la fede oltre la superficie

gennaio 17th, 2020 No comments

DOMENICA 19 gennaio 2020

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

(dal Vangelo di Giovanni 1,29-34)

“Conosci Gesù?” era lo slogan scelto da un gruppo di frati venuti in una parrocchia per una settimana per una missione popolare. Le missioni al popolo, che vengono organizzare nelle parrocchie, sono una occasione molto forte di risveglio della fede dentro le comunità cristiane che spesso hanno un po’ spento la fede avendo ridotto la vita cristiana solo ad alcune pratiche tradizionali.

Quando la religione diventa più importante della fede, quando la pratica religiosa con i suoi aspetti esteriori diventa più importante delle motivazioni interiori e dell’amore per Dio, è bene ridare vitalità alla fede e ritornare all’essenziale. Forse è quello che sta accadendo anche nella nostra comunità cristiana e magari anche dentro la nostra stessa vita personale come cristiani. Siamo cristiani, battezzati, frequentiamo con fedeltà i vari appuntamenti religiosi della parrocchia, abbiamo in casa i segni della nostra appartenenza religiosa con immagini che la richiamano, ma… non sentiamo più il calore della fede e quello che in fondo ci spinge nelle nostre scelte di vita, anche quotidiana, non è più il Vangelo, non è la Parola di Dio. È la situazione nella quale si trova il popolo di Israele al tempo dei racconti su Gesù. Il popolo vive una vita segnata da ritmi e leggi religiose, con i capi religiosi che indicano cosa fare e cosa non fare, ma la fede sembra spenta e sembra davvero che non ci sia più vero spazio per un incontro vivo con Dio.

Il Vangelo ci parla di Gesù che appare nella storia del suo popolo come l’intervento definitivo di Dio, per risvegliare la fede del suo popolo e dare compimento a tutte le promesse. In questa storia all’inizio ci sta proprio la figura fondamentale di Giovanni il Battista, protagonista del Vangelo di questa domenica.

Giovanni il Battista dà la sua coraggiosa e decisa testimonianza che Dio è presente in mezzo agli uomini, indicando nell’uomo Gesù questa presenza. Lo fa dando a Gesù un titolo molto significativo per la cultura religiosa dl tempo. Lo chiama “Agnello di Dio”. Con questo titolo l’uomo Gesù è presentato come salvatore che toglie l’uomo da quello che lo allontana da Dio, il peccato. Giovanni non parla di peccati al plurale, perché non si riferisce alle azioni sbagliate dell’uomo e alle sue fragilità. Il Battista dice che Gesù toglie “il peccato”, cioè quel non amore che chiude l’uomo in sé stesso non riconoscendo Dio dentro la sua vita. Giovanni ha questo compito: risvegliare un popolo un po’ addormentato in una religiosità smorta e indica che proprio in quell’uomo che vede arrivare, che non è un re o un superuomo, ma un semplice uomo come tanti, è presente Dio che si fa vivo, che è vivente e concreto, raggiungibile.

L’espressione che mi ha colpito di questo brano e che ricorre ben due volte in poche righe è “io non lo conoscevo…” e che non può che stimolare una domanda che mi faccio personalmente: “io conosco Gesù?”

Conoscere non è solo sapere qualcosa e avere quattro dati. Molto probabilmente Giovanni conosceva Gesù in modo superficiale ma non così profondamente. Ha avuto bisogno di una rivelazione personale che lo facesse andare oltre le apparenze e la superficialità per arrivare a conoscerlo davvero.

Se pure il Battista riconosce di non aver conosciuto bene Gesù, anche io non posso che ammettere che la mia conoscenza di Gesù, della fede e di Dio sono superficiali e che in questa superficialità spesso mi adagio. Conosco davvero Gesù così da potermi davvero fidare delle sue parole della sua proposta di vita? Conosco bene quel Vangelo che mi riporta le sue parole e i suoi gesti? Conosco davvero gli insegnamenti della fede che nascono dal Vangelo e che la Chiesa nella storia ha portato avanti?

Come allora conoscere sempre di più Gesù?

Leggere, approfondire e vivere il Vangelo, questo è il primo modo per conoscere Gesù davvero. E Gesù lo posso conoscere in modo non superficiale se in modo non superficiale incontro chi porta il suo nome oggi, i cristiani come me. Vivere la Chiesa come comunità di battezzati mi porta a conoscere davvero Gesù, che nella Chiesa mette la sua faccia, la sua parola e le sue mani.  Non parlo della Chiesa-Vaticano, come spesso in modo superficiale intendiamo la Chiesa, ma la Chiesa di persone che mi vivono accanto, la Chiesa nella quale già sono, la mia parrocchia o la parrocchia dove decido di vivere la mia fede.

