backstage di un miracolo

gennaio 18th, 2019 No comments

DOMENICA 20 gennaio 2019

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

(dal Vangelo di Giovanni 2,1-11)

Adoro il cinema e la magia di quei film che riescono a ricreare situazioni e storie che nella realtà spesso sono impossibili. Adoro anche vedere successivamente il backstage dei film visti al cinema o tv. Si tratta di brevi documentari con foto e filmati che mi fanno conoscere quel che sta dietro ad una produzione, svelando il segreto di certe scene e come sono stati creati certi effetti speciali.

L’evangelista Giovanni con questo racconto ci fa entrare direttamente nel backstage delle nozze di Cana insieme a Gesù. La storia può esser vista dal punto di vista degli sposi e di colui che dirige il banchetto: una bella festa che rischia di andare a male per la mancanza dell’elemento fondamentale di tutta l’organizzazione, cioè il vino. Improvvisamente però (colpo di scena!) quando tutto sembra perduto, viene portato nuovo vino, che in quantità e qualità supera quello precedente e sorprende tutti.

Grazie all’evangelista a noi è dato di conoscere cosa sta dietro questo miracolo, ed è l’azione di Gesù. A Giovanni infatti non interessa la storia delle nozze, ma quella di Gesù e far vedere che in quel che Gesù compie e nel modo in cui lo compie c’è tutta la sua storia e anche la nostra di discepoli.

In questo gesto di Cana l’evangelista vede il primo segno tra tutti quelli che Gesù compirà nella sua missione fino al più grande dei segni, la morte e resurrezione. Tutto quel che Gesù fa e dice ha nella croce il punto di riferimento. Questo appare già nelle parole (piuttosto strane se prese alla lettera) che Gesù rivolge a sua madre quando questa gli dice che non c’è vino alle nozze (“…non è ancora giunta la mia ora”). È l’ora in cui sarà innalzato da terra e tutti vedranno in Gesù in modo definitivo chi è e chi è Dio come suo Padre.

Questo miracolo è il primo dei segni anche nel significato di “modello” di tutti gli altri segni, che hanno come scopo rivelare chi è Gesù, la sua missione ed essere riferimento per la fede.

Gesù a Cana vuole donare quel vino che sembra mancare non tanto in quella festa di nozze, ma in tutto il popolo di Israele e nel mondo: è il vino della gioia. Senza vino, anche la festa più organizzata e perfetta dove all’apparenza non manca niente, alla fine fallisce. Serve vino ad una festa di nozze, come di benzina in un motore, come di amore in una famiglia, come di pace nel mondo.

Gesù è venuto proprio per questo, cioè per portare fiumi di amore, di gioia di pace nel mondo con una qualità superiore. Gesù è la risposta alle vere attese di ogni essere umano che spesso si sente svuotato di gioia, amore e pace e rischia di cercarle in modo precario e sbagliato.

L’evangelista ci dice che vedendo quel segno i discepoli credono in lui. È la fede di chi si affida alla proposta di Gesù in maniera dinamica e non statica. La fede non è una adesione statica mentale che non ha dubbi. La fede dei discepoli è credere che nelle parole di Gesù, anche quando sono difficili da comprendere fino in fondo, c’è la vera soluzione ai vuoti e alle mancanze della vita umana. Fede è fidarsi, buttarsi e scommettere sul Vangelo, facendo leva sulle esperienze positive che ci indicano che la pace vera è possibile, che l’amore vince l’odio e la gioia non è scomparsa dalla terra e dal cuore dell’uomo.

La fede è dire “sì, ci sto… ci metto la mia parte di acqua sapendo che con Gesù può diventare vino buono”

La fede è quella di Maria che qui più che mai è modello della Chiesa e di ogni singolo cristiano. Maria non rimane indifferente ad una mancanza e la segnala senza pretendere nulla (“non hanno vino”). Non chiude gli occhi difronte alla sofferenza e alla richiesta di aiuto implicita, e la porta a Gesù, perché si fida che in lui, anche se non sa come, c’è la soluzione. Questa è la Chiesa che si prende carico delle fatiche umane e non gira lo sguardo dall’altra parte. Maria poi pronuncia quella frase che sintetizza il cuore dell’annuncio cristiano: “qualsiasi cosa vi dica, fatela!”. Questo è credere nel Vangelo! Questa fede riempie di fiumi di vino buono il mondo assetato, che come quella festa di nozze di Cana, è pieno di perfezioni e ricchezze, ma spesso arido di gioia, amore e pace.

Stando nel backstage abbiamo quindi capito da dove può venire il vero miracolo per l’umanità, ed è il Vangelo di Cristo. Seguiamo quindi il consiglio di Maria: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela!».

