la fede da chi meno te l’aspetti

marzo 23rd, 2018 2 comments

DOMENICA 25 marzo 2018

DOMENICA delle Palme

Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. 
Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

(dal Vangelo di Marco cap 15)

Perché ci sono 4 Vangeli? Non ne basterebbe solamente uno per raccontare l’unica storia? Non si rischia che le differenze tra i 4 (differenze che a volte appaiono chiare) portino a pensare che la storia non è vera?

La risposta della Storia della Chiesa ci dice che, tra le tante testimonianze raccolte sulla vita di Gesù, prima orali e poi scritte, si sono fissate nel corso del tempo queste 4 testimonianze considerate “canoniche”. “Canonico” significa che è punto di riferimento riconosciuto da tutti e quindi “regola” ogni altra testimonianza. La risposta più spirituale è che la storia di Gesù è così ricca che non basta una sola voce a raccontarla e c’è bisogno di più punti di vista per coglierne la complessità e bellezza.
I 4 Vangeli a modo loro raccontano anche la Passione di Gesù, ognuno con dettagli unici anche se sostanzialmente coincidono negli eventi centrali.
Quest’anno la liturgia ci fa ascoltare il punto di vista dell’evangelista Marco (che secondo la tradizione era discepolo di Paolo prima e poi dello stesso Pietro), che racconta la Passione in modo molto drammatico. Dal punto di osservazione di Marco, sul Calvario davvero di consuma il totale abbandono di Gesù da parte di tutti, discepoli, amici e sostenitori. Gesù è accerchiato solo da chi lo insulta e vede in lui solo un bersaglio di cattiverie. Non c’è una parola di speranza da chi gli sta accanto, persino dai due ladroni che condividono le pene (l’evangelista Luca invece coglierà dal suo punto di vista un dialogo diverso tra il buon ladrone e Gesù…). Anche quello che dice Cristo sulla croce appare a primo ascolto come una serie di parole disperate (“Dio mio perché mi hai abbandonato”), mentre in realtà è una preghiera presa direttamente dai Salmi. Ma chi lo ascolta addirittura fraintende le parole (“Ecco chiama Elia”). Possiamo davvero trovare in questo modo di raccontare la morte di Gesù, tutto il dramma della sofferenza umana. Penso davvero che noi stessi possiamo riconoscere in questa scena i momenti di sofferenza che viviamo o di persone e situazioni che conosciamo bene. Possiamo riconoscere la mancanza di parole giuste che consolino, la solitudine che non aiuta e che schiaccia, la mancanza addirittura di comprensione di Dio, che sembra ci abbandoni.

Ma sotto la croce c’è un uomo che proprio in tutto questo ha un punto di vista davvero unico e diverso. Da chi meno te le aspetti, escono parole di fede diametralmente opposte a quelle violente di tutti gli altri.

E’ il centurione romano, un pagano, uno che non c’entra nulla con le promesse del popolo ebraico, che non dovrebbe avere alcun strumento mentale e religioso per comprendere quel che accade. Eppure secondo l’evangelista Marco è da lui che escono le parole più alte, la più alta professione di fede riguardo Gesù: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”.

Marco ci fa incontrare questo uomo che è capace di andare oltre le apparenze di sconfitta e di abbruttimento di Gesù, e ne vede la bellezza e grandezza interiore. “Avendolo visto spirare in quel modo…”, il centurione comprende il dono totale, assoluto, divino di Gesù. Proprio così si comporta Dio-Amore. Proprio così Dio si rivela.

Nella Via Crucis che l’altra sera abbiamo vissuto in Chiesa, è stato recitato un commento in forma teatrale che prova a dar voce a questo centurione, che nel Vangelo di Marco è raccontato brevemente, ma in modo unico.

In questo commento teatrale c’è il suo punto di vista, e forse anche il nostro.

