gemelli di Tommaso

aprile 21st, 2017 No comments

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DOMENICA 23 aprile 2017

Seconda domenica di Pasqua

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. 

(Dal Vangelo di Giovanni 20,19-31)

 

 

Sono contento delle mie tre sorelle, ma ammetto che mi sarebbe tanto piaciuto avere un fratello e anche gemello. Non so come mai, ma i gemelli mi hanno sempre affascinato. Hanno un legame tra loro che li porta ad essere così vicini e simili non solo nell’aspetto fisico (già di per sé incredibile) ma nelle esperienze di vita, arrivando persino ad avere un sesto senso l’uno rispetto all’altro, così che si capiscono al volo e spesso anche a distanza.

Tommaso, uno dei dodici discepoli e amici di Gesù, ci viene presentato come “detto Didimo”, cioè Gemello.

Gemello di chi? Nel racconto non viene detto nulla del motivo di questo soprannome.

Allora ho pensato che forse è un appellativo che richiama me e ogni credente a “specchiarsi” in questo discepolo.

In Tommaso possiamo trovare un “gemello” della nostra esperienza di fede e del rapporto con Gesù.

Se leggiamo bene il racconto delle apparizioni di Gesù risorto ai suoi amici, Tommaso non nega questo evento che gli viene raccontato dagli altri suoi amici. Il fatto che non sia con gli altri quando Gesù appare la prima volta, lo porta a manifestare naturalmente tutto il suo stupore e la fatica nel credere ad un evento così incredibile. Non è che non creda nell’amico Gesù e non lo voglia rivedere, ma fa fatica a credere che sia risorto perché è così fuori dalla portata della ragione e dell’esperienza umana, che anche noi diremmo con lui: “se non vedo non ci credo”.

Ecco allora in cosa Tommaso è mio gemello nella fede. Anche io so che non mi bastano 4 nozioni di catechismo per convincermi che Gesù è morto e risorto e che è il Signore della mia vita e del mondo. La fede non si “accende” con le sole parole, ma hanno bisogno di esperienza diretta personale. Tommaso con il suo dubbio umano è davvero gemello di ogni credente e di ogni uomo difronte agli eventi di Dio. E se ci pensiamo bene Dio stesso per uscire dalla dimensione astratta della fede in Lui, spesso relegata solamente in riti e tradizioni liturgiche, è uscito dalla dimensione divina e con l’uomo Gesù si è fatto “gemello” di ogni essere umano. Gesù era vero uomo, in tutto simile a noi. Ed è stato così che ha parlato di Dio e ha ripresentato il Regno di Dio per ogni essere umano.

Ora che è Risorto, anche Tommaso vuole essere aiutato nella sua fede e ha bisogno di una esperienza.

Questa accade di nuovo otto giorni dopo la prima. L’ottavo giorno è il giorno dei cristiani, il giorno della resurrezione che si ripete ogni settimana, è la domenica! Tommaso sperimenta Gesù nella comunità che si ritrova nel giorno del Signore. È lì che lui vede l’amico e maestro vivo, e anche senza toccare (il racconto del vangelo si guarda bene di dire che Tommaso tocca le piaghe…) arriva a fare la più alta affermazione di fede contenuta nel Vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”. Non solo crede nella resurrezione ma crede nell’identità profonda di Gesù, così come lui si è manifestato.

Anche in questo Tommaso è mio gemello, con la sua fede che ha bisogno di esperienza, di incontro, di comunità per arrivare a credere. Anche io a volte dico “Gesù mio Signore e mio Dio” anche se magari poco dopo rinasce il dubbio e sento ancora l’esigenza di sperimentare la sua presenza. Io non ho visto Gesù risorto come in quel tempo è successo ai suoi amici e a Tommaso, ma sono tra quei “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”, e che possono “vedere” Gesù vivente nella sua comunità di amici di oggi che è la Chiesa.

Ecco quindi il compito della Chiesa: essere segno di Gesù vivente e che sta in mezzo al mondo.

Gesù risorto quando appare sta in mezzo ai suoi, non sopra o sotto, non più vicino ad uno e più lontano da un altro.

Gesù vivente sta in mezzo ai suoi e dona a loro la cosa più grande che è la “pace”!

La Chiesa, comunità formata degli amici di Gesù della quale fa parte ogni battezzato, è gemella di Tommaso e anche degli altri primi discepoli. Come Tommaso la Chiesa fa esperienza della ricerca del Signore, non si accontenta del “sentito dire” ma vuole sperimentare Gesù vivente, per poterlo comunicare al mondo intero, che attende la sua pace.

