Gesù maestro “no low cost”

febbraio 14th, 2020 No comments

DOMENICA 16 febbraio 2020

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.

Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.

Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!

Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.

Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.

Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

(dal Vangelo di Matteo 5,17-37)

Se ci iscriviamo a qualche corso (di qualsiasi tipo, artistico o sportivo, per lavoro o diletto…) e lo paghiamo, ci aspettiamo che colui o colei che lo tiene come insegnante dia il massimo e ci aiuti ad arrivare ai massimi risultati.

Il miglior insegnante o allenatore ha quel giusto mix di conoscenza e capacità di insegnare che riesce a farci superare anche quel normale scoraggiamento che tende a bloccarci difronte ad un passo in avanti difficile del nostro apprendimento. Da un buon insegnante o allenatore mi aspetto un valido aiuto e un incoraggiamento ma non certamente degli sconti sugli obiettivi e il pressapochismo.

I discepoli hanno in Gesù un Maestro di vita e di fede, che non fa certo sconti sul programma di insegnamento. Gesù ha un obiettivo chiaro, che cioè i discepoli siano superiori a scribi e farisei nella via di Dio, dato che questi ultimi si sono dimostrati bravi a parole e apparentemente fedeli nell’eseguire i comandamenti di Dio, ma in realtà con le loro parole e il loro stile di vita stanno “svendendo” e sminuendo il piano di Dio sull’umanità, così come era stato rivelato.

Mi piace lo stile di Gesù come Maestro, che punta subito in alto, perché crede che sia possibile vivere il piano di Dio per l’umanità. Lui crede che sia davvero possibile realizzare tutto quello che Dio ha comandato per il bene dell’uomo. Quando dice che è li per realizzare anche la più piccola virgola di tutti i comandamenti, non ha in mente una religione legalista e rigida, ma l’esatto contrario. A sminuire la religione sono proprio coloro che la riducono a regole rigide e puntigliose, togliendo o smorzando la portata profetica, di sogno realizzato, che ha dentro di sé ogni parola e comando di Dio. Gesù è un maestro che non rimane sulla sua cattedra, al riparo dentro un ruolo e posizione, indicando ad altri come vivere il piano di Dio. Gesù stesso per primo fa vedere che è possibile realizzarlo con la vita e in questo trovare la felicità. Il Maestro insegna ai suoi discepoli con l’esempio e con parole che aprono il cuore. Aiuta i discepoli ad aprire i comandamenti mettendoli in relazione con tutta la vita, in ogni suo aspetto. Gesù insegna che non è con la minaccia di punizioni che si vive come discepoli, ma facendo vedere che nei comandamenti, anche il più piccolo, c’è tutta la grandezza della vita di Dio e la realizzazione della felicità umana. Per questo non bisogna né diventare rigidi e nemmeno fare sconti con quello che la fede ci insegna, ma credere che dentro ogni insegnamento si nasconde una beatitudine.

Gesù fa qualche esempio, che diventa così il metodo di come realizzare i comandamenti.

Per esempio il comandamento “non uccidere” non è ridotto solamente alla questione di togliere le funzioni vitali al prossimo. Già togliere l’onore del prossimo, togliere amore al prossimo, già questo è omicidio.

L’adulterio non inizia con il contatto fisico illegittimo, perché così sarebbe davvero considerare l’altra persona solo un corpo. Gesù insegna che il mondo dell’altro inizia già nel nostro cuore, e considerare la persona una cosa è già farle violenza.

Tagliare una mano e cavarsi occhi non è tanto un macabro rituale, ma ci fa capire che vivere la fede e realizzare il piano di Dio comporta tagli e sacrifici non piccoli nella vita, ma alla fine ci rende liberi e grandi.

Davvero è senza sconti l’insegnamento di Gesù. Non è un maestro “low-cost” come certe compagnie di volo. Per volare in alto e a lungo, Gesù chiede tutto ai suoi discepoli, chiede tutta la nostra adesione. Un cristiano che si affida al Vangelo per realizzare la propria vita e cambiare il mondo in bene, non può certo puntare al minimo e pretendere di fare poco.

