il buon pastore sognatore

aprile 21st, 2018 No comments

DOMENICA 22 aprile 2018

Quarta di Pasqua

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

(dal Vangelo di Giovanni 10,11-18)

“Una Chiesa che non sogna non è Chiesa, è solo apparato. Non può recare lieti annunci chi non viene dal futuro. Solo chi sogna può evangelizzare” Così scriveva, nel suo libro “Sui sentieri di Isaia”, don Tonino Bello, vescovo di Molfetta. Questo grande uomo, cristiano, prete e vescovo pugliese si è spento proprio 25 anni fa, e in questi giorni gli è stato reso omaggio nella sua terra da papa Francesco.

Mons. Bello, per tutti rimasto semplicemente don Tonino, è stato davvero un buon pastore, così come Gesù presenta sé stesso in questa pagina del Vangelo di Giovanni, e ancora oggi le sue parole e il suo stile guidano il vasto e variegato gregge della Chiesa italiana.

Gesù così si definisce, un pastore buono (o anche “bello” come suggerisce la traduzione), che ha come unico scopo quello di radunare il gregge, vincendo ogni dispersione delle pecore, continuamente attaccate da lupi. Gesù non è venuto per dividere e abbandonare le persone al loro singolo destino, ma è venuto per raccogliere, dare una direzione, far sentire al sicuro e proteggere a costo della propria vita.

Gesù in questo modo è modello della Chiesa e di coloro che nella Chiesa hanno il compito di guidare.

Gesù-pastore che conosce le pecore, che raduna, che guida verso Dio, che protegge le pecore deboli, che si carica sulle spalle quelle ferite, che ha come sogno un unico gregge tra i tanti nei quali sono divise le pecore del mondo, è modello di ogni singolo cristiano e della Comunità dei credenti, che nel mondo ha questa missione difficile ma assolutamente necessaria. Come Chiesa siamo chiamati a sognare un mondo unito, dove le differenze non sono ostacoli ma diventano ricchezza di una armonia possibile tra gli uomini. Come Chiesa siamo chiamati a far di tutto, anche a costo di rimetterci di persona, perché non prevalgano le logiche del denaro e del potere, del guadagnare, dello sfruttare. Come Chiesa, siamo chiamati a prenderci carico sulle spalle di chi è più debole, povero, dubbioso, arrabbiato, triste, senza giudizi che dividono, ma con il desiderio di unire, far sentire amati e annunciare che Dio è Padre, che Dio è amore.

Gesù Buon Pastore è un sognatore ad occhi aperti, perché vede la resurrezione oltre le minacce di morte che continuamente riceve. Gesù sognatore di futuro, vede oltre l’iniziale debolezza dei suoi discepoli e sa che saranno validi testimoni. Gesù ci insegna quindi a sognare come singoli cristiani e come comunità, e ci fa credere che possiamo essere come lui, dei buoni pastori, nonostante le nostre fatiche e anche le nostre divisioni, che si possono superare!

Don Tonino Bello, che moriva poco più di un mese prima che io diventassi prete e chiamato ad essere pastore, davvero mi ispira a credere e sognare come lui, per far si che il piccolo pezzetto di Chiesa che mi è affidato, sia parte del grande gregge di Dio.

Giovanni don

Senza testimoni non c’è Vangelo

aprile 13th, 2018 No comments

DOMENICA 15 aprile 2018

Terza di Pasqua

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

(dal Vangelo di Luca 24,35-48)

Al gruppo dei ragazzi e ragazze di terza media che si stanno preparando alla Confermazione questa domenica, ho chiesto cosa significa la parola “testimone”. È per me la parola chiave del brano del Vangelo di Luca letto questa domenica, nella quale si racconta una parte del lungo giorno della resurrezione di Gesù. Il passo si conclude con Gesù che dice “Di questo voi siete testimoni”.

I ragazzi hanno subito risposto alla mia domanda dicendo che il testimone è “quello che ha visto un delitto e lo racconta alla polizia”, e di fatto il testimone è fondamentale per poter risolvere un caso e dare consistenza alle eventuali prove materiali. Senza testimoni oculari un evento rischia di restare nascosto e sconosciuto e le prove materiali raccolte rimangono spesso contradditorie.

