come ci si rivolge a Dio?

luglio 22nd, 2016 No comments

pregare Dio Padre (colored)
DOMENICA 24 luglio 2016

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
(dal Vangelo di Luca 11,1-13)

“Per scrivere la lettera al vescovo, come devo iniziare? Con quale titolo? Eminenza? Eccellenza? Monsignore…?”
Questa è la domanda che spesso i ragazzi mi fanno quando chiedo loro di scrivere al Vescovo la lettera per la domanda della Cresima in vista della celebrazione del Sacramento.
Io rispondo loro che non si devono affatto preoccupare di come si rivolgono al vescovo, e che “Eccellenza”, “Eminenza”, “Monsignor”… vanno tutti bene, basta che siano sinceri e che siano consapevoli che in fondo si rivolgono ad un fratello nella fede, anche lui amico di Gesù come loro.
Anche i discepoli di Gesù si rivolgono al loro Maestro chiedendo come pregare Dio. Non è solo una questione di parole, ma del significato vero e del contenuto della preghiera. Da come ci si rivolge a Dio dipende quale rapporto si ha con Lui. I discepoli hanno capito che Gesù sta mostrando loro un volto diverso di Dio, diverso da come erano stati educati, e questo li mette in difficoltà e li costringe a ripensare la loro fede.
Gesù mostra Dio come vicino all’uomo, pronto ad ascoltarlo come un amico, anzi ancor di più come un padre.
Quando pregate dite “Padre…”.
L’evangelista Luca è ancora più sintetico nel riportare le parole di Gesù rispetto al racconto dell’evangelista Matteo, dal quale abbiamo preso le parole della preghiera fondamentale per noi cristiani, il Padre Nostro.
In entrambe le versioni dell’insegnamento di Gesù, quella di Luca e quella di Matteo, la parola Padre è la prima e fondamentale. A Dio non ci si rivolge come un “essere superiore”, come “Dio onnipotente”, come “eterno e immobile”, e tutte le varie rappresentazioni di Dio che ci sono nella storia passata e presente, ma ci si rivolge a lui semplicemente come “padre”. E’ così che più volte Gesù si rivolge a Dio, specialmente nei momenti di maggior confidenza e intimità, così come è ricordato in altri passi del Vangelo (per esempio nel Vangelo di Matteo al capitolo 11, 25…).
Dio è padre, ed è da questa parola messa all’inizio che dipende il resto delle parole, il senso della preghiera, e il modo stesso di vivere la nostra fede.
Se tolgo da Dio la rivelazione che è “padre”, il suo volto prende le sembianze del giudice o del despota della storia che decide come tiranno assoluto il bene o male della terra.
Dio è padre, che perdona perché è padre e noi siamo figli. Dio è padre e quindi non può non volerci bene anche quando non capiamo il suo modo di agire, e le risposte alle nostre domande tardano ad arrivare e ci sembra distante. Dio è sempre padre e non può che darci cose buone per farci vivere e non morire.
A volte Dio sembra sordo alle nostre preghiere perché noi abbiamo chiesto a Dio cose sbagliate e non chiediamo quello di cui veramente abbiamo bisogno. Spesso Dio lo invochiamo pensando che sia il distributore di premi o di beni, ma dimentichiamo che Dio come padre ha il dono più grande da dare che è il suo amore, quello che nella preghiera è il vero pane senza il quale non possiamo vivere.
Credo davvero che appena Dio sente dalle nostre labbra e soprattutto dal nostro cuore che ci rivolgiamo a lui come padre, si accende di una gioia così grande che non può che ridonare a noi moltiplicata.
Quale è dunque il modo migliore per pregare Dio? Iniziamo da “Padre” e non sbaglieremo mai!

Giovanni don

In un uomo c’è tutta l’umanità

luglio 8th, 2016 2 comments

sempre il prossimo(colored)
DOMENICA 10 luglio 2016

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
(Dal Vangelo di Luca 10,25-37)

