il talento dell’amore

novembre 18th, 2017 No comments

carità con i fatti (colored)

DOMENICA 19 novembre 2017

Giornata Mondiale dei Poveri

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.

Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.

Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.

Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.

Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

(Vangelo di Matteo 25,14-30)

Quando a Michelangelo venne proposto il lavoro di affrescare la volta della cappella dei papi in Vaticano, la Cappella Sistina, era un giovane e affermato artista il cui talento era riconosciuto ovunque in Italia. E quando dopo vent’anni dipinse il Giudizio Finale sulla parete dell’altare della stessa Cappella, era uno dei massimi artisti riconosciuti e punto di riferimento per quelli più giovani emergenti. Il talento artistico di Michelangelo emerge in tutta la sua grandezza ancora oggi nel rappresentare le Storie della Bibbie e nella rappresentazione di Dio creatore e di Cristo Giudice alla fine della storia. Partendo dalla parabola di Gesù letta questa domenica che parla di talenti dati e fatti fruttare, Michelangelo è davvero un ottimo testimonial del Vangelo. Eppure è proprio nella rappresentazione dipinta da Michelangelo di Gesù Giudice del mondo possiamo essere tratti un po’ in inganno. Quella dipinta da Michelangelo è ovviamente una visione molto legata agli insegnamenti del suo tempo, ma è proprio la pagina del Vangelo di oggi che ci spinge a porre attenzione alla corretta immagine di Dio che dobbiamo coltivare, una immagine di Dio dentro di noi e che poi si traduce in azioni.

Gesù “dipinge” Dio come un padrone che è così generoso con i suoi servi da dare loro parte della sua immensa fortuna. Un talento era una unità di misura in oro corrispondente circa a 30-40 chili. Tutti i servi, anche se in misura diversa, ricevono quindi tantissimo, e se facciamo attenzione ai termini usati Gesù non parla di “prestito” e di restituzione, ma di vero e proprio regalo. L’accento del racconto è quindi prima di tutto sulla generosità del padrone e sulla sollecitudine dei servi a mettere a frutto quel che hanno ricevuto, con un senso di gioia e di impegno che alla fine hanno un risultato ancora più grande. Il padrone, dopo aver constatato l’entusiasmo e l’operosità dei servi, dona loro ancora di più, facendoli entrare nella sua gioia, quasi assimilandoli a se stesso come figli. Ma la provocazione più forte viene dall’ultimo servo. Lui sotterra la sua fortuna, quella che ha ricevuto in dono. Ha paura di non poter restituire al padrone, che però nel consegnare i talenti non ha parlato di restituzione. Vede il suo padrone come un giudice pronto a condannarlo se non sa guadagnare e restituire. Ha una visione così distorta del padrone da chiudersi anche la possibilità di vivere quel che ha ricevuto. Alla fine si trova escluso dalla gioia del padrone e dal vivere come figlio, al contrario dei primi due.

Ecco dunque il talento sprecato e sotterrato dalla paura di non farcela e prima ancora dalla visione distorta verso chi glielo ha dato. Diventa un servo inutile e pigro che spreca non solo il talento ma la sua stessa vita e non diventa mai come un figlio per il padrone.

Gesù ancora una volta in questa parabola vuole provocare la nostra fede a rivedere la nostra visione di Dio Padre e anche di lui stesso. Dio è quel padrone che dona agli uomini tutta la possibilità di essere felici, di amare e vivere la vita in modo pieno. Dio ha donato agli uomini il suo più prezioso talento, che è Gesù, il suo Vangelo, la sua testimonianza. Dio Padre dona il suo Spirito Santo d’amore, che in noi diventa la nostra stessa vita fisica e spirituale e la nostra capacità di amare. Amare e vivere, vivere amando, amare con la vita, questi sono i nostri talenti che non possiamo sotterrare per la paura di non farcela e pensando a Dio come Giudice implacabile e controllore.

