che cosa abbiamo nello zaino?

luglio 23rd, 2021 No comments

DOMENICA 25 luglio 2021

XVII anno B

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

(dal Vangelo di Giovanni 6,1-15)

Uno dei momenti più simpatici delle gite del grest è quello del pranzo. È davvero curioso vedere quello che i genitori (in genere le mamme) hanno messo dentro gli zaini dei loro figli, anche se non è raro che siano i figli stessi a provvedere per sé o anche ad aggiungere qualcosa.

Solitamente sono ben forniti di ogni genere di cibo, non solo panini, ma anche pasta o riso freddi, insalate e tantissimi piccoli dolci, frutta e succhi. Ricordo bene quando la mia mamma mi preparava il piccolo zaino con qualcosa da mangiare anche se la gita era di mezza giornata ed era previsto il ritorno per il pranzo a casa. Metteva comunque panini a sufficienza per poter sfamare una famiglia intera per due giorni!

Ho pensato subito alla mamma del ragazzo protagonista del racconto del Vangelo di Giovanni che si ritrova nella sua sacca cinque pani d’orzo e due pesci. Mi piace pensare che è stata proprio lei a mettergli dentro quello che sembra essere un pasto abbondante per una persona e quindi con la possibilità di condividerlo con altri. La concretezza dell’apostolo Andrea (“…ma che cos’è questo per tanta gente?”) fa apparire subito insufficiente quel poco che ha il ragazzo per tutta la gente da sfamare. E mi sorge subito un’altra domanda: ma tutti gli altri 5000 uomini non hanno portato nulla? Le loro mamme non sono state così previdenti? L’attenzione dell’evangelista si posa però su quello che c’è, anche se poco, e non sulla mancanza di tutti gli altri. Il racconto vuole sottolineare prima di tutto l’amore provvidente di Gesù che si prende cura dei bisogni senza accusare nessuno, e anche mette in evidenza la piccola generosità di questo ragazzo con quel poco che ha per lui. E’ da qui che parte il “miracolo” di Gesù, che non crea dal nulla il cibo ma moltiplica quel che già c’è, non facendo tutto da solo ma chiedendo la collaborazione dell’uomo, anche se pur minima.

Quei cinque pani d’orzo (il pane della povera gente, perché i ricchi a quel tempo si potevano permettere quello di frumento) e i due pesci sono il segno evidente che ognuno di noi non è mai così povero da non poter mettere a disposizione quel che ha per gli altri. Gesù moltiplica la generosità dell’uomo, e ci fa scoprire che anche se ci sembra di aver poco e quel poco siamo tentati di tenercelo per noi, in realtà lo possiamo condividere sempre in un’esperienza miracolosa di amore che cambia il mondo.

Quel ragazzo che non ha nome ha il nostro nome quando siamo generosi, e quel che porta nella sua sacca ci invita a guardare quello che c’è dentro la sacca della nostra vita per non tenerlo così stretto rischiando di vederlo marcire nell’egoismo.

Il Papa ha più volte invitato i paesi ricchi in questo tempo di Pandemia a non dimenticare i popoli dei paesi poveri nella condivisione dei vaccini e delle cure. La Pandemia ci ha fatto capire che il mondo è come quel luogo dove Gesù si trova con i sui discepoli e la folla. Siamo tutti uniti e interdipendenti e solo nella generosità e condivisione possiamo salvarci davvero. Se i mezzi per uscire dalla Pandemia (vaccini e cure) ci sembrano pochi e li teniamo solo per noi, per un po’ forse saremo salvi dal virus, ma alla fine moriremo di egoismo e ci sentiremo più soli.

Purtroppo oggi non ho più la mia mamma che mi riempie di ogni bene lo zaino quando vado in gita per il grest, ma non rimango mai a stomaco vuoto perché tutti i bambini in qualche modo mi donano qualcosa del loro pasto. E così comprendo in modo molto concreto che condividendo davvero quel che ho non rimarrò mai troppo povero e tantomeno solo.

