banche per essere difeso.

Giovanni don

come ci si rivolge a Dio?

luglio 22nd, 2016 3 comments

pregare Dio Padre (colored)
DOMENICA 24 luglio 2016

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
(dal Vangelo di Luca 11,1-13)

“Per scrivere la lettera al vescovo, come devo iniziare? Con quale titolo? Eminenza? Eccellenza? Monsignore…?”
Questa è la domanda che spesso i ragazzi mi fanno quando chiedo loro di scrivere al Vescovo la lettera per la domanda della Cresima in vista della celebrazione del Sacramento.
Io rispondo loro che non si devono affatto preoccupare di come si rivolgono al vescovo, e che “Eccellenza”, “Eminenza”, “Monsignor”… vanno tutti bene, basta che siano sinceri e che siano consapevoli che in fondo si rivolgono ad un fratello nella fede, anche lui amico di Gesù come loro.
Anche i discepoli di Gesù si rivolgono al loro Maestro chiedendo come pregare Dio. Non è solo una questione di parole, ma del significato vero e del contenuto della preghiera. Da come ci si rivolge a Dio dipende quale rapporto si ha con Lui. I discepoli hanno capito che Gesù sta mostrando loro un volto diverso di Dio, diverso da come erano stati educati, e questo li mette in difficoltà e li costringe a ripensare la loro fede.
Gesù mostra Dio come vicino all’uomo, pronto ad ascoltarlo come un amico, anzi ancor di più come un padre.
Quando pregate dite “Padre…”.
L’evangelista Luca è ancora più sintetico nel riportare le parole di Gesù rispetto al racconto dell’evangelista Matteo, dal quale abbiamo preso le parole della preghiera fondamentale per noi cristiani, il Padre Nostro.
In entrambe le versioni dell’insegnamento di Gesù, quella di Luca e quella di Matteo, la parola Padre è la prima e fondamentale. A Dio non ci si rivolge come un “essere superiore”, come “Dio onnipotente”, come “eterno e immobile”, e tutte le varie rappresentazioni di Dio che ci sono nella storia passata e presente, ma ci si rivolge a lui semplicemente come “padre”. E’ così che più volte Gesù si rivolge a Dio, specialmente nei momenti di maggior confidenza e intimità, così come è ricordato in altri passi del Vangelo (per esempio nel Vangelo di Matteo al capitolo 11, 25…).
Dio è padre, ed è da questa parola messa all’inizio che dipende il resto delle parole, il senso della preghiera, e il modo stesso di vivere la nostra fede.
Se tolgo da Dio la rivelazione che è “padre”, il suo volto prende le sembianze del giudice o del despota della storia che decide come tiranno assoluto il bene o male della terra.
Dio è padre, che perdona perché è padre e noi siamo figli. Dio è padre e quindi non può non volerci bene anche quando non capiamo il suo modo di agire, e le risposte alle nostre domande tardano ad arrivare e ci sembra distante. Dio è sempre padre e non può che darci cose buone per farci vivere e non morire.
A volte Dio sembra sordo alle nostre preghiere perché noi abbiamo chiesto a Dio cose sbagliate e non chiediamo quello di cui veramente abbiamo bisogno. Spesso Dio lo invochiamo pensando che sia il distributore di premi o di beni, ma dimentichiamo che Dio come padre ha il dono più grande da dare che è il suo amore, quello che nella preghiera è il vero pane senza il quale non possiamo vivere.
Credo davvero che appena Dio sente dalle nostre labbra e soprattutto dal nostro cuore che ci rivolgiamo a lui come padre, si accende di una gioia così grande che non può che ridonare a noi moltiplicata.
Quale è dunque il modo migliore per pregare Dio? Iniziamo da “Padre” e non sbaglieremo mai!