Se mi fido del Vangelo e mi affido anche alla comunità cristiana, la Chiesa, che lo custodisce, posso davvero sperare di arrivare all’obiettivo, superando anche me stesso, le mie chiusure e pigrizie, e sentirmi davvero parte di un grande sogno, quello di Dio, che con Gesù per primo si è realizzato davvero nel mondo.

Giovanni don

untori del Vangelo

febbraio 8th, 2020 No comments

DOMENICA 9 febbraio 2020

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

(dal Vangelo di Matteo 5,13-16)

Sale, luce, città su un monte, lampada…

Sono tutte immagini che in successione rapida Gesù usa per definire i suoi discepoli, per aiutarli a trovare la loro identità come missionari del Vangelo. L’evangelista Matteo colloca questi discorsi di Gesù ancora sulla montagna appena dopo la proclamazione delle Beatitudini, uno dei testi più straordinari del Vangelo. Le Beatitudini che ribaltano la visione di Dio e del mondo, sono la vera legge di riferimento per il nuovo popolo di Dio, che nasce dalla antica Legge di Israele, dai Comandamenti dati sul Monte a Mosè. Le Beatitudini vanno ben oltre i comandamenti senza eliminarli ma diventano ora il vero punto di riferimento dei discepoli di Gesù, allora come oggi, per i discepoli di Gesù allora e noi oggi. Dopo aver consegnato loro le Beatitudini, Gesù, guardando in faccia i suoi discepoli e amici, entra nel loro cuore per dire chi sono e come vivere il loro essere discepoli. Non usa termini che indicano schiavitù, servizio, giudizio, obblighi o minacce di castighi. Ma usa immagini che incoraggiano, danno forza e rivelano la profonda stima e fiducia che prima di tutto Dio stesso ha verso gli uomini, e in particolare Gesù verso i suoi discepoli. 

Siete utili e preziosi come il sale, sapendo che il sale allora era usato anche come denaro (la parola “salario” viene da lì)

Siete come luce in un mondo pieno di oscurità che fanno perdere orientamento, speranza e umanità.

Siete un punto di riferimento per chi cerca la strada della propria vita perché si è perso o è stato abbandonato, proprio come una città su una montagna che se anche è lontana diventa speranza di arrivo e porto sicuro.

Siete come una lampada che dentro una casa è importante non tanto per essere ammirata, ma perché permette le persone di vivere, conoscersi, stare insieme e parlare, e quindi non va nascosta inutilmente sotto un letto.

Sono immagini davvero molto belle, e anche se nate in un contesto lontano dal nostro, meno tecnologico, sono ancora estremamente efficaci per ridare slancio alla nostra fede, della quale spesso non capiamo il perché e non capiamo il senso del nostro essere cristiani oggi nel mondo.

Queste espressioni andrebbero secondo me rilette con calma, meditate profondamente, sapendo che sono un chiaro modo per definire chi siamo e perché c’è bisogno della nostra fede, del nostro essere cristiani.

Gesù quando parlava ai suoi aveva in mente il loro mondo e la loro esperienza umana, e a questa esperienza lui attaccava il suo insegnamento in modo che non apparisse come un vuoto ragionamento con termini astratti, ma qualcosa che partendo dalla vita arrivasse alla vita, quella concreta.

Vorrei aggiungere anche io una immagine, un po’ provocatoria e legata al contesto attuale.

Oggi si parla ovviamente molto dell’emergenza del coronavirus. Non è certo il primo caso di crisi internazionale legata ad un’epidemia di malattia, ma oggi ad occupare l’attenzione di tutto il mondo è la diffusione di questo virus partito da una regione fino ad ora per noi sconosciuta della Cina di cui ancora è sconosciuta la cura.

Il virus abbiamo visto quando sia insidioso, quanto possa essere trasmesso dal contatto diretto, da persona a persona. Lo si può contenere solo con un isolamento, separando le persone contagiate o ipoteticamente contagiate, impedendo così di diffonderlo. Abbiamo visto in Cina venir isolate intere enormi città con milioni di persone e ormai tutti girano con una mascherina per impedire il contagio. E a questo si è aggiunta la paura che diventa psicosi, e così basta vedere un uomo o donna dalle fattezze orientali (anche se non è cinese…) e subito ci si sente in pericolo e vulnerabili. Bisogna anche menzionare le tantissime persone che anche a rischio della propria salute si prendono cura delle persone malate e cercano di fare il loro contributo al contenere il contagio.