Ecco perché Gesù si mostra vivente ai discepoli e lega la sorte della sua intera storia alla testimonianza viva di persone vive e non a elementi materiali, che rischierebbero di essere mal compresi e inefficaci.

Gesù lo conosciamo ancora oggi, perché nel corso della storia la testimonianza è stata tramandata di generazione in generazione, da persona a persona, di vita in vita. Fin da subito Gesù vivente non vuole essere scambiato per un fantasma, cioè un essere immateriale e ininfluente nella storia umana. Gesù è vivo, concreto, con i segni veri (le mani, i piedi e il fianco forati da chiodi e lancia) della sua vita e dell’amore con il quale l’ha donata. Gesù sta in mezzo in maniera permanente alla sua comunità di allora e di oggi, e da questa posizione anche oggi dice “Pace a voi”.

Essere testimoni oggi è per noi un compito fondamentale, anche se durante gli eventi di quel giorno non eravamo presenti. Noi non c’eravamo quando Gesù predicava, quando è stato crocifisso e quando si è mostrato vivente. Ma siamo testimoni che quegli eventi ci hanno raggiunto attraverso la testimonianza di fede di chi ce l’ha raccontato con le parole e soprattutto con la vita.

Io sono testimone di tante persone che con la loro fede in Gesù hanno portato pace nella loro vita, hanno amato chi stava loro vicino e hanno dato la vita per amore. Se credo in Gesù come vivente (e non come un fantasma) lo devo a tutti coloro che in molti modi mi hanno testimoniato che il Vangelo davvero cambia la vita, trasforma la storia umana in bene e crea strade di pace. Nella storia della Chiesa però bisogna riconoscere che ci sono tante “contro-testimonianze” al Vangelo, quando cioè i cristiani hanno fatto esattamente il contrario di quello che Gesù ha insegnato, quando hanno ricercato il potere e non il servizio, quando hanno fatto del denaro il vero dio, quando hanno amato più se stessi che il prossimo. Tutti questi “contro-testimoni” hanno davvero trasformato Gesù in un fantasma lontano ed evanescente, e tante volte anche io stesso riconosco di esser stato più “contro-testimone” che “testimone”, quando non ho fatto del vangelo il mio punto di riferimento e ho messo Dio all’ultimo posto.

Ma nonostante la fragilità degli stessi apostoli che Gesù ha raccolto, coltivato e amato, e nonostante i tradimenti e le divisioni che loro stessi gli hanno mostrato, Lui non rinuncia a mandarli fidandosi pienamente di loro, della loro piccolezza e della loro pur sempre fragile testimonianza.

Ed per questo che nella storia e anche oggi, grazie ai primi testimoni e grazie anche all’infinita fiducia iniziale di Gesù, abbiamo il Vangelo e possiamo anche noi ricevere quell’incarico di testimonianza proiettata nel futuro.

Quando guardo i ragazzi di terza media, con tutta la turbolenza e fragilità della loro età in questa nostra società così caotica e apparentemente distante dai valori religiosi, sono tentato di credere che non potranno mai essere testimoni veri del Vangelo. Ma poi guardo a me stesso e anche agli Undici riuniti nel cenacolo, e allora cambio idea e acquisto fiducia. Se Gesù risorto si è affidato a quei primi limitatissimi discepoli e anche a me, allora davvero può affidarsi anche a questi ragazzi e a tutti coloro che anche con poco si aprono al Vangelo per esserne testimoni.

Giovanni don

Segni di morte diventano segni di vita

aprile 6th, 2018 1 comment

DOMENICA 8 aprile 2018

Seconda di Pasqua

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. 

(Dal Vangelo di Giovanni 20,19-31)

Ammetto che sono un fifone quando si tratta di malattie e di vedere persone che stanno male e con ferite. Ricordo bene quando, anni fa, andai a trovare un ragazzo ricoverato all’ospedale per un incidente. Aveva diverse fasciature, soprattutto al collo. Non mostrata nulla di particolarmente evidente, ma tra il racconto dettagliato dell’incidente e quello che intravedevo e immaginavo delle ferite, dopo qualche minuto sono andato steso a terra. Evidentemente vedere anche solo per poco le ferite fece scattare in me una paura così profonda da farmi addirittura svenire.