Giovanni don

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luglio 16th, 2021 No comments

DOMENICA 18 luglio 2021

XVI anno B

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

(dal Vangelo di Marco 6,30-34)

Vi è mai capitato di commuovervi vedendo un film o assistendo ad un’opera teatrale? Ogni tanto capita anche a me e la cosa, se ci penso, la trovo razionalmente assurda e a posteriori mi fa sorridere. La cosa buffa è quando guardando un film una seconda o terza volta, e c’è sempre quel punto in cui mi commuovo sento una stretta alla pancia e gli occhi si inumidiscono… anche se conosco già la storia e sono pienamente consapevole che sono solo attori che stanno recitando una parte di una storia spesso inventata.

Anche Gesù si commuoveva, anche lui ogni tanto sentiva quella stretta alla pancia e probabilmente gli scendevano lacrime che non riusciva a trattenere. Non gli succedeva ovviamente davanti ad un film, ma quando incrociava le storie di dolore delle persone reali del suo tempo. Anche con lui potremmo razionalmente pensare che questa improvvisa commozione è una cosa assurda, dato che lui era Dio e sapeva bene tutto quello che succede e che soprattutto poteva risolvere con poco ogni situazione anche la più drammatica. Eppure il racconto del Vangelo non nasconde questa commozione, che nel termine greco “commozione” usato dall’evangelista si fa riferimento proprio la stretta alle viscere tipica della madre quando si preoccupa del proprio figlio. E nel caso di Gesù non si tratta di una recita ma di umanissima e vera commozione.

Gesù come uomo e come maestro del suo tempo la sofferenza non è mai indifferente. Il soffrire umano di qualsiasi tipo mette in secondo piano tutto il resto, e questo è ben raccontato dall’evangelista che ci narra come i piani di riposo (giusto e doveroso) degli apostoli con Gesù viene sovvertito dalla folla che cerca il Maestro anche là dove si vorrebbe riposare. Gesù vede in questa folla che lo cerca, con tanti problemi diversi e diverse storie, un elemento comune, cioè sono dispersi come un gregge che non ha pastore (e qui l’evangelista fa ricorso ad una immagine molto cara alla Bibbia, quella del pastore che raduna e custodisce il gregge, e che Gesù stesso applicherà a se).

La dispersione porta alla solitudine e alla contrapposizione, mentre c’è davvero bisogno di ritrovare il senso di condivisione e di comunità proprio nei momenti più difficili. La cosa che appare strana nel racconto è che la prima cosa che fa Gesù per questa folla carica di problemi di ogni tipo è mettersi ad insegnare. Non è però un distributore di consigli superficiali, ma un maestro di unità, uno che proprio commuovendosi prima e occupandosi di loro subito dopo, insegna l’amore di Dio con i fatti ancor prima che con teorie. Gesù scendendo dalla sua barca, rompendo lo schema dei suoi piani e mettendosi prima in ascolto di loro e del suo stesso cuore, diventa maestro di umanità, quella umanità vera che ci rende simili a Lui e a Dio stesso. Se ci commuoviamo davanti ad un film con attori che recitano, è segno che non abbiamo un cuore di pietra e un cervello di plastica, ma abbiamo la possibilità di farci “toccare” dentro dalle storie delle persone. Dio stesso si commuove attraverso il cuore umano di Gesù, e solo così l’umanità non viene dispersa in piccole isole di solitudine senza scampo.

Se ascoltiamo il nostro cuore e ci alleniamo a guardare l’altro e la sua storia con disponibilità, arriveremo davvero ad assomigliare a Gesù, non tanto nei poteri soprannaturali delle sue mani, ma in quello che davvero caratterizzava in modo straordinario il Figlio di Dio in terra, il suo cuore.

Giovanni don

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la missione dell’amore

DOMENICA 11 luglio 2021

XV anno B

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

(dal Vangelo di Marco 6,7-13)

“Come è bello far l’amore da Trieste in giù…”.