Allora ho pensato al Vangelo come ad un virus e al cristiano come ad un ammalato che può contagiare. Il focolaio di partenza è stato proprio il piccolo gruppo di discepoli attorno al Maestro, che hanno fatto di tutto per non contenere il contagio, nonostante molti fin da subito ci abbiano provato. Superando barriere di diffidenza e paura, i discepoli hanno contagiato di Vangelo anche altri attorno a sé per contatto diretto fatto di parole e di testimonianza. Hanno coraggiosamente portato oltre i confini dell’Israele di allora, la loro “malattia”, cioè la loro fede nel Vangelo.

Credo proprio che se per il coronavirus dobbiamo far di tutto per contenerlo ed eliminarlo, con il Vangelo dobbiamo fare tutto l’opposto, non fermando quell’epidemia iniziata tra Betlemme, Nazaret e Gerusalemme, con Gesù. Il Vangelo è un virus benefico e dobbiamo credere che proprio nella sua diffusione porta non la morte ma la vita.

Il virus del Vangelo aiuta a vincere paure, pregiudizi, solitudini, guerre. Il virus del Vangelo lo diffondiamo proprio guardandoci in faccia e con il contatto della vita, stringendosi di più come comunità. E so che se uno lo riceve, con i suoi tempi di incubazione, alla fine emergerà e produrrà i suoi effetti benefici. Quelli che consapevolmente diffondono le malattie sono detti, con un termine antico, untori. Ecco la nostra vocazione! Essere untori non di male, non certamente di malattie, ma untori del Vangelo, diffondendo il virus benefico di Gesù e del suo Vangelo.

Giovanni don

il cuore del rito

febbraio 1st, 2020 1 comment

DOMENICA 2 febbraio 2020

PRESENTAZIONE del Signore

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.

Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,

perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

preparata da te davanti a tutti i popoli:

luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele».

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

(dal Vangelo di Luca 2,22-40)

“Perché chiedete il Battesimo?” È la prima domanda che sempre rivolgo ai genitori che mi chiedono di battezzare il loro figlio o figlia. A volte ho l’impressione che ci sia più la preoccupazione del “quando” e del “come” ma poco sul “perché” del Battesimo. La domanda sul perché è speculare alla domanda che mi verrebbe da fare, e che talvolta faccio se la confidenza me lo permette, a quei genitori che invece decidono di non battezzare i loro figli: “perché non battezzate vostro figlio o figlia?” Anche se la maggioranza delle famiglie dei nuovi nati italiani ancora chiede alla Chiesa la celebrazione del Battesimo, stanno aumentando quelle coppie di genitori, che pur venendo da famiglie di tradizione cristiana, non chiedono il Battesimo per i loro figli e di fatto non li avviano a nessun sacramento e vita cristiana. Ci sono anche molti che pur avendo chiesto e celebrato il primo dei sacramenti, poi non coltivano nei loro figli l’appartenenza alla Chiesa, non li mandano al catechismo e alle varie tappe sacramentali come la Prima Comunione e Cresima. E allora anche a me stesso chiedo… perché?

Il Battesimo ormai sembra resistere più come tradizione che come piena consapevolezza di appartenenza attiva alla comunità dei discepoli di Gesù. Viene vissuto e anche chiesto come segno culturale ma con sempre minor conoscenza effettiva di cosa si tratta e cosa comporta non solo per chi lo riceve ma anche per chi lo chiede come famiglia.