Giovanni don

In un uomo c’è tutta l’umanità

luglio 8th, 2016 2 comments

sempre il prossimo(colored)
DOMENICA 10 luglio 2016

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
(Dal Vangelo di Luca 10,25-37)

Chi è il mio prossimo?
La domanda del dottore della Legge, che nel racconto del Vangelo ci viene presentato come uno che si rivolge Gesù per malizia e non per desiderio di imparare, la faccio mia. E’ come se questo interrogativo fosse rivolto a me, cristiano e prete, per mettere anche me alla prova se davvero sono discepolo di Gesù.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico….”
Ma chi è questo uomo? Che ci fa su questa pericolosissima strada? Da sempre (2000 anni fa come oggi) è una strada pericolosa sia dal punto di vista fisico (qualche kilometro di deserto con un dislivello di quasi 1000 metri) sia dal punto di vista dell’ordine pubblico, perché è un luogo ideale per i malintenzionati per delle imboscate indisturbate. Chi viaggia da solo, come questo uomo, è sicuramente uno sprovveduto e che in fondo “se la va a cercare…”. E dove sta andando? Che non sia anche lui un ladro che ha litigato con i suoi compari oppure ha incontrato quelli della fazione opposta?
“Un uomo…” e basta, ci racconta Gesù. Di lui è solamente detto che è mezzo morto in mezzo ad una strada deserta. Questo uomo, che è ogni uomo del mondo, è il mio prossimo e io sono il suo prossimo. Questo uomo è uno della mia famiglia, è il mio vicino di casa o di lavoro, è lo straniero che vive accanto a me o incrocio per strada, è quello che mi sta antipatico che cerco di evitare, è quello con il quale ho un debito o un credito che non riesco a risolvere, questo uomo della parabola è chiunque è essere umano sulla terra e che incrocia la mia strada e io la sua. La mia e la sua vita passano per la stessa scoscesa strada tra Gerusalemme e Gerico, piena di insidie e pericoli per entrambi. E’ la stessa strada non posso non incrociarlo e vederlo.
Gesù pone l’accento proprio sull’indifferenza di coloro che dicevano di amare Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza…”, ma che non con amano il prossimo come se stessi. Il prossimo per questo sacerdote e per il levita è solo un pericolo, e la soluzione migliore è l’indifferenza, il passare oltre. Davanti al prossimo questi due non diventano prossimi e lasciano al suo destino questo uomo, nel quale non vedono nessuno. La loro indifferenza significa la morte certa di questo uomo e nello stesso tempo la loro morte spirituale. “Va’ e anche tu fa così…” dice Gesù al dottore della Legge, ma lo dice anche a me, che come quel dottore della Legge mi domando come rendere eterna la mia vita già da adesso e mi domando come davvero incontrare Dio.
C_4_articolo_2000900__ImageGallery__imageGalleryItem_1_imageMi viene in mente l’immagine molto forte dei soccorritori sulle navi italiane che ogni giorno solcano il Mediterraneo, per andare in aiuto dei barconi e gommoni stracarichi di migranti in pericolo in mezzo al mare. Penso alla gioia dei marinai quando riescono a salvare anche uno solo dei poveri disgraziati in pericolo di affogamento. Non si domandano da dove vengono, perché sono li, perché hanno affrontato un viaggio così pericoloso… Si fanno prossimi e gioiscono nel salvare anche una sola vita di un uomo, di una donna, di un bambino, solo per il fatto che hanno bisogno in quel momento. Questi poveri nella loro fragilità rappresentano tutta l’umanità. Un gesto di carità verso un uomo, qualsiasi uomo, è un gesto di amore verso l’umanità intera e verso Dio stesso.
Il samaritano è proprio lì a risollevare un quadro altrimenti desolante di umanità dove sembrava prevalere l’indifferenza omicida del sacerdote e del levita, così preoccupati di Dio da dimenticarlo ai bordi della strada. Il samaritano che è dentro ognuno di noi (se non lo soffochiamo troppo), ci dice all’orecchio del cuore che prendendoci cura di chiunque sia nel bisogno, senza distinzioni e pre-giudizi, ci prendiamo cura di Dio stesso e in fondo di noi stessi, rendendo la nostra vota davvero eterna e vera.

Giovanni don

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