“Conosci Gesù?” è quindi una provocazione che devo e dobbiamo tutti mantenere viva. Non spegniamo questa domanda e in modo altrettanto deciso non spegniamo la nostra curiosità di cercare, conoscere approfondire la presenza di Gesù dentro la nostra vita e dentro la nostra comunità cristiana.

Se non siamo tanto distratti e superficiali troveremo di tanto in tanto qualche “Giovanni Battista” che ci indica la presenza di Gesù dentro la nostra vita offrendoci la possibilità di accoglierlo per davvero. E anche noi saremo a nostra volta spesso chiamati a diventare dei “Giovanni Battista” che con umiltà ma anche con decisione porteremo altri ad incontrare Gesù nella loro vita.

Giovanni don

fede full immersion

gennaio 10th, 2020 No comments

DOMENICA 12 gennaio 2020

BATTESIMO del Signore

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

(dal Vangelo di Matteo 3,13-17)

“Full immersion” è una espressione inglese che letteralmente significa “totale immersione” e che si usa per indicare un’esperienza che coinvolge totalmente in termini di tempo ed energie. Se per esempio dico che faccio un corso di lingua straniera “full immersion” significa che nel poco tempo che ho devo dedicarmi totalmente ad apprendere quella lingua, ed è il metodo migliore per poterla imparare bene e velocemente. Sappiamo bene che le cose importanti, se abbiamo poco tempo, dobbiamo farle in immersione totale, full immersion, anche sacrificando altre cose anche se belle e che ci potrebbero interessare.

L’espressione “full immersion” se ci pensiamo bene non vale solo per i corsi di lingua e qualche mansione da completare in poco tempo, ma vale per le scelte della vita. Le relazioni significative hanno bisogno di una immersione totale perché possano essere fruttuose. Quando due persone che si amano decidono di unirsi in matrimonio, quel legame diventa un “full immersion”, la totale immersione di una vita nell’altra fino a farne diventare una sola. Questo vale anche per l’essere genitori, che comporta, specialmente per i primi anni di crescita dei figli un full immersion che costa realmente molti tagli e sacrifici.

Dio quando decide di entrare di persona nella storia umana lo fa per davvero, in “full immersion”. Se prima lo aveva fatto attraverso profeti e uomini mandati a svelare la sua volontà, con Gesù lo fa ora totalmente e personalmente. Questa scelta di totale coinvolgimento nella storia umana lo abbiamo celebrato nelle liturgie di Natale, sia nel giorno della nascita a Betlemme che nella visita dei Magi. Gesù è Dio che ha preso il corpo, il tempo, le energie umane e le ha fatte proprie. Gesù ha imparato a vivere, muoversi, camminare, parlare, relazionarsi, amare in modo totalmente umano, dedicando a questo tutto sé stesso e tutto il suo tempo. Non è stato umano solo a brevi dosi o come “passatempo divino”. Nei primi secoli della cristianità c’era chi pensava che in fondo Gesù non era vero uomo, perché Dio non poteva mescolarsi fino a questo punto con la bassezza umana. Ma era una eresia, ed è stato ribadito che Gesù era vero Dio e vero uomo, come recitiamo nel Credo. Se appena conclusa la festa dell’Epifania ci siamo affrettati a smontare luminarie e presepi, forse abbiamo dimenticato che il tempo liturgico del Natale si conclude proprio con il ricordo di quel gesto profetico e rivelativo che è stato il battesimo di Gesù nel fiume Giordano. È con quella “immersione” che Gesù ormai adulto, nel pieno delle proprie facoltà e decisioni, non più muto bambino inerme nella mangiatoia (come lo pensiamo sempre a Natale), porta a compimento la sua immersione nell’umanità. Il Natale ora è compiuto totalmente. Fin che è bambino Gesù appare fragile ma tutto sommato innocente e passivo difronte alle azioni degli uomini. Ma ora nelle acque del Giordano, in fila come tutti gli altri uomini, appare a chi lo guarda superficialmente uno dei tanti, con nulla di divino e di speciale. Ma è proprio questa la sua missione e il senso della sua venuta tra gli uomini. L’evangelista Matteo ci dice che proprio quando Gesù è uscito da quel gesto penitenziale, che lo mette definitivamente con tutti gli uomini, la voce di Dio dal cielo lo conferma: “Questi è il Figlio mio, l’amato…”

Si, proprio in questo uomo come tanti c’è il Figlio di Dio, un Figlio amato che realizza il piano di unione di Dio con l’umanità. Nell’uomo Gesù (che significa “il Signore salva”), Dio si lega all’umanità che ritrova la strada verso Dio. Battesimo significa immersione, e Gesù si immerge così nell’umanità in modo definitivo, “full immersion”.