Giuseppe e Maria portano Gesù al Tempio per adempiere ad una tradizione, e l’evangelista Luca che ci racconta questo episodio rimarca più volte l’aspetto tradizionale di questo gesto, cioè sul “quando” (“quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale”) e sul come si svolge (“offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore”). Dicendo questo non si vuole dire che Maria e Giuseppe compiano quella tradizione di riscatto del loro primogenito con superficialità. Entrambi sono dei buoni ebrei e vivono la loro religiosità in modo sincero e allo stesso tempo ossequioso. Il brano proposto si apre e si chiude con la descrizione dell’evento e dei suoi elementi cultuali precisi, e poi tornano alla loro casa per continuare la loro vita normale, come quella di qualsiasi altra povera famiglia ebrea del tempo. Ma è nel cuore del racconto che viene fuori il vero “cuore” di tutto l’evento. Simeone ed Anna, due personaggi che solo qui vengono raccontati, sono il colpo l’ala di tutto il rito, evidenziando il suo “perché”. Entrambi sono persone pie e anch’esse inserite nel sistema religioso e cultuale dell’epoca, ma entrambi sono anche pronti a salti spirituali e sono capaci di riconoscere la presenza viva di Dio in tutto quello che li circonda e dentro i riti.

A me piace questo entusiasmo di fede che accende la profezia in Simeone e nell’anziana Anna, cioè la capacità di capire e riconoscere Dio all’opera. Loro capiscono più degli stessi Giuseppe e Maria il perché Gesù è li nel Tempio di Gerusalemme. Dio sta compiendo la sua promessa proprio dentro quel rito così piccolo e ripetitivo come tantissimi altri. Simeone riconosce in mezzo a centinaia di persone (come solitamente era affollato il grandioso Tempio centro religioso di Israele) la presenza viva di Dio. Sente che quel bambino è un segno non solo per coloro che sono nel Tempio ma per ogni uomo e donna del mondo, per le genti intere del mondo. Con poche precise parole delinea la vocazione di Gesù, che è quella di essere segno di contraddizione e di rinnovamento per il popolo di Israele, un popolo che rischiava di morire in una ritualità vuota e ripetitiva e senz’anima. Anche Maria e Giuseppe pur essendo stati anche loro raggiunti dall’annuncio personale di Dio rischiano di vivere in modo ordinario e solo tradizionale quel rito di Presentazione al Tempio di Gesù. Simeone prima e poi anche Anna sono quindi fondamentali per Maria e Giuseppe, per ridare slancio alla loro missione. C’è bisogno di riscoprire il cuore delle tradizioni religiose, che pur essendo belle e fondamentali, pur dovendole sicuramente custodire e difendere, non possono rimanere però dei vuoti contenitori senza un reale “perché”. Se non accendiamo di profezia, cioè di visione di Dio, la nostra vita cristiana, questa pian piano si spegne e diventa un museo di luoghi e riti che non servono quasi a nulla.

Quando penso ai genitori che chiedono il Battesimo, così come anche quando penso a me stesso che partecipo alla vita sacramentale della parrocchia, voglio quindi tenere accesa la domanda “Perché?”. Perché chiedere il Battesimo? Perché sono cristiano? Cosa mi serve e cosa cambia in me conoscere il Vangelo? Perché vado a messa? Perché…?

Ho bisogno anch’io di incontrare lungo il cammino della mia vita cristiana, fatta di tanti momenti rituali e tradizionali, quale “Simeone” e quale “Anna” che con la loro parola e testimonianza tengano acceso in me il desiderio vivo di Dio, che non spengano l’entusiasmo di vivere la fede e di dirmi cristiano. E so che anch’io ho come vocazione battesimale quella di essere a mia volta un “Simeone e Anna” per coloro che mi sono vicini e che incontro nella vita cristiana. È un mio dovere non solo come prete ma prima di tutto come cristiano di stimolare con le mie parole e il soprattutto con il mio esempio i fratelli e sorelle nella fede, in modo che non spengano anche loro la domanda interiore del “perché” essere e vivere la fede.

Giovanni don

pescare per dare vita

gennaio 25th, 2020 No comments

DOMENICA 26 gennaio 2020

DOMENICA DELLA PAROLA

 

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:

«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,

sulla via del mare, oltre il Giordano,

Galilea delle genti!

Il popolo che abitava nelle tenebre

vide una grande luce,

per quelli che abitavano in regione e ombra di morte

una luce è sorta».

Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

(dal Vangelo di Matteo 4,12-23)

La pesca è una nobile arte, sia per chi la fa di lavoro che per coloro che la fanno per passione, sia fatta con le barche e le reti, sia mettendosi da soli con la propria canna da pesca. Il patrono della nostra diocesi di Verona, San Zeno, è sempre raffigurato con in mano il pastorale a cui è curiosamente penzolante un pesce preso all’amo. La leggenda vuole che Zeno, vissuto nel IV secolo, divenuto l’ottavo vescovo della città, fosse così povero e semplice da andare lui stesso a pescare il pesce in riva al fiume Adige che attraversa Verona. Nella piccola chiesa di San Zenetto, è addirittura conservato il masso sui cui il santo sedeva per pescare. Molto probabilmente la simbologia di quel pesce attaccato al pastorale è ben più ampia e profonda. La simbologia del pesce nel mondo cristiano richiama molte cose. Il pesce scritto in grego era il simbolo di Cristo e con quel segno i cristiani si identificavano reciprocamente in tempo di persecuzioni. Il Vangelo di questa domenica ci narra di Gesù che all’inizio della sua missione di annuncio del Regno di Dio, percorre le regioni più a nord del Regno di Israele, e in particolare in Galilea e lungo di Lago di Tiberiade, detto anche mare di Galilea. Già questa collocazione geografia non è trascurabile per comprendere tutta la vicenda di Gesù e il suo messaggio. La Galilea è detta “delle genti” in modo non certo positivo. È il luogo dove si incrociano e mescolano vari popoli, tradizioni e religioni. Non è certo un luogo “puro” dal punto di vista religioso. Ma è certamente un luogo vivo e proprio qui Gesù compirà grandi segni e darà grandi insegnamenti. E quel lago dove lavorano i pescatori, sarà spesso scenario di insegnamenti e prodigi da parte di Maestro. La Galilea delle genti e il lago sono lo spazio umano nel quale si muove l’uomo Gesù, carico di un messaggio divino che dona vita a cominciare proprio da coloro che in quel momento sono li. I primi sono proprio questi pescatori che per lavoro tirano fuori il pesce dall’acqua per sfamare se stessi e gli altri a cui lo venderanno. Ovviamente tirare fuori un pesce dal suo ambiente significa dargli la morte. Ma è per questo che Gesù, venuto a capovolgere la vita umana dal di dentro, coinvolge nella sua missione di vita proprio questi pescatori chiamandoli a rimanere pescatori, ma non più di pesci per dal loro la morte, ma di uomini per dal loro la vita. Gesù è il primo pescatore di uomini. Con la sua parola e i suoi gesti, getta la sua rete d’amore per raccogliere l’umanità che rischia di annegare nel caos della vita. Le acque nella visione biblica sono simbolo del caos, della mancanza di armonia, della mancanza di Dio. Ecco perché Gesù inizia proprio dal caos della Galilea e dalle acque agitate del lago, per far sperimentare la sua salvezza, che risiede nell’entrare nella rete della relazione con lui e con la comunità a lui legata. Gesù pesca i pescatori e ne fa pescatori come lui, con il suo stile e il suo esempio.

San Zeno con quel pesce penzolante dal pastorale, è stato così per il suo popolo di allora. Ha pescato gli uomini e le donne del suo tempo gettando l’esca della Parola di Dio e della carità cristiana. Sicuramente anche lo stile povero e semplice della sua vita è stato il modo perché la pesca fosse fruttuosa e perché chi cercava l’amore di Dio “abboccasse” con una testimonianza vera.

Questa domenica, la terza dopo il Natale, Papa Francesco ha voluto istituire la “Domenica della Parola”. È l’occasione per tutti i cristiani di riscoprire la bellezza della Sacra Scrittura e in particolare del Vangelo. Il Vangelo letto, meditato e messo in pratica è quell’esca che dona vita alla nostra vita di fede che spesso rischia di annegare nel caos della vita. Tutti noi siamo chiamati a diventare dei pescatori di uomini, come lo era Gesù e come lo erano i suoi primi discepoli. Anche noi con la Parola possiamo gettare quella rete che crea rete e fa crescere la comunità cristiana, che è quella barca sulla quale siamo dal giorno del nostro battesimo.

Giovanni don