Dio non è un bancomat

ottobre 18th, 2019 No comments

DOMENICA 20 ottobre 2019

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

(dal Vangelo di Luca 18.1-8)

Pregare sempre, senza stancarsi… ma a cosa serve?

Se Dio già conosce tutto perché pregare? Che cosa dirgli se già conosce tutto? E visto che già conosce tutto perché non fa subito quello che gli chiediamo? Quante sono le preghiere non ascoltate di poveri, di persone ammalate, di persone sole e in pericolo, di persone che subiscono violenze?

Sembra che la preghiera sia una sorta di tributo da pagare a Dio per ottenere qualcosa il cui prezzo è sempre più alto e che quindi richiede preghiere lunghe, incessanti e faticose. E più si prega e più Dio sembra lontano e sordo e… forse la nostra preghiera in fondo è rivolta al nulla, perché domandiamo qualcosa a un qualcuno che non c’è. La preghiera è quell’azione della vita religiosa che più mette in crisi perché se presa sul serio non può che porci delle domande e soprattutto la domanda fondamentale: ma Dio chi è?

Gesù perché raccomanda ai suoi di pregare sempre? La parabola che usa ancora una volta è spiazzante e punta proprio al cuore del senso della preghiera. L’attenzione è fissata sul protagonista che non è il giudice, ma questa vedova. Una donna vedova i tempi di Gesù era il massimo esempio della persona sola, senza protezione e in balia di ogni genere di ingiustizia e povertà. Questa vedova mostra una forza incredibile e una determinazione che sono messe in evidenza da Gesù proprio dal fatto che lei si rivolge ad un giudice corrotto e senza timore di Dio e degli uomini. La vedova è spinta solo dalla forza interiore della sua fede che prima o poi verrà ascoltata e le verrà fatta giustizia. Questa donna ha davvero una fede incrollabile in se stessa e nella forza della sua invocazione.

Ma io quando prego Dio ho la stessa convinzione profonda di questa vedova che non si arrende nemmeno davanti alla durezza del giudice? Quando mi rivolgo a Dio ci credo che mi sta ascoltando e che prende in considerazione le cose che gli dico?

Se non mi sento ascoltato da Dio forse mi devo chiedere se davvero conosco Dio e il suo modo di agire nella mia vita e in quella del mondo. Se non mi accorgo della sua risposta alle mie invocazioni allora forse devo rivedere anche la mia conoscenza di Lui.

Mi è piaciuta l’espressione “Dio-bancomat” usata da una persona una volta che si parlava della preghiera. A volte è vero che pensiamo a Dio come ad un freddo erogatore di grazie e risposte. Basta digitare il codice-preghiera esatto e quello che chiediamo viene erogato…
Ma Dio non è così, e nel Vangelo Gesù ce lo ricorda e ce lo mostra. La preghiera dunque non si può separare dalla conoscenza di Dio, dalla relazione con lui. La preghiera vera quindi è prima di tutto ascolto profondo di Dio, della sua parola. La preghiera prima di diventare richiesta deve essere ascolto e contemplazione. In fondo è la stessa cosa dell’amicizia. Un amico per considerarlo tale ha bisogno di essere conosciuto e amato e solo così possiamo anche conoscere il modo con il quale viene incontro, a suo modo, alle nostre necessità. Anzi più coltiviamo la relazione meno è necessario chiedere e spiegare perché sappiamo che l’amico ci darà cose buone e saprà venire incontro alle nostre necessità, quelle davvero importanti e vere.

Pregare sempre e senza fermarsi quindi si traduce non in lunghe e ripetitive litanie e orazioni che accumulano parole su parole e gesti esteriori. Pregare è mettersi lungamente in ascolto per conoscere il volto di Dio e capire come lui ci vuole bene. Dio non è un bancomat ma una persona e in particolare la persona di Gesù. Senza conoscenza del Vangelo la nostra preghiera rischia di rivolgersi non a Dio ma a una caricatura di Lui e quindi rimane vuota e senza risposta.

La stessa bella preghiera del Rosario, fatta di una continua ripetizione della formula dell’Avemaria (che comunque come parole viene dal Vangelo…) poggia sulla meditazione dei misteri di Cristo, è una meditazione del Vangelo che con la ripetizione delle preghiere vuole far scendere il Vangelo nel cuore e conoscere sempre più il vero volto di Cristo.

La domanda finale che nella proclamazione del Vangelo rimane in sospeso non è un giudizio ma un invito a curare la fede che mettiamo nella nostra preghiera ancor prima delle singole parole o dei tempi.