PARLA IL CENTURIONE

Centurione: (impaurito) E’ tutto buio, che succede? Incredibile, sta cadendo tutto, c’è anche il terremoto. (pausa). Davvero quest’uomo era Figlio di Dio. (pausa)

Io l’ho portato a crocifiggere. Ho solo eseguito gli ordini, ma io ci ho messo del mio. L’ho visto nel Pretorio, mentre veniva interrogato, era innocente, eppure mi fu consegnato da flagellare, e scendemmo insieme la scalinata. Non faceva nessuna resistenza. Veniva giù con me, come di sua volontà. L’ho consegnato a un decurione e io che non sono fuggito mai in vita mia, questa volta sono fuggito come un vigliacco per non vederlo flagellare; se fossi rimasto, non lo avrebbero ridotto in quel modo, che pareva una fontana di sangue… (pausa)

Ho visto morire molti uomini, e nessuno ha detto mai quello che ha detto Lui. Solo Dio può perdonarci tutti e solo il figlio di Dio poteva domandarglielo. Io chiamo vinto uno che non ce l’ha fatta ad arrivare dove voleva.  Ma lui c’è arrivato. E per Lui non era solo questione di vincere la paura che abbiamo tutti… Lui, Lui si è messo tutto il mondo sulle spalle. Solo Lui poteva … ha aspettato di essere al colmo del patire, per tornare, e il Padre per riprenderselo come noi glielo abbiamo ridotto, tutto sangue. E il primo che s’è portato con sè, è stato un ladro, appeso vicino a lui… che è stato il primo a capire che quello era figlio di un Re e da dove veniva e dove tornava.  (pausa)

Quando morirò voglio chiedergli anch’io che si ricordi di me, del centurione che stava sotto la croce. Era innocente, lo so, era innocente. (pausa)

Davvero quest’uomo era Figlio di Dio.

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La forza del seme

DOMENICA 18 marzo 2018

Quinta di quaresima

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

(dal Vangelo di Giovanni 12,20-33)

All’incontro in preparazione alla Cresima oggi ho iniziato facendo vedere ai ragazzi le foto di tre personaggi famosi in qualche modo legati tra loro e anche al cammino di fede. Ho mostrato la foto di Stephen Hawking, lo scienziato malato di SLA sulla sua sedia a rotelle, la foto di Aldo Moro ritratto durante la sua prigionia ad opera delle Brigate Rosse e la foto di Martin Luther King che parla in pubblico. I ragazzi ovviamente hanno subito riconosciuto lo scienziato, morto qualche giorno fa a 76 anni, e del quale ovviamente hanno parlato molto i media e sicuramente a scuola. Qualcuno ha vagamente riconosciuto il pastore afroamericano che si è battuto per i diritti dei neri negli Stati Uniti negli anni ’60 e di cui ricorre nei prossimi giorni il mezzo secolo dall’assassinio ad opera di un suprematista bianco. Nessuno purtroppo ha riconosciuto il grande statista italiano, a 40 anni dal rapimento e uccisione da parte dei terroristi italiani.

Ho chiesto ai ragazzi cosa questi personaggi avessero in comune e in cosa potessero essere di esempio per loro in vista della loro Confermazione…

Il brano di Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima che ci prepara alle celebrazioni pasquali, inizia con alcuni greci, quindi stranieri e lontani dal popolo ebreo, che vogliono vedere Gesù. Si rivolgono a Filippo e Andrea, che dai loro nomi di origine greca forse sono i più disponibili a fare da mediazione, e attraverso di loro la richiesta arriva a Gesù. In questi greci possiamo benissimo vedere anche noi stessi e tutti coloro che in qualche modo si interrogano su Gesù, sulla fede e su Dio. Sono uomini e donne in ricerca ai quali Gesù da una risposta a prima vista strana e non in sintonia con la domanda. Ovviamente l’evangelista Giovanni ci fa comprendere la ricerca di vedere Gesù non si esaurisce con uno sguardo lontano e superficiale. Vedere Gesù significa entrare in contatto con tutta la sua persona e il senso profondo della sua esistenza. Se fosse una semplice ricerca superficiale, allora a noi oggi sarebbe davvero impossibile “vedere” Gesù. Quindi le sue parole sono una risposta anche a noi oggi, lontani da quel contesto, sia temporalmente che culturalmente.

Gesù dà una risposta spiazzante, e come proposta di incontro mette davanti un piccolo seme e un patibolo di morte. È così che possiamo “vedere” Gesù e soprattutto comprenderlo e viverlo, facendolo passare dalla superfice dei nostri occhi al profondo del nostro cuore e della nostra vita.

