La fede nel piccolo seme

giugno 15th, 2018 2 comments

DOMENICA 17 giugno 2018

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

(dal Vangelo di Marco 4,26-35)

Dov’è Dio quando c’è una nuova guerra che esplode creando nuovi lutti, distruzioni ed esodi di persone? Dov’è la sua Provvidenza quando una carestia o una calamità naturale colpisce qualche popolo magari già povero? Dove si vede la sua potenza quando i potenti del mondo tramano ingiustizie per gli uomini, quando le leggi della finanza finiscono per diventare l’unica legge che rende schiavo il mondo? Dove si nasconde la bontà di Dio quando nella mia piccola vita mi sento in balia dei miei errori e delle sofferenze che mi condizionano e mi tolgono libertà e felicità?

Gesù parla di Regno di Dio che viene inaugurato dalla sua presenza, ma ad oggi questi discorsi sembrano davvero riguardare un altro mondo, forse quello dopo la morte, ma non certo quello che veramente mi interessa, quello nel quale sono ora e con me tutti gli altri uomini e donne.

Eppure Gesù insiste nel dire che quando lui nomina il regno di Dio, non sta parlando di un altro mondo o del paradiso, ma dell’oggi, del nostro mondo nel quale viviamo. È questo il senso della sua presenza concreta e temporale in un momento ben preciso della storia e in un luogo ben definito. Gesù vuole far capire che il regno di Dio, cioè la presenza viva e concreta di Dio che salva e ama, è proprio ora. Ma dove, come?

Così è il regno di Dio: come un seme gettato nel terreno, come un piccolo seme che alla fine produce una pianta, e che per quanto piccolo possa apparire, dentro ha tutta la potenza di vita per crescere e dare vita a sua volta.

Dio è davvero presente nella storia umana, anche nelle situazioni più contorte e impossibili. Dio come un piccolo seme è presente e agisce, e costruisce quel regno di amore, pace, solidarietà, fratellanza che Gesù ha iniziato con le sue mani e le sue parole.

Gesù usa l’immagine del seme di senapa, che è microscopico rispetto ad altri pur piccoli semi, eppure dentro ha tutta la potenza di diventare una pianta grande, anche se non sarà mai come un cedro del libano, e a guardarlo non è altro che grosso ortaggio da campo, niente di più. Ma c’è!

Ecco dunque l’invito di questo vangelo: cercare questi piccoli semi-segni del regno di Dio. Ovunque vediamo anche il più piccolo gesto in direzione dell’insegnamento di Gesù, ecco li possiamo dire di aver trovato un pezzetto di quel regno che davvero cambia il mondo. Occorre aver pazienza, come quella del contadino che semina e aspetta il tempo necessario, senza forzature, il tempo del raccolto. Così anche noi sappiamo che quel che di buono, anche microscopico, abbiamo seminato non andrà perduto e realizza pian piano il regno di Dio. Penso che questo passo del vangelo dia ossigeno alla speranza a chi opera il bene, sia nelle comunità parrocchiali, quando si è sempre in pochi rispetto alle necessità, sia anche a chi opera in qualche associazione o gruppo di volontariato, come anche a chi cerca di vivere il proprio lavoro in modo onesto e giusto. La speranza è quella che il bene, anche quando non è appariscente, anche quando sembra più piccolo e “perdente” nei confronti delle potenze negative, alla fine non va perduto e costruisce il regno di Dio, collabora con Dio stesso.

Queste parole di Gesù hanno bisogno da parte nostra di fede: fede in Dio che opera, e fede in noi stessi e in quel piccolo seme di Vangelo che è seminato in noi. È la fede nelle piccole cose, nei piccoli gesti di amore, nei piccoli semi di Vangelo seminati da Dio, il quale per primo ha davvero fede nel suo seme di amore e in soprattutto in noi per cambiare il mondo.

