a muso duro e a cuore aperto

giugno 24th, 2016 No comments

Gesù e Brexit (colored)
DOMENICA 26 giugno 2016

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».
(dal Vangelo di Luca 9,51-62)

Gesù va verso Gerusalemme con decisione, anzi “a muso duro” secondo la traduzione letterale del testo greco.
Non è un viaggio turistico quello che Gesù ha in mente nella città centro della fede di Israele, e nemmeno un pellegrinaggio personale ai luoghi santi, ma il Maestro ha il proposito di cercare lo scontro.
E in questa missione coinvolge ancora una volta i suoi discepoli e anche noi oggi.
Gesù sale a Gerusalemme con il proposito di smascherare l’ipocrisia della classe religiosa che tiene “prigioniero” Dio in riti e tradizioni che sono contrari al piano divino sul mondo. Gesù è venuto “per rovesciare i potenti dai troni, per innalzare gli umili, … per dare proclamare la liberazione ai prigionieri, la buona notizia per i poveri…” anche a costo di scontrarsi con farisei, scribi e anziani del popolo, anche a costo di apparire perdente sulla croce.
Gesù non è bloccato dalla paura, ma è davvero guidato dall’amore per l’umanità, pronto anche a dare la vita. Il suo muso è duro, perché deciso e coraggioso. Ma il suo cuore è spalancato e coraggioso. Gesù è deciso anche con i discepoli quando dimostrano per l’ennesima volta di non aver capito la sua missione. Il rimprovero ai due discepoli che invocavano il fuoco sui samaritani, è segno che disapprova la loro visione di Dio vendicatore, e li vuole correggere ancora riguardo la sua identità e missione. Non è venuto per regnare in modo umano, con la violenza della armi, ma a regnare con la forza dell’amore e l’arma della croce.
Ed è a questo punto del viaggio che si inseriscono i tre incontri con altrettanti aspiranti discepoli. In questi tre brevi dialoghi abbiamo un insegnamento per noi che siamo (forse…) aspiranti discepoli lungo le strade della nostra vita.
I tre dialoghi e quello che Gesù dice va ovviamente compreso non come mancanza di rispetto da parte di Gesù della vita umana delle persone (l’avere una casa, il seppellire i morti, il rapporto con la famiglia), ma come insegnamento su quali sono le caratteristiche essenziali del discepolo di allora come per quello di oggi e in ogni tempo.
Il discepolo di Gesù è prima di tutto uno che non vive di sicurezze materiali (come lo è una casa e i beni personali…) ma di rapporto con Dio. Per questo ci sono alcuni che per vocazione scelgono di rinunciare a tutti i beni con il compito di dire alla maggioranza, che non ha questa vocazione alla povertà, che in fondo il vero bene di cui tutti gli esseri umani non possono davvero fare a meno è l’amore, quello di Dio e del prossimo.
Il discepolo poi è chiamato a slegarsi dalle nostalgie per il passato e si proietta verso il futuro, anche a costo di rinunciare a consuetudini e tradizioni. Tutto questo è simboleggiato dalla frase di Gesù “lascia che i morti seppelliscano i loro morti” e da quell’affermazione simbolica “nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.
Siamo spesso così legati a modi di fare e a tradizionalismi da non essere capaci di vedere il nuovo che ci sta davanti. Si dice spesso che il mondo è chiuso ai giovani condizionati dall’immobilismo dei vecchi. Penso che la recentissima vicenda della Brexit ci insegna proprio questo. Il maggior numero di voti per lasciare l’Europa è venuta dalle generazioni dei più anziani degli elettori britannici paurosi per il futuro, al contrario dei giovani che sognano una Europa unita e un futuro di sempre maggiore integrazione. La paura fa guardare con nostalgia al passato e questo porta alla chiusura. Un discepolo del Vangelo non può essere guidato da questa paura e dalla chiusura nostalgica verso il passato spesso morto e sepolto.
Anche noi dunque dobbiamo assumere il muso duro di Gesù e andare con decisione verso le nostre Gerusalemme, cioè a combattere le battaglie contro le chiusure al Vangelo, senza voler scappare ed evitare lo scontro. E come Gesù ci insegna, se vogliamo essere davvero suoi discepoli, e non solo “ammiratori della domenica”, dobbiamo essere pronti a puntare solo su di Lui e sull’amore che ha messo dentro di noi, e a non aver nostalgie e paure.
Discepoli a muso duro ma a cuore aperto.