Gesù è come un piccolo seme, pieno di vita, carico di futuro, che deve per questo “sparire” nella terra, morire a sé stesso come seme, per far emergere la pianta che racchiude dentro. Questo è Gesù fin dal suo apparire piccolo bambino di Betlemme. Questo è il Figlio di Dio racchiuso nel limite dell’uomo Gesù di Nazareth, vulnerabile e mortale. Questo è Dio che con i gesti delle mani, lo sguardo amorevole, la parola di Gesù arriva a toccare la vita e i cuori di chi è più lontano, entrando nel profondo della terra umana. Se il seme non muore non serve a nulla. Ma Gesù ha mostrato proprio che entrando profondamente nella esperienza umana alla fine è uscito il frutto della resurrezione.

Vedere Gesù è guardarlo sulla croce, nell’atto supremo del dono di vita per amore, rinunciando a tutto pur di amare. La potenza di Dio è nell’amore, e sulla croce questo amore diventa concreto e non rimane solo parole. È un amore che attira vita, e diventa strada da percorrere per ogni vita umana. È amore totale, un amore possibile a tutti gli uomini, di ogni lingua, credo, cultura e tempo.

Il seme seminato e la croce diventano la via per vedere Gesù, per vederlo nella nostra vita, nei miei piccoli e quotidiani gesti di amore. Posso vedere Gesù in tutti coloro che con amore danno la vita per il prossimo, si impegnano a migliorare il mondo, superando anche gli ostacoli e con profonda speranza nelle più piccole potenzialità della vita umana.

Hawking si dichiarava profondamente ateo, ma da 50 anni sulla sedia a rotelle e quasi totalmente immobile, ha dimostrato una forza e un amore per la conoscenza che ha ispirato generazioni di scienziati e ricercatori. Il seme della conoscenza che sembrava impossibilitato di portar frutto dalla sua profonda disabilità, è invece fruttato. Aldo Moro, grande statista cattolico, ancora oggi ci testimonia che è possibile vivere la fede anche nella grande responsabilità del governare, e che nessuna violenza può alla fine spegnere il dovere di fare del bene per tutti. Questo vale anche per Martin Luther King, che non era cattolico, ma ha saputo trasformare la sua fede nel Vangelo in speranza di un mondo diverso. Non si è fermato davanti alle discriminazioni e ha sognato (“I have a dream”) un mondo diverso che pian piano si è realizzato.

La forza del piccolo seme dell’amore e il dono della vita sono il grande insegnamento di Gesù, che vale per tutti gli uomini, credenti e non credenti. A tutti Dio dona questa forza e indica la strada. Sta a noi crederci, seminare, morire, dare la vita, non smettere di sperare.

Giovanni don

punti luce

DOMENICA 11 marzo 2018

Quarta di quaresima

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: 
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

(dal Vangelo di Giovanni 3,14-21)

“Una luce nella notte” era il nome dato, una ventina di anni fa, ad una esperienza di un gruppo di giovani, che nella diocesi di Verona aveva iniziato a tenere aperte le chiese della città anche durante la notte dei weekend in orari nei quali solitamente le chiese sono chiuse e non ci sono celebrazioni. Nei fine settimana i grossi centri abitati e in particolare le città, alla sera accendono ancora di più le luci e la gente tende a trascorrere la sera e la notte sveglia, in giro per le strade con i locali aperti. C’è chi lavora e chi si diverte e la vita notturna diventa particolarmente animata. Ecco allora l’idea di aprire le porte delle chiese, organizzare magari qualche momento di preghiera, fare in modo che ci sia qualcuno per un dialogo o la confessione, per dire che ogni ora della propria vita è buona per coltivare la propria fede e l’incontro con Dio. La notte in genere è simbolo di tutti quei momenti bui della vita nei quali tante volte ci troviamo, anche in pieno giorno: quando un lutto spegne la nostra gioia, quando una situazione economica getta ombre sul futuro nostro e nella nostra famiglia, quando la malattia ci fa entrare improvvisamente in tunnel dove la luce dell’uscita sembra lontana. La fede può essere una luce in questi momenti di oscurità esistenziale e spirituale? Oppure anche la luce di Dio si spegne improvvisamente e così la nostra vita religiosa?

