distante incolmabili

settembre 24th, 2016 No comments

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DOMENICA 25 settembre 2016

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
(dal Vangelo di Luca 16,19-31)

“Quanto è distante…?”
Quanto è distante l’Italia dalla Nuova Zelanda dall’altro capo del nostro pianeta?
Quando è distante la Terra dalla Luna, dal pianeta più vicino o quello più lontano del Sistema Solare?
Quanto è distante il Sole dalla stella più vicina o la nostra galassia dalle altre?
Il sistema di misurazione delle distanze usa il metro o addirittura il tempo (quello del movimento della luce) per dire distanze sempre più abissali. E se abbiamo speranza di colmare quelle distanze quando sono ancora calcolate in migliaia di chilometri, quando invece sono calcolate in anni luce allora sappiamo fin da subito che sono incolmabili.
Mi è venuto questo pensiero quando nella parabola di Gesù, ad un certo punto Abramo dice al ricco finito negli inferi che la distanza tra lui laggiù e Lazzaro è diventata un “grande abisso” incolmabile (“…coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”). Sembra quasi dire che Dio stesso non può accorciare quella distanza che si è creata. In parole più moderne potremmo dire che tra Lazzaro e il ricco la distanza è di milioni di anni luce.
Ma quando si è creata questa distanza così incolmabile? Eppure c’è stato un momento in cui i due erano vicini, a pochi metri. E’ stato quando il ricco “che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti” aveva questo povero di nome Lazzaro che stava alla sua porta “bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco”.
Erano a pochi metri, ma l’indifferenza del ricco aveva creato tra i due una distanza abissale. Fin che erano in vita entrambi si sarebbe potuta colmare con il gesto semplice di una mano che si tende in risposta di un’altra tesa a ricevere. Non è dunque la ricchezza che getta il ricco ad anni luce dall’abbraccio di Dio e di Lazzaro, ma la sua indifferenza che lo porta a sentirsi solo e lontano da chiunque è nel bisogno come questo povero seduto alla sua porta.
Gesù rivolge questa parabola ai Farisei, che per sentirsi vicini a Dio ignorano il povero come fratello e ignorano Gesù stesso come figlio di Dio fatto uomo. Ed è una parabola rivolta anche a noi oggi che con la nostra indifferenza creiamo abissi di distanza con chi è nel bisogno anche accanto a noi, sia nella casa vicina alla nostra che nella nazione e nel continente vicino al nostro. L’Africa per esempio, che fintanto era un continente da sfruttare per le sue ricchezze, era vicino, ma ora viene considerato dai paesi più ricchi come Plutone o come la prima galassia a 10 milioni di anni luce, che vediamo con il telescopio ma non la raggiungiamo mai. E lo stesso vale anche per Aleppo in Siria e per tutte quelle città martiri della guerra, che diventano luoghi visto da distante in modo tutto sommato indifferente, pensando che sono solo i nostri i veri problemi da affrontare.
E così come il ricco vestito di porpora e bisso (vestito griffato diremmo oggi) che mangia e beve in abbondanza, anche noi creiamo abissi di indifferenza con i poveri Lazzari del mondo, che se cercano da soli di attraversare via mare o via terra questo abisso di indifferenza, vengono poi respinti prima di tutto dal nostro cuore e poi dal nostro giudizio.
Questa parabola non ci parla del Paradiso e dell’Inferno dopo la morte, che rimangono un mistero che scopriremo quando sarà l’ora, ma ci parlano della distanza tra Paradiso e Inferno qui in terra, una distanza che siamo prima di tutto noi a creare quando dimentichiamo di aprire gli occhi verso chi è povero e non ci accorgiamo che senza fraternità e condivisione vera, siamo noi stessi che pian piano sprofondiamo già qui in vita nell’abisso incolmabile della povertà di cuore.

Giovanni don

Le parabole dei perdenti

settembre 10th, 2016 2 comments

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DOMENICA 11 settembre 2016

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
(dal Vangelo di Luca 15,1-32)

