nuovo annuncio per cristiani impolverati

luglio 14th, 2018 No comments

DOMENICA 15 luglio 2018

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

(dal Vangelo di Marco 6,7-13)

Qual è la missione della Chiesa oggi qui da noi? Annunciare il Vangelo… certo, ma cosa vuol dire questo? Ormai tutti sanno che Gesù Cristo è venuto al mondo, è morto in croce ed è risorto. È vero che è sempre maggiore la presenza nei nostri territori di lunga tradizione cristiana di persone di altre culture e religioni ed è altrettanto vero che cresce anche il numero di italiani che non hanno la minima conoscenza dei fondamenti della religione cristiana. Ma nonostante questo ancora ben radicata è la cultura religiosa che si rifà al cristianesimo e alla sua storia. A ricordarcelo ci sono gli innumerevoli capolavori dell’arte (edifici di culto, quadri, sculture, musica) che mantengono vivo il riferimento a Gesù e al Vangelo.
Allora ha senso parlare ancora oggi di “annuncio del Vangelo”? La missione che Gesù affida ai suoi discepoli, così come è raccontata dal Vangelo di Marco, ha qualche cosa da dire a noi, oppure è solamente rivolta a coloro che portano l’annuncio di Gesù là dove non è ancora arrivato?

Io penso che ogni passo del Vangelo, e anche questo, ha qualcosa da dirci sempre in ogni occasione e situazione. La missione dei Dodici, nel modo con la quale Gesù la affida loro, è davvero una provocazione per la mia e nostra missione di annuncio del Vangelo anche nei nostri ambienti cristiani e nei nostri territori di lunga tradizione religiosa, dove il cristianesimo non solo non è una novità ma è addirittura vissuto come una cosa vecchia e ormai così arrugginita da rischiare di non sentirne più il bisogno. E sono tanti i segnali che proprio a causa di questo “decadimento” della novità del Vangelo ci sia davvero bisogno di una nuova missione di annuncio e un rinnovamento. I nostri vescovi da tempo parlano di nuova evangelizzazione, ed un’espressione usata ultimamente in diversi convegni della Chiesa italiana è quella che parla di “secondo annuncio”. Per “secondo” si intende l’annuncio della fede anche là dove già ci sono ancora piccoli segni (o ruderi) di vita cristiana, là dove ci si richiama a Cristo e alle tradizioni anche se non con piena consapevolezza, anche là dove magari c’è una sincera ricerca di Gesù ma in modo vago e non pienamente consapevole.

Lo stile proposto da Gesù ai suoi dodici amici è quello della semplicità e dell’accoglienza. Il Maestro manda i suoi apostoli senza tante sicurezze e precauzioni, perché Gesù sa che il messaggio affidato loro è un messaggio di pace che crea legami e accoglienza. Anzi la verifica della sincerità della loro missione viene proprio dal fatto che sicuramente verranno accolti e non mancherà loro quello di cui hanno bisogno. L’amore stimola l’amore, l’accoglienza genera accoglienza, la pace genera pace. Ed è proprio per questo che se capita che non ci sia accoglienza e ascolto, allora “scuotere la polvere dai calzari” significa non avere niente a che fare con chi non sa accogliere e ascoltare e andare oltre. E se non c’è accoglienza e ascolto forse ci si deve anche domandare se davvero abbiamo annunciato con sincerità il Vangelo!

E’ su questo aspetto che le istruzioni date da Gesù ai suoi hanno molto da insegnare a noi cristiani di lunga data. Forse l’arrugginimento della vita di fede ci ha portato ad essere cristiani di tradizione ma non di vita, e il Vangelo rimane sepolto e inattivo. C’è nuovamente bisogno di annunciare il vangelo dell’umanità che ascolta e accoglie, che crea legami di solidarietà, che si prende cura del prossimo nelle sue necessità. C’è bisogno di una nuova missione di umanità evangelica che riattivi le tradizioni cristiane, togliendo loro la polvere da museo che le copre e che le tiri giù dai chiodi a cui le abbiamo appese alle pareti, come si fa con un trofeo morto sopra il caminetto che ricorda un passato ma non vita attuale da vivere.