Il Vangelo ci riporta un pezzo del lungo dialogo che Gesù ha con questo fariseo, Nicodemo, che di si reca da lui. Questo dialogo si svolge di notte, secondo il racconto dell’evangelista, una notte fuori e molto probabilmente dentro Nicodemo. Nel cammino di vita e di fede di questo fariseo ci sono molte luci e ombre, sicurezze e dubbi, successi e fallimenti personali. E così si rivolge a questo Maestro di Galilea per avere qualche risposta, per avere una luce interiore.

Forse anche per noi le cose dette da Gesù a Nicodemo possono diventare una luce da seguire.

Gesù parla della sua croce, quando parla del serpente innalzato nel deserto come strumento di salvezza, facendo riferimento ad un evento ben conosciuto da Nicodemo: Mosè mettendo su un palo un serpente, aveva salvato dalla morte gli israeliti morsi dai serpenti. La croce e colui che è crocifisso, Gesù, che che troviamo alti anche sui nostri altari e chiese e anche nelle case, ci parlano di questo dono di salvezza. Dio dona sé stesso con Amore (il Padre dona il Figlio attraverso lo Spirito Santo) per salvare e non per condannare. Il crocifisso è Dio stesso che sale sulle nostre croci e condivide la nostra vita.

Credere in Dio non è solo questione di ragionamento, ma di dono concreto di vita, di amore vero anche quando costa, anzi proprio perché costa sacrificio e rinuncia. L’amare è più di un moto mentale, non è solo una parola formulata nella testa, ma è vita concreta, sono gesti concreti che generano vita e felicità altrui e alla fine fanno vivere noi che siamo creati per amare. È questa la croce che dona vita eterna, cioè vita pienamente realizzata.

Questa luce illumina davvero la notte nostra e di chi ci sta accanto. Amare con e come Gesù ci rende eterni, cioè portatori di vita vera. C’è chi non ama questa luce, e sono coloro che preferiscono vivere all’ombra dell’egoismo e della chiusura in sé stessi. La luce dell’amore dà fastidio a chi è disonesto, violento, razzista, bullo, giudicante, malizioso, guerrafondaio. Ma proprio per questo Gesù è salito sulla croce perché quella morte diventasse un faro che non si può spegnere nella storia. Gesù invita Nicodemo ad entrare in questa luce, accoglierla e diventarne portatore. E fa lo stesso con noi.

Anche se le chiese non possono rimanere aperte sempre di notte, e come luoghi pubblici non possono certo competere con altri luoghi di divertimento ben più luminosi durante le notti dei weekend, possiamo noi stessi come cristiani diventare “punti di luce” nella notte del nostro mondo. Basta a volte un sorriso come quello di Gesù a chi era solo e giudicato. Bastano piccoli gesti di gentilezza verso chi ci sta accanto. Basta ascoltare con pazienza chi ha bisogno di ascolto proprio come Gesù che non era mai sordo alle richieste di aiuto. Basta aprire le nostre mani e le nostre braccia come Gesù sulla croce per dare qualcosa di nostro senza dover trattenere tutto, e per dare alla fine noi stessi senza paura. Basta questo per farci diventare “punti luce” in ogni notte, compresa la nostra.

Giovanni don

difensori del tempio di Dio, quello vero

DOMENICA 4 marzo 2018

Terza di Quaresima

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». 
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Dal Vangelo di Giovanni 2,13-25)

Il Tempio di Gerusalemme, luogo dove si svolge oggi il racconto del Vangelo, oggi è praticamente scomparso. L’enorme struttura costruita da Erode il grande, voluta per celebrare più la sua grandezza di re-fantoccio dei romani che Dio, è stata praticamente rasa al suolo dai romani stessi, al termine delle rivolte “indipendentiste” dei Giudei. Oggi rimane solo un enorme terrapieno che con il tempo è stato occupato da importanti edifici islamici come la Moschea dalla Cupola d’oro e la moschea di Al-Aqsa. Tutta l’attuale città antica di Gerusalemme è l’icona di guerre e distruzioni continue, di continui cambiamenti lungo la storia di sovranità tra ebrei, musulmani e cristiani. La città, che è la sintesi delle tre grandi Religioni monoteistiche, è la sintesi anche di cosa significa la guerra e la distruzione che la accompagna.