Giovanni don

Rischiatutto della fede

giugno 18th, 2016 1 comment

chi è Gesù (colored)
DOMENICA 19 giugno 2016

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».
(dal Vangelo di Luca 9,18-24)

La televisione ogni tanto, con operazioni “nostalgia”, ripropone programmi televisivi che in passato hanno segnato la sua evoluzione e anche il costume italiano. Uno di questi programmi, riproposto recentemente, è il gioco “Rischiatutto” che nei primi anni ’70 ideato e condotto dal “re” dei programmi televisivi che è Mike Bongiorno, aveva rivoluzionato il quiz televisivo. Anche se ero molto piccolo me lo molto bene ricordo questo programma che era basato tutto su domande difficilissime su argomenti molto specifici portati dai concorrenti.
Questa pagina di Vangelo mi ricorda proprio questo quiz televisivo, perché la domanda che fa Gesù ai suoi amici è molto precisa e con il rischio forte di sbagliare la risposta.
E così a quanto pare accade. Alla domanda specifica “Voi chi dite che io sia?” la risposta “Il Cristo di Dio” non sembra trovare l’approvazione di Gesù che conoscendo bene i suoi discepoli e la mentalità nella quale sono immersi, sa che la risposta data non è pensata nel modo giusto. Anche se dire che Gesù è il Cristo è corretto dal punto di vista formale (perché davvero Gesù è l’Inviato di Dio secondo le Scritture), quello che stanno pensando Pietro e gli altri non è la vera identità di Gesù. Egli infatti non è l’inviato divino venuto a distruggere il potere dei Romani e a stabilire la sovranità del popolo con la violenza e spada (come un po’ immaginavano i discepoli che hanno in mente dei modelli umani di Regno di Dio), ma è il Figlio dell’uomo, cioè un uomo nella sua piena condizione divina, così come Dio ha pensato ogni essere umano e che Gesù è venuto a rivelare in modo definitivo proprio sulla croce
Lo stile di Gesù per costruire il Regno di Dio non è quello del potere delle armi e del denaro, ma il potere dell’amore totale, pronto a dare persino la vita pur di far vincere l’amore di Dio.
Solo chi comprende questo ha compreso chi è Gesù e può rispondere correttamente alla domanda “chi sono io per voi” con una risposta esatta fatta non tanto di parole ma con la vita.
Chi sono io per voi? Chi sono io per te?
Su queste domande a livello comunitario e personale si gioca la nostra vita di fede e di conseguenza la nostra azione nel mondo. E’ davvero un “rischiatutto” perché è assai facile credere di dare risposte esatte e invece trovarsi fuori pista nel cammino cristiano
Se per noi Gesù è il potente che è venuto a cancellare tutto il male del mondo immediatamente, a separare in modo chiaro e immediato cattivi da buoni usando noi cristiani come suoi soldati, alla sbagliamo completamente strada e rischiamo davvero di vanificare l’azione di Dio nella storia.
Per salvare il mondo con tutte le sue fragilità, contraddizioni, limiti dobbiamo fare proprio come Gesù, cioè dare la vita e prendere la nostra croce, che significa amare anche a costo di perdere. E scommettere su quello che Gesù ha sperimentato su di se, cioè la resurrezione, possibile sempre per tutti, anche se non sempre immediatamente verificabile.
Pietro e gli altri danno una risposta corretta nella forma ma sbagliata nelle intenzioni, e così Gesù ordina loro di tacere e di non divulgarla, ma nello stesso tempo non li caccia dal “programma”, come invece avviene nei quiz, dove chi perde lascia la trasmissione. Gesù li tiene accanto a se per essere ancora una volta loro maestro con le parole e l’esempio. Così Gesù vuole fare con noi se accettiamo di rimanere discepoli e se riconosciamo che non abbiamo mai finito di imparare chi è lui e chi siamo noi, quale è la sua azione nel mondo e quale la nostra.