La Chiesa quando opera la pace, quando vive nell’amore, quando rende concreta la misericordia di Gesù, allora lo mostra vivente anche in questo nostro mondo che sembra privo di pace, affamato di amore e spesso senza misericordia.

Quando la Chiesa (quindi anche io che ci sono dentro per il battesimo) opera come Gesù, allora la resurrezione non rimane un concetto astratto incredibile, ma diventa esperienza che rende possibile per tutti dire “Mio Signore e mio Dio”.

Giovanni don

 

Pasqua anti-bufala

aprile 15th, 2017 1 comment

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DOMENICA 16 aprile 2017

PASQUA del SIGNORE

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. 

Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. 

L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». 

Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. 

Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

(Dal Vangelo di Matteo 28,1-10)

Fake news! Notizia falsa! Bufala!

È questo quello che temono i capi religiosi del popolo riguardo una possibile resurrezione di Gesù, dopo averlo fatto morire in croce. Nel Vangelo di Matteo immediatamente prima del racconto del ritrovamento del sepolcro vuoto, troviamo i farisei che si rivolgono a Pilato perché faccia in modo che il sepolcro dove è sistemato il corpo di Gesù sia sorvegliato, per evitare che vengano di notte i suoi discepoli a portare via il cadavere e andare poi in giro a dire che è risorto. Questa sarebbe una bufala peggiore di tutte le altre dette da Gesù quando era in vita riguardo sé stesso e Dio.

Ecco perché si racconta anche delle guardie nell’episodio della Pasqua, guardie che risvegliate dallo svenimento della resurrezione, vanno poi a riferire quel che è successo, e sono obbligate a portare in giro la “bufala” secondo la quale hanno visto il corpo di Gesù trafugato di notte dai suoi discepoli. L’evangelista Matteo annota che questa diceria (in termini moderni “fake news” o “bufala”) si è diffusa e continua a girare anche oggi tra i Giudei. Ma anche nel nostro “oggi” sembra che la resurrezione sia una bella ma inutile “bufala”

In mezzo alla paura di una bufala e la creazione di una bufala, ci stanno i fatti della resurrezione di Gesù, così come la fede ci insegna. Per le donne discepole venite al sepolcro, quello che accade non è affatto una falsa notizia, ma una realtà che non va taciuta.

Quando vedono l’angelo sono impaurite. Infatti erano venute al sepolcro senza tante attese e ora sperimentano davvero qualcosa che è così incredibile da sembrare falso: Gesù, l’amico, il maestro, il Signore è risorto! Non è da ricercare tra i morti ma tra i viventi.

E dove va ricercato? Lo loro sia l’angelo e poi lo stesso Risorto: in Galilea, quel luogo lontano dal centro religioso di Gerusalemme, la città che si è dimostrata incapace di accogliere Dio, e con la scusa della fedeltà alle tradizioni ha fatto fuori il Messia tanto atteso.

Gesù risorto è la notizia che la Galilea attende e che ha bisogno di annunciatori coraggiosi e decisi.

La Galilea rappresenta il mondo intero, con le sue contraddizioni e la sua mescolanza di vite, di tradizioni, di religioni, di problemi, di conflitti. È lì che Gesù è vivente per sempre, e non in un sepolcro che se contenesse ancora Gesù morto allora sì che confermerebbe che tutto quello che lui ha detto e fatto in fondo è solo una grande bufala su Dio!

Le donne e poi i discepoli, con tutto il carico dei loro dubbi e paure, sono però chiamati a portare questo annuncio di vita e di risurrezione, con parole e gesti.

Gesù è quella verità della misericordia di Dio che vuole smentire le bufale umane secondo le quali Dio è assente, Dio è cattivo, per chi sbaglia non c’è scampo, la guerra è l’ultima parola, la vendetta è la soluzione ai torti, solo chi possiede denaro e potere è vincente…

Oggi con quello che succede nel mondo, sia livello globale che nella piccolezza della vita attorno a noi, sembra davvero che la resurrezione sia una bella notizia ma in fondo falsa e quindi inconsistente. Magari non lo diciamo apertamente, ma lo pensiamo in fondo al cuore. E se riduciamo la nostra vita di cristiani solo a dei riti e tradizioni ma senza vita concreta, allora sì che diventiamo testimoni di una bufala e il mondo non ci crede.