Ci fidiamo di Dio? Conosciamo il Vangelo? Ci crediamo che la preghiera prima di cambiare Dio ai nostri voleri cambia noi stessi?

Giovanni don

lebbrosi nel cuore

ottobre 11th, 2019 1 comment

DOMENICA 13 ottobre 2019

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

(dal Vangelo di Luca 17,1-19)

Qualche giorno fa mi trovavo in Campania con un gruppo della parrocchia per una gita di qualche giorno tra Napoli, Pompei, Salerno e la Reggia di Caserta. Le bellezze artistiche e naturali sono state per alcuni giorni sotto i nostri occhi continuamente: le rovine meravigliose di Pompei, le bellezze barocche di Napoli, la maestosità di Caserta e della Cattedrale di Salerno, la grandezza del Vesuvio e la magnificenza del Golfo di Napoli con lo sfondo di Capri. Avevamo con noi un amico della nostra comunità parrocchiale, fra Antonio, che ha fatto dell’attenzione e della cura dei più poveri la sua missione. Tutte le grandi città hanno sacche di povertà che spesso sfuggono alla vista dei turisti. I poveri non li vediamo o forse è meglio dire che non li vogliamo vedere. Mi ha colpito quando un giorno fra Antonio, al termine del pranzo con il gruppo, si è fatto dare dal ristorante una parte non consumata del pranzo per portarlo ad un povero che lui aveva visto poco prima. Mi ha colpito questa sua attenzione nel notare all’angolo di una strada molto trafficata, che avevamo appena passato, la presenza di questo senzatetto appoggiato ad una vetrina. Attaccata ai vestiti sporchi e logori aveva una strana cintura con una cassetta dentro la quale portava presumibilmente le offerte che raccoglieva. Fra Antonio gli ha parlato un po’ con allegria e poi gli ha chiesto se voleva quel cibo.

Nel Vangelo si racconta di dieci lebbrosi che si avvicinano a Gesù e implorano pietà. La lebbra a quel tempo era segno di maledizione che tagliava fuori dalla società umana e soprattutto da Dio. Chi era lebbroso quindi stava a distanza ed era escluso. Gesù non teme di farsi avvicinare dai lebbrosi perché proprio per chi è come loro lui è venuto a mostrare la misericordia di Dio. Nel racconto l’attenzione è fissata non tanto sul miracolo della guarigione (che di fatto viene solo accennata), ma sul fatto che solo uno è capace di accorgersi di avere ricevuto la guarigione da quell’incontro. Solo uno su 10 (davvero una percentuale bassa) torna indietro, in altre parole, si converte, perché sente che quel che è e che ha ricevuto viene da Dio, e non può non rispondere che con il grazie e con la lode insieme al desiderio di diventare discepolo. È la relazione quello che cerca Gesù e che vuole coltivare con gli uomini. È una relazione che salva e che ci guarisce dalla lebbra del cuore che colpisce anche chi è sano nel corpo.

Chi sa dire “grazie” per quel poco o tanto che riceve, da un’altra persona e da Dio, dimostra di avere un cuore sano e capace di vita. Chi non sa dire “grazie” per quel che riceve, dimostra che è malato nel cuore ed è a rischio di morire di solitudine anche in mezzo a tanta gente e anche davanti a Dio.

La parola che definisce meglio la Messa è “Eucarestia” che letteralmente significa “rendere grazie”. La messa è il modo con il quale ci accorgiamo che Dio è con noi, che Cristo è in mezzo a noi, che abbiamo ricevuto il dono della sua presenza nel pane e nel vino, nella Parola, nella comunità dei fratelli e sorelle che ho attorno. Celebrare la Messa è celebrare il mio e nostro “grazie” a Dio che si accorge di noi, che ci vede in mezzo a tutti gli altri. L’ex lebbroso che torna a dire grazie dimostra davvero fede, cioè è capace di relazione con Gesù, mentre gli altri anche se guariti nel corpo sono ancora malati di individualismo e chiusi in sé stessi.

Ho pensato molto a quel gesto di fra Antonio che ha visto il povero e se ne è preso cura e con lui ha stabilito una pur piccola ma bella relazione di amicizia. Io non lo avevo visto, forse troppo distratto dalle bellezze artistiche che avevo attorno e dall’abitudine di pensare più a me stesso che agli altri. Forse è questa cecità a rendermi un po’ lebbroso e a rendere tutti un po’ lebbrosi nel cuore. Abbiamo bisogno di essere guariti per poi ritrovare la bellezza della relazione con il prossimo. È bello poter dire grazie a Dio e dire grazie anche al prossimo, povero o ricco, simpatico o antipatico, malato o sano, straniero o conterraneo…, per crescere nell’incontro e guarire davvero nel cuore.