È il ritornello della canzone “Tanti Auguri” di Raffaella Carrà che mi è risuonata in testa tutto il giorno quando mercoledì scorso sono stato con i bambini e ragazzi del grest al parco Minitalia. Mi ricordavo bene il video degli anni 70 (era la sigla di un programma televisivo) nel quale la Carrà cantava in mezzo ai monumenti in miniatura di tutta Italia. Non era stato girato nel parco di Bergamo dove ero in quel momento con il grest, ma nell’altro che c’è a Rimini, “L’Italia in miniatura”, ma l’effetto era lo stesso. La canzone aveva un testo che per l’epoca era davvero molto trasgressivo, anche se di fondo aveva un messaggio positivo, quando diceva “non c’è odio né violenza quando a letto l’amore c’è”, con una panoramica di tutte le bellezze artistiche e paesaggistiche della nostra nazione, unite da un solo canto che in fondo era gioioso e libero.

L’evangelista Marco nel Vangelo di questa domenica ci racconta della missione che Gesù affida ai suoi 12 discepoli, che già nel numero (dodici) sono il simbolo di un nuovo popolo di Dio mandato nel mondo per cambiarlo. È singolare che in questo invio missionario non si fa riferimento a delle cose da dire, ma è invece centrale lo stile dei missionari, che con quello che sono e con quello che fanno portano un messaggio chiaro.

Non hanno molto da dire, ma hanno soprattutto molto da fare e con uno stile ben preciso. Sono inviati in coppia, come era stile di allora, perché è nello stare insieme con amore che possiamo parlare di amore. Sono inviati da Gesù con la sua forza a scacciare tutto quello che allontana da Dio e rende l’uomo schiavo del male, della solitudine, della cattiveria umana. Sono mandati liberi e poveri, perché proprio nella semplicità ed essenzialità dei mezzi dimostrino che si fidano di Dio più che di sé stessi e delle loro capacità e mezzi. La povertà alla quale sono chiamati (non avere soldi e vestire come le persone comuni e non come i ricchi che hanno due tuniche) è garanzia di libertà e mostra con i fatti che davvero è Dio e il suo amore la loro vera ricchezza e sicurezza.

L’indicazione di scuotere via dai sandali persino la polvere dalle case dove non c’è stato ascolto e accoglienza, ricorda quello che facevano come rito gli ebrei quando rientravano in Israele da una terra di pagani. Per Gesù ora il paganesimo non è avere un altro dio o non essere credenti, ma il vero paganesimo è non accogliere e non ascoltare, in una parola non amare. In pratica Gesù invita i suoi missionari a non avere nulla a che fare con chi ha pregiudizi e chiusure mentali, ma al contrario coltivare invece legami di amicizia e ascolto reciproco con chiunque, indipendentemente da appartenenze religiose, culturali e nazionali.

Quella lontana missione data ai primi discepoli è quasi una prova generale di quello che sarà chiamata a fare nei secoli successivi la Chiesa dopo che Gesù è morto e risorto. In quella missione c’è la missione che abbiamo ricevuto tutti con il battesimo. In quei dodici inviati in quel modo e con quello stile ci siamo tutti noi, tutti, non solo preti e suore e missionari, ma tutti e ovunque siamo. Siamo chiamati davvero a portare non tanto teorie misteriose o un qualche discorso complicato, ma prima di tutto uno stile di vita che è libero e inclusivo. La missione è quella di far vedere in modo pratico che l’amore di Dio è possibile ovunque e per chiunque, basta ascoltare la voce dello Spirito che parla nel cuore umano. La missione è una testimonianza di un mondo nuovo anche dentro il nostro mondo vecchio che ci sembra sempre uguale e chiuso.