Raccogliamo la sfida della nuova evangelizzazione e dell’annuncio di Cristo, evitando che Cristo stesso passando nelle nostre strade, nelle nostre città e comunità cristiane, alla fine non si senta accolto e sia lui per primo a scuotere la polvere da sotto i suoi piedi sentendoci come dei pagani…

Giovanni don

il Vangelo oltre le chiusure

luglio 7th, 2018 1 comment

DOMENICA 8 luglio 2018

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

(dal Vangelo di Marco 6,1-6)

Non sono tante le notti insonni che ho passato, anche perché ho il sonno molto facile (chi mi conosce bene lo sa quanto mi è facile appisolarmi), ma notti in cui ho fatto fatica ad addormentarmi sono capitate anche a me. Sono spesso le preoccupazioni e qualche fatto difficile che ci è capitato addosso a tenerci svegli a pensare, pensare, pensare… e non ci si rilassa nel sonno. Mi capitava in seminario di far fatica a prendere il sonno quelle due o tre volte nelle quali toccava a me predicare la mattina successiva agli altri seminaristi ed educatori durante la messa quotidiana. Difficile predicare ai propri compagni di formazione che magari su quel testo biblico hanno studiato magari più di me, e anche commentare le Scritture avendo alle spalle i propri formatori preti che ti osservano e ti conoscono bene.

Lo diciamo spesso anche tra noi preti che parlare di Dio tra noi non è così facile come si può pensare, perché tra noi è proprio la confidenza che spesso rischi di far da barriera nelle cose che ci diciamo.

È quello che capita a Gesù quando sale alla sua città e si trova davanti un muro di diffidenza e di non-ascolto quando inizia a parlare di Dio. Tutti lo conoscono bene, e dalle cose che dicono (“…ma cosa sta dicendo? Non è il figlio di Maria…?”… e dicendo così indicano che il padre è dubbio…) si comprende bene che non si fidano, non sono disposti ad andare oltre le apparenze e cogliere la novità delle cose che dice.

Gesù prende atto di questa barriera e tira la conclusione che è diventata un proverbio nella nostra cultura: “un profeta non è disprezzato se non in casa sua e tra i suoi”.
Chi è il profeta? È colui che riesce con parole e azioni a mostrare la presenza di Dio nella storia, è colui che indica strade nuove anche quando non sembra esserci speranza, è colui che anche pagando di persona non rinuncia a indicare il bene presente e la verità di Dio oltre le apparenze. Gesù è il profeta di Dio, è Dio che parla (come dirà San Giovanni nel suo Vangelo “la Parola si è fatta carne…”), ma non è detto che questa parola sia ascoltata. Anche se il messaggio di Dio ha percorso tutto l’infinito spazio che sta tra Dio e l’umanità, alle porte dell’orecchio e del cuore dell’uomo viene fermato dal pregiudizio e dalla chiusura personale. Proprio dove dovrebbe trovare la sua casa, trova una casa sbarrata e non accogliente. Da qui la nota dell’evangelista Marco quando scrive che Gesù “…si meravigliava della loro incredulità”. Ma poi prosegue descrivendo il pellegrinaggio di oltre la sua patria: “Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando”

Gesù non si ferma davanti al fallimento della sua predicazione e va avanti: il profeta non si ferma davanti agli ostacoli, anche quelli imprevisti e dolorosi, perché sa che la sua forza sta nel messaggio che porta e in chi gliel’ha affidato, e non nei risultati.

Gesù è bloccato perché i suoi cittadini vedono in lui solamente il falegname di sempre, il figlio di Maria (si dice che non sia veramente figlio del marito di Maria…), quello che per trent’anni è stato buono buono a Nazareth senza farsi notare. La profezia venuta da Dio si blocca alle porte di casa e non entra a Nazareth, così come l’amore di Dio che è dentro il cuore del mio prossimo si ferma davanti al mio pregiudizio su di lui, davanti al mio non veder altro che la persona di sempre che non ha nulla da dire se non le solite cose. Quante volte anche noi siamo delusi da chi ci sta accanto, proprio da coloro che ci conoscono bene e forse proprio per questo motivo non ci prendono sul serio. Sembra proprio che la confidenza e la conoscenza diventino motivo per non vedere la novità nel prossimo, perché in fondo “è sempre lo stesso, non può cambiare, dirà e farà sempre le stesse cose”.

E questo pregiudizio bloccante a volte agisce anche dentro di me, tra me e me stesso. Anch’io a volte pur avendo Dio nel cuore, perché il suo Spirito raggiunge ogni cuore, penso che in fondo non sarò mai diverso, non migliorerò mai e non potrò mai vivere davvero il Vangelo. Penso di conoscermi così tanto che impedisco anche a me stesso di realizzare la profezia del Vangelo e l’azione dello Spirito Santo.