Il racconto del Vangelo di Giovanni ci parla dei discepoli che appena vedono i buchi dei chiodi nelle mani e lo squarcio prodotto da un colpo di lancia nel fianco del corpo di Gesù, non si spaventano come avrei reagito io, ma al contrario sono nella gioia più grande. Quello che scatta dentro di loro è un moto fortissimo di speranza che ridona loro un coraggio e una fiducia che avevano perso vedendo il loro amico e maestro morire in croce.

Gesù si mostra vivente con i segni concreti della sua sofferenza per dire loro che è veramente lui, che non è un fantasma. I segni della sofferenza vera sono segni dell’amore vero, pronto a tutto per amare.

Mi vengono in mente i segni della sofferenza della mamma che ha appena partorito, o le sue occhiaie per le notti insonni accanto al figlio da accudire. Sono segni che parlano di sofferenza e amore fusi insieme e che donano speranza. Questi segni dell’amore saranno mostrati anche all’apostolo Tommaso che non è presente quando Gesù appare la prima volta. I discepoli che al contrario di noi oggi hanno avuto il privilegio di vedere e conoscere Gesù uomo dal vivo, sono gli unici che possono vedere Gesù risorto con quei segni che riempiono di speranza e gioia, e che li rimettono in piedi dopo la tristezza e lo sconforto della morte in croce.

E noi oggi? Come possiamo fare se quei segni (i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi e il fianco aperto…) non li possiamo vedere?

Gesù risorto dona lo Spirito Santo, cioè la forza vivente dell’amore di Dio, ai suoi discepoli perché diventino loro stessi segni viventi del suo amore. La pace, la misericordia, il perdono, la carità, diventano segni concreti che “mostrano” Gesù vivente in ogni epoca e per ogni uomo. Gesù si mostra ai primi discepoli perché a iniziare da quel momento Gesù sarà “visibile” proprio in loro, attraverso di loro. Gesù non è un fantasma della storia ma il vivente.

Da quel dono dello Spirito Santo nasce dunque la Chiesa, nasce la comunità di coloro che hanno la missione di mostrare i segni della resurrezione l’uno all’altro e a tutti gli altri, a ogni uomo piegato dalla sofferenza e che attende la luce della speranza.

In questi giorni ricorrono 50 anni dalla morte violenta di un grande testimone di pace, il pastore protestante Martin Luther King, che ha creduto davvero al sogno del superamento della divisione degli uomini in base alla razza. Per la sua generazione, ma non solo, è stato un segno di resurrezione concreta, non fermato, anzi amplificato dal suo martirio. E in questi giorni ricorre anche il 25esimo anniversario della morte di un grande vescovo Italiano, don Tonino Bello, che ha fatto della testimonianza radicale del Vangelo dalla parte dei poveri la sua vita e lo stile del suo ministero episcopale. Anche se è vissuto poco, portato via da una malattia a 58 anni, è diventato fin da subito, prima come prete e poi come vescovo, un segno di risurrezione per i suoi fedeli, per la sua diocesi e per la Chiesa italiana.

Se cerchiamo segni della resurrezione di Gesù che ci aiutino a credere e vivere il Vangelo, basta che apriamo bene gli occhi e troveremo molte testimonianze nella storia e anche oggi che ci dicono che Gesù è vivente nella carità, nell’impegno, nel sacrificio di chi vive per amore e con amore. Tutto questo anche invita anche noi ad essere noi stessi, come ci dice Gesù, segni di resurrezione per gli altri, per coloro che come i discepoli, come Tommaso e come noi, hanno bisogno di vedere quei segni e crescere nella gioia.

Giovanni don

una Pasqua da paura

marzo 31st, 2018 1 comment

DOMENICA 1 aprile 2018

PASQUA del Signore

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. 
Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 
Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”». 

(dal Vangelo di Marco 16,1-7)

La liturgia nella lettura del Vangelo proposto per la notte di Pasqua, tralascia l’ultimo versetto del testo dell’evangelista Marco (il versetto 8), una riga che nel racconto di per sé lascia un po’ sbigottiti

“…Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”

Gli studiosi della Bibbia dicono addirittura che era questa la vera conclusione dello scritto di Marco, e solo successivamente sono state aggiunte le righe che parlano delle apparizioni di Gesù risorto e del suo invio in missione, come è più ampiamente raccontato dagli altri evangelisti.

