croce: grido di vita più forte

aprile 12th, 2019 No comments

DOMENICA 14 aprile 2019

Domenica delle Palme

Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; condussero Gesù davanti al loro Sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».
Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. 
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere. 

(dal Vangelo di Luca 22,14-23,56)

Il processo a Gesù narrato dall’Evangelista Luca è davvero drammatico. Gesù a Gerusalemme, teatro degli eventi finali e vertice della storia, viene letteralmente sballottato da un tribunale all’altro: il Sinedrio, poi Pilato, che lo manda da Erode e poi di nuovo da Pilato. È seguito e trasportato da una folla di religiosi e dal popolo. Tutti hanno già emesso la loro sentenza che pretendono sia eseguita con il consenso delle autorità religiose e civili. Gesù all’inizio dice qualcosa, ma poi, come evidenzia l’evangelista nel suo racconto, le sue parole si riducono al nulla. La ricerca della verità e l’ascolto sono annullate del grido, dalle falsità, dalle paure trasformate in violenza. Pilato alla fine non sembra prendere una vera e propria decisione su Gesù, ma semplicemente lascia fare alla folla impaurito e quindi complice della violenza cieca.

Gesù non ha nulla da dire in tutto questo? Sembra trasformato in un pupazzetto inerte nelle mani dei più forti, di chi grida più forte così da coprire la voce della verità.

La croce sul calvario quindi cosa significa? È il segno della vittoria di chi provoca e produce violenza? La croce è il segno che purtroppo i deboli sono destinati sempre a perdere e i violenti sempre a vincere?

La croce è la prova che non c’è niente da fare difronte alla violenza e alla cattiveria che trasformano anche i più buoni, come in questo caso la folla che pochi giorni prima gridava “Osanna Osanna” e ora grida “crocifiggi crocifiggi”?  E le parole di Gesù che dominano in tutto il Vangelo come potenti, liberatorie, capaci di convertire, di scaldare i cuori, di resuscitare i morti, ora non sono capaci di bucare il clamore e le grida dei violenti?

Sento davvero che questa scena così drammaticamente descritta dal vangelo sia in sintonia con quello che accade attorno a noi. Le voci dei poveri sono sempre più inascoltate. Le grida dei mercati finanziari che stritolano i paesi poveri, le grida di battaglia delle guerre che si scatenano, le grida anche tra di noi di chi semina odio e razzismo, tutto questo sembra soffocare la voce di Gesù e sembra annullare la potenza della sua Parola. Anche nella comunità cristiana le grida delle critiche reciproche, degli scandali che emergono, soffocano la parola di verità di Gesù, una parola che sembra davvero inascoltata anche da chi la dovrebbe diffondere nel mondo. E anche nelle nostre famiglie le grida dei litigi, delle critiche senza amore insieme alla sordità reciproca, alla fine mettono a tacere le parole di Gesù, ridotto a quadretto solitario sopra la porta di casa e nulla più. E così anche nel nostro mondo, nella società dove viviamo, nella Chiesa e nelle nostre famiglie, Gesù finisce in croce, cacciato fuori dalla città santa di Gerusalemme e condannato al silenzio. La croce anche a guardarla oggi sempre davvero solo il simbolo che Dio è morto, che il suo Figlio è stato messo a tacere perché scomodo.

Ma la croce è salvezza, e la potenza di Dio trasforma il patibolo di Gesù non in stazione di arrivo della sua storia, ma come stazione di ripartenza per una nuova vita. Il Calvario non è un binario morto, ma un binario che fa accelerare la storia di Gesù e della sua parola verso il cielo. Con la croce, proprio al termine di quella serie di processi che hanno condannato lui ma anche coloro che lo condannano, Gesù dimostra che la morte è vita nell’amore. Guardando la croce il cristiano sa che non è persa la speranza perché dalla croce è nata una nuova vita ancora più potente nell’amore. Le grida dei violenti non hanno smorzato la voce potente di Gesù, che proprio sulla croce e poi nel sepolcro dicono al mondo e a me, che la vita è più forte, che il bene è più potente, che se ci credo posso davvero trovare vita anche sul Calvario.
La croce che per noi cristiani è simbolo fortissimo della nostra fede, è segno dei nostri fallimenti e dei nostri peccati, ma allo stesso tempo è un forte messaggio che in essi non c’è l’ultima parola e che la speranza non è mai spenta.