Giovanni don

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior

gennaio 11th, 2019 No comments

DOMENICA 13 gennaio 2019

BATTESIMO di Gesù

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».

Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

(dal Vangelo di Luca, 3,15-16.21-22)

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”

È l’ultima frase di una delle canzoni di Fabrizio De André, “Via del Campo”. È una canzone che narra di una delle vie di Genova che al tempo della canzone era abitata da disperati, prostitute e personaggi loschi, ma nello stesso tempo piena di vita. Si narra che il cantante-poeta proprio immergendosi in quella via, dove si trovava un negozio di dischi che frequentava, abbia compreso la bellezza e forza della vita e dell’accoglienza del prossimo, anche quando è diverso, disperato, povero.

Gesù con il battesimo nel fiume Giordano, esprime da adulto quel che è iniziato nella mangiatoia di Betlemme. In quel tratto di fiume dove Giovanni Battista raduna i disperati che vogliono confessare i loro peccati, anche lui, Figlio di Dio, vuole immergersi e mescolare la sua vita con quella di ogni essere umano. Non sceglie il Santo dei Santi, cioè la parte più sacra e separata (sacro significa proprio “separato”) del Tempio eretto ad onore di Dio, ma sceglie le acque sporche dei peccatori per unire la sua vita a quella di ogni essere umano. Proprio mentre è lì in quelle acque, in un gesto di totale abbassamento, mentre è nel “letame” della vita umana, i cieli si aprono per lui e Dio Padre si fa sentire. Dio proclama che proprio in quell’abbassamento totale c’è tutto il suo amore e la forza di Dio, lo Spirito Santo. Come nella paglia degli animali di Betlemme anche nelle acque del Giordano nasce il fiore del Vangelo, vivo e concreto.

E sappiamo che da quella condizione Gesù non uscirà più, rimanendo profondamente immerso (battezzato) nell’umanità, scegliendo spesso proprio gli ultimi come compagni di viaggio e discepoli per continuare a rimanere dentro la condizione vera dell’uomo.

Quando celebro il battesimo di qualche bambino, questo brano di Vangelo diventa un punto di riferimento non solo per la celebrazione ma per tutto quello che da quel momento in poi accade nella vita spirituale del bambino e della sua famiglia, che chiede per lui il sacramento.

Battezzare un bambino significa fare la scelta forte di immergerlo nella vita di Cristo, nel Vangelo, per scoprire quanto Dio stesso fa altrettanto con quel bambino e di conseguenza con la sua famiglia. Battezzare significa avere la possibilità di sentire Dio vicino, di avvertire nella vita in ogni momento la forza e il calore del suo Amore, che è lo Spirito Santo. Battezzare significa fare una scelta di “abitare” per sempre la via di Dio, e non passarci solo qualche raro momento in qualche occasione celebrativa.

Spesso i sacramenti della Chiesa sono vissuti come gioielli decorativi che si tirano fuori in qualche occasione speciale, ma poi rimangono chiusi nei cassetti dei ricordi. Al contrario i sacramenti, il primo dei quali è proprio il battesimo, ci immergono nella vita di Dio ogni giorno. Dio ha scelto di “sporcarsi” con la nostra vita perché fiorisca. Ma questo richiede davvero una scelta quotidiana e continuativa.

Raccomando sempre ai genitori di non fare “sceneggiate” con dei battesimi che sono belli, festosi, ricchi di regali, auguri, sorrisi… ma che poi terminano con i saluti a fine giornata. Il battesimo è un impegno a leggere il Vangelo e a viverlo nella comunità cristiana con tutti i suoi limiti e problemi. La Chiesa di battezzati è molto simile a quella comunità di disperati che arrivata al fiume Giordano e che avevano in comune la voglia di convertirsi a miglior vita pur partendo tutti dai propri limiti e peccati. La Chiesa nella quale il battesimo ci immerge è come la Via del Campo della canzone di De André, ricca di personaggi particolari, ma anche piena di vita e che ci insegna che è vero che dai diamanti non nascono fiori ma dal letame si… dalla vita vera, dalla condivisione e amore reciproco che ci sappiamo dare.

Il fiore della resurrezione di Cristo non è nato dai diamanti del Tempio di Gerusalemme che si apriva a pochi in poche occasioni dell’anno, ma dalla stalla di Betlemme, dalle acque del Giordano e dal monte Calvario, dal luogo dei disperati che Gesù ha scelto di abitare sempre.

