le barche troppo piccole

gennaio 19th, 2018 No comments

pescatori discepoli (colored)

DOMENICA 21 gennaio 2018

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. 
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

(dal Vangelo di Marco 1,14-20)

Le rive del Lago di Tiberiade (chiamato dall’evangelista Marco “mare di Galilea”) hanno ancora oggi i segni della presenza dei pescatori del primo secolo, tempo in sui si svolgono i fatti narrati nel Vangelo. Si possono vedere queste pietre, una volta appena affioranti dall’acqua ma oggi lontane dalla riva, con dei fori artificiali dove erano infissi dei semplici pali ai quali i pescatori legavano le barche quando erano a riva. 20180112_102132

Sono stato in quei luoghi proprio in questi giorni, e mi sono chiesto se proprio a quelle pietre, i pescatori Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni con il padre e i dipendenti, hanno qualche volta legato le loro barche. E magari proprio lì in quel luogo hanno ricevuto la chiamata narrata nel Vangelo. Ovviamente le pietre non dicono nulla a riguardo e non ci sono targhe messe dagli apostoli stessi con la scritta “qui è iniziato il mio cammino di discepolo”.

Gesù sceglie queste rive del lago per iniziare la sua predicazione, e fin da subito raduna un piccolo gruppo di persone che sperimentano quello che Gesù dice.

Il cuore del suo annuncio è semplice: è questo il tempo di Dio, è questo il momento favorevole per la realizzazione del suo piano dentro la storia umana. È proprio questo il momento, proprio perché segnato dalle violenze dei violenti e dal potere dei potenti (si fa riferimento all’arresto di Giovanni da parte di Erode). 

Ma qual è il piano di Dio? Non si può conoscere solo attraverso i ragionamenti e imparando alcune regole da applicare. Per capire il piano di Dio sulla storia umana (il Regno di Dio è vicino…) si deve prima di tutto cambiare il modo di vedere e affrontare la vita.

Gesù chiama i suoi discepoli in un momento particolare, mentre stanno pescando. Da li parte il suo insegnamento riguardo la linea guida da seguire per comprendere Dio e quello che avviene nella storia.

“Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. Il pescatore quando pesca non pensa al pesce ma a sé stesso, a quanto può guadagnare e mangiare facendo morire il pesce pescato. Pescare il pesce è tirarlo fuori dal suo ambiente e farlo di conseguenza morire. Gesù chiama ad una svolta radicale di mentalità e azione, usando lo stesso termine “pescare”.

“Pescare gli uomini” significa tirarli fuori dal male, dal caos, dal non-senso (simboleggiati dalle acque del mare) per ridare vita, speranza, prospettiva di futuro a chi li ha perduti. E questo viene fatto non per sé stessi ma proprio per l’altro, per chi viene pescato-salvato.

Dal “per me” al “per te”, da scelte di morte a scelte di vita, dal vivere alla giornata al vivere per l’eternità. 

Questo è possibile proprio seguendo Gesù, primo pescatore di uomini, imparando da lui, non stancandosi di imparare continuamente dal Vangelo.

A questa proposta così travolgente, i pescatori di Galilea aderiscono immediatamente (“… subito lasciarono le reti e lo seguirono”) sentendo le loro barche troppo piccole e l’orizzonte del lago (che non è piccolo) troppo corto. Lasciano “tutto” perchè sembra così poco e povero in confronto alla proposta di Gesù di diventare portatori di vita, annunciatori di speranza, costruttori di pace.

Qualche giorno dopo la visita alle rive del lago di Tiberiade dove ho letto questo brano del Vangelo, sono andato a visitare un luogo assolutamente diverso: le colline a sud di Hebron, dove nel villaggio palestinese di At-Tuwani, giovani volontari di “Operazione Colomba” (legata alla Comunità Giovanni XXIII di don Oreste Benzi) operano per la pace.