“Non amiamo con le parole ma con i fatti” è lo slogan della prima giornata mondiale dei poveri che papa Francesco ha voluto istituire come conseguenza del Giubileo della Misericordia. A volte le parole, tante parole, che usiamo per parlare di amore, solidarietà, altruismo, rischiano di seppellire e raggelare il talento dell’amore che abbiamo dentro e che ci viene da Dio. Gesù che per primo ha amato con i fatti, cioè con la sua vita, mi insegna e mi sprona a impiegare il mio talento d’amore per moltiplicarlo e diventare così ancora più simile da Dio come padre, e non a temere Dio come Giudice e padrone duro e severo.

Come Michelangelo ha impiegato al massimo il suo talento artistico con opere che rendono gloria a Dio e celebrano le capacità umane, così anche io posso rendere la mia vita un capolavoro se non seppellisco il talento di amare che Dio mi ha dato e che mi rende simile a Lui, senza paura.

Giovanni don

l’olio della carità

novembre 11th, 2017 1 comment

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DOMENICA 12 novembre 2017

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 

«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 

A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. 

Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. 

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

(dal Vangelo di Matteo 25,1-13)

In questa domenica dove la Liturgia riporta quella pagina del Vangelo dove Gesù racconta la parabola delle 10 vergini che con le loro lampade attendono lo sposo, il calendario ci ricorda (sabato) la grande figura di San Martino Vescovo, che della mia parrocchia è patrono.

Il Santo, vissuto nel IV secolo, in pieno periodo della decadenza romana, nato pagano, si converte al cristianesimo mentre è ancora soldato, e diventa poi Vescovo di Tours in Francia. Dopo la morte la sua fama e il culto si diffondono moltissimo nei secoli successivi, come esempio di santità, carità e sobrietà di vita.

L’episodio più conosciuto di San Martino è quello che lo vede protagonista quando è ancora soldato e non ancora battezzato. Un giorno incontra lungo la strada un povero seminudo, e così spinto da compassione taglia il mantello della sua divisa e ne dà la metà al povero per coprirsi. Questo povero gli apparirà poi in sogno, e in lui Martino riconosce il Cristo che con il suo gesto ha rivestito della metà del suo mantello.1111-w4

Perché metà mantello e non tutto? È un gesto di carità a metà? Bisogna ricordare che secondo l’usanza del tempo, metà dell’equipaggiamento militare non era del soldato, ma era di proprietà dell’impero. Martino donando metà mantello dona tutta la sua parte, e con questo gesto davvero vive, ancor prima del battesimo, tutta la carità cristiana.

Ad una lettura superficiale la pagina del Vangelo sembra la contraddizione di questa carità cristiana, perché ci racconta di 5 vergini (vergine significa ragazza in età da matrimonio) che pur avendo l’olio di ricarica delle loro lampade non lo condividono con le altre 5 che erano rimaste senza. Ma non bisogna dimenticare che Gesù sta raccontando una parabola, e sono gli elementi simbolici a dover richiamare la nostra attenzione. Gesù vuol far capire che quest’olio non si può condividere, perché rappresenta la vita caricata di gesti di amore concreto e vero. La provocazione del racconto di Gesù è che siamo chiamati a domandarci quanto la nostra fede e il nostro dirci cristiani (le lampade) sono caricati da una vita fatta di scelte e gesti di amore, oppure sono semplicemente delle lampade belle di facciata ma vuote e incapaci di illuminare. Le 5 ragazze sagge rappresentano il cristiano che non si accontenta di dirsi cristiano e di avere il certificato di battesimo e magari simboli religiosi in casa che attestano la sua appartenenza culturale e religiosa. Le ragazze sagge, a differenza di quelle stolte, tengono alimentata la loro fede con l’olio dell’amore, un olio che non si può donare ma solo testimoniare. O la mia vita di cristiano è piena di olio di amore o non lo è, e allora stoltamente pian piano mi spengo e perdo l’incontro con Cristo-sposo, che anche a me dice “non ti conosco”, quando non si ri-conosce nella mia vita concreta come la sua.