Giovanni don

La battaglia di Nain

giugno 4th, 2016 1 comment

profughi nel mediterraneo (colored)
DOMENICA 5 giugno 2016

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo».
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
(dal Vangelo di Luca 7,11-17)

Come due armate di qualche film storico che narra di soldati che incrociano il loro cammino e finiscono per mescolarsi e scontrarsi, così mi immagino i due cortei che per la strada di incontrano nel racconto del vangelo di Luca. Gesù con i discepoli e grande folla vanno verso questa città di Nain, dalla quale proprio in quel momento sta uscendo la folla che accompagna un morto. Il lutto è grande per questo secondo corteo e ancor più tragica è la conseguenza di questa morte. Infatti la bara contiene il figlio unico di una donna rimasta vedova, e questo non solo significa dolore per la perdita di una persona cara, ma la perdita di tutto, di ogni sostegno e protezione materiale e sociale. Spesso nella Scrittura le vedove e gli orfani sono presi a simbolo delle persone più povere da soccorrere e servire, ed è proprio il caso di questa donna di Nain che incrocia il corteo che accompagna Gesù. Il Maestro è invece attorniato da una comunità di discepoli amici e di quelli che oggi chiameremmo fans, cioè coloro che conoscono Gesù per le sue gesta, le sue parole e miracoli e vogliono conoscerlo il più vicino possibile.
I due cortei, uno di vita e uno di morte, arrivano allo scontro quasi per caso, senza apparente determinazione.

“Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello:
il Signore della vita era morto, ora, regna vivo.
Siamo certi che Cristo è veramente risorto.”

Questoè un passaggio della preghiera che tradizionalmente viene letta il giorno di Pasqua, e che descrive la realtà della morte e resurrezione di Gesù nella storia umana.
Tutta la vita di Gesù è un continuo confronto e scontro con quello che è il peggior nemico dell’uomo, la morte, un nemico che temiamo tutti e che anche se non ci pensiamo ci condiziona nelle nostre scelte.
In questo combattimento non sempre usciamo vittoriosi: quando muore qualcuno che ci è caro, quando la morte della salute fisica ci angoscia con le malattie e l’età che avanza, quando abbiamo paura di perdere la vita per colpa di qualcun altro, della guerra, del terrorismo, della cattiveria umana, quando la perdita di sicurezze economiche ci fa vedere il futuro in modo incerto… fino alla morte definitiva alla quale non vogliamo pensare mai.
C’è chi combatte duramente tutti i giorni con la morte là dove c’è la guerra, dove c’è la fame, dove ci sono le persecuzioni religiose e politiche, dove c’è un mare o una frontiera da attraversare in modo precario…
Gesù incontrando per caso il figlio morto di quella vedova incontra in fondo se stesso, il suo destino e il destino del suo popolo. Quella vedova sola e povera è l’immagine di tutta l’umanità che sembra sconfitta dalla morte e lasciata sola dagli uomini e sembra anche da Dio.
Quell’incontro fortuito si trasforma in una battaglia senza esclusione di colpi, nel quale Gesù non si ferma nemmeno davanti al pericolo di passare per impuro. Così deciso di far vincere la vita, tocca la bara con un gesto inaudito per il buon israelita che non si rende impuro davanti a Dio toccando un morto. Dicendo alla donna di non piangere, vuole che anche lei partecipi da vittoriosa al duello tra morte e vita.
E alla fine i due cortei si trasformano in un’unica armata della vita che festeggia la vittoria sul peggior nemico.
Quante situazioni di morte e disperazione incrociamo nella nostra vita. Quante situazioni di dolore ci toccano da vicino e tentano di toglierci la speranza e trasformare il nostro cammino in un corteo di morte, nel quale non si vive ma si sopravvive.
Come cristiani che professano la fede nel crocifisso che è risorto, siamo chiamati a toccare la vita del prossimo e trasformare i cammini di morte in cammini di vita. Come cristiani abbiamo il compito di annunciare che il Signore Gesù ha vinto la morte e la battaglia tra vita e morte è a sfavore della seconda. E lo annunciamo non solo con le parole ma con le scelte concrete di vita e con i gesti.
Le nostre armi sono infatti quelle della pace, della carità, della compassione, del mettersi accanto, della condivisione, proprio come ha fatto Gesù nostro eterno Maestro di vita.
Questo vale per i cortei di morte che vediamo attraversare il mare Mediterraneo e che non possiamo ignorare, e vale anche per tutte le situazioni piccole o grandi che ci passano accanto, mai per puro caso.
Quella porta della città di Nain, luogo della battaglia tra vita e morte, tra Gesù e sofferenza, è simile alla nostra porta di casa, alla porta della nostra parrocchia, del nostro ufficio, della fabbrica, della scuola, di ogni luogo dove passiamo ogni giorno. E’ li che anche noi possiamo vincere con Gesù il duello eterno della resurrezione.