In quei processi violenti narrati da Luca, ci sono anche io, lo riconosco. Sicuramente anche io con le mie incoerenze di fede ho gridato più il nome di Barabba e non il nome di Gesù. Ma alla fine come Gesù sulla croce muore per tutti, per il Sinedrio, per Pilato, per Erode, per Barabba, per il popolo e anche per Giuda, così muore anche per me, con un amore che è grido di vita, grido di risurrezione.
Giovanni don

Reale o virtuale?

aprile 4th, 2019 1 comment

DOMENICA 7 aprile 2019

Quinta di Quaresima

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 

Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. 

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. 

Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». 

(dal Vangelo di Giovanni 8,1-11)

Virtuale… reale… cos’è virtuale e cosa è reale?

E’ un dibattito sempre più acceso e più che mai attuale oggi, nell’era del digitale e di internet, nell’uso sempre più diffuso dei sempre più numerosi mezzi di comunicazione.

Solitamente pensiamo che è virtuale tutto quello che è legato ad internet, alla comunicazione attraverso mezzi come lo smartphone e il computer, mentre pensiamo sia reale quello che fa parte del contatto diretto tra persone dal vivo, una difronte l’altra. Ma forse non è proprio così…

Possiamo essere molto virtuali nel reale e molto reali anche nel virtuale.

Nel Vangelo di Giovanni troviamo questo episodio molto problematico anche per i primi cristiani. Gli studiosi ci dicono che ci son voluti quasi mille anni perché questo racconto venisse letto e meditato dai cristiani. Era una sorte di pagina “censurata” proprio perché il comportamento di Gesù rischiava di essere negativo se preso sul serio anche dai cristiani: Gesù perdona una adultera conclamata e manda a casa con le coda tra le gambe i suoi accusatori. Gesù vuole insegnarci che l’adulterio si può perdonare? Il rispetto delle regole e la giustizia dove vanno a finire? Questo lontano racconto evangelico rischiava davvero di compromettere i rapporti reali dei cristiani dentro la famiglia e la società. Se entriamo nel racconto dell’evangelista vediamo che l’accusa alla donna è solo una scusa virtuale che nasconde le intenzioni reali dei farisei e scribi, cioè di coloro che avrebbero dovuto conoscere bene la legge di Dio e le Scritture. Chiamano Gesù “Maestro” con un rispetto virtuale, cioè finto, di facciata, perché in realtà lo vogliono mettere in difficoltà. E se le pietre pronte ad essere scagliate contro la donna sono vere, pietre altrettanto mortali sono pronte dietro le loro lingue, pronte per essere scagliate contro Gesù. La loro fedeltà manifestata alla legge di Dio è altrettanto virtuale, perché in realtà non sono capaci di affrontare la realtà di Gesù Messia che è li per rivelare la reale volontà di Dio.

Virtuale e reale anche qui si scontrano, in un episodio nel quale non c’è internet e nemmeno le chat con cui dialogare a distanza. Eppure la realtà di Gesù è opposta alla virtualità dei suoi accusatori. Ed è proprio Gesù che con una sentenza diventata un detto comune nella nostra cultura (“chi è senza peccato scagli la prima pietra…”) a costringere i suoi accusatori a uscire da una fede virtuale, da un comportamento non vero, per guardarsi dentro e anche attorno. La cosa che mi colpisce è che basta questa semplice frase a far cadere la facciata virtuale e ipocrita di tutti, e la piazza si svuota attorno alla donna, fino ad ora rimasta nel racconto quasi ai margini e insignificante. La parola di Gesù è davvero potente. La sua parola è vera e reale anche oggi, capace di scavare dentro e incidere dopo 2000 anni nella realtà di chi l’ascolta senza barriere.

Non è una parola virtuale se la ascoltiamo fino in fondo, ma ed è capace di trasformare la realtà dentro le persone e tra le persone. Anche quando si rivolge alla donna Gesù è vero fino in fondo, ed è capace con una tenerezza infinita a farla diventare protagonista della sua stessa storia. Da donna usata come scusa per accusare Gesù, da donna vista in modo virtuale attraverso i suoi errori, Gesù la rende viva e reale, al centro con la sua storia di salvezza, al centro di Dio. Per Gesù quella donna è reale, quindi da amare fino in fondo.
Quale è il vero problema del rapporto tra reale e virtuale oggi? Secondo me è che spesso non guardiamo all’altro nella sua complessità e realtà, e anche noi non ci mettiamo in gioco fino in fondo. Questo accade in internet ma accade anche e soprattutto dal vivo. Quante volte non siamo veri, ma ci nascondiamo dietro apparenze, dietro quello che vogliamo gli altri vedano di noi per non essere giudicati. Quante volte non permettiamo agli altri di essere sinceri, e così si nascondono in apparenze per farci piacere e non sentirsi giudicati? E quante volte anche con Dio non siamo veri, ma gli riserviamo solo qualche momento di apparenza e qualche occasione celebrativa?  Eppure è vivo desiderio di Dio il farsi conoscere davvero, di non essere una immagine virtuale di qualche momento, ma una presenza reale dentro la nostra storia. Per fare questo è addirittura sceso dal cielo e si è fatto di carne perché non dimenticassimo quanto è vero e concreto il suo amore. Quella donna e anche i suoi accusatori lo hanno capito, e il Dio virtuale della Legge, è diventato il Dio reale di Gesù. È successo in quella piazza del Tempio di Gerusalemme. Facciamolo accadere anche nelle piazza della nostra vita, delle nostre comunità cristiane, della nostra società.