Tutti perdono qualcosa in questi tre racconti parabolici, e tutti i personaggi descritti sono dei veri perdenti.
Un pastore perde una pecora, una donna perde una moneta, un padre perde il figlio minore e perde anche l’altro maggiore dal quale è trattato come padrone e non come padre, il figlio minore perde i suoi averi perdendo così anche la sua dignità pascolando i porci…
Ho pensato quanto l’esperienza del perdere sia profondamente umana e tocchi prima o poi tutti in un modo o l’altro. Possiamo perdere un oggetto a cui teniamo, possiamo perdere dei beni necessari, possiamo perdere anche la salute, il posto di lavoro, una relazione importante. Arriviamo spesso anche a perdere la fiducia in noi stessi e alla fine anche la fede in Dio. Ci sono perdite piccole e perdite grandi, perdite sopportabili e altre che ci segnano profondamente e ci sembrano insuperabili.
Ma se ci penso bene l’esperienza di ritrovare qualcosa che si era perduto è una delle più forti e belle della vita. Non vorremmo mai perdere qualcosa o qualcuno, ma nel momento in cui lo ritroviamo la vita si illumina e diventa più bella.
E’ proprio questo quello che racconta il brano del Vangelo, che inizia con la descrizione di quello che Gesù faceva abitualmente e che dava sempre più fastidio ai suoi nemici, cioè l’incontro con coloro che erano perduti e considerati perduti davanti a Dio. Gesù va dai lontani e dagli allontanati, dai peccatori che nella mentalità dell’epoca erano considerati persi davanti a Dio. Gesù li va a cercare, sta con loro, li circonda con quel calore umano e divino che vuole comunicare loro che sono stati cercati e ritrovati da Dio stesso che li aveva persi. Tutto questo i farisei e gli scribi che si considerano fedelissimi di Dio, non lo capiscono. Non possono capire perché vedono i pubblicani e peccatori come un qualcosa che non appartiene a loro e alla loro comunità, quindi non sono una cosa perduta da andare a cercare.
Per Gesù invece è proprio l’opposto, lui vede negli uomini peccatori, nei poveri, nei piccoli, nei malati, qualcosa di suo che vuole ritrovare e gioire nel profondo per l’esperienza del ritrovamento.
Nell’ultima parabola, quella più lunga e dettagliata, la scelta del figlio maggiore (andare o meno alla festa per il fratello minore ritrovato…), che tratta il padre come padrone e suo fratello come un nemico estraneo, rimane in sospeso e interroga anche me come uomo e come credente. Io, che so bene per esperienza quanto è bello ritrovare qualcosa di perduto, sono chiamato a vedere tutti gli uomini, specialmente quelli più lontani da me come parte della mia vita, come qualcosa di mio che non possono non ricercare. Che scelta farà il figlio maggiore? Si riconoscerà anche lui perdente e vorrà sperimentare la gioia di ritrovare il padre e il fratello minore? Gesù non lo racconta e lascia volutamente la parabola in sospeso… Il Vangelo ci racconta che alla fine i farisei e gli scribi (ai quali erano dirette le parabole) hanno fatto la scelta di perdere anche il Messia e i suoi insegnamenti mettendolo in croce, mentre io sono chiamato a fare una storia diversa e a scegliere invece la strada difficile ma molto più gioiosa di ritrovare coloro che erano perduti.
Dio nel Vangelo appare dunque come un perdente, cioè come uno che ha perso e vuole ritrovare. Dio non smette mai di cercare gli uomini e anche me, e non sarà mai stanco finché ogni uomo avrà ritrovato la strada del ritorno a Lui e al suo abbraccio paterno.

Giovanni don

poveri per il Vangelo

settembre 3rd, 2016 2 comments

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DOMENICA 4 settembre 2016

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
(dal Vangelo di Luca 14,25-33)