IMG_2616Il piccolo villaggio palestinese da anni è minacciato di essere sgomberato dalle forze armate Israeliane per far posto alle Colonie di Ebrei fondamentalisti che si sono insediati poco distante. Gli abitanti palestinesi di At-Tuwani hanno deciso di rispondere con la non-violenza e di rimanere li nonostante la vita sia difficile. Con le armi della Legge che ancora li difende, rimangono e conducono la loro semplice vita, continuando a sperare in un futuro migliore e di pace. I volontari italiani che abbiamo trovato ad operare sul posto credono davvero che sia possibile un mondo diverso, nel quale non debba per forza vincere la forza dei potenti (come ai tempi dell’arresto di Giovanni Battista da parte di Erode). Mi sembra davvero di aver ritrovato in questi giovani volontari e negli abitanti del villaggio lo spirito dei primi discepoli chiamati sul mare di Galilea. È lo spirito di chi vede più in la della violenza e aderisce con entusiasmo alla difficile battaglia della pace che usa armi di vita e non di morte. Ho visto ad At-Tuwani dei veri “pescatori di uomini” come nel Vangelo.

Sulle pietre bucate del lago di Tiberiade e nel villaggio di At-Tuwani ho sentito lo stesso vangelo, e mi sono sentito a mia volta chiamato di nuovo alla conversione e alla fede: dal “per me” al “ per te”, dove la differenza lessicale sta solo una piccola lettera, ma la distanza nelle conseguenze per la mia vita e per il mondo diventa enorme, e la differenza costruisce la pace, quella che Dio vuole nel tempo umano.

Giovanni don

cosa cerchiamo?

gennaio 12th, 2018 No comments

Simone Pietro (colored)

DOMENICA 14 gennaio 2018

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

(dal Vangelo di Giovanni 1,35-42)

“Che cosa cercate?”

È la domanda che Gesù rivolge ai discepoli di Giovanni Battista che si sono messi a seguirlo. Giovanni ha detto loro che è l’agnello di Dio, usando un’espressione biblica che indicava salvezza e realizzazione delle promesse di vita per il popolo di Dio. Così i discepoli vanno da quest’uomo, Gesù, che si sta rivelando come Maestro e la cui identità profonda è tutta da scoprire.

Gesù non si accontenta di avere qualcuno che lo segua e basta, ma vuole mettere chiarezza sulle loro aspettative, che sono determinanti per un vero e fruttuoso discepolato.

Un mio caro amico che fa formazione agli educatori e ai genitori su temi educativi e anche sui temi della fede, inizia sempre gli incontri con questa domanda: “cosa vi aspettate da questo incontro?”.

Dedica diverso tempo a questa fase iniziale, cercando di far parlare il maggior numero di persone. Le prime volte mi sembrava fosse una fase “inutile” che toglieva tempo alla parte di esposizione del tema della serata. Ma mi sono ben presto accorto che invece è la parte fondamentale. Se non si vanno a toccare e stimolare le aspettative, anche l’esposizione più brillante, profonda e preparata non arriva se non a qualcuno e anche in maniera superficiale. Mi sono accorto che spesso la parte espositiva tiene conto in maniera vera delle cose ascoltate da parte iniziale all’incontro. Non è una semplice tecnica di dinamica di gruppo, ma è un atteggiamento profondo di amore e di rispetto della persona che affonda le radici nel Vangelo stesso.

I discepoli seguono Gesù, e lui prima ancora di mettersi ad insegnare (con gesti e parole) si interroga veramente sulle aspettative di coloro che gli stanno vicini. Vuole sapere da loro cosa cercano e vuole anche stimolarli a pensare nel profondo alle loro aspettative vere, smascherando false attese, attese superficiali, durezze che potrebbero alla fine rendere inefficace ogni insegnamento.

La risposta che Gesù riceve è interessante: “vogliamo sapere dove dimori”.

Sembra che i discepoli non cerchino risposte facili e immediate e soluzioni pronte all’uso alla loro fede. Vogliono “stare” con Gesù, entrare nella dimensione di vita di questo nuovo maestro che il “vecchio” maestro Giovanni ha loro indicato. E Gesù a sua volta non dà loro una risposta veloce fatta di regole e sentenze, ma propone una esperienza di amicizia: “venite e vedrete”.