Giovanni don

i Magi-bambini

gennaio 5th, 2019 No comments

DOMENICA 6 gennaio 2019

EPIFANIA del Signore

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

(dal Vangelo di Matteo 2,1-12)

La sera dell’ultimo dell’anno nell’Oratorio parrocchiale abbiamo organizzato il cenone, aperto a tutti, ed erano presenti diverse famiglie con bambini anche piccolissimi. Ad un certo punto della serata, prima del dolce, è stato messo in scena un breve spettacolo di Magia per tutti i bambini seduti davanti al palco. Un giovane e il suo papà, entrambi vestiti da clown, hanno iniziato a fare alcuni giochi e piccole Magie con della musica, per far sorridere e coinvolgere i più piccoli. La semplicità delle cose messe in atto dal duo era assoluta, e alla mia vista e anche a quella degli altri adulti presenti, il tutto sembrava a tratti davvero troppo banale e incomprensibile. Mi hanno però colpito gli sguardi dei bambini che invece erano incollati a quello che avveniva sul palco ed erano davvero divertiti. Ai loro occhi lo spettacolo pensato per loro era bellissimo e pieno di gioia. E così anche io nel riflesso degli sguardi dei bambini ho visto uno spettacolo meraviglioso.

Leggendo il Vangelo dei Magi pensavo agli occhi di questi personaggi strani che si presentano a Gerusalemme con una domanda assurda che mette a disagio il clero e i potenti della grande città. Cercano un re da adorare come si fa solo con Dio! Sono venuti da chissà dove, e sono senza nome e numero (il vangelo parla di “alcuni” Magi… da oriente). Non dovrebbero conoscere nulla di profezie, di Messia, di Regno di Dio, eppure si sono messi in viaggio, ispirati da una stella. Secondo la mentalità antica ogni essere umano che veniva al mondo aveva la sua stella, più luminosa a seconda della sua importanza. Questi astrologi o addetti alla Magia (Magi o maghi… sono la stessa cosa) hanno seguito un piccolo segno e hanno affrontato un percorso lungo e difficile che è iniziato proprio dal loro cuore, luogo dove scatta la scintilla della ricerca di Dio, una scintilla che Dio stesso mette.

Ma a Gerusalemme i Magi trovano il muro del pregiudizio su di loro e soprattutto su Dio. Gli abitanti della città sono così dediti a contorti ragionamenti su sé stessi che non riescono più a vedere la scintilla di Dio che brilla anche nel loro cuore, come in quella di ogni uomo. Erode con il suo potere che tiene stretto e i religiosi che hanno ormai rinchiuso Dio nelle loro tradizioni, liturgie e schemi mentali, non vedono la stella di Gesù in cielo, nel loro cuore e tantomeno nelle Scritture, che pure sono li a fare da guida.

Gli occhi dei Magi sono fissi sulla stella, sulla loro ricerca sincera e innocente di Dio. E a Betlemme lo vedranno ancora più luminoso della stella in cielo. Vedranno Dio e la realizzazione di ogni loro attesa. Riescono a vedere Dio in Gesù e sua madre, e con i loro doni confessano la loro fede accresciuta e ancora più luminosa. Riconoscono in Gesù il Re del mondo (oro), il vero mediatore tra Dio e la terra (incenso) e lo Sposo dell’umanità (mirra). E il fatto che per la strada di ritorno Dio parlerà direttamente loro in sogno (e non più dalla stella) significa che davvero sono cresciuti ancora di più interiormente e nella comunicazione con il Signore.

Erode e i religiosi rimangono intrappolati dalle mura di Gerusalemme che non è distante da Betlemme. Hanno spento il desiderio di Dio, hanno chiuso gli occhi alla meraviglia e sono solo capaci di giudizi e violenza. I Magi al contrario sono come quei bambini dello spettacolo in oratorio, capaci di vedere cose meravigliose anche in piccoli segni sinceri fatti per loro. I Magi hanno lo sguardo innocente dei bambini, come del bambino Gesù, e sanno mettersi in gioco senza troppi filtri di ragionamenti, convenienze, pregiudizi e paure. Negli occhi di questi Magi-bambini oggi anche io voglio vedere riflesso Dio che si manifesta a me in molti modi (Epifania significa proprio “manifestazione”) e mi invita a provare gioia solo se mi lascio andare, se amo senza paure e condizionamenti, se mi metto in gioco come loro, nella vita e nella fede.