Giovanni don

famtascienza evangelica

DOMENICA 31 marzo 2019

Quarta di Quaresima

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 

Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Dal Vangelo di Luca (15,1-3.11-32)

Scienza e Fantascienza. Sembrano due opposti sullo stesso argomento: la prima (la scienza) ci riconduce a cose che realmente esistono e a scoperte verificate, con la realizzazione di macchine e altri prodotti dell’uomo che funzionano nella realtà; la seconda (la fantascienza), ci parla di cose che non esistono nella vita vera (scoperte, macchinati, mezzi di trasporto, scoperte…), ma sono solamente il frutto dell’immaginazione di un narratore di storie. La fantascienza dal nome però non è il fantasy, dove quel che viene narrato è davvero incredibile e impossibile, ma proprio dal nome (fanta-scienza) si capisce che ha qualcosa di legato alla scienza reale, anche se in maniera esagerata, futuristica. Una buona fantascienza parte sempre da una base scientifica e la amplifica. Sono davvero due opposti nella stessa casa? Secondo alcuni studiosi non è affatto così. La fantascienza in fondo è il tentativo di immaginare oltre il visibile e stimolare la ricerca della scienza. Un esempio per tutti viene da un classico della cinematografia fantascientifica, “Viaggio nella luna” di Georges Melies, del 1902. Nel film si immagina un viaggio sulla luna con un missile sparato da un enorme cannone dalla Terra. Possiamo dire che qualcosa non si è realizzato di quel sogno fantascientifico? E per certi aspetti siamo andati anche oltre…

Senza fantasia, senza voglia di andare oltre il tangibile, senza il sogno di qualcosa di nuovo al di là dei limiti, non ci sarebbe lo spirito di ricerca e quindi di progresso in ogni campo scientifico e tecnologico.

Il racconto del Padre Misericordioso di Gesù è secondo me uno stupendo esempio di fantascienza evangelica. Gesù con quel racconto vuole dire chi è Dio, e chi è lui e anche chi possiamo essere noi in un futuro non così lontano. Sta parlando soprattutto ai farisei che criticano il suo comportamento che accoglie i più lontani e quelli che erano considerati irrecuperabili davanti a Dio. Gesù costruisce un racconto che per un ebreo del suo tempo era davvero pura fantascienza, pieno di elementi impossibili da realizzare secondo l’idea consolidata di Dio e della vita religiosa e sociale. Un padre che lascia andare il figlio a sperperare i suoi beni era davvero impossibile. E il figlio che poi ritorna e viene accolto con gesti di assoluto perdono fa apparire il padre, che gli corre incontro e lo riveste da signore, come un alieno rispetto alle normali dinamiche basate sui calcoli di giustizia umana e sui calcoli di quel che è giusto e ingiusto (anche dal punto di vista religioso).E le distanze create tra i due fratelli tra loro sembrano davvero intergalattiche dopo la separazione e il peccato. Il figlio maggiore si sente distante dal suo fratello quanto la terra dalla luna…

Gesù crede che è possibile un mondo nuovo e lo realizza con i suoi gesti e le sue parole. Gesù sogna e inizia a realizzare quel Regno di Dio che davvero sembra impossibile nel regno umano, appesantito dai nostri egoismi e tornaconti personali. Gesù racconta la parabola anche per noi, che abbiamo fatto passi enormi nel progresso scientifico e tecnologico, così da aver fatto diventare scienza quel che pareva solo fantascienza qualche anno fa, ma alla fine sui rapporti umani sembriamo ancora all’età della pietra, anzi sembriamo tornare indietro ancora di più.
Abbiamo quindi bisogno di riascoltare ancora una volta e insistentemente questo racconto di fantascienza evangelica, per non smettere di sognare, e di ricercare e poi di mettere in pratica quello che forse oggi ci sembra impossibile ma non è detto che possiamo realizzare nel nostro immediato futuro, come ha già fatto Gesù.

