immunità di gregge

DOMENICA 3 maggio 2020

IV di Pasqua

In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

(dal Vangelo di Giovanni 10,1-10)

Immunità di gregge, una delle tante espressioni semisconosciute in passato che in questo periodo di emergenza sanitaria sono diventate famose. Quando in un contesto umano viene raggiunta la cosiddetta “immunità di gregge” rispetto ad una certa malattia contagiosa, significa che c’è una determinata percentuale di persone che non può ammalarsi e tanto meno contagiare, e così chi è contagioso non viene a contatto, se non con una probabilità bassissima, con persone che si possono ammalare perché non immuni. E così l’epidemia si spegne.

È la parola “gregge” che mi ha fatto pensare, perché rimanda all’immagine usata nel Vangelo di questa domenica. Gesù con il suo discorso sul recinto delle pecore si rifà alla tradizione ebraica del popolo visto come un gregge di pecore guidato da pastori inviati da Dio a difenderlo e farlo prosperare. Gesù evidenzia subito che il pericolo per il gregge non sta principalmente nella fragilità delle singole pecore, ma dal fatto che non sono ben custodite e che coloro che dovevano farlo in realtà non sono interessati al bene del gregge. A questo punto Gesù stesso si propone come il vero custode, usando l’immagine della porta e più avanti (ma non in questo pezzo del Vangelo scelto dalla liturgia) del buon pastore. Gesù è come una porta che custodisce le pecore e che poi si apre per dare la giusta direzione al gregge. Gesù è anche il pastore che ha come unica motivazione il bene per il gregge cosi come per ogni singola pecora che lo compone.

Mi affascina questa idea del gregge che emerge dalle parole di Gesù. Ho sempre pensato che essere dentro un gregge fosse segno di limitazione della libertà, una esperienza di vita negativa da cui fuggire. La libertà dell’individuo è opposta alla mentalità del gregge che impone spazi comuni di vita, direzioni uguali per tutti, tempi e modi di vita decisi dall’alto e non da me. Non voglio vivere in un gregge umano che è come quello delle pecore marchiate in qualche modo per poterle riconoscere e distinguerle da altri greggi di altri padroni.

Eppure proprio in questi giorni così difficili l’essere parte di un gregge sta assumendo un significato diverso e positivo, e per niente contrapposto alla mia sete di libertà e ai diritti della mia individualità.

Gesù ha uno sguardo positivo e anche realistico sulla vita delle persone e dei credenti. Tutti viviamo in un contesto di relazioni forti e interdipendenti. Viviamo in un contesto che ci mette insieme in spazi, tempi, azioni che ci legano in modo molto stretto. Gesù vede l’umanità come un immenso gregge di persone che come pecore vivono in un recinto, il mondo, e anelano a vivere ed essere felici. Il guardiano del gregge è Dio che conosce ogni singola pecora-persona per nome in una relazione singolare intima. Gesù dice che ogni singola pecora conosce la voce del suo guardiano e pastore. Ed è da questa conoscenza profonda che dipende la vita e la libertà della singola pecora e poi del gregge. Se non conoscesse la voce del suo custode, di colui che solo può condurla alla vita, rischierebbe di cadere nelle mani di chi invece la vuole solo sfruttare, e alla fine il gregge si disperde. Nell’immagine del Vangelo c’è il giusto equilibrio tra la libertà del singolo e l’esperienza di gruppo, perché ogni pecora è conosciuta e amata dal pastore che la custodisce, ma fa parte anche di un gregge che si muove insieme e trova la sua forza e vita proprio nell’unità e nella reciproca interdipendenza. Il gregge di Dio che è l’umanità è un luogo di libertà personale nell’esperienza dell’essere unito, solidale e nella comune direzione verso il bene, verso il vero pascolo di vita e felicità per tutti. Nessuno si salva ed è felice da solo!

In questi giorni abbiamo imparato, o stiamo imparando, che siamo tutti parte di un’unica famiglia, o usando le parole del Vangelo (in modo positivo) di un unico gregge. Abbiamo in comune spazi di vita e anche desideri comuni, condividiamo fragilità e paure, e nessuno può fare a meno dell’altro. Abbiamo imparato anche a spese di sofferenze e lutti, che nessuno può tirarsi fuori dalla propria responsabilità, sapendo che ogni nostra azione ha una conseguenza piccola o grande per gli altri, nel male come nel bene.

