moltiplichiamo l’umanità

giugno 19th, 2019 No comments

DOMENICA 23 giugno 2019

CORPUS DOMINI

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. 
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

(dal Vangelo di Luca 9,11-17)

Ricordo bene la sera della festa del mio 25esimo di ordinazione qui in parrocchia, lo scorso anno. È stata davvero una domenica di festa ricca di affetto da parte della comunità parrocchiale e del paese intero, anche da parte di persone che magari in chiesa si vedono poco ma che hanno voluto dimostrare il loro affetto per il loro parroco.

Era stata una giornata lunga con le messe, il pranzo comunitario, la festa in oratorio e l’incontro di tanti ai quali dovevo dedicare almeno un momento per ricambiare gli auguri e l’affetto. Stavo chiudendo la porta della chiesa dopo la messa della sera con il solo desiderio di salire in casa e mettermi sul divano, quando vedo un uomo che si ferma e mi guarda dall’altra parte della strada. Era magro, alto, grigio di capelli, con uno zaino e l’aria di uno che aveva camminato tutto il giorno. Dentro di me ho subito pensato che volesse qualcosa, forse dei soldi data l’aria un po’ da barbone. Ammetto che dentro di me ho detto “oh no… proprio adesso che mi volevo riposare!”. E ammetto che questo pensiero di “rifiuto” non l’ho avuto solo quella volta ma anche tante altre, quando mi è stato chiesto qualcosa di più del dovuto, quando ho ritenuto che era giusto pensare alle mie cose, quando non avevo voglia di mettermi dentro i problemi degli altri… Mentre una parte di me si lamentava e pretendeva il giusto riposo, l’altra parte di me, sorridendo, mi ha detto “ecco il regalo del Signore per il tuo 25esimo! Un povero da ascoltare prima di tutto e poi da aiutare…”. Si, ho sorriso dentro di me, perché proprio nella giornata in cui celebravo il mio essere “a servizio della comunità” mi lamentavo di una buona occasione di mettere in atto il servizio…

Nel Vangelo di questa domenica del Corpus Domini, la Chiesa ci fa ascoltare uno dei tanti racconti della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Questo fatto viene raccontato più volte e ciò significa che ha segnato molto la memoria dei discepoli, e nei secoli la comunità dei credenti ha visto una profezia del vero senso della Celebrazione Eucaristica. Nel racconto è chiaro come i discepoli sono “infastiditi” dal problema dello sfamare la folla. Sono in un luogo deserto e ci sono un sacco di persone accorse ad ascoltare Gesù. La cosa strana è che sembra che nessuno si sia preoccupato di portarsi qualcosa da mangiare per sé e la famiglia. Già qui possiamo comprendere il “fastidio” dei discepoli che giustamente pensano che la folla dovrebbe arrangiarsi nel procurarsi il cibo. Se tutti quei 5000 uomini con famiglia si sono trovati in quella situazione di fame nel deserto è un problema loro, della loro imprevidenza.

I discepoli nel loro egoismo crescente arrivano ad invertire i ruoli con Gesù, volendo loro insegnare a lui cosa si deve fare: “i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta»…”

La cosa straordinaria di questo passo del Vangelo è che è proprio la moltiplicazione il vero cuore della giornata. Degli insegnamenti di Gesù in quel giorno non si fa che un rapido accenno nel racconto, mentre viene messo in evidenza prima di tutto l’egoismo pauroso dei Dodici (hanno paura di affrontare il problema e che venga a mancare quel poco che si sono portati per loro stessi), e poi il vero insegnamento pratico di Gesù Maestro: “Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare»…”

I poveri discepoli non hanno però che 5 pani e due pesci. Ma proprio da quel poco Gesù compie il vero insegnamento che diventa lo stile della comunità cristiana e il significato della stessa Eucarestia domenicale. Gesù insegna in modo pratico che la condivisione “senza se e senza ma”, scaccia paure ed egoismi. Gesù non giudica la folla senza cibo nel deserto. Non condanna nemmeno i discepoli ma li invita ad avvicinarsi veramente a quei poveri e dare loro da mangiare. Si era creato infatti un vuoto fatto di paure e giudizi, anche tra i discepoli e la folla, e Gesù con quel gesto riallaccia i rapporti nella carità, nella condivisione, nella comunione.

Alla fine non solo tutti mangiano, ma ne avanza pure… ben 12 ceste, tante quante i discepoli increduli e inizialmente egoisti.