Ma Gesù continua il suo viaggio e non si blocca e così invita anche me a non farmi bloccare dai pregiudizi di chi mi sta attorno, ai miei stessi pregiudizi e anche alle paure che abitano nel mio cuore. Voglio che il mio cuore sia la casa di Gesù, ma non come la casa di Nazareth chiusa alla novità di Dio. Voglio che Gesù che mi parla nel cuore e nel fratello che mi sta accanto sia libero di operare anche in me il suo miracolo ogni giorno senza blocchi e chiusure.

Giovanni don

il tocco dell’amore

giugno 30th, 2018 1 comment

DOMENICA 1 luglio 2018

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.

E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.

Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

(dal Vangelo di Marco 5,21-43)

Qualche giorno fa in chiesa ho vissuto un momento di preghiera molto particolare nel quale questo brano di Vangelo è diventato attuale.

Un’insegnante di religione della zona mi ha chiesto di poter accogliere un gruppo di giovani ventenni, amici di un loro coetaneo gravissimo all’ospedale dopo un incidente in moto. Il ragazzo è ancora in coma e i suoi amici avevano bisogno di trovarsi insieme per lui. La proposta era quella di una preghiera e che io dicessi qualche parola di conforto a loro in una situazione che li sta profondamente addolorando. Non mi aspettavo un gruppo così numeroso, e la prima cosa che ho detto loro è stato “grazie” per essere venuti per il loro amico e anche per la sua famiglia. È stato davvero un bel gesto di solidarietà.

Ho capito subito che avevo davanti dei giovani che con le cose di chiesa e con la preghiera non hanno molta dimestichezza da molto tempo o forse da sempre. Non sapevo cosa dire loro. Allora ho pensato di raccontare loro una storia del Vangelo che in quel momento mi era venuta in mente e che mi sembrava “parlasse” di questa situazione che stavamo tutti vivendo. Confesso che non avevo ancora guardato il brano di Vangelo che la liturgia propone per questa domenica, e ho citato proprio il Vangelo di Marco, nel racconto di questa donna che malata da tempo e senza ormai speranza vede nella possibilità di toccare Gesù l’unica via di scampo rimasta.

La donna del Vangelo (di cui non si dice il nome… e quindi ancora di più può rappresentare tutti) sente che Gesù è la sua unica speranza e si fa coraggio nel compiere un gesto che nella mentalità religiosa di quel tempo era una vera e propria trasgressione: nonostante abbia perdite di sangue, tocca Gesù. La voglia di guarire e di vivere è più forte delle leggi e delle consuetudini. Anche se rischia di essere messa a morte perché come impura tocca un maestro e uomo, lei ci prova lo stesso, perché sente che Gesù è capace di accoglienza, sa comprendere il suo dolore ed ha un potere che salva l’anima ancor prima del corpo.

Gesù si accorge di questo tocco anche in mezzo alla folla. “Sente” la donna anche di più dei suoi discepoli che gli sono vicini fisicamente ma forse molto più lontani con il cuore, come anche tutta la folla che è li attorno più curiosa che coinvolta. La donna nascosta tocca il cuore di Gesù e Gesù non rimane indifferente a questa povertà e fiducia insieme.

“Figlia, la tua fede ti ha salvata…”, dice Gesù. E così riconosce in quel gesto carico di speranza un atto altissimo di fede, proprio da una donna considerata da tutti impura (per la sua malattia) e sacrilega (per il fatto di aver osato toccare un uomo anche se era malata).

Ho visto nei giovani in chiesa, con tutti i loro limiti di fede e umani, un grande desiderio di vita, e una grande speranza. Sono venuti in chiesa, magari dopo anni di lontananza e di indifferenza per la vita di fede, perché toccati da una tragedia del loro amico e con lo stesso desiderio di una soluzione da parte di Gesù come lo aveva quella donna del Vangelo.

Sono venuti e sono sicuro (l’ho detto loro…) che Gesù vede e apprezza la loro fede e speranza, e non rimane indifferente, come non lo è stato con quella donna nascosta nella folla che gli tocca il lembo del mantello. Non so se il loro amico guarirà improvvisamente come la donna del Vangelo, ma sono sicuro che la forza dell’amore di Cristo lo raggiunge e raggiunge anche i suoi amici, la sua famiglia e anche me.

“Giovani, la vostra fede vi salva…”, la vostra fiducia espressa con l’essere venuti in chiesa anche solo per un attimo, è come toccare il lembo del mantello di Cristo che è ancora presente oggi nella sua Chiesa.