Ogni volta invece che trasformiamo in gesti concreti il vangelo, allora l’annuncio che Gesù è vivo, diventa una notizia vera e certificata, e quindi ancora capace di cambiare il mondo.

Giovanni don

 

Le monete e l’acqua

aprile 7th, 2017 2 comments

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DOMENICA 9 aprile 2017

LE PALME

Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. 
Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

(dal Vangelo di Matteo 27,1-26)

Le monete e l’acqua sono due elementi materiali che in questo racconto della passione di Gesù secondo l’evangelista Matteo, diventano simboli molto forti di tutta la vicenda e provocazioni per il cammino di fede.

Le monete di Giuda

Giuda con i trenta denari pensa di compiere forse un’opera buona consegnando ai responsabili religiosi del popolo Gesù, il suo amico e maestro. Il suo rimorso finale insieme al fatto che getta via le monete, rinunciando alla ricompensa, ci fa intravedere la complessità dell’animo di questo discepolo traditore, una complessità che davvero assomiglia alla nostra di oggi difronte alle questioni di fede e difronte alle vicende del mondo.

Diciamo di sentire Dio importante nella nostra vita ma poi siamo dubbiosi e pronti a cambiare maestri di vita per la nostra coscienza quando gli insegnamenti della fede risultano troppo duri e troppo in contrasto con le nostre abitudini di vita. Come Giuda tradiamo la nostra fede nella vita di tutti i giorni anche dopo essere stati in chiesa o dopo che abbiamo ribadito di essere di “tradizione cattolica”, quando per il denaro e il benessere ci dimentichiamo di accogliere il povero, di perdonare le offese, di sostenere chi ha meno di noi. Evadere le tasse, non pagare in modo giusto i salari, l’usura, le guerre commerciali e tutti i modi in cui a livello personale e comunitario sappiamo giocare con il denaro in modo disonesto, tutto questo è come quei trenta denari di Giuda con i quali una vita è stata persa e del sangue versato.

Le monete gettate via in un ultimo sussulto di coscienza di Giuda, mi interrogano su come uso i miei soldi e i miei beni, se a favore solo mio o anche per il bene comune, per la vita di chi mi sta accanto.

L’acqua di Pilato

Lavandosi le mani Pilato in realtà se le sporca ancora di più. Aveva tutti gli elementi e il potere per far sì che non si compisse un’ingiustizia ma non l’ha fatto. E non basta lavarsene le mani!

Anche noi spesso ci laviamo le mani quando qualcosa attorno a noi va male, e pensiamo e diciamo “non mi importa, non mi riguarda!”

Ma se siamo in questo mondo così connesso non solo dalle reti tecnologiche ma soprattutto da quelle umane, non possiamo pensare di “tirarci fuori” e di “lavarci le mani” se ci sono ingiustizie, cattiverie, guerre, migranti, poveri.

Dio non ha avuto paura di sporcarsi le mani quando è sceso con Gesù in mezzo agli uomini, per prendersi cura dei più lontani, disperati, peccatori.

Come il Samaritano che non ha paura di sporcarsi le mani del sangue del povero picchiato dai ladri sulla via di Gerico, anche Gesù si è sporcato le mani del sangue suo e dell’umanità. E mentre Pilato ha le mani pulite e si sente al sicuro, Gesù muore con le mani sporche di sangue, che è il suo e quello dell’umanità.

Non voglio dunque anche io immergere le mani nella tinozza d’acqua di Pilato, anche perché sarebbe inutile.

Voglio imparare da Gesù e sporcarmi anche io le mani della vita di ogni essere umano. E in questo sangue innocente ritrovare il mio candore interiore, dove Dio abita.

Giovanni don

Lazzaro è vivo

marzo 31st, 2017 2 comments

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DOMENICA 2 aprile 2017

Quinta di Quaresima

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».

Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

(dal Vangelo di Giovanni 11,1-45)

Ho un ricordo molto caro e simpatico di mia mamma. Lei da quando mio padre era morto si recava spesso al cimitero del paese. Era una passeggiata di un quarto d’ora che ha fatto fin che ha potuto, e che faceva molto volentieri. E da quando per la sua malattia non è stata più in grado di farla da sola qualche volta l’abbiamo accompagnata le mie sorelle ed io. Ovviamente non sono mai entrato nel cuore e nella mente di mia mamma per sapere esattamente quel che provava quando andava da sola specialmente nei primi tempi dopo il funerale di mio padre e suo sposo da quasi 30 anni. Ma devo dire che non l’ho mai vista triste e nemmeno raccolta in lunghe preghiere davanti alla tomba. Per lei andare al cimitero a sistemare i fiori e i lumini della tomba di famiglia, era invece una occasione di incontri con altre amiche e persone che si recavano al campo santo per gli stessi motivi. Lei diceva spesso che il cimitero si trasformava in una specie di terapia di gruppo, dove mia madre era quella che ascoltava tutti e aveva per tutti un po’ di ascolto, una battuta serena e quattro chiacchiere di confidenza. Il cimitero era quasi una nuova piazza del paese dove si incrociano storie, sofferenze, amicizie, e quindi non un luogo di morte ma di vita, affacciata alla vita eterna.

Gesù quando si reca al sepolcro dell’amico Lazzaro è carico della sua personale sofferenza umana per aver perso un caro amico, ed è anche carico della sofferenza di tante persone che sono colpite dalla morte come evento definitivo che sembra distruggere tutto, che fa perdere il gusto della vita anche a chi rimane vivo.

Sembrano davvero tutti morti in questo episodio del Vangelo: Lazzaro, a cui una malattia ha tolto la vita e che ora giace definitivamente nel sepolcro; le sorelle Marta e Maria, che pur avendo tutte le conoscenze religiose che parlano di resurrezione finale del morti, ora sono nella disperazione; gli amici e conoscenti che con un ragionamento molto logico se la prendono con Gesù che appare impotente contro il grande nemico della vita che è la morte («Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?»)

Lazzaro è morto e sepolto anche nel cuore di tutti i presenti, che non vedono alcuna possibilità di vita quando la morte colpisce in modo così duro.

Da come usa sapientemente le parole del suo racconto, l’evangelista Giovanni ci fa capire che Gesù non è venuto per ridare a Lazzaro la vita di prima, ma per ridare vita alla fede delle sorelle e di tutti i presenti.

Gesù chiama Lazzaro perché esca dal sepolcro, ma l’evangelista dice che non esce Lazzaro, ma “il morto”, e subito dopo Gesù ordina di scioglierlo e lasciarlo andare. Andare dove? Perché non verso chi lo amava e lo rivuole indietro? “Il morto” deve invece ritrovare Lazzaro che è già nell’abbraccio di Dio, e chi lo piange come morto e perduto, lo rivede ora vivente in Dio, quindi non perduto per sempre.

E’ proprio vero che la morte di qualcuno, specialmente quando improvvisa, in giovane età, per qualche ingiustizia o dramma personale, è sempre portatrice di morte anche per chi rimane in vita. La morte sembra spegnere la promessa di felicità che abbiamo scritta dentro. La morte fa spesso morire anche Dio nel nostro cuore, perché appare ingiusto, assente se non addirittura sadico contro di noi.

“Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno…”

E’ così che si presenta Gesù a Marta e Maria, che insieme a tutti gli altri sono chiamate a fare un cammino di fede che è più difficile della stessa rianimazione di un cadavere.

Quando Gesù le chiede: “Credi questo?». Marte gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Questa fede non le toglie le lacrime e il senso di vuoto umano, ma le fa vedere che la strada della vita non è interrotta per sempre e che affidandoci a Gesù la vita davvero diventa possibile in ogni situazione e in ogni occasione, anche quella della morte di una persona cara.

Lasciare andare Lazzaro, sciolto dalle bende che lo legano, significa sciogliere i legami di morte con i quali pensiamo in nostri cari defunti che ci impediscono di vederli nel cammino di Dio, vivi in Dio, e quindi gioire della loro presenza che anche se diversa rimane accanto a noi con la forza della vita di Dio.

Mia mamma tornava sempre dal cimitero mai triste e raccontandoci delle persone che incontrava e che spesso la cercavano sapendo che in lei trovavano sempre una parola viva e allegra. E’ così che voglio pensare i miei cari defunti (tra i quali ora anche mia mamma), cioè come una compagnia allegra e viva in Paradiso, che si ritrova attorno a Dio e ne condivide la felicità eterna. E questa felicità eterna non la tengono gelosamente solo per loro stessi, ma la donano anche a me e a tutti noi che siamo ancora nel cammino della vita terrena.

E la domanda rivolta da Gesù a Marta la rivolgo ora a me stesso, sapendo che la risposta non è mai scontata e neppure definitiva: “credi tu questo?”

Giovanni don