In questi giorni (il 20 giugno) si celebra la Giornata Mondiale dei rifugiati. Nel mondo le guerre, le ingiustizie economiche e anche i cambiamenti climatici producono milioni di profughi che sono costretti a fuggire nel deserto della povertà. Fanno paura i profughi e “minacciano” le nostre sicurezze e quel poco che abbiamo. Come cristiani, se crediamo davvero al Vangelo e a quella Messa domenicale che non può rimanere solo un rito tradizionale, non possiamo che rimetterci alla scuola di Gesù e credere nella condivisione dei beni, della terra, delle case, delle risorse. Se ci lasciamo vincere dalle paure (e da chi le coltiva) rischiamo davvero di diventare tutti più poveri, non tanto di beni, ma di umanità.

Giovanni don

Dio solo ma non solitario

giugno 14th, 2019 No comments

DOMENICA 16 giugno 2019

Santissima Trinità

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 

«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 

Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

(dal Vangelo di Giovanni 16,12-15)

“Chi è Dio? Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra. Dio è uno solo? Dio è uno solo, ma in tre Persone, uguali e distinte, che sono la Santissima Trinità.”

Ecco cosa diceva di Dio il Catechismo di San Pio X redatto tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX e che ha formato generazioni di cristiani fino al Concilio Vaticano secondo. Con il Concilio degli anni 60 la Chiesa non ha voluto cambiare la dottrina della Trinità ma ha cercato di trasmetterla con un linguaggio diverso e più attuale pur ribadendo la difficoltà nello spiegare.

Al numero 237 del Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 infatti leggiamo: “La Trinità è un mistero della fede in senso stretto, uno dei «misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono divinamente rivelati. Indubbiamente Dio ha lasciato tracce del suo essere trinitario nell’opera della creazione e nella sua rivelazione lungo il corso dell’Antico Testamento. Ma l’intimità del suo Essere come Trinità Santa costituisce un mistero inaccessibile alla sola ragione, come pure alla fede d’Israele, prima dell’incarnazione del Figlio di Dio e dell’invio dello Spirito Santo”.

Dio “uno e trino” è un mistero che davvero sembra inaccessibile alla sola ragione e quindi in un certo senso mi provoca a pensare: “ma ne ho bisogno?”, “a cosa mi serve sapere e capire che Dio è un solo Dio in tre persone….?” E perché non 4 o 5?”

La liturgia di questa domenica per parlare di Trinità ci ripropone questo passaggio del dialogo tra Gesù e i suoi discepoli-amici nell’ultima cena. Qui, ancor più che in altre occasioni siamo invitati, per comprendere il messaggio e cercare la risposta sulla Trinità, a non fermarci alle singole parole in cerca di formule esatte o ragionamenti perfetti, ma a leggere tra le righe di questo dialogo…

Gesù è li con i suoi discepoli, ha speso tutta la sua vita per radunarli e amarli, trasmettendo tutto quello che di Dio conosce. “Ho molte cose ancora da dirvi…”, e non si vuole tirare indietro nel comunicare, ma sa che i suoi discepoli nella loro umanità non sono perfetti e hanno bisogno di tempo per affrontare i loro errori, le divisioni, le fragilità dentro e fuori di loro. Ecco allora che il Maestro, che sta per salire sulla croce per amore, annuncia l’entrata in scena dello Spirito di Verità che comunicherà loro quel che devono sapere del Padre. Gesù parla del Padre a cui il Figlio Gesù fa riferimento… Tra le righe di queste parole si vede un grande amore di Gesù per i suoi e una relazione profonda, circolare e perfetta tra il Padre, Gesù Figlio e lo Spirito. È proprio questa perfetta unità che Gesù vuol far intuire ai suoi discepoli-amici, non tanto con la testa ma soprattutto con il cuore. E di questa perfetta unità d’amore in Dio Gesù dà la spiegazione non tanto con le parole ma soprattutto con la vita, amando i suoi, insegnando loro ad essere uniti in quell’amore che è il vertice di tutti gli insegnamenti.

Come dice il Catechismo la Trinità non si comprende con la ragione e basta, come se fosse un dato definibile una volta per tutte, ma con l’esperienza dell’amore, con l’esperienza della comunione e dell’unità, nell’esperienza della vera relazione.

Come è misterioso l’amore che unisce le persone e non si può certo spiegare con le leggi della matematica o le indagini biologiche o psicologiche, così anche l’identità profonda di Dio è un mistero. Mistero non significa che non si può conoscere, ma significa che non si è mai finito di conoscere e sperimentare.