Giovanni don

nemici inaspettati di Gesù

DOMENICA 10 giugno 2018

In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».
Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». 
Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. 
In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

(dal Vangelo di Marco 3,20-35)

Nel corso della sua missione Gesù ha avuto diverse persone che in vari modi hanno tentato di ostacolarlo. Alcuni sono scontati conoscendo un po’ la sua storia: i farisei, i capi del popolo, gli scribi e i romani, anche se questi ultimi hanno avuto solo una funzione di “esecutori” passivi di un progetto di eliminazione da parte dei primi. Ma il racconto del Vangelo non nasconde anche altri “nemici” della missione di Gesù che non ci aspetteremmo: i suoi concittadini di Nazaret che tentano di farlo fuori gettandolo dal monte, i discepoli con le loro continue beghe interne e la loro durezza di testa e di cuore, e anche la sua famiglia. Eh sì, anche la famiglia di Gesù appare come un ostacolo per Gesù.

È chiaro che il progetto di vita di Gesù, la sua visione nuova di Dio e della vita religiosa, il suo insegnamento su come funziona il mondo e le relazioni umane sono così nuove e dirompenti che hanno trovato resistenza anche in coloro che gli stavano più vicino e gli volevano bene. Se fosse stato tutto pacifico e senza incomprensioni forse sarebbe stato segno che quel che Gesù veniva a portare in fondo non era così nuovo e trasformante.

Mi ricordo di un amico prete che quando disse a casa che a 20 anni voleva lasciare gli studi universitari per entrare in seminario, la sua famiglia gli rispose con una inaspettata ostilità, pensando che fosse fuori di testa e minacciando addirittura di cacciarlo di casa. Sua madre non gli rivolse la parola per anni, anche dopo esser ordinato prete. Ed era una famiglia che si dichiarava profondamente religiosa!

E’ davvero inaspettata la reazione ostile anche della famiglia di Gesù, e anche se abbiamo paura di ammetterlo non possiamo tirare fuori la madre di Gesù dalla memoria che ne fa l’evangelista Marco. Gesù raduna molta gente, predica un nuovo legame con Dio, che chiama Padre, e una fraternità che supera i legami di sangue. In quel contesto culturale e religioso dove il legame di sangue è più forte di tutto, e tutta la società è regolata dai legami parentali, quello che dice e fa Gesù appare davvero come una pazzia e segno che è “fuori di testa”. Questo è quello che pensa la sua famiglia, che non comprendendo appieno ancora il messaggio rinnovatore di Gesù, è venuta a prenderlo per riportalo sui binari della “normalità”. Pazzia e possessione demoniaca sono la stessa cosa in quel periodo, per questo i capi del popolo pensano davvero che Gesù sia posseduto e che sia da eliminare come pericolo per la società e la religione.

Davvero non ci aspettavamo forse questo ritratto “negativo” della famiglia di Gesù e nemmeno questo apparente ritratto negativo di Maria stessa. Ma è proprio a partire dalle parole finali di Gesù (“chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”) che la sua famiglia e prima di tutto Maria, sua madre, assumono una luce nuova e più vera. Maria con il suo “eccomi… avvenga in me quel che hai detto” rivolto all’angelo nella annunciazione, diventa madre di Gesù (e “madre di Dio” così come la definisce la Chiesa) in virtù dell’ascolto prima ancora che del legame di sangue. Maria è proprio la prima componente della famiglia di Gesù che supera i confini delle etnie, degli stati, delle condizioni sociali, delle capacità mentali e delle abilità, per far si che il vero legame è quello del “fare la volontà di Dio” così come Gesù ha insegnato. Nemmeno i legami nella stessa religione sono più forti, specialmente quando sono visti come barriere culturali che separano e chiudono i gruppi etnici e culturali tra loro. Ho più legami di fede con un non battezzato che ama il prossimo come insegna Gesù, che con uno battezzato e che si dichiara cristiano ma che ha ridotto la sua fede in una facciata culturale e ha dimenticato il Vangelo vissuto.

Se penso ai miei 25 anni di vita da prete, viene da pensare anche a me tante volte di essere “fuori di testa”, e una parte di me diventa “nemica” della mia vocazione, e la vorrebbe ostacolare. È così sempre… Eppure non voglio smettere di credere che ascoltando le parole di Gesù e vivendo il Vangelo, la “pazzia” appare come “nuova vita” e divento anche io collaboratore del nuovo mondo inaugurato dal “pazzo” Gesù.

Giovanni don

Gesù non è un fantasma

giugno 2nd, 2018 1 comment

DOMENICA 3 giugno 2018

Corpo e Sangue del Signore

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

(dal Vangelo di Marco 14,12-16.22-26)

I fantasmi fanno sempre paura, e anche quando il cinema ha provato a farci qualche film commedia, l’elemento paura c’è sempre anche tra una risata e l’altra.