Giovanni don

la pazienza di Dio

marzo 22nd, 2019 1 comment

 

DOMENICA 24 marzo 2019

Terza di Quaresima

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

(dal Vangelo di Luca 13,1-9)

“Dabit fructum in tempore” è il motto del seminario di Verona nel quale ho passato i 7 anni della mia formazione. Lo stemma del seminario che si vede sopra il portone d’entrata è quello di un seminatore che getta il seme nel terreno. La parola “seminario” richiama proprio questo tempo di semina e di fiducia che il seme piantato, se ben curato, porterà il suo frutto (“darà frutto con il tempo” è la traduzione del motto)

Non sono un contadino e non ho la minima esperienza nel coltivare qualcosa sia in vaso che in terra, ma so che la coltivazione di qualsiasi cosa (una pianta, un fiore, degli ortaggi o frutti) richiede una buona dose di fiducia, pazienza e molta cura. Non basta gettare il seme e aspettare, ma ci vuole sia la preparazione del terreno prima che la tenacia di far di tutto perché quel che è seminato cresca e porti il frutto sperato. Coltivare qualcosa anche per solo diletto penso sia davvero una scuola di vita e di fede. Ci vuole pazienza anche nella vita quando iniziamo un progetto e anche quando abbiamo a che fare con le persone (e pure con noi stessi). Senza pazienza e cura, rischiamo di cambiare continuamente, tagliando via le cose che iniziamo solo per il fatto che non si realizzano subito, oppure tagliando via le persone appena esse non sono come ci aspettiamo o ci fanno qualche torto. In questo modo sia i nostri progetti come anche le relazioni interpersonali diventano mutevoli, poco fondate e in continuo cambiamento. Sono la fretta e la poca pazienza i grandi mali della nostra società moderna, dove tutto deve essere efficiente subito e veloce nel dare risultati, sia nelle cose che con le persone. Anche la fede in Dio entra in questo meccanismo di efficientismo. Se Dio, Gesù, la Chiesa non sono subito all’altezza delle attese e non producono i frutti che cerchiamo, allora tagliamo via subito e cerchiamo altrove (anche se non sappiamo bene dove…)

È stato proprio in seminario che ho imparato ad avere pazienza soprattutto con me stesso, sapendo che ci vuole tempo e cura per crescere sia come cristiano e poi come prete. Se per diventare prete bastano un paio di ore di cerimonia in Cattedrale, per esserlo e portare frutti ci sono voluti tanti anni di formazione prima e anche tanti di formazione dopo, con cadute, rallentamenti, dubbi, periodi di aridità.

Gesù nella sua parabola parla di un padrone esigente che ha piantato un fico nel suo orto ma che non sembra portare frutti. Giustamente lo vorrebbe tagliare e piantare qualcos’altro. Entra in scena questo paziente vignaiolo che invece frena la fretta del padrone e si impegna a far sì che quell’albero porti il frutto, prendendosi cura di lui. Nell’ottica biblica di Gesù il fico della parabola rappresenta benissimo il popolo di Israele che Dio ha piantato nel mondo per essere portatore di un frutto di fede, ma sembra proprio che il popolo con tutte le sue durezze è diventato incapace di frutti. Gesù non è venuto a tagliare con una condanna veloce ma a prendersi cura in modo che il frutto di salvezza possa venire. Gesù è come un vignaiolo paziente che vede la possibilità di bene anche nella vita più sterile e apparentemente inutile. Andrà in cerca di peccatori, pubblicani, ignoranti, malati, prostitute, poveri, e da loro tirerà fuori il nuovo popolo del Vangelo, con frutti meravigliosi di amore. E proprio dal legno morto piantato sul Calvario, spunterà il frutto eterno dell’amore di Dio.

Ecco il messaggio stupendo per me, per la mia fretta e la mia impazienza. È un invito a farmi curare dal vignaiolo Gesù e di farmi coltivare la fede, la vita, le relazioni umane, anche quando tutto questo sembra sterile. Gesù si impegna con me a farmi fruttare, e nello stesso tempo mi invita a fare lo stesso con il prossimo, cioè a prendermi cura dell’altro, della comunità, delle persone che mi stanno attorno, delle situazioni difficili e povere e cavarne fuori frutti stupendi di amore, come Lui ha fatto nel Vangelo e nella mia vita.

“Darà frutto nel tempo” è un invito ad avere pazienza e fiducia, e ad assumere uno sguardo di speranza che tocca la fede e tocca la vita.

Giovanni don