Noi siamo battezzati, con un battesimo che ovviamente non è quello di purificazione che faceva Giovanni il Battista nel Giordano. Noi siamo “immersi” in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Battesimo ci immerge nella sua comunità che è la Chiesa, popolo di battezzati, “immersi” nel Vangelo.

Con il battesimo siamo chiamati davvero ad un “full immersion” nel Vangelo, facendo della nostra vita una copia di quella di Gesù. Non è possibile essere cristiani se non così, facendo delle nostre scelte sempre un riflesso del Vangelo, cercando di riprodurlo in quello che diciamo e facciamo. Non si impara la vita di Gesù in due minuti e non bastano 4 preghiere o la sporadica frequentazione di qualche messa. La vita cristiana richiede quello che ha dentro la parola “battesimo”, cioè immersione, totale immersione, full immersion.

Giovanni don

Epifania antidoto alla paura

gennaio 2nd, 2020 No comments

LUNEDI’ 6 gennaio 2020

EPIFANIA del SIGNORE

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

(dal Vangelo di Matteo 2,1-12)

La paura è un’emozione necessaria che ci preserva dai pericoli. Se non provassimo paura saremmo a rischio di farci continuamente del male non pensando alle conseguenze anche immediate di azioni e scelte. La paura è come il parapetto di un balcone che delimita lo spazio sicuro per non cadere di sotto. Ma la paura non può essere il sentimento principale che guida la vita e il nostro cammino.

La paura fuori controllo rischia di diventare una gabbia che ci chiude alle relazioni e alle nuove scoperte che possiamo fare. Se impostiamo la vita sulle paure alla fine rimaniamo bloccati e infelici.

La paura dev’essere serva della speranza e della fiducia. La paura può essere il punto di partenza ma non diventare come una catena.

Mi viene in mente la paura che mi ha confidato un mio amico che in questi giorni viene ordinato prete. È normale e umano difronte ad una tappa così importante e definitiva. Se non ci fosse paura vorrebbe dire che si sottovaluta il compito che si ha davanti e alla fine lo trattiamo come piccola cosa. È come la paura dell’attore alla prima di uno spettacolo che rimane sempre un po’ anche dopo cento repliche, anche se l’esperienza della fiducia e dell’essersi buttato le altre 99 volte lo rendono più sicuro… anche se non al 100%

I Magi, raccontati dal Vangelo di Matteo, sono partiti per un incontro misterioso quanto misteriosi lo sono loro stessi per noi. Sappiamo poco di questi personaggi. Quel che sappiamo è che vengono da fuori e non appartengono al popolo di Israele, il quale proprio per paura, molti anni dopo, rifiuterà Gesù chiudendosi in sé stesso. I magi vengono carichi di incognite alle quali cercano una risposta. Ma proprio là dove dovrebbero esserci risposte trovano un muro di paure trasformato in barriere di inganno, sotterfugi e silenzi. Erode, che pure lui è straniero prestato alla guida del popolo di Israele, è prigioniero della paura di perdere il potere. Incontra i magi ma solo per poco e quell’incontro non si ripeterà più, anche perché il primo incontro era dettato da falsità e finto interesse.

Gesù non ha paura di farsi incontrare dai misteriosi viaggiatori che rappresentano in un colpo solo tutta l’umanità con tutte le sue varietà e differenze. Gesù manifesta (Epifania) sé stesso come Signore proprio a chi è più lontano e diverso, ma desideroso di incontrare e creare legami. Gesù restituirà la visita ai magi incontrando lungo la sua missione proprio i più lontani. Gesù non avrà paura di toccare gli impuri, di sedere con i peccatori e di farsi baciare dalle donne di malaffare. Gesù porterà sé stesso come dono in restituzione ai doni ricevuti dai magi, che erano il simbolo della missione regale (oro), profetica (incenso) e d’amore (mirra) di Gesù.

Anche Gesù avrà paura difronte all’incontro più radicale e definitivo con gli uomini quando dovrà salire sulla croce. Ma non sarà una paura che lo blocca. 

Anche noi siamo immersi nelle nostre tante paure: le paure di affrontare la vita, il lavoro, le relazioni con gli altri. Sono le paure riguardo la nostra salute e quella dei nostri cari. Abbiamo tante paure e purtroppo ci sono coloro che sulle paure spesso costruiscono il consenso promettendoci barriere e muri per essere al sicuro. Ma se la nostra vita è orientata dalla paura alla fine ci ritroveremo soli e più poveri.