Non bastano 5 minuti o due ore per avere le risposte, ma serve un legame di vita, una amicizia basata sulla fiducia, un impegno a mettersi in gioco fino in fondo.

A questo punto entra in gioco il discepolo Simone, quello che più di tutti emerge nei Vangeli come modello, nel bene e nel male, di noi discepoli di oggi. Simone viene portato a Gesù dal fratello Andrea. Gesù con Simone ha subito un rapporto speciale e diretto. Quando lo fissa, coglie subito la realtà di questo uomo. Fissare nel Vangelo di Giovanni significa “cogliere la realtà profonda”, ed è per questo che Gesù lo chiama “Cefa”, cioè Pietro. Il Maestro coglie in questo discepolo una durezza profonda di testa e di cuore che dovranno sciogliersi, per dar posto alla solidità della fede.

Simone è dunque Pietro perché fatica a lasciarsi andare, ad accettare di essere plasmato dall’insegnamento di Gesù, duro a superare le paure e le convenienze. Tutto questo lo troveremo nei racconti successivi, ma già da ora, con questo “soprannome” Gesù rivela chi è Pietro e cosa Lui farà per farlo crescere.

Io mi rivedo in Pietro, nella sua fatica di fede e umana. Accetto dunque questo soprannome anche per me, per la mia fede e la mia vita.

Ma accetto anche la provocazione della domanda fatta ai discepoli, e rivolgo a me stesso l’interrogativo “cosa cerchi?”

È un interrogativo che sento vivo proprio in questi giorni nei quali mi trovo in Terra Santa, per un pellegrinaggio con i miei compagni preti. Cosa cerco? Una vacanza e basta? Cerco di fare una esperienza che mi aiuti a crescere nella conoscenza dei Vangeli? Cerco di conoscere ancora di più Gesù e me stesso?

Ma è un interrogativo che mi pongo anche prima di salire sull’altare ogni domenica quando celebro la messa con la mia comunità parrocchiale: cosa cerco? Cosa voglio per me e la mia comunità? Come vorrei uscire di chiesa al termine?

E l’interrogativo di Gesù mi accompagna anche quando incontro le persone e vivo la mia vita di tutti i giorni: Cerco il Signore nelle persone? Sono disposto a lasciarmi amare, aiutare, provocare?

“Cosa cercate” è la domanda fondamentale di ogni cristiano che si avvicina a Cristo sia la domenica andando a messa, e anche quando gli viene chiesto se è credente o meno. Non basta un semplice “si, sono cristiano”, ma ci si deve domandare: “cosa cerco da Gesù? Cosa mi aspetto dalla fede?”

E con Simone chiamato “Pietro”, ogni cristiano è chiamato a riconoscere le proprie durezze e fatiche, con la disponibilità però a farsi cambiare, sciogliere e plasmare dalla fede, proprio come ha fatto, con un lungo cammino, Simone stesso. Stando al racconto del Vangelo, lui non cercava Gesù e non si aspettava nulla da questo nuovo Maestro. Ma è stato Gesù che ha cercato, fissato, amato Pietro e… lo ha cambiato.

Giovanni don

qual è il nostro orientamento?

gennaio 5th, 2018 1 comment

Epifania ecologica (colored)

Sabato 6 gennaio 2018

EPIFANIA del Signore

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

(dal Vangelo di Matteo 2,1-12)

… vennero da Oriente.

Non solo non si sa bene chi e quanti erano questi personaggi (maghi? astrologi? ricchi?), ma anche la loro provenienza non è ben chiara. Sono da fuori, da lontano e non conoscono bene le tradizioni e le regole religiose del luogo dove sono giunti. Sappiamo per certo solo una cosa: che vengono da oriente. È da lì che sorge il sole ogni giorno, sia che faccia bello o cattivo tempo, sia dietro nubi spesse a coprire il sorgere o con una limpida giornata, sia che avvenga da un orizzonte piatto e infinito come il mare oppure da dietro alte montagne. Il sole è segno di vita e calore, e per questo in ogni cultura religiosa è stato visto come una divinità o simbolo di divinità.