I fantasmi sono spesso rappresentati come qualcosa di incorporeo che assomiglia vagamente alla persona defunta. Il fantasma non si può toccare e non può avere contatti con il mondo vivente se non con una apparenza semi invisibile. Il fantasma in fondo dice che la persona defunta non c’è più e il distacco è per sempre.

Gesù non è un fantasma! Lo ha già detto una volta ai suoi discepoli (Vangelo di Marco 6,45-52) quando appare camminando sul lago, e al grido di paura “è un fantasma!” lui risponde “sono io”, indicando non solo che è lui in carne ed ossa ma anche che in lui è presente concretamente Dio (“sono io” è il nome di Dio rivelato a Mosè sul Monte). Anche dopo la resurrezione Gesù fa di tutto per far capire che il suo ritorno come vivente non è da fantasma, ma come reale nuova presenza concreta.

Gesù nella storia non è un fantasma ma il suo corpo è ancora nel mondo: Gesù Cristo continua ad agire, amare, camminare, toccare, amare in modo concreto nella storia attraverso il suo corpo che la Chiesa, la comunità dei battezzati. La Solennità del Corpo e Sangue del Signore (il Corpus Domini) celebra proprio questo, cioè la Chiesa Corpo del Signore e L’Eucarestia come presenza reale di Gesù nella sua Chiesa. Gli evangelisti raccontano che nell’Ultima cena Gesù con un pane e con il calice del vino dona ai discepoli i segni della sua presenza e una sorta di sintesi della sua storia. Con un pane spezzato e condiviso, e con un calice di vino, Gesù dice “questo sono io” e anche “questo siete voi nel momento in cui siete in comunione con me e tra voi”. Il Maestro e amico compie questi gesti per i suoi discepoli prima che di affrontare la sua passione, morte e resurrezione. Questi festi dell’ultima cena la Chiesa successivamente li ha raccolti come modalità per non perdere la fede nella presenza reale di Gesù dentro la storia, per far si che non rimanga di lui un fantasma.

Quando celebro l’Eucarestia con la mia comunità, in quei gesti e parole della liturgia, sento che Gesù davvero è concreto, reale, presente. La sua presenza è in quel pane e in quel vino, nella comunità che celebra, nelle Parola proclamata. La Chiesa è il Corpo di Cristo, lo rende reale e attuale, per questo “deve” celebrare l’Eucarestia, per non perdere questa identità profonda e non ridurre Gesù ad un fantasma del passato di cui si ricordano le gesta lontane. È vero, va riconosciuto con franchezza, che le nostre assemblee domenicali non sempre sono una immagine “forte” di questa presenza corporea di Cristo: l’unità di chi è presente a messa non è così sincera e il senso di fraternità è spesso molto debole. E questo è evidente anche dalla modalità con cui viene vissuta la messa, dove il canto, la risposta, il calore tra le persone sono molto bassi. Tutto questo poi si riflette inevitabilmente anche nel modo di essere Corpo di Cristo fuori dalla celebrazione quando la comunità cristiana non risulta così unita, e la testimonianza di Cristo nel mondo sembra più di facciata che di sostanza. La comunità quindi diventa più un fantasma di Cristo che il suo Corpo reale.

Raccogliamo ancora l’invito di Gesù a salire “nella stanza al piano superiore” e celebrare con lui la Cena. La Messa ogni domenica è l’occasione rinnovata settimanalmente di ritrovare Gesù vivo e presente, nel pane e nel vino, nella sua Parola e nella sua Comunità. Il Corpo e Sangue di Cristo che assumiamo in chiesa, diventano per noi occasione per diventare sempre di più Corpo e Sangue di Gesù nel mondo. E da fantasmi anche noi diventiamo Gesù morto e risorto per tutti.

Giovanni don

Dio non è un’idea ma vita

maggio 26th, 2018 No comments

DOMENICA 27 maggio 2018

Santissima Trinità

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

(dal Vangelo di Matteo 28,16-20)

Dio non è una idea ma una esperienza. Parlare di Dio come Trinità in modo astratto, anche trovando gli argomenti più affascinanti e convincenti, rischia di non ottenere nulla e di portare fuori dalla strada del Vangelo.