La guerra è l’offesa più grande che si possa fare alla creazione di Dio, al suo progetto sulla storia dell’uomo. La guerra che è sempre motivata da interessi di potere ed economici, arriva a distruggere e annientare ogni cosa e soprattutto l’uomo.

L’uomo per Dio è il vertice della sua creazione, e nell’umanità Dio pone la sua stessa faccia. L’uomo è davvero la cosa più vicina al Creatore.

Gesù nell’episodio del Vangelo di Giovanni entra nel Tempio di Gerusalemme che era stato costruito per essere la dimora di Dio sulla terra ed era segno della sua presenza nella storia umana. Il Tempio era sacro perché pieno di Dio. Ma con il tempo era stato trasformato in un luogo di scambi economici per esigenze del culto, che prevedeva offerte e compravendite. La “casa di Dio” era stata trasformata in casa del denaro e della religione di facciata. Anche se rimaneva un luogo magnifico dal punto di vista architettonico (con lunghissimi colonnati, ampie piazze, enormi edifici), per Gesù era diventato irriconoscibile. Il gesto forte e provocatorio di Gesù di cacciare tutto quello che deturpava il Tempio, è in realtà un gesto simbolico che vuole andare oltre il Tempio stesso. A Gesù sta a cuore il luogo dove Dio abita e dove si può incontrare. Ovviamente non sta pensando ad un edificio, come era nella religione ebraica del suo tempo e nelle religioni pagane. Il Maestro sta pensando proprio all’uomo, all’umanità. Gesù come uomo mostra che Dio abita proprio nell’essere umano. È l’uomo, ogni uomo, il vero “tempio” sacro di Dio, a cominciare da lui stesso.

È questo il senso delle parole sulla distruzione del Tempio e della sua ricostruzione in tre giorni. Gesù, come ci aiuta a capire l’evangelista, parla del Tempio del suo corpo, cioè di lui stesso come essere umano, e da lui fino ad ogni altro essere umano in ogni luogo e tempo.

Sembra però che questa lezione sul vero luogo dove abita Dio non sia stata ancora compresa. Ancora oggi gli esseri umani, specialmente quelli più piccoli e poveri (che per Gesù stesso sono i più simili a lui), sono oggetto di offesa, vittime della guerra e trattati come merce di scambio.

Gesù che si arrabbia vedendo il luogo simbolo di Dio trattato come mercato, anche oggi da questa stessa pagina del vangelo ci urla la sua rabbia nel vedere come trattiamo male la “casa del Padre”, cioè l’uomo. Le immagini di questi giorni dei bambini colpiti dalle bombe nella guerra interminabile della Siria e di tutte le altre guerre, non possono lasciarci indifferenti. Come cristiani, cioè come rappresentanti di Cristo in terra oggi (noi siamo il suo corpo!), abbiamo il dovere di indignarci e di non tacere. Se anche a noi come per il Maestro, sta a cuore la sacralità di Dio, non possiamo che prendere posizione sulla distruzione dell’uomo, sulla violenza verso i più piccoli, sulla profanazione dell’umanità ad opera di guerre causate da interessi economici e di potere.

Gesù parla anche di resurrezione dopo la distruzione. È un messaggio di speranza che dobbiamo cogliere insieme alla denuncia della violenza sull’uomo. L’ultima parola alla fine comunque sarà la resurrezione e la vita. Quindi non dobbiamo rassegnarci alle guerre e chiudere gli occhi. Se crediamo veramente nel vangelo, allora sappiamo che alla fine di tutto c’è la vittoria di Cristo sulla morte. Questo motiva ancora di più il nostro “zelo” per difendere e amare la vera casa di Dio: l’essere umano.

Il grande Tempio di Gerusalemme è scomparso da secoli e di questo luogo non rimangono che una spianata e poche pietre nelle fondamenta. Ma Dio non abita li. Dio continua ad abitare nell’uomo, nel povero, nel bambino, nell’indifeso. Questo tempio continua a rimanere e siamo chiamati con Gesù a prendercene cura.

Giovanni don