Martino che dona tutto quello che ha (la sua metà del mantello, la tua parte di tutto) al povero Cristo, alimenta la sua vita cristiana con quell’olio dell’amore che lo porta ad essere esempio illuminante per i suoi contemporanei e anche per le generazioni successive.

Gesù non riconosce se stesso in chi vive la fede solo in modo superficiale e senza segni concreti di amore, in Martino invece si riconosce pienamente, ancor prima che diventi ufficialmente cristiano con il battesimo.

San Martino con il suo gesto ci illumina e ci spinge a non perdere tempo a riempire di olio buono, quello della carità, le nostre piccole lampade di vita e di fede, per diventare anche noi capaci di illuminare il mondo dell’amore di Cristo.  

Giovanni don

quale è il mio posto?

novembre 4th, 2017 No comments

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DOMENICA 5 novembre 2017

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. 
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

(dal Vangelo di Matteo 23,1-12)

Quale è il mio posto del mondo?

Quale è il posto che vorrei occupare, o che vorrei mi fosse riconosciuto?

Ed ecco che la nostra società (da sempre non solo oggi) produce posizioni sociali, podi e classifiche, scale gerarchiche, ordini di arrivo, classi economiche, titoli, onorificenze e riconoscimenti…

E così misuriamo il nostro valore e la nostra identità in base alla nostra collocazione dal punto di vista sociale, in base ai premi che ci vengono riconosciuti, ai titoli che abbiamo, in base al livello economico raggiunto…

Questo vale in ogni ambiente sociale, istituzioni religiose comprese.
Abbiamo appena celebrato con il 1 novembre il Paradiso con tutti i Santi. Anche lì, nel nostro immaginario umano, abbiamo tentato di imporre schemi umani di gerarchie, avendo una visione dove c’è chi è più santo di altri. In realtà l’insegnamento della Scrittura ci fa intravedere una situazione di armonia così perfetta in Dio, che ogni gerarchia è annullata, e tutti vivono  ugualmente nell’amore di Dio, senza che ci sia uno più distante o più vicino, privilegiato o declassato.

Ma la situazione in terra non è così, e anche Gesù lo sa bene. Per questo insegna ai suoi discepoli a non replicare nella loro piccola comunità gli schemi umani che portano alla separazione degli uomini tra di loro. I rappresentanti religiosi del popolo (farisei e scribi) avevano un buon insegnamento che portava a Dio, ma la loro vita (l’insegnamento della testimonianza concreta) portava da un’altra parte. I segni di potere e privilegio che essi ostentavano contraddicevano l’insegnamento di Dio. Gesù vuole che tra i suoi discepoli non sia così, e insegna loro di riprodurre il più possibile in terra quello che in cielo è normale: niente segni e titoli che dividono, giudicano e creano gerarchie. L’obiettivo è che la comunità dei cristiani sia segno di una fratellanza universale che ha in Dio l’unico Padre e in Gesù l’unico maestro e guida.

Tutti, prima di ogni posizione sociale, religiosa, prima di ogni titolo e onorificenza, siamo fratelli!

E per farci capire che il suo non è un insegnamento solo a parole (come spesso accade a noi anche oggi) Gesù stesso si è fatto fratello di tutti, si è messo a livello della terra più bassa (l’humus che è dentro la parola “umiliazione”) per farci comprendere che proprio dal basso arriva la risalita verso Dio operata da Dio stesso. Gesù vero uomo, che vive la vita e le sofferenze umane, viene esaltato, portato all’altezza di Dio proprio dal Padre, che in questo lo ama infinitamente.

Quale è il mio posto? Se sono veramente cristiano e mi fido del Vangelo, allora il mio posto è proprio quello di Gesù, partendo dal basso e non avendo paura di non poter scalare tutte le scale gerarchiche che la storia mi impone.

Dal basso, cioè facendo i conti con quello che sono realmente, con i miei pregi e limiti, con tutte le mie capacità e fallimenti, con la mia umanità vera non gonfiata, posso vedere il punto di vista altissimo di Dio, che è amore.