Chi è il mio prossimo?
La domanda del dottore della Legge, che nel racconto del Vangelo ci viene presentato come uno che si rivolge Gesù per malizia e non per desiderio di imparare, la faccio mia. E’ come se questo interrogativo fosse rivolto a me, cristiano e prete, per mettere anche me alla prova se davvero sono discepolo di Gesù.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico….”
Ma chi è questo uomo? Che ci fa su questa pericolosissima strada? Da sempre (2000 anni fa come oggi) è una strada pericolosa sia dal punto di vista fisico (qualche kilometro di deserto con un dislivello di quasi 1000 metri) sia dal punto di vista dell’ordine pubblico, perché è un luogo ideale per i malintenzionati per delle imboscate indisturbate. Chi viaggia da solo, come questo uomo, è sicuramente uno sprovveduto e che in fondo “se la va a cercare…”. E dove sta andando? Che non sia anche lui un ladro che ha litigato con i suoi compari oppure ha incontrato quelli della fazione opposta?
“Un uomo…” e basta, ci racconta Gesù. Di lui è solamente detto che è mezzo morto in mezzo ad una strada deserta. Questo uomo, che è ogni uomo del mondo, è il mio prossimo e io sono il suo prossimo. Questo uomo è uno della mia famiglia, è il mio vicino di casa o di lavoro, è lo straniero che vive accanto a me o incrocio per strada, è quello che mi sta antipatico che cerco di evitare, è quello con il quale ho un debito o un credito che non riesco a risolvere, questo uomo della parabola è chiunque è essere umano sulla terra e che incrocia la mia strada e io la sua. La mia e la sua vita passano per la stessa scoscesa strada tra Gerusalemme e Gerico, piena di insidie e pericoli per entrambi. E’ la stessa strada non posso non incrociarlo e vederlo.
Gesù pone l’accento proprio sull’indifferenza di coloro che dicevano di amare Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza…”, ma che non con amano il prossimo come se stessi. Il prossimo per questo sacerdote e per il levita è solo un pericolo, e la soluzione migliore è l’indifferenza, il passare oltre. Davanti al prossimo questi due non diventano prossimi e lasciano al suo destino questo uomo, nel quale non vedono nessuno. La loro indifferenza significa la morte certa di questo uomo e nello stesso tempo la loro morte spirituale. “Va’ e anche tu fa così…” dice Gesù al dottore della Legge, ma lo dice anche a me, che come quel dottore della Legge mi domando come rendere eterna la mia vita già da adesso e mi domando come davvero incontrare Dio.
C_4_articolo_2000900__ImageGallery__imageGalleryItem_1_imageMi viene in mente l’immagine molto forte dei soccorritori sulle navi italiane che ogni giorno solcano il Mediterraneo, per andare in aiuto dei barconi e gommoni stracarichi di migranti in pericolo in mezzo al mare. Penso alla gioia dei marinai quando riescono a salvare anche uno solo dei poveri disgraziati in pericolo di affogamento. Non si domandano da dove vengono, perché sono li, perché hanno affrontato un viaggio così pericoloso… Si fanno prossimi e gioiscono nel salvare anche una sola vita di un uomo, di una donna, di un bambino, solo per il fatto che hanno bisogno in quel momento. Questi poveri nella loro fragilità rappresentano tutta l’umanità. Un gesto di carità verso un uomo, qualsiasi uomo, è un gesto di amore verso l’umanità intera e verso Dio stesso.
Il samaritano è proprio lì a risollevare un quadro altrimenti desolante di umanità dove sembrava prevalere l’indifferenza omicida del sacerdote e del levita, così preoccupati di Dio da dimenticarlo ai bordi della strada. Il samaritano che è dentro ognuno di noi (se non lo soffochiamo troppo), ci dice all’orecchio del cuore che prendendoci cura di chiunque sia nel bisogno, senza distinzioni e pre-giudizi, ci prendiamo cura di Dio stesso e in fondo di noi stessi, rendendo la nostra vota davvero eterna e vera.

Giovanni don

in missione per conto di Dio

luglio 2nd, 2016 1 comment

in missione per conto di Dio (colored)
DOMENICA 3 luglio 2016

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
(dal Vangelo di Luca 10,1-12.17-20)