Nei primi secoli della storia della Chiesa molto si è discusso e approfondito per comprendere chi è Dio così come lo aveva mostrato Gesù: Dio è Uno e Trino, unico Dio in tre Persone, “Trinità delle Persone, l’unità della natura, l’uguaglianza nella maestà divina” (come dice la preghiera del Prefazio nella messa domenicale). Il Credo che professiamo ogni domenica, è il risultato di un lungo processo di comprensione ad opera di Concili che hanno riunito, fatto scontrare e poi anche riconciliare vescovi e comunità cristiane sparse nel mondo. Ci sono voluti davvero secoli per arrivare ad una definizione unitaria di questa identità profonda di Dio Trinità. Ed è quella definizione del Credo che recitiamo.

Ma la Trinità non è solo un concetto, ma principalmente è una esperienza di vita, che si comprende proprio nella vita vissuta e non tanto in un ragionamento a tavolino.

Il Vangelo secondo Matteo questa domenica ci racconta di Gesù risorto che dà le ultime fondamentali istruzioni ai suoi apostoli. E sono istruzioni che come indirizzo di vita personale e come chiesa valgono intatte anche per noi oggi.

Gesù manda i suoi discepoli, li mette in movimento. Non è dunque mai tempo per stare fermi ripiegati su sé stessi, non è tempo di alzare barriere di difesa, non è tempo per consolidare conquiste territoriali, non è tempo per contare quanti siamo nel gruppo e per distinguersi da altri. È tempo di andare, creare legami e battezzare. La parola “battezzare” va intesa non come semplice invito rituale, ma nel suo principale significato, che è quello di “immergere”. Battesimo significa “immersione”, ed il fine della missione dei discepoli è che tutto il mondo sia “immerso” in Dio, Padre Figlio Spirito Santo, così come Dio stesso si è “immerso” nel mondo con Gesù.

La Trinità si comprende dunque vivendo nel mondo come Gesù ha vissuto, lui che era Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo. Vivere come Gesù nel mondo ci fa comprendere Dio molto più profondamente che con un discorso filosofico-teologico fatto in modo astratto.

Gesù nel racconto del Vangelo è la “teologia su Dio” fatta in cammino, fatta di vita, azioni, passi, incontri, cadute, dubbi, perdono… il discepolo si mette in movimento e insegna agli altri Gesù con la testimonianza della sua vita vissuta in modo evangelico. In questo modo Dio diventa comprensibile per tutti anche nel suo mistero trinitario.

In questa domenica della Trinità nella nostra comunità parrocchiale celebriamo tre battesimi. Il numero tre in questo caso è puramente casuale, ma quello che avviene per ogni singolo bambino e bambina invece è straordinario. Ai genitori nella preparazione al sacramento, che faccio qualche giorno prima, non spiego molte cose, e riguardo al rito in se stesso descrivo solo poche cose, anche perché non può bastare un incontro per comprenderlo in ogni suo aspetto. Ma la cosa su cui punto decisamente è proprio questa “immersione” (battesimo) del loro figlio o figlia nella realtà di Dio. Ricevere il Battesimo “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” significa ricevere un dono profondo di una identità nuova, significa non solo iniziare a credere in Dio (cosa tra l’altro che per un bimbo di pochi mesi è impossibile) ma significa prima di tutto che Dio Trinità d’amore entra nella storia di quel piccolo e di quella piccola. Ogni Battesimo è la Trinità che entra nella storia di chi riceve il sacramento, non come idea astratta ma come percorso di vita concreto.

I genitori dunque si prendono questo impegno di insegnare la fede al loro bambino e bambina con la testimonianza di vita quotidiana. È un impegno anche mio e di tutta la comunità cristiana. Il piccolo e la piccola conosceranno Dio Trinità non solo con le parole di spiegazione, ma prima di tutto attraverso la vita evangelica della comunità che avranno intorno, a cominciare dalla loro famiglia. E impareranno che il Battesimo rende la vita come quella di Gesù, che nella sua umanità mostrava ogni giorno il volto invisibile di Dio Padre per opera dello Spirito d’Amore. Impareranno che davvero Dio non è un’idea astratta lontana e complicata, ma vita vera e amore quotidiano.

Giovanni don