E a me insegna che non posso mai rimanere indifferente anche al più piccolo gesto di aiuto, ad ogni più piccola richiesta di speranza di chi allunga la mano per avere forza, conforto, amicizia. Devo lasciarmi toccare e avere quella stessa sensibilità di Gesù che è stato capace di “sentire” la donna, con la sensibilità del cuore.

Giovanni don

che sarà mai questo bambino?

giugno 23rd, 2018 No comments

DOMENICA 24 giugno 2018

Nascita di Giovanni battista

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.

Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».

Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.

Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

(dal Vangelo di Luca 1,57-66.80)

“Che sarà mai questo bambino?”, è quello che la gente dice del figlio di Elisabetta e Zaccaria, dopo che aver udito quel che è successo riguardo la sua nascita. Elisabetta e Zaccaria sono troppo anziani per aver figli, e la sterilità della coppia era ritenuta una maledizione e una vergogna per Elisabetta (sono sempre le donne a pagare il prezzo più alto… allora come oggi!). Ma alla fine il bambino tanto atteso viene al mondo e anche nell’imposizione del nome accade qualcosa che rompe gli schemi e sconcerta. Elisabetta gli pone il nome di Giovanni, che significa “Dio è misericordia, dono di Dio”, ed è in netta discontinuità con la tradizione che vorrebbe il nome del padre Zaccaria o di un parente. E la cosa che sconcerta è che Zaccaria stesso acconsente a questo elemento di “rottura” con le tradizioni e ciò provoca il “miracolo” del fatto che riacquista la voce perduta…

“Che sarà mai questo bambino?”. Riconosco in questo quesito evangelico la stessa domanda che ogni genitore si pone oggi quando è davanti al proprio piccolo o piccola appena nato. I genitori hanno dentro questa domanda appena vedono venire alla luce (o anche solo in una foto dell’ecografia che anticipa la visione del nascituro) il proprio figlio o la propria figlia. Può essere una domanda fatta con preoccupazione e paura per il futuro di salute e di vita, oppure fatta con l’entusiasmo gioioso di chi vuole crescere al meglio il proprio figlio o figlia. Ogni volta che incontro una famiglia che mi presenta il proprio figlio o figlia in occasione del battesimo, sento anche io questa domanda risuonare nel profondo della mia anima di cristiano e prete: “che sarà mai questo bambino o bambina in futuro come cristiano?”, “cosa posso fare io perché il cammino di quella fede che celebriamo nel Battesimo, sia positivo e non si perda per strada?”

Giovanni il Battista, l’uomo adulto coraggioso che sfida Erode e il potere religioso del suo tempo ed è pronto al martirio, non nasce dal nulla, e la sua storia è ancorata proprio nelle scelte dei suoi genitori, scelte coraggiose pronte anch’esse a sfidare le tradizioni pur di rimanere fedeli a Dio.

Penso che in questo breve racconto degli eventi della nascita di Giovanni il Battista abbiamo uno stupendo modello di vita famigliare e anche della comunità cristiana, come luogo dove nascere e crescere nella fede.

Elisabetta e Zaccaria dimostrano una formidabile sintonia di coppia che non cede alle pressioni delle consuetudini e delle aspettative, ma ha un solo obiettivo: fare la volontà di Dio nel bene del proprio figlio. Zaccaria, dopo la durezza di cuore dimostrata quando non ha creduto all’angelo di Dio che gli annunciava la risposta alle sue preghiere, assecondando con convinzione la scelta del nome Giovanni fatta dalla sua sposa Elisabetta, ritrova nuova voce: dalle parole inutili che lo rendevano muto, alle parole (anche solo scritte… concrete) che costruiscono un nuovo ponte verso Dio e verso la sua famiglia. E così non solo Giovanni come predicatore e battezzatore nel fiume Giordano, ma anche la sua famiglia diventa un annuncio di chi che sta per venire davvero a demolire i muri delle tradizioni e a dare nuova vita al rapporto con Dio: Gesù Cristo. Anche la comunità cristiana trova in questo stile di rottura con le durezze di cuore e la fiducia coraggiosa in Dio, un modello di vita. Come cristiani nella società siamo chiamati ad essere voce che non teme di denunciare, indicare la strada verso il vero bene degli uomini e la strada che Dio ha aperto verso ogni essere umano. A tutti noi cristiani serve il coraggio di Elisabetta e di Zaccaria per far si che ogni nuovo fratello e sorella che fa parte della Chiesa si senta spinto a realizzare pienamente la propria vocazione e non spenga la fede.

Giovanni don