Dio è uno solo, ma non è un solitario. Proprio perché Amore, Dio non può che avere al suo interno un vero amore di relazione, di intimità, di fiducia, di accoglienza, di ascolto, di generazione di vita… Dio Amore è l’essere perfettissimo nella relazione.

Sto ancora rischiando di dare una definizione astratta che alla fine convince poco e lascia freddi. Ecco allora che proprio Gesù invita a capire Dio vivendo concretamente e ogni giorno nell’amore, nell’intimità, nella fiducia, nell’accoglienza, nell’ascolto, nel generare vita tra di noi. Dio Trinità non lo posso capire se non inizio a viverlo…

Giovanni don

vento di unità

DOMENICA 9 giugno 2019

PENTECOSTE

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». 

(dagli Atti degli Apostoli 2,1-11)

Qualche tempo fa mi è stato regalato un rasoio nuovo. Quando l’ho aperto mi hanno colpito le istruzioni per l’uso davvero particolari. Solitamente questi prodotti hanno dei piccoli manuali scritti in minuscolo che per il numero di pagine sembrano delle piccole bibbie. Spiegano nelle varie lingue come si accendono la prima volta, come sono fatti, come mantenerli efficienti, come evitare danneggiamenti… ecc. Quando li vedo mi rendo conto quanto differenti sono le lingue e quanto sia difficile comunicare tra i popoli.

Stavolta questo manuale era ridotto ad un semplice pieghevole con pochissime scritte e tante piccole immagini che in modo molto essenziale ma assai efficace spiegavano tutto quello che riguardava l’uso e la manutenzione. Mi ha fatto sorridere questo metodo universale, fatto di immagini ben disegnate ed essenziali, comprensibile da un cinese lontano come da un italiano come me che di cinese non sa nulla.

Certamente un libretto di istruzioni di un dispositivo elettronico non è come quei manuali di filosofia o teologia, che non si possono tradurre in semplici immagini, o forse si può…?

La Pentecoste è quel giorno speciale raccontato dall’evangelista Luca, nel quale possiamo dire che nasce la Chiesa. Quel giorno siamo nati noi!

Siamo nati quel giorno come testimoni di Cristo e non semplici fan o nostalgici di Gesù. Il giorno di Pentecoste lo Spirito Santo rende capaci i discepoli di comunicare le opere di Dio a tutti, superando ogni problema comunicativo. L’evangelista dice questo raccontando che fuori dal cenacolo c’è praticamente tutto il mondo, con tutte le differenze di cultura, lingua, modi di vivere e condizioni sociali. Il lungo elenco di popoli che viene fatto è simbolico, e dentro davvero possiamo metterci tutta l’umanità di ogni tempo. Lo Spirito Santo che non si mostra fisicamente, anche perché le immagini del vento e delle lingue “come di fuoco” sono solo tentativi di dare una idea di cosa succede, si mostra nei suoi effetti. L’effetto principale che lo Spirito di Dio è dentro gli apostoli è che da quel momento iniziano a comunicare in modo efficace e libero, superando paure e divisioni. La Chiesa è proprio questo, una porta che si apre e che porta il Vangelo a tutti e fa sentire tutti dentro il Vangelo. Con lo Spirito Santo le barriere che da sempre chiudono gli uomini in piccoli recinti e li contrappone, saltano e si infrangono. Il mondo inizia un cammino di unità che è davvero la realizzazione dei più profondi desideri di Dio. E la comunicazione avviene con parole, gesti, testimonianza di vita, e così Gesù con la sua morte e resurrezione diventa accessibile e comprensibile a tutti, sia ai popoli di allora come a quelli di oggi, sia a me che ho studiato teologia come all’ultimo che di teologia non sa nulla ma nel suo cuore ha desiderio di Dio.

In quell’elenco di popoli diversi e lontani che viene fatto nel racconto vedo anche tutti coloro con i quali condivido la lingua ma ci sono profonde differenze di vita, di età, di condizione economica, di abilità fisica, di lavoro, di scelte di vita, di salute…

La Chiesa stessa al suo interno è fatta di tutte queste differenze, ed anche è inserita in un mondo fatto di queste differenze. Lo Spirito Santo è quel dono invisibile che si rende evidente in noi perché porta un vento forte che spazza via le divisioni e le contrapposizioni, e che brucia ogni giudizio, razzismo e indifferenza e allo stesso tempo illumina e scalda i cuori più diversi facendoli sentire uno.