Saremo prigionieri nella nostra torre con tutto in tasca (forse) ma alla fine nessuno accanto. Questo vale per la vita personale, così come quella nella chiesa e nella società, fino a livello di nazioni e popoli. Papa Francesco in un passaggio del messaggio per la giornata per la pace scrive: “Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace. Perciò, non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e chiuso all’interno dei muri dell’indifferenza, dove si prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato, invece di custodirci gli uni gli altri”. Ecco cosa significa costruire il mondo sulle paure…

Non so nulla di quei magi, e mi piace che la tradizione ce li rappresenti di colori e razze diverse. Li voglio ringraziare perché il loro coraggio e la loro determinazione di superare deserto, mura, diffidenze e paure li ha portati a Gesù. E sicuramente anche da quell’incontro Gesù ha tratto ispirazione e coraggio… anche per me.

Giovanni don

Dio vuole il male?

dicembre 27th, 2019 No comments

DOMENICA 29 dicembre 2019

SANTA FAMIGLIA

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno»

(dal Vangelo di Matteo 2,13-15.19-23)

Quello che ci capita nella vita è tutto volontà di Dio? Incontri, amori, esperienze positive così come eventi tragici, il bene e il male che ci capita è già tutto scritto nei piani di Dio?

Qualche giorno fa una persona a cui era capitato un incidente domestico che le aveva procurato una frattura, mi aveva detto: “lo accetto perché è volontà di Dio”. Certamente chi mi ha detto così manifesta una grande fede che rispetto e che aiuta anche la mia, ma c’è qualcosa che non mi torna e che mi spinge ad indagare meglio quello che mi insegna il Vangelo.

Confesso infatti che faccio fatica a immaginare Dio che ha un libro con su scritta tutta la mia vita, dove giorno per giorno sono previsti in modo meticoloso eventi, successi, cadute e incidenti vari. A me non resterebbe altro che accettare tutto rimanendo fedele… Ma è davvero così?

La vita di Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù non è certamente facile fin da subito. Quel poco che ci viene raccontato dagli evangelisti è segnato da povertà, pericoli di morte, fughe e continui cambi di programma. Matteo ci racconta che la Santa Famiglia è costretta a fuggire da Betlemme dove abita, perché il Re Erode, ricordato dalla storia come uno dei più sanguinari, ha deciso di uccidere Gesù probabile rivale nel Regno di Giuda. E già qui faccio fatica ad immaginare la sete di sangue di Erode come parte di un piano di Dio, così come tutti i violenti della storia e tutte le guerre, anche attuali. Anche l’evangelista Matteo, così attento alla Scrittura e alle profezie, si guarda bene dal dire che Erode lo vuole Dio. Matteo ci dice invece che la fuga in Egitto alla quale sono costretti Giuseppe, Maria e Gesù non è senza senso e non ha come unica ragione la salvezza fisica di Gesù. Questa migrazione forzata realizza una profezia positiva che è contenuta nelle Scritture e che quindi ha a che fare con Dio (“…perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio»”). La comunità cristiana che rilegge dopo tanti anni le vicende di Gesù, comprende che tutto quello che è successo al Maestro e Signore, compreso quel lontano episodio della sua infanzia, ha avuto un senso in Dio. È questo quello che ci insegna la fede: trovare un significato, una direzione anche in eventi che sembrano essere solo un male e frutto del caos creato dal male. Dio lo troviamo anche in eventi che sembrerebbero negarlo e negarne la bontà. Non è Dio che vuole il male, ma nel male possiamo trovare sempre un senso, una direzione che dà significato e alla fine consola veramente.

Anche quando la Santa Famiglia torna indietro dall’Egitto verso la propria casa, il fatto che è costretta a cambiare regione, e dal sud si deve trasferire nel nord, in Galilea, Matteo vede un senso e un messaggio. Non è Dio che vuole Archelao, violento successore di suo padre Erode, ma in Dio Giuseppe trova l’aiuto per la giusta scelta per la sua famiglia. E Matteo anni dopo tutte queste vicende, anche in questo trasferimento forzato della famiglia a Nazareth, sconosciuto villaggio in una regione malfamata, trova un significato nella fede, un senso nella grande storia di Dio (“…e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno»”).

L’evangelista ci ricorda che tutti questi cambiamenti di vita e di rotta della Santa Famiglia, vengono ispirati a Giuseppe durante i sogni. Il sogno nella Bibbia è simbolo della preghiera, della capacità dell’uomo di fare spazio nella sua mente e nel cuore a Dio, per lasciarsi guidare anche dal Suo punto di vista e non solo dai ragionevoli ma pur sempre limitati calcoli umani. La preghiera per chi crede non è il tempo per uscire dalla vita ed estraniarsi dalla storia, ma è proprio l’occasione per “intuire” la presenza di Dio in quello che ci accade, anche fosse negativo e imprevisto. La preghiera non mi fa dire “Dio permette il male…. Dio vuole questo per sua volontà” ma mi fa sentire Dio presente anche nell’esperienza negativa, anche in quello che sembra frenare la mia vita, e mi dona speranza e magari una nuova direzione.

Giovanni don