Siamo un unico gregge dentro il quale possiamo vivere la nostra libertà, che non è fare come se non ci fosse nessun altro se non il singolo, ma è scegliere di essere un bene o un male per l’altro, anche se non lo conosciamo direttamente.

Abbiamo davvero bisogno a questo punto di un pastore che davvero ci custodisca, di uno che si prenda cura di noi singolarmente e nell’insieme, che non sia guidato da interessi se non quello di volerci liberi e felici, singolarmente e insieme. Abbiamo bisogno di conoscere la parola giusta che ci guidi e la direzione giusta, la porta giusta.

Quella di Gesù è la voce da seguire. Gesù è la porta ed è anche la direzione giusta da seguire se vogliamo la felicità di tutti. Gesù è il pastore che ci custodisce in ogni nostra vita personale e insieme.

Siamo un gregge che pian piano riscopre la bellezza di prendersi cura gli uni degli altri sull’esempio di Colui che sempre si prende cura di noi singolarmente.

Non so quando e come raggiungeremo l’immunità di gregge dal punto di vista sanitario per questo virus, e per questo aspettiamo con ansia il vaccino.

So che il Vangelo, se iniziamo a viverlo fino in fondo noi cristiani a cui è stato iniettato con il Battesimo, farà crescere proprio in noi quella immunità di gregge umano che ci farà vincere i virus della disperazione, della solitudine e della divisione. Questa immunità si chiama anche in altro modo: carità, quella di Cristo.

Giovanni don

abbiamo bisogno della Messa?

aprile 24th, 2020 1 comment

DOMENICA 26 aprile 2020

III di Pasqua

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

(dal Vangelo di Luca 24,13-35)

Questa è la fotografia delle nostre chiese in questi ultimi due mesi di quarantena: Messe domenicali (e anche feriali) deserte non per scelta ma per necessità. È vero che sempre meno che cristiani vengono stabilmente a Messa e non ne sentono più la necessità, ma ora l’azzeramento è totale, e anche chi vorrebbe non può. Che fare? La soluzione ora e anche dopo sono le Messe alla tv e via internet? Ma vedere una Messa attraverso un mezzo di comunicazione è la stessa cosa? Molti dicono assolutamente di no, per altri, visto il periodo di emergenza dicono di sì, e che anzi si segue meglio. Ma la questione vera che sta sotto è: cos’è la Messa?

La pagina del Vangelo di Luca che la Chiesa propone per questa quarta domenica del tempo pasquale offre un insegnamento fondamentale per la questione della Messa e anche del suo modo di celebrarla e di partecipare.

Come sempre non è una pagina di teorie e regole da seguire, ma un racconto, una esperienza di vita che per i primi cristiani è diventata punto di riferimento anche nei secoli successivi. Forse provare ad entrare in questo racconto ci aiuta a capire il “perché” e il “come” della Messa, non solo in questo strano periodo ma sempre.

Siamo alla sera del giorno della resurrezione, quel giorno che da allora in poi sarà il giorno principale per i discepoli di Cristo. La domenica è per il cristiano il giorno attorno cui ruotano tutti gli altri giorni, è il “giorno del Signore” e quindi anche il giorno dove celebrare la sua presenza nel mondo, ma soprattutto di coloro che portano il suo nome, i cristiani appunto.

Luca ci presenta due discepoli di cui solo di uno sappiamo il nome, Cleopa, e questo quasi a dirci che l’altro potremmo essere noi, con il nostro nome, la nostra vita. I due discepoli camminano e parlano tra loro degli avvenimenti di Gesù, ma non riescono a comprenderli fino in fondo. Ed è qui che Gesù in persona si affianca nel cammino. Non si fa riconoscere dall’aspetto ma piano piano si fa riconoscere dalle cose che dice e dal calore delle parole che illuminano dal di dentro la loro vita. E l’incontro con Gesù inizia con una domanda da parte di Cristo. Il primo che si mette in ascolto è proprio Lui!

L’evangelista ci racconta che sono i due ad insistere che quel misterioso compagno di viaggio si fermi con loro ad illuminare la sera che hanno dentro il cuore e a continuare a scaldarlo. “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”.