“The Blues Brothers” di John Landis del 1980, è uno dei film che ho visto più volte, e ancora oggi rimane uno dei miei preferiti. E’ un mix di avventura e musical, con canzoni memorabili e interpreti straordinari tra i quali ovviamente spiccano i protagonisti, Jake e Elwood, i blues brothers, interpretati rispettivamente da John Belushi e Dan Aykroyd.
In due parole, il film racconta di questi due fratelli, dal passato non certo limpido (il film inizia con Jake che esce di prigione) che rimettono insieme la loro vecchia band per poter raccogliere soldi e salvare l’orfanotrofio a rischio di sfratto, gestito dalla vecchia suora che li ha cresciuti. Il film iniziato in una prigione finisce ancora nel penitenziario dove sono rinchiusi tutti quelli della band per quello che han combinato dopo aver finalmente raccolto la somma di denaro da dare per l’orfanotrofio. La frase “cult” che i protagonisti ripetono durante le loro peripezie è: “siamo in missione per conto di Dio”.
Ed è proprio questa consapevolezza di fare qualcosa di veramente importante e decisivo e di aver ricevuto una missione “dall’alto” (bella la scena nella chiesa dove Jake riceve una vera illuminazione durante la preghiera domenicale al ritmo del soul) che spinge i due a fare di tutto anche a costo di rimetterci personalmente.
Gesù quando sceglie “altri settantadue” per la sua missione, indica che la missione di rappresentarlo nel mondo è un compito accessibile a tutti. Settantadue come numero, richiama le nazioni di tutto il mondo (così come era conosciuto al tempo in cui l’evangelista Luca scrive), e la scelta di Gesù è chiaramente indirizzata a concepire quella della chiesa come una missione senza confini non solo nello spazio, ma anche nelle persone coinvolte. Il Signore stesso ha constatato che i suoi più stretti amici, i dodici, sono sempre a rischio di incomprensione e hanno una idea ancora molto nazionalistica della missione del loro Maestro e amico. E per questo sono spesso rimproverati. Ecco allora che Gesù stesso ci indica la sua volontà di scegliere tutti gli uomini e donne del mondo come suoi missionari per portare la pace in ogni casa e luogo di vita (…in qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”). Tutti quindi possono essere missionari del vangelo, da qualsiasi luogo, situazione di vita, da qualsiasi passato, da qualsiasi cultura…
“Pace a questa casa!” non è il semplice saluto tradizionale, ma il contenuto dell’annuncio di coloro che sono inviati. Il missionario di Gesù ha il compito di portare pace e di farla suscitare in chi incontra. Infatti parlare di Gesù e dirsi credenti in Lui con animo non pacifico e con uno stile di vita belligerante, significa non essere nella verità della fede professata. La missione di colui che è mandato da Gesù è proprio una missione che suscita la pace, si prende cura delle persone nei loro bisogni e incoraggia (…guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”).
La missione è fatta di essenzialità e di confidenza nella potenza di Dio più che nei mezzi umani (non portate borsa, né sacca, né sandali) ed è davvero urgente in un mondo che ha bisogno adesso di cambiare rotta, quindi non bisogna perder tempo (il comando di non fermarsi a salutare ha questo significato… non certo un invito ad essere maleducati!)
Essere missionari di Gesù significa accogliere e farsi accogliere, crescendo in una vera relazione tra persone umane che è alla base di ogni discorso su Dio. E’ questo il significato quando Gesù insiste nel farsi accogliere in casa mangiando di quel che viene dato (…restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno… quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto… ). Un missionario non è una persona solitaria, ma si nutre di relazioni umane vere che sono la sua vera sicurezza e spinta alla missione. Per questo Gesù li manda in coppie, quasi a “costringere” a testimoniare il Vangelo prima con lo stile che con le parole. E una coppia (così come un gruppo umano più o meno grande, una famiglia, un gruppo di amici, una comunità…) testimonia l’amore vivendolo al suo interno.
La missione è quindi di tutti, non solo di pochi eletti (preti, frati, suore…), ma di ogni uomo e donna che scelgono attraverso il Battesimo di avere Gesù come Signore e Maestro. Se dico che Gesù è il mio Signore, in automatico sono mandato a dirlo con la vita in una missione di pace tra gli uomini.
Non è una missione facile, ma ed è piena di insidie fuori e anche dentro di no e come dice Gesù siamo come agnelli in mezzo a lupi (… e dove i lupi a volte li abbiamo dentro noi stessi pronti a sbranare la nostra piccola fede) ma allo stesso tempo ci viene promesso che siamo sempre nelle mani di Dio (… rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli) e che possiamo sperimentare, come i settantadue che tornano contenti dalla missione, che il male difronte al bene retrocede e cade (… i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome»… ).
Con il Battesimo siamo tutti chiamati da Gesù ad essere sempre “in missione per conto di Dio”