Giovanni don

fuori dal Mulino Bianco

dicembre 29th, 2018 No comments

DOMENICA 30 dicembre 2018

SACRA FAMIGLIA

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

(dal Vangelo di Luca 2,41-52)

Anche quelli del Mulino Bianco se ne sono accorti da tempo! Mi ricordo da piccolo che l’espressione “famiglia del Mulino Bianco” indicava proprio la famiglia perfetta, unita attorno ad un tavolo nella dolcezza dei rapporti tra sposi, tra genitori e figli, e i figli tra di loro. La pubblicità (televisiva e oggi più che mai sui social media) sa leggere i movimenti della società, magari anche li condiziona pesantemente, ma certamente è uno specchio abbastanza affidabile di quel che succede a vari livelli. Un buon pubblicitario se vuole far vedere quel prodotto deve arrivare al cuore dell’esperienza dei possibili futuri consumatori.

Ed ecco allora che la famiglia nella pubblicità di oggi non è più quella di 10 o 20 anni fa. Il modello di famiglia oggi è il “non unico modello”, perché non esiste un unico stampo uguale per tutti e che rispecchi tutte le esperienze reali. Accanto al modello “tradizionale” di “papà-mamma-figli” si collocano le famiglie formate dalla sola coppia (anche dello stesso sesso), di genitori separati con figli, di genitori con figli di precedenti unioni che si mettono insieme… e così via. E anche nel Mulino Bianco delle pubblicità oggi abitano diverse espressioni di vita famigliare e di coppia…

E quale famiglia abita nel Vangelo? La principale protagonista è ovviamente la famiglia di Gesù con Maria e Giuseppe. Nella festa di questa domenica, che segue il Natale, ci è presentata come Sacra Famiglia, punto di riferimento proprio perché, se la guardiamo bene, ha nella sua unicità il suo essere un modello aperto. I modelli troppo rigidi sono pericolosi se sono imposti, e alla fine vengono rifiutati, perché non rispecchiano la complessità delle situazioni di vita. La famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, è bella proprio perché non replicabile nella sua vita, nelle sue scelte, ma può essere ispiratrice e modello spirituale per tante altre esperienze di famiglia in altri luoghi, tempi e situazioni.

In cosa questa famiglia del Vangelo può essere modello? Non è certo una famiglia modello in quel che le succede che se lo prendiamo letteralmente dal Vangelo non è certamente da “mulino bianco vecchio stile”. Il padre vero di Gesù non è Giuseppe e la cosa viene nascosta, anche perché la coppia ha rischiato la separazione ancora alle porte del matrimonio; figlio nasce in una condizione di povertà e pericolo, e la famiglia diviene ben presto fuorilegge e profuga. I genitori si accorgono che il loro figlio dodicenne non li segue nella carovana e se ne accorgono dopo un giorno di cammino. E cosa risponde loro il figlio quando lo ritrovano? Li rimprovera davanti a tutti.

La Sacra Famiglia è proprio una famiglia unica, dalle esperienze così particolari e personali che ogni altra famiglia anche di oggi si può ritrovare per il fatto che ogni esperienza è unica e irripetibile e nessun giudizio definitivo di “buona” o “cattiva” famiglia può essere espresso. Gli evangelisti (specialmente Luca) ci vogliono trasmettere il cuore della famiglia di Nazareth, che è la totale fiducia in Dio. Maria e Giuseppe, pur con tutti i limiti della loro esperienza, alla fine si fidano e affidano a Dio, credendo che nelle sue promesse c’è il vero futuro della loro vita di coppia e di famiglia, qualsiasi cosa possa accadere.

Anche quando trovano il figlio dodicenne al tempio dopo tre giorni di angoscia e sicuramente con il proposito di una punizione esemplare per il Gesù ribelle, alla fine sono raggiunti dalla Parola di Dio che viene proprio dal loro figlio, una parola dura e provocante ma vera. E Maria, ci dice l’evangelista, non rifiuta il rimprovero inatteso del figlio ma lo medita nel cuore. Ecco dove sta l’esempio della Sacra Famiglia, nell’avere un cuore sempre aperto e disponibile a capire, meditare e anche a cambiare se necessario, se porta a crescere spiritualmente e creare ancora più armonia per tutti. Maria, Giuseppe e anche Gesù, sono sempre disponibili l’uno per l’altro, per aiutarsi senza giudizio, senza rigidità e con amore vero. Ogni famiglia anche di oggi, qualsiasi forma abbia, compresa la famiglia parrocchiale, ha in questo modello del cuore aperto un punto di riferimento.

Se la famiglia del Mulino Bianco di una volta era così bella ma a volte anche “antipatica” perché sembrava valorizzare solo un tipo di esperienza e escluderne altre, ora la Sacra Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria, ci viene offerta dal Vangelo come modello aperto, come punto di riferimento che non giudica ma che consola, e allor stesso tempo ispira a non chiudersi mai credendo davvero che in ogni situazione di vita è possibile trovare Dio.

Giovanni don