Sembrano parole di cortesia, ma in realtà rivelano una preghiera che parte da dentro, una dichiarazione di fede e di affidamento. E Gesù entra per “rimanere con loro”. Gesù si farà definitivamente riconoscere come vivente (e non più come l’amico morto e sepolto) proprio quando compie quel gesto rivelativo che è lo spezzare il pane. È proprio questo gesto che apre definitivamente ai due gli occhi del cuore. Nel Vangelo è scritto che “sparisce alla loro vista” ma non che se ne va. Gesù è entrato in quella casa per rimanere! Non viene detto che i due ritornano tristi o si domandano dove sia. Dopo averlo ascoltato lungo la strada sulle Scritture, con una spiegazione non da lezione scolastica ma con lo scopo di scaldare il cuore, e dopo aver spezzato il pane con lui secondo il gesto dell’Ultima cena, ecco che i due ora sanno che Gesù è risorto ed è vivente.

Non è forse tutto questo la nostra Messa domenicale? La Messa è la celebrazione dove ci si trova insieme sulla stessa strada della vita, con i nostri dubbi e fatiche di vita e di fede. Nella Messa ascoltiamo brani della Bibbia ma non come esercizio culturale, ma per trovare in questi ciò che scalda il cuore e riaccenda la fede. E quando ascoltiamo e preghiamo le letture, i salmi e il Vangelo, lo facciamo rendendo grazie a Dio, credendo che in quelle parole è Gesù stesso che si affianca a noi e ci parla.

Nella Messa poi riviviamo i gesti dell’ultima cena sentendoci tutti partecipi della mensa del Signore Gesù, accogliendo il gesto del pane spezzato e del calice di vino, nei quali Gesù ha voluto sintetizzare tutta la sua vita. La Messa è l’occasione per riscaldare e riaccendere la nostra vita di fede, facendoci sperimentare che Gesù rimane con noi, non come figura del passato, ma come colui che è vivente!

Certamente quell’incontro sulla via di Emmaus è stato unico e irripetibile come energia di fede, e sicuramente le nostre messe comunitarie non hanno quel calore e quell’esplosività di allora. Credo però che come allora anche oggi l’incontro con Gesù è un incontro vivo, che deve coinvolgerci e metterci in moto. Se la Messa fosse solo un modo in cui si assiste a dei gesti e si ascoltano distaccati delle parole, allora non sarebbe come quell’incontro di Emmaus.

La Messa è un incontro che deve scaldare il cuore e aprire la mente. La Messa dovrebbe essere vissuta dal cristiano come una necessità non come un dovere.

Per me come prete, che ho il compito di presiedere la celebrazione, non è la stessa cosa celebrare con le persone o con nessuno. La Messa non è mia e non la faccio io.  Forse questo azzeramento di partecipazione è l’occasione per tutti, sia per chi ci viene sempre e anche per chi non partecipa mai o molto poco, di ritrovarsi tutti al punto di partenza e di domandarsi se davvero sentiamo il bisogno di un incontro vero con Gesù vivente! La Messa in diretta alla televisione o su internet è fortemente limitata perché non permette quell’esperienza insostituibile dello stare insieme, ma forse allo stesso tempo tiene vivo il desiderio e viva la consapevolezza che senza l’incontro con Gesù, la nostra fede si raffredda e muore, perché non è scaldata dalle parole di Gesù e non è illuminata dalla sua presenza nel pane.

Giovanni don

Vangelo fase due

aprile 18th, 2020 No comments

DOMENICA 19 aprile 2020

II di Pasqua

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

(dal Vangelo di Giovanni 20,19-31)

La fase due… parola magica per noi in questi giorni di “fase uno”, quella dell’improvvisa emergenza della pandemia da coronavirus che ci ha travolti.

Questa “fase due” non sappiamo ancora bene come sarà, ma sicuramente consisterà in un superamento deciso delle attuali ristrettezze, anche se non sarà più come prima di tutto quello che è successo, almeno non in tempi brevi. Gli esperti e i governanti sono tutti concordi nel dire che l’efficacia della “fase due” dipenderà ancora una volta dalla responsabilità di tutti. Non basterà averla scritta in decreti e aver individuato strategie e strumenti. Se ognuno non ci crederà veramente e non farà la propria parte nel suo piccolo (casa, lavoro, movimenti, comportamenti…) questa “fase due” non decollerà mai e ci riporterà drammaticamente indietro. Penso che ci voglia davvero una grande fiducia e senso di responsabilità e anche un profondo ottimismo per andare avanti anche in questa fase che è prossima a iniziare.