Se ci facciamo caso, tutte le chiese antiche, costruite fino a tempi più recenti, sono tutte “orientate”, cioè con l’asse dell’edificio proprio in direzione ovest-est. Specialmente nella Chiesa occidentale, dove lo schema di base dell’edificio non è pianta centrale ma longitudinale, si vede chiaramente come l’entrata è posta ad ovest e la parte finale, quella dove viene posto l’altare per la celebrazione è a est. All’interno della chiesa il prete, fino alla riforma liturgica post Concilio Vaticano secondo, celebrava sull’altare maggiore rivolto a est con le spalle al popolo, in una modalità che veniva chiamata “ad Deum” (verso Dio), identificando il sole nascente come simbolo di Dio. Entrare in chiesa da occidente verso oriente era per il singolo cristiano e per la comunità il simbolo del cammino perpetuo verso Dio, fonte di vita, luce, calore. E questa vita, luce, calore sono stati resi concreti non da un astro celeste che sorge in cielo, ma da Cristo, vero astro nascente che dona vita al mondo.

Nel racconto di Matteo i Magi vengono proprio da la, da questo oriente, e questo lo trovo estremamente provocante per noi che siamo spesso diffidenti da chi viene da distante e fuori dalle nostre tradizioni e consuetudini di vita. Questa diffidenza e paura sono narrate dall’evangelista stesso nei personaggi di Gerusalemme e da Erode, che difronte a questi misteriosi personaggi portatori di una notizia sconvolgente, si chiudono nei palazzi e dentro le mura della città santa. I Magi arrivano misteriosi come misterioso rimane Gesù stesso, che è uno di noi ma nello stesso tempo non è mai completamente conosciuto e accolto fino in fondo.

Nei Magi Gesù vede sé stesso e il suo lungo cammino verso l’umanità, verso di noi, verso di me.

Come i magi sono stati coraggiosi nel partire da lontano e venire fin qui, così lo è anche Gesù che con coraggio viene a farci visita e farci un dono più prezioso di oro incenso e mirra, il dono del suo amore e il dono di tutto sé stesso.

Venendo da oriente Gesù ci spinge a non chiudere mai la strada che da lontano porta a qui. Ci invita a non chiuderci nei palazzi di Gerusalemme, che sono le nostre paure e diffidenze, i nostri egoismi e abitudini, ma ci spinge ad essere sempre pronti ad accogliere chi viene realmente da lontano così come ad accogliere quello che di lontano sentiamo nel cuore di chi è già vicino a noi, ma mai totalmente conosciuto.

Le chiese sono orientate per ricorarci questo il nostro orientamento spirituale: camminare verso il sole che sorge, verso Dio che viene in Gesù, verso Gesù che viene nei fratelli anche da lontano verso di noi.

Oggi le chiese moderne per vari motivi (urbanistici e architettonici) non sono più orientate in modo simbolico, ma la scelta di mantenere l’orientamento di fondo personale e comunitario non può essere dimenticato. Da oriente vennero i Magi, i lontani. Da oriente sorge il sole simbolo di Gesù. Non voltiamo le spalle al sole, ai fratelli lontani e a Dio stesso!

Giovanni don

gli occhi del Vangelo

dicembre 29th, 2017 No comments

capodanno 2018 (colored)

DOMENICA 31 dicembre 2017

Sacra Famiglia

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

(dal Vangelo di Luca 2,22-40)

Le migliori foto del 2017, i migliori film del 2017, i goal migliori del 2017, il miglior giocatore del 2017… e così via! E poi pronostici per il 2018, oroscopi, i nuovi film, mode, eventi speciali per il 2018…e così via!
L’arrivo del cambio della data è tempo di bilanci con uno sguardo all’indietro e uno in avanti, in bilico tra passato e futuro.