Preoccupazione, dolore, paura, spavento e fuga. Sembra prevalere tutto questo nel modo in cui è raccontato il giorno di Pasqua nel primo vangelo.

Di Gesù risorto non c’è traccia, se non una pietra inspiegabilmente rotolata via, la sua tomba vuota, una presenza di luce con un messaggio di consolazione e di coraggio e un invito a cercarlo altrove da quel luogo di morte. E la prima risposta a tutto questo è la fuga.

Mi piace questa pagina del Vangelo di Pasqua, che non dà per scontato nulla riguardo la fede e l’annuncio.

È come in quei film in cui non è assolutamente scontata la fine e l’esito della storia, o che proprio nelle ultime sequenze, quando tutto sembra risolto, appare qualcosa che fa dubitare che davvero l’avventura sia conclusa in bene come pensavamo. Si tratta dei finali aperti che sia nel cinema come nella letteratura, coinvolgono e spingono lo spettatore e lettore a proseguire nella propria immaginazione aspettando magari un secondo film o prosecuzione del libro. Le preoccupazioni e paure delle donne al sepolcro sono le stesse nostre, che difronte alla vita siamo spesso interrogati e messi alla prova, anche dal punto di vista delle certezze più profonde. Niente è davvero scontato, e tutto appare in movimento nella vita personale come in quella sociale.

Basta vedere anche la situazione del cristianesimo in Italia. Tradizioni consolidate e visioni unitarie religiose sono messe alla prova dalle trasformazioni sociali, allo spostamento delle persone, dalle migrazioni e dal cambio culturale. A volte mi sembra che venire in chiesa per i cristiani sia un po’ come le donne che si recano al sepolcro per imbalsamare il corpo di Gesù, e noi ad imbalsamare la nostra fede, cercando di rallentare il più possibile il decadimento e la sparizione della vita religiosa, come un corpo morto e in putrefazione.

A volte ho l’impressione che tutti partecipiamo alle celebrazioni religiose con i sentimenti di rassegnazione che “tanto non torneremo a come era una volta” e che “tanto ormai la fede non ha più molto da dirci”.

Abbiamo il volto basso e triste delle tre donne che hanno visto morire e seppellire Gesù, e anche noi non ci aspettiamo più di tanto dal Vangelo, dai pochi riti che partecipiamo e dalla Chiesa, e infine da Dio stesso, così lontano e apparentemente assente.

Ecco che la Pasqua anche quest’anno ci vuole fare lo scherzo del 1° aprile (data nella quale ironicamente la Pasqua cade quest’anno 2018): Gesù non è tra i morti, la pietra che sembrava inamovibile è rotolata via, e un annuncio luminoso e leggero come un angelo, ci invita a sperare, amare, andare!

Tutto questo è così bello ed incredibile che ci fa paura e ci mette a disagio, proprio come le donne, che come prima reazione non si aprono, ma si chiudono ancora di più e fuggono. Sono proprio come noi, come me, che difronte alle novità che mi mettono in gioco, preferisco rimanere bloccato. Piuttosto di mettermi in discussione rimango fermo anche nelle mie tristezze e problemi. Sembra che alla fin fine preferiamo una religione fatta di gesti ripetitivi e imbalsamati, ad un annuncio dirompente che ci invita a gettare via le nostre catene, le nostre chiusure e a osare davvero di vivere, di muoverci e di òscommettere su Gesù vivente.

Il Vangelo se preso sul serio, fa davvero paura! E allora? Che succede? Rinunciamo? Viviamo la Pasqua come rito tradizionale, e poi ci rotoliamo di nuovo sopra una pietra?

Se siamo qui a celebrare oggi la Pasqua, significa che la fuga delle donne impaurite non è durata a lungo, e che alla fine sono state raggiunte interiormente dalla forza del Vangelo. E si sono messe in gioco, senza paura.

Ma come andrà a finire la nostra Pasqua?

Giovanni don