Giovanni don

Condividere per moltiplicare

maggio 28th, 2016 2 comments

matematica di Gesù (colored)
DOMENICA 29 maggio 2016
CORPUS DOMINI

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
(dal Vangelo di Luca 9,11-17)

“La preghiera non serve per cambiare gli eventi della vita, ma aiuta a viverli” (padre Alberto Maggi)
Ho trovato questa citazione del biblista Maggi sulla bacheca di un amico di Facebook ed ha catturato la mia attenzione mentre stavo meditando sul brano evangelico di questa domenica del Corpus Domini.
Gesù prega sui pochi pani e pesci che i discepoli gli hanno messo davanti. La sua non è una preghiera di richiesta ma di benedizione e di affidamento a Dio.
Non si sa come, ma alla fine quei pochi pani e pesci bastano per tutte quelle migliaia di persone affamate attorno a lui e ai discepoli. Bastano e avanzano, e le dodici ceste dei pezzi avanzati sono idealmente consegnate ad ognuno dei dodici apostoli per ricordare loro cosa significa affidarsi a Dio e non solo alle forze e calcoli umani.
Gli apostoli infatti davanti al problema concretissimo di una folla che non ha da mangiare e di loro che non hanno i mezzi per risolvere quel problema, si affidano alla logica del calcolo umano. La soluzione è dividersi da quella folla e che sua volta si divida nei villaggi e campagne perché ognuno pensi a se stesso. Dividere per risolvere il problema.
Gesù imbocca la direzione opposta, e invece di dividere, invita a radunare gli affamati per arrivare a con-dividere il cibo.
Cosa manca ai discepoli in quella occasione? Non solo il pane per tutti ma soprattutto la fiducia e una “visione” del mondo diversa da quella del puro calcolo matematico ed economico.
Ai discepoli manca la fede in Dio e la fiducia nelle loro risorse anche se limitate. Non sappiamo cosa successe quel giorno e come Gesù fece bastare quel poco cibo per tutti. L’evangelista appositamente non si sofferma sul come avvenne il prodigio della moltiplicazione, ma sottolinea il prodigio della fede e la moltiplicazione della fiducia in Dio.
Gesù prega il Padre perché moltiplichi la fiducia negli apostoli che sono smarriti e chiusi in calcoli solo umani. Gesù prega e benedice non solo il pane e i pesci, ma soprattutto i suoi amici perché non cedano allo scoraggiamento che genera divisione e chiusura. E li coinvolge in questa condivisione che si rivela inaspettatamente abbondante.
Qualche giorno fa il nostro presidente Mattarella, nella commemorazione dei tragici eventi della prima guerra mondiale ad Asiago, ha ribadito un concetto semplice ma estremante vero. Quando negli uomini manca la visione della pace e la fiducia nel dialogo, allora scoppia la divisione dei popoli e si genera la guerra che non porta mai progresso e futuro. Solo la pace, il dialogo, l’accoglienza tra popoli generano futuro e progresso. Ma per fare questo occorre una prospettiva interiore diversa e una fiducia da moltiplicare.
Le migliaia di migranti che arrivano ai confini della nostra nazione italiana, con lo strascico di morte in mare al quale assistiamo particolarmente in questi giorni, ci impongono a vedere noi stessi e la nostra terra in modo diverso, con una visione più alta del puro livello economico e matematico. Abbiamo la tentazione di pensarla come gli apostoli quando dicono “Non abbiamo che cinque pani e due pesci…” e quando pensano che è meglio mandarli via perché qui non abbiamo le risorse per tutti.
Come cristiani che crediamo nel Vangelo non possiamo fermarci a questa visione ristretta, ma dobbiamo chiedere a Dio di moltiplicare la nostra fiducia in noi stessi, nelle nostre poche risorse, nella pace. Come cristiani siamo chiamati ad affidarci a Dio che non ci spinge a dividere ma a condividere, sullo stile di Gesù.
Ecco perché nella preghiera non siamo chiamati a cambiare le cose fuori di noi, ma a cambiare noi stessi perché quello che ci accade lo possiamo vivere in modo nuovo, evangelico.

Giovanni don

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