Ecco allora che tutti ci ritroviamo in modi diversi, in famiglia, tra amici, in piazza, davanti alla tv, a scandire il passaggio da un anno all’altro, facendo anche se pur brevemente i bilanci, le classifiche, esprimendo desideri e aspettative. È il nostro modo di guardare la storia che abbiamo alle spalle e quella che immaginiamo davanti a noi. Come è questo nostro sguardo? Che tipo di sguardo abbiamo verso il passato e verso il futuro?

Simeone ed Anna, due personaggi che appaiono brevemente nel racconto dell’evangelista Luca, sono nella fase finale della loro vita. Di loro sappiamo qualcosa: Simeone è un uomo di profonda fede e religiosità e ha la certezza che prima di morire vedrà realizzata la promessa fatta al popolo di avere il Messia; Anna è una anziana segnata dalla vedovanza (condizione molto difficile a quel tempo) ed è considerata profetessa, cioè capace di leggere nel presente la volontà di Dio.

Simeone ed Anna nell’ultimo tratto della loro vita, in modo inaspettato, fanno esperienza di vedere realizzate le loro più profonde aspettative spirituali. Nel bambino Gesù, figlio normalissimo di una comune coppia di sposi che si mescolano tra le tante in pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme, vedono qualcosa di speciale e divino. Gesù è la realizzazione non solo delle loro aspettative personali ma anche quelle di tutto il popolo e non solo. Simeone ed Anna indicano prima di tutto a Giuseppe e Maria e poi a tutti gli altri annunciano che quel normale bambino nato a Betlemme e di cittadinanza in Galilea, è portatore di grandi cambiamenti ed è il segno che Dio mantiene le promesse di Salvezza.

Questi due anziani non sono così stanchi della vita e non sono così chiusi di mentalità da non riuscire a scorgere la novità di Dio anche in una situazione normale e apparentemente nascosta, in una famiglia povera di Nazareth.

Papa Francesco nel suo messaggio per la giornata della pace 2018, invita tutti ad assumere uno sguardo nuovo nel modo di affrontare la storia e in particolare la questione mondiale delle migrazioni. Quello che sta succedendo non ci deve chiudere nella paura, ma proprio come cristiani ci deve spingere ad uno sguardo nuovo e speranzoso verso le vicende del mondo.

Ecco lo sguardo nuovo che secondo il papa deve diventare “sguardo contemplativo”. Essere “contemplativi” significa vedere le cose nella loro realtà ma con un filtro evangelico positivo e carico di speranza.

Scrive Francesco:

“Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia, in altre parole realizzando la promessa della pace.

Osservando i migranti e i rifugiati, questo sguardo saprà scoprire che essi non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono. Saprà scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti.”

Chiediamo a Dio il dono dello sguardo di Simeone ed Anna, dei due anziani del Vangelo che sono riusciti a vedere quello che gli impaludati e rigidi religiosi del tempo non videro in Gesù, arrivando poi da adulto a metterlo in croce come “terrorista” distruttore delle loro tradizioni religiose.

Affrontiamo il passaggio dell’anno, vedendo il passato non come una lunga serie di eventi negativi che ci chiudono nell’egoismo, ma come una serie di appelli storici a fare qualcosa per la pace e il bene comune.

Il passato non è per piangere ma per poter dire che è possibile un futuro ancora migliore, perché, anche se piccoli, i segni di speranza nel mondo ci sono!

Affrontiamo il nuovo anno con lo sguardo di chi sente che Dio è nella storia umana in modi nascosti ma veri e concreti. Affrontiamo il futuro con lo sguardo contemplativo di Simeone e Anna, vedendo in tutti coloro che incontreremo (amici e nemici, famigliari e sconosciuti, conterranei e stranieri…) qualcosa di positivo e un appello a dialogare, conoscersi, amarsi e insieme costruire la pace.

Giovanni don