Raffaella Carrà cantava che l’amore è bello da Trieste in giù… Per Gesù anche da Trieste in su, e in ogni angolo del mondo e in ogni angolo di esistenza umana. Basta crederci e basta che ci sia qualcuno, e qui è il compito di noi cristiani, che lo testimoni con la vita ogni giorno.

Giovanni don

DOMENICA 4 luglio 2021

XIV anno B

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

(dal Vangelo di Marco 6,1-6)

Fuorigioco! Gesù gioca troppo avanti, oltre la linea difensiva e il suo goal è giustamente annullato dall’arbitro. E l’iniziale stupore si trasforma subito in delusione. Gesù gioca male e va messo fuori dal campo, non rispetta le regole e rovina il gioco di tutti.

Da semplice spettatore del calcio (specialmente in questo periodo di competizione europea) mi viene da commentare così la scena descritta dal Vangelo di questa domenica.

Gesù è nella sua città dove è cresciuto e conosciuto, predica nella sinagoga dove sanno tutto di lui, o almeno credono di sapere tutto… Visto che gioca in casa la sua partita di profeta e messia, venuto a rimettere gli uomini nel gioco di Dio, potremmo pensare che ha gioco facile, ma è proprio questo suo essere ben conosciuto che frena la sua partita. Gesù non sta giocando a calcio, dove ovviamente anche per i fuoriclasse le regole valgono e vanno rispettate, ma sta cambiano il gioco della religione riportandola alla sua vera essenza che è un rapporto vero e diretto tra Dio e l’uomo e gli uomini tra di loro. Gesù usa la parola e soprattutto i gesti miracolosi per comunicare la forza di Dio e la sua presenza nel mondo, ma ben presto appare troppo fuori, troppo “avanti” per essere compreso. In fondo è solo un falegname e di lui si conosce bene la famiglia. Nelle parole dei suoi compaesani riportate dall’evangelista si legge tutto il disprezzo quando viene chiamato non per nome, ma come “figlio di Maria”, senza cioè manco nominare il padre, come fosse un disonore proprio per la famiglia del padre.

Il pregiudizio, cioè il fermarsi alle apparenze e al “già noto” di una persona, frena le relazioni tra gli uomini e blocca persino l’azione di Dio stesso. È singolare infatti come a Gesù viene addirittura impedito di fare miracoli. Non ha senso per lui fare miracoli se questi vengono visti solo come stregonerie e non come segni della presenza di Dio.

Gesù si meraviglia di questa incredulità dei suoi che lo giudicano senza appello. Gesù non finisce mai di rimanerci male difronte alla durezza di cuore di chi giudica e blocca l’altro e blocca anche Dio stesso. Se ci pensiamo bene è la stessa nostra reazione amara quando ci sentiamo giudicati prima di parlare, quando scopriamo che l’altro o gli altri ci guardano sempre allo stesso modo e non vedono il nostro sforzo di crescere e migliorare. Ed è anche quello che spesso facciamo noi stessi con il prossimo quando giudichiamo senza conoscere e ci fermiamo al pregiudizio che mi fa pensare dell’altro “è sempre lo stesso, non cambierà mai, so già dove vuole arrivare…”. E viviamo così anche la religione, quando questa si cristallizza in una serie di piccole regole e piccole tradizioni e non alimenta più la vita di ogni giorno. Arriviamo preoccuparci più delle regole che del cercare Dio dentro la vita di ogni giorno, e la fede non ha più nulla di nuovo da insegnarci.

E così anche con noi Dio diventa incapace di fare miracoli. Non penso tanto a guarigioni straordinarie, ma Dio diventa incapace di rendere noi stessi un suo miracolo, un suo segno potente di amore che cambia il gioco del mondo e fa vincere la Sua partita. Se non accogliamo la novità di Gesù e delle sue parole, se non ci mettiamo in gioco davvero come cristiani, con passione e entusiasmo, la nostra vita di fede si trasforma in un “palleggiare” a bordo campo che non fa vincere nessuno… nemmeno Dio, che rimane in fuorigioco.

Giovanni don