Questa domenica, papa Francesco proclama Santa Madre Teresa di Calcutta. Si compie così il cammino ecclesiale di questa piccola suora albanese che ha vissuto la sua vita nelle zone più povere dell’India. Durante la seconda metà del 900 Madre Teresa ha dedicato le sue energie umane e spirituali totalmente al servizio dei più miseri e abbandonati, diventando modello di carità non solo per i cristiani ma per tutti gli uomini.
Me lo ricordo bene che ancora da viva aveva una fama planetaria per la forza della sua fede che la portava a darsi tutta ai poveri, radunando attorno a sé molte sorelle ma anche migliaia di volontari. Il premio Nobel per la pace che le fu conferito nel 1979 è stato una sorta di anticipazione laica della sua canonizzazione.
Mi ha sempre affascinato questa figura anche se sotto sotto, lo confesso, alla domanda se avessi voluto fare la sua vita, pensavo… anzi penso ancora, decisamente di no.
Ed è qui che riprendo e mi lascio provocare dalle parole dure del Vangelo di questa domenica, parole che per quanto le possa “smorzare” sono inequivocabili: “chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.
Gesù davvero chiede tanto, e le sue parole sembrano irrealizzabili se non da poche straordinarie persone, proprio come Madre Teresa, che è stata capace di rinunciare a tutto per il Signore, persino ad un posto tranquillo come suora in un ordine che la indirizzava all’insegnamento. Madre Teresa ha rinunciato a sicurezze e protezioni per darsi tutta al Vangelo e a lei guardo come vera discepola con ammirazione, ma anche con la consapevolezza che non sarei capace di fare lo stesso.
Ma come mai mi affascina così tanto e insieme a me affascina ancora oggi, a quasi 20 anni dalla morte, milioni di cristiani e non cristiani?
Nel Vangelo Gesù ai suoi discepoli chiede davvero tanto, forse troppo. In un contesto sociale dove il clan famigliare era tutto, Gesù invita a rinunciarci se davvero si vuole essere discepoli del Vangelo. Rinunciare alla famiglia, significa non mettere interessi personali davanti agli interessi del Vangelo e al suo progetto di amore. Gesù chiede di rinunciare anche alla buona considerazione sociale, proprio come lui, che non ha rifiutato di apparire condannato e disprezzato quando ha preso la sua croce ed è salito sul Calvario, espulso dalla società religiosa del suo tempo. La stessa cosa Gesù la chiede a chi vuole essere suo discepolo, cioè prendere la propria vita e farne dono anche a costo di essere incompresi e rifiutati.
Ma è soprattutto la rinuncia a tutti i beni, sicurezze e protezioni quello che Gesù chiede ai suoi amici, per mettere solo ed esclusivamente il Vangelo come ricchezza e scudo della vita.
Ma Gesù non vuole discepoli poveri e tristi, come immaginiamo sempre la condizione di chi è nella povertà, per situazioni di disastri, guerre e carestie. Gesù non vuole persone povere, ma persone libere.
È la libertà quella che propone Gesù ai suoi amici, libertà da tutto, per avere tutto quello che veramente conta, cioè la sua amicizia e la possibilità davvero di cambiare il mondo in bene.
Liberi da condizionamenti dello status economico, liberi dai condizionamenti della società che ci impone schemi, mode e bisogni, liberi dalle ansie di accumulare e mantenere quello che si è accumulato, liberi da muri di beni che ci rendono prigionieri non solo verso Dio ma soprattutto verso chi ci sta accanto.
Ecco allora cosa in fondo mi affascina di Madre Teresa di Calcutta: una totale libertà che l’ha portata ad essere ricchissima di Dio e di umanità.
Forse non riuscirò ad essere così povero e disponibile come lei, ma posso pian piano diventare sempre più libero, imparando a rinunciare alle cose per far spazio a Dio e ai fratelli.

Giovanni don

Dio all’ultimo posto

agosto 27th, 2016 1 comment

Dio nel terremoto (colored)
DOMENICA 28 agosto 2016

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
(dal Vangelo di Luca 14,1.7-14)

Gesù è invitato a pranzo e tutti lo guardano e lo osservano. Lo mettono alla prova per vedere se dalle parole passa ai fatti, se anche lui in fondo è prigioniero delle consuetudini del tempo dove chi è più importante sta davanti, chi ha legami di parentela ha privilegi e dove chi è povero sta in fondo alla sala così come nella società. Possiamo dire che quella sala da pranzo del fariseo riproduce quello che succede oggi nel mondo e qui da noi, dove gli ultimi sono sempre ultimi e dove i privilegi sono sempre dei soliti e di chi ha soldi e potere.
E anche Gesù osserva gli invitati al pranzo, notando anche lui come ci sia la solita gara ad occupare i primi posti e come i più fortunati siano sempre i soliti e i più vicini al padrone di casa.
Da questa osservazione incrociata nasce l’insegnamento di Gesù che non è una mera strategia di falsa umiltà (…quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”) ma un modo stesso di intendere la vita e le relazioni. La vita non è come una gara olimpica dove si fa di tutto (a volte anche in modo illecito… vedi la piaga del doping) per essere primi, ma la vita è invece una gara al contrario, cioè a cedersi il posto, a dare spazio e ad arrivare ultimi, anzi a farsi ultimi con gli ultimi, fino ad eliminare scale, graduatorie e competizioni umane.
Gesù quando parla così in fondo sta ancora una volta descrivendo se stesso e la sua identità profonda.
Gesù è Dio che si mette all’ultimo posto nascendo nel mondo come uomo come tutti. Gesù si lascia mettere all’ultimo posto quando non evita la croce, perché proprio lì ha la possibilità umana di incontrare gli ultimi più ultimi.
Gesù è Dio all’ultimo posto, il posto di Dio e il posto dove possiamo trovarlo se lo stiamo cercando.
Gesù è con coloro che non possono darci nulla in cambio se facciamo loro del bene. La ricompensa è Dio stesso e non denaro o potere.
Gesù, che in questi giorni di lutti incredibili e assurdi con il terremoto sembra assente e lontano, in realtà si è lasciato travolgere dai crolli e si è messo al posto dei più sfortunati e sofferenti. E chi ha scavato anche a mani nude per soccorrere, confortare, aiutare, ha scavato verso il cielo, ha davvero incontrato Dio anche se mentre scavava si domandava come mai Dio permette tutto questo.
Dio per la sua gloria ha scelto la strada dell’umiliazione, del rendersi umile come la terra, e da questa umiliazione manifesta la sua grandezza che è l’amore, che in ogni situazione, anche la più terribile rimane la vera strada per risorgere, anche dalle macerie più pesanti.

Giovanni don

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