Il Vangelo di questa domenica ci parla di Gesù che dopo la resurrezione si mostra vivente ai discepoli. L’evangelista Giovanni ci racconta che il Signore è in mezzo ai suoi discepoli già il giorno stesso della resurrezione, e lo ripete 8 giorni dopo. È chiaro che è un richiamo al giorno del Signore, la domenica (dies-domini), che per i cristiani fin dall’inizio è il giorno che ricorda in modo vivo quell’evento unico ma nello stesso tempo perpetuo. Da quel giorno il maestro e amico si presente e operante, ma in modo totalmente nuovo. Tutta la vita di Gesù e in particolare gli ultimi drammatici giorni della sua passione, sono stati una “fase uno” dell’azione di Dio che totalmente dipendeva dal Figlio di Dio, Gesù, e che attraverso la sua umanità ha mostrato Dio e il suo amore. Ora possiamo proprio dire che con la sua resurrezione inizia la “fase due” dell’azione di Dio. Non è più nell’uomo Gesù ma nell’umanità dei suoi discepoli che Dio si mostra vivente e dona il suo amore, in altre parole il suo Spirito.

E come sia la “fase due” lo mostra pienamente questo racconto di Giovanni. Gesù è in mezzo ai suoi discepoli. Non è una semplice apparizione incorporea e “virtuale”, ma è presenza vera che ha i segni concreti dell’amore. Per questo Gesù è in mezzo a tutti, quindi nessuno è più privilegiato di altri, e mostra i segni della passione per dire che quello è il suo modo di agire e tale dovrà essere il loro.

Il Risorto dona Spirito Santo, che è quell’Amore divino che dona nuova forza e vita al gruppo spaurito e chiuso dei discepoli chiuso in casa. In questo davvero sembrano essere come noi in questi giorni chiusi in casa.

Gesù dona ai suoi discepoli un compito grande, che è quello di essere segno concreto di misericordia. La misericordia di Dio nella “fase uno” del Vangelo era mostrata da Gesù stesso, con i suoi molti segni di cura e perdono, di ascolto e vicinanza. Ora nella “fase due” questo dipende dai discepoli che non sono “burattini” che sono veri protagonisti, anzi noi siamo veri protagonisti della misericordia di Dio.
Abbiamo tutti quello che occorre per far si che il Vangelo porti frutto di vita nel mondo con ciò che Gesù ha fatto nella sua “fase uno”. Il racconto di Giovanni ci ricorda che comunque Gesù rimane sempre ed è pronto a dare segni della sua presenza, senza sostituirsi alla nostra fede, ma per sostenerla, come accade a Tommaso. I dubbi e gli interrogativi di Tommaso, la sua voglia e il suo diritto di sperimentare Gesù, sono anche i nostri. Una delle modalità con quale possiamo anche noi sentire Gesù risorto in mezzo a noi, è l’Eucarestia domenicale. Purtroppo in questi tempi di distanziamento sanitario, non possiamo celebrarla in chiesa, ma questo non significa che non possiamo pregare e fare memoria della presenza di Gesù anche tra le mura di casa. Non basta certo una messa seguita in televisione o sul computer, ma queste possono esser un aiuto e un modo per ricordarci che senza il Signore non possiamo vivere, senza la sua Parola e presenza, non possiamo dirci cristiani. Abbiamo bisogno come per i discepoli di sentire risuonare nel cuore quel “Pace a voi”, dove la “Pace” è il dono più grande di Dio. Pace in situazione di sofferenza, di chiusura, di malattia e anche di peccato e fragilità umana. E’ la Pace che Gesù risorto dona a noi suoi amici, e attraverso di noi rimbalza e si diffonde in tutto il mondo, in tutti i cuori

Giovanni don

un lungo sabato santo

aprile 11th, 2020 No comments

DOMENICA 12 aprile 2020

PASQUA di RESURREZIONE

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

(dal Vangelo di Matteo 28,1-10)

Il Sabato Santo dal punto di vista della liturgia cristiana è caratterizzato da un totale silenzio e assenza di celebrazioni eucaristiche. Le campane sui campanili sono “legate”, cioè ferme e non annunciano nulla sospese anch’esse nel silenzio della morte di Gesù. Nel linguaggio “tecnico” della chiesa si dice che il Sabato Santo è un giorno a-liturgico, senza liturgia, anche se proprio questa assenza di celebrazioni e messe è una sorta di liturgia silenziosa che celebra una attesa mista a tristezza. Questa sospensione riproduce quel clima di sospensione che c’è stato tra i discepoli e discepole di Gesù dopo che il loro Maestro e Amico deposto morto dalla croce era stato sepolto, e una pietra aveva chiuso il sepolcro.