Giovanni don

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a muso duro e a cuore aperto

giugno 24th, 2016 1 comment

Gesù e Brexit (colored)
DOMENICA 26 giugno 2016

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».
(dal Vangelo di Luca 9,51-62)

Gesù va verso Gerusalemme con decisione, anzi “a muso duro” secondo la traduzione letterale del testo greco.
Non è un viaggio turistico quello che Gesù ha in mente nella città centro della fede di Israele, e nemmeno un pellegrinaggio personale ai luoghi santi, ma il Maestro ha il proposito di cercare lo scontro.
E in questa missione coinvolge ancora una volta i suoi discepoli e anche noi oggi.
Gesù sale a Gerusalemme con il proposito di smascherare l’ipocrisia della classe religiosa che tiene “prigioniero” Dio in riti e tradizioni che sono contrari al piano divino sul mondo. Gesù è venuto “per rovesciare i potenti dai troni, per innalzare gli umili, … per dare proclamare la liberazione ai prigionieri, la buona notizia per i poveri…” anche a costo di scontrarsi con farisei, scribi e anziani del popolo, anche a costo di apparire perdente sulla croce.
Gesù non è bloccato dalla paura, ma è davvero guidato dall’amore per l’umanità, pronto anche a dare la vita. Il suo muso è duro, perché deciso e coraggioso. Ma il suo cuore è spalancato e coraggioso. Gesù è deciso anche con i discepoli quando dimostrano per l’ennesima volta di non aver capito la sua missione. Il rimprovero ai due discepoli che invocavano il fuoco sui samaritani, è segno che disapprova la loro visione di Dio vendicatore, e li vuole correggere ancora riguardo la sua identità e missione. Non è venuto per regnare in modo umano, con la violenza della armi, ma a regnare con la forza dell’amore e l’arma della croce.
Ed è a questo punto del viaggio che si inseriscono i tre incontri con altrettanti aspiranti discepoli. In questi tre brevi dialoghi abbiamo un insegnamento per noi che siamo (forse…) aspiranti discepoli lungo le strade della nostra vita.
I tre dialoghi e quello che Gesù dice va ovviamente compreso non come mancanza di rispetto da parte di Gesù della vita umana delle persone (l’avere una casa, il seppellire i morti, il rapporto con la famiglia), ma come insegnamento su quali sono le caratteristiche essenziali del discepolo di allora come per quello di oggi e in ogni tempo.
Il discepolo di Gesù è prima di tutto uno che non vive di sicurezze materiali (come lo è una casa e i beni personali…) ma di rapporto con Dio. Per questo ci sono alcuni che per vocazione scelgono di rinunciare a tutti i beni con il compito di dire alla maggioranza, che non ha questa vocazione alla povertà, che in fondo il vero bene di cui tutti gli esseri umani non possono davvero fare a meno è l’amore, quello di Dio e del prossimo.
Il discepolo poi è chiamato a slegarsi dalle nostalgie per il passato e si proietta verso il futuro, anche a costo di rinunciare a consuetudini e tradizioni. Tutto questo è simboleggiato dalla frase di Gesù “lascia che i morti seppelliscano i loro morti” e da quell’affermazione simbolica “nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.
Siamo spesso così legati a modi di fare e a tradizionalismi da non essere capaci di vedere il nuovo che ci sta davanti. Si dice spesso che il mondo è chiuso ai giovani condizionati dall’immobilismo dei vecchi. Penso che la recentissima vicenda della Brexit ci insegna proprio questo. Il maggior numero di voti per lasciare l’Europa è venuta dalle generazioni dei più anziani degli elettori britannici paurosi per il futuro, al contrario dei giovani che sognano una Europa unita e un futuro di sempre maggiore integrazione. La paura fa guardare con nostalgia al passato e questo porta alla chiusura. Un discepolo del Vangelo non può essere guidato da questa paura e dalla chiusura nostalgica verso il passato spesso morto e sepolto.
Anche noi dunque dobbiamo assumere il muso duro di Gesù e andare con decisione verso le nostre Gerusalemme, cioè a combattere le battaglie contro le chiusure al Vangelo, senza voler scappare ed evitare lo scontro. E come Gesù ci insegna, se vogliamo essere davvero suoi discepoli, e non solo “ammiratori della domenica”, dobbiamo essere pronti a puntare solo su di Lui e sull’amore che ha messo dentro di noi, e a non aver nostalgie e paure.
Discepoli a muso duro ma a cuore aperto.

Giovanni don

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