Giovanni don

siamo noi il cielo di Dio

maggio 31st, 2019 1 comment

DOMENICA 2 giugno 2019

Ascensione del Signore

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

(dal Vangelo di Luca 24,46-53)

“Ma Gesù non abbandona i suoi, non se ne va altrove nel cosmo, ma entra nel profondo di tutte le vite. Non è andato oltre le nubi ma oltre le forme: se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro, forza ascensionale dell’intero cosmo verso più luminosa vita” (padre Ermes Ronchi)

Sono parole che in maniera stupenda mi hanno fatto capire il senso di questo distacco di Gesù dai suoi che a prima vista sembra davvero un abbandono. Ad una lettura superficiale degli eventi sembra proprio che Gesù ha predicato, è stato preso e ucciso, poi la potenza di vita di Dio lo ha fatto resuscitare, quindi si smarca definitivamente dai suoi con un implicito “… e ora arrangiatevi!”

La reazione dei discepoli descritta brevemente dal Vangelo di Luca, invece indica un’altra storia e questa verrà ampiamente raccontata dal libro successivo che lo stesso Luca scrive, il libro degli Atti degli Apostoli che racconta i primi fondamentali passi della Chiesa nascente. Il Vangelo di Luca si conclude con il racconto dell’ascensione di Gesù al cielo, e il libro degli Atti degli Apostoli si apre con lo stesso evento, che fa dunque da cerniera narrativa. Come accade altre volte nella Scrittura (per esempio nella Trasfigurazione) la descrizione dell’evento è più simbolica che reale, cioè non è una semplice cronaca di un evento ma il suo racconto attraverso immagini che vogliono dire una realtà che supera la comprensione immediata.

Gesù che sale in alto non va pensato come una semplice elevazione oltre l’atmosfera passando oltre le nuvole, ma il fatto che da un certo punto in poi il Risorto entra nella dimensione di Dio dal punto di vista fisico, per poter essere fisicamente ancora presente in un altro modo sulla terra.

Nel racconto degli Atti degli Apostoli, dopo che Gesù scompare in cielo due personaggi luminosi (come quelli nella Tomba vuota) appaiono dando ai suoi discepoli la giusta interpretazione di quello che accade: non serve guardare il cielo con nostalgia e con un senso di abbandono, ma bisogna guardare davanti a sé e dentro di sé. È quello il posto dove Gesù rimane ed è presente fisicamente, cioè nel cuore del credente e della comunità cristiana. Nel Vangelo Luca descrive gli apostoli che sono tutt’altro che sconvolti dalla separazione dal loro amico e maestro, ma lodano Dio, come segno che hanno compreso che Gesù è rimasto in modo definitivo con loro.

L’ascensione di Gesù al cielo quindi non ci descrive la lontananza di Dio ma al contrario la sua definitiva vicinanza. L’Ascensione di Gesù, come dice bene padre Ermes Ronchi, ci dice che noi non siamo fatti per rimanere schiacciati nel peso della vita umana, piena di problemi, chiusure e tristezze, ma siamo fatti per alzarci in alto, per salire con il cuore e l’amore che ci permette davvero di sentire Dio nel cielo della nostra vita. Prima di salire al cielo Gesù ai suoi discepoli dà la missione di cambiare il mondo e di unirlo nel segno del suo Vangelo. Promette lo Spirito Santo e poi scompare. Ma la sua scomparsa davanti agli occhi è il segno che ora lui è dentro la comunità, dentro ogni singolo credente e anche ogni uomo che vive il Vangelo, anche inconsapevolmente. Perché guardare il cielo se Gesù è dentro di noi? Questo è l’annuncio che siamo chiamati a dare come cristiani: Gesù è in noi, la forza della sua resurrezione è dentro il singolo cristiano come dentro l’intera sua Chiesa, Dio non è lontano e indifferente agli uomini ma è dentro la nostra vita. Il Cielo dove Gesù sembra nascosto in realtà è davanti a me e dentro di me, quando vedo un uomo o una donna che nella propria malattia trovano speranza, quando due persone o due popoli si aprono al perdono e al dialogo superando contrapposizioni, quando qualcuno si prende cura di qualcun altro con carità e senza alcun interesse se non l’amore. Ecco i segni che Gesù non è scomparso e non ci ha abbandonato, ma è entrato definitivamente nel cuore e nella vita umana, che sono il suo cielo definitivo.

Giovanni don