Quest’anno con il lockdown imposto a tutto il mondo a causa della pandemia la Quaresima si è trasformata in un periodo di vera penitenza collettiva. I 40 giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri fino a Pasqua, sono stati una esperienza fisica di rinunce quotidiane che hanno costretto tutti a guardare in faccia la propria fragilità e quella di ogni essere umano. Il dilagare del virus in Italia e Europa è coinciso proprio, quasi fosse un segno per noi cristiani, con l’inizio della Quaresima, bloccando fin dall’inizio ogni celebrazione e qualsiasi altra attività formativa o spirituale che coinvolgeva la comunità. Il dolore, la paura, l’ansia, la tristezza sono diventati sentimenti comuni che hanno generato un senso di comunità spirituale che forse, in tutto questo periodo difficile, è uno dei primi risultati positivi di questa Quaresima in quarantena. Credenti e non credenti, cristiani di ogni confessione e credenti di altre religioni, tutti ci siamo entrati in questo deserto sociale, sanitario e anche economico, che non ha lasciato indenne nessuno.

Siamo entrati tutti in quel deserto che Gesù ha voluto sperimentare umanamente e spiritualmente come noi e con noi. Forse abbiamo vissuto la prima vera Quaresima dove l’aspetto spirituale ha toccato la vita concreta di tutti, e tutti non abbiamo potuto sottrarci al cammino comune.

Forse è per questo motivo che i gesti e le parole di Papa Francesco nella sua preghiera in piazza San Pietro hanno alla fine toccato tutti, credenti e non. Molti se non tutti hanno sentito che le parole del Vangelo in qualche modo avevano qualcosa da dire per la vita concreta di tutti.

E ora siamo a Pasqua, giorno in cui celebriamo la vittoria della vita sulla morte. Il segno più forte che anche l’evangelista Matteo sottolinea nel suo racconto, è quella pietra pesante messa sul sepolcro che ora rotola via, e colui che si diceva morto e sepolto, vi si siede sopra. È un segno di vittoria che è per lui e anche per noi, per l’umanità intera.

Se la Quaresima cristiana è coincisa con la quarantena sociale dell’umanità, la Pasqua del 12 aprile purtroppo non sembra coincidere con quella tanto attesa dal punto di vista sanitario e sociale. Sono molti coloro che ancora piangono parenti e amici che entrati nella Quaresima non la concludono da vivi, e sono nel loro sepolcro.

Quest’anno la Pasqua sembra davvero così distante dall’esperienza di vita, non avendo nemmeno il conforto dei segni della festa e delle celebrazioni comunitarie. La Pasqua appare come un annuncio lontano. I riti e le parole delle liturgie pasquali, che parlano di vittoria di Cristo sulla morte, diventeranno per me ancora più pesanti da fare perché lontani dall’esperienza viva del cristo che è in ogni uomo.

Anche se è Pasqua, dal punto di vista esistenziale rimaniamo in una sorta di sospensione come nel Sabato Santo. Siamo in attesa come allora, ai tempi di Gesù e dei suoi discepoli, senza certezza alcuna che qualcosa cambierà e quando cambierà. Siamo tutti fermi e “legati” dai provvedimenti che con il distanziamento sociale, ci impediscono di molto nel vivere i legami vivi tra noi.

C’è dunque il rischio che la celebrazione della Pasqua, anche se con riti ridotti e spesso domestici, sia una sorte di falso e stonato con la vita? Oppure abbiamo davvero bisogno di celebrare la Pasqua proprio perché essa ci dice che dopo il Sabato Santo arriva la Domenica di Resurrezione?

Io ho bisogno di celebrare la Pasqua, anche con poco, ma ho bisogno di leggere e rileggere quella pagina del Vangelo, di pregare e cantare “alleluia” in questi giorni grigi. Ho bisogno di storie positive per non perdere la speranza che è la linfa della vita come il sangue che scorre nelle vene, come l’aria che riempie i polmoni. Ho bisogno della storia dei primi discepoli e discepole che proprio nel momento più buio sono stati riempiti di gioia e hanno trovato nuova forza di vita. Ho bisogno dell’annuncio della Pasqua, della Resurrezione di Cristo, di sentire “Non è qui… è risorto come vi aveva detto”. Ho bisogno della Domenica di Pasqua in questo interminabile Sabato santo in attesa…

Giovanni don