Solamente dal basso posso solo guardare in alto e vedere il cielo sopra e dentro di me.

Giovanni don

due comandamenti al prezzo di uno

ottobre 28th, 2017 No comments

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DOMENICA 29 ottobre 2017

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

(dal Vangelo di Matteo 22, 34-40)

“due al prezzo di uno!”

E’ il tipico slogan da supermercato che troviamo spesso davanti a certi prodotti che siamo invitati a comperare. Mi è balenato in mente appena finito di leggere questo dialogo tra il dottore della legge (un teologo del tempo, esperto degli insegnamenti contenuti nel libro fondamentale per il popolo di Israele) e Gesù che viene da lui nominato come “Maestro”, ma che nella premessa (“lo interrogò per metterlo alla prova”) sembra più una presa in giro. Siamo vicinissimi al momento in cui Gesù darà la vita sulla croce, e siamo ormai alle ultime battute dello scontro continuo tra Gesù e i suoi avversari religiosi.

Questo esperto degli insegnamenti di Dio chiede al Maestro Gesù di dirgli quale è il grande comandamento. In mezzo ad una selva intricatissima di leggi divine e tradizionali, insegnamenti della Bibbia e insegnamenti della tradizione religiosa ebraica, ci si chiedeva sempre quale è il punto di riferimento attorno al quale far ruotare tutto e comprendere tutto. Quale è l’insegnamento più importante della fede? Quale la chiave che mi aiuta ad interpretare tutte le consuetudini, tradizioni e insegnamenti religiosi?

Gesù anche stavolta spiazza il suo interlocutore con una risposta che non si aspetta. Gli viene chiesto un comandamento e lui ne dà due! Sono due che alla fine diventano uno!

Il primo e grande comandamento è quasi scontato dirlo: “Amare Dio con tutto se stessi, mente, anima e cuore!” Ma cosa significa concretamente amare Dio? Sappiamo bene infatti che il “ti amo” a parole non vale nulla, anzi diventa il suo opposto, se non si traduce in gesti concreti e veri di amore.

Il secondo comandamento non è semplicemente messo accanto al primo come in una linea di partenza o una fila al supermercato. Gesù dice espressamente “il secondo è simile a quello”. E mi sono venute in mente le parole del libro della Genesi (che erano chiamate “la Legge” nella tradizione ebraica insieme agli altri 4 successivi libri della Bibbia) dove l’uomo e la donna sono creati a somiglianza di Dio! L’uomo è l’immagine di Dio! Dio pone nel volto e nella vita di ogni singolo uomo il suo volto e la sua vita. E Gesù stesso è Figlio di Dio, che significa che il volto del Padre celeste si specchia ed è totalmente simile all’uomo Gesù.

Il secondo comandamento è l’immagine del primo: amare il prossimo diventa la concretizzazione del amore verso Dio. Nell’amare il prossimo amo Dio con tutto me stesso, perché nel prossimo vedo me stesso (… come te stesso).

Se il dottore della Legge interroga il Maestro Gesù per metterlo alla prova, con un discorso che sembra per lui solo una superficiale discussione da scuola teologica, Gesù invece arriva alla vita concreta. Anche in questo mostra il suo amore vero: Gesù ha davanti un “nemico” che lo vuole tirare dentro ad un discorso teorico per poterlo metter in difficoltà, Lui invece non si tira indietro e ama questo “nemico” dandogli una risposta vera e profondamente umana.

Amare Dio amando il prossimo, amare il prossimo arrivando così ad amare Dio.

Come crediamo nella fede che in Gesù la divinità e l’umanità sono unite in modo indissolubile, così anche il nostro amore quando è vero e concreto ci porta umanamente ad amare Dio.

Se la pubblicità “due al prezzo di uno” ci invita a fare il doppio acquisto ma non ci obbliga, invece il comandamento dell’amore di Gesù ci ricorda che ogni volta che amiamo l’uomo amiamo Dio. E così assolviamo a due comandamenti facendoli diventare uno!

Giovanni don