Giovanni don

questa piccola grande fede

ottobre 4th, 2019 1 comment

DOMENICA 6 ottobre 2019

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».

Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

(dal Vangelo di Luca 17,5-10)

Qualche tempo fa un uomo in occasione di un funerale mi ha parlato della sua situazione di vita. Mi raccontava che insieme a quel lutto in famiglia dopo una lunga malattia doveva anche affrontare la moglie gravemente ammalata e in fin di vita. Alla fine del suo racconto ha concluso dicendo di aver perso la fede in Dio proprio a causa di tutto quel carico di dolore che lo ha colpito in così poco tempo. È difficile credere nella bontà di Dio, mi ha confidato, con tutto quel che stava accadendo non solamente a lui ma anche a coloro a cui vuole bene e che, secondo lui, davvero non se lo meritano. Ho ascoltato senza giudizio e con sommo rispetto di chi vive una situazione che anche a me metterebbe duramente alla prova nella fede.
Il brano di Vangelo di questa domenica si apre con una richiesta davvero particolare dei discepoli verso Gesù: “accresci in noi la fede!”. Ovviamente la domanda non cade così senza motivo, e per capire meglio il perché della richiesta basta andare a poche righe prima nel capitolo 17 del Vangelo di Luca (che la liturgia stranamente taglia). Gesù ha appena invitato i suoi a perdonare sempre, in qualsiasi occasione! Il perdono è davvero difficile e ci sono situazioni in cui sembra impresa non alla portata umana. Da questo comando nasce la richiesta dei discepoli di avere più fede per arrivare là dove la volontà e la ragione umana non arrivano.

Il perdono, le sofferenze fisiche e morali, i lutti, sono tutte situazioni umane che per affrontarle richiedono una visione superiore che davvero sembrano possibili solo a Dio e ai suoi angeli che non vivono al nostro livello. “Accresci la nostra fede” sembra traducibile in “fallo tu al posto nostro!” riconoscendo che “non è alla nostra portata!”

La risposta di Gesù (“Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe “) dice in fondo due cose.

La prima è che Gesù riconosce che i discepoli non dimostrano fede quando si scoraggiano davanti alle imprese “alte” della vita come il perdonare, l’avere speranza nelle sofferenze, impegnarsi per la carità. Possiamo dire di credere in Dio, ma se poi non siamo minimamente capaci di perdonare, se ci lasciamo abbattere dalla più piccola difficoltà e ci chiudiamo nell’egoismo, allora quella fede non è fede, ma parole al vento che hanno un valore nullo.

La seconda cosa che secondo me emerge dalle parole di Gesù è un invito a guardare meglio dentro noi stessi per scoprire che la fede in fondo l’abbiamo tutti, perché Dio ne ha messo il piccolo seme in ogni uomo. Basta solo scoprirlo e aiutarci a scoprirlo insieme. La fede anche piccola è potente e capace davvero di trasformare la nostra vita per quanto dura possa essere. Gesù usa l’immagine del gelso che con una sola parola di fede vola sul mare dopo essersi sradicato nonostante le radici profonde. Ecco, la fede è capace di cose così grandi, anche quando è piccola e profonda. La fede non è avere la certezza che Dio esista, quasi si avesse una visione ultraterrena. La fede è credere almeno un po’ che quelle parole del Vangelo non sono inutili, che in fondo in fondo posso iniziare a perdonare, che in nelle sofferenze anche più terribili esiste una luce di amore e di speranza, che fare piccoli gesti di carità è iniziare un mondo nuovo.

Sempre in questi giorni ho parlato con una donna che mi raccontava che nei momenti di massima sofferenza per una malattia, mentre era all’ospedale ha iniziato ad affidarsi a Dio, anche se lo conosceva poco e le sue conoscenze religiose erano sbiadite dal tempo. Non avendo quasi più nulla su cui contare per essere felice, nel momento più buio della malattia, ha sentito la consolazione di Dio dentro di se, dentro il suo corpo malato come nel corpo malato e moribondo di Cristo crocifisso. Il seme piccolo della fede è potente e se lasciato crescere, se aiutato a crescere dalla testimonianza reciproca e nel sostegno reciproco (ecco perché è fondamentale la Chiesa!) allora può fare cose straordinarie e portare il nostro cuore oltre le difficoltà della vita.

Io credo che anche in quell’uomo che dice di aver perso la fede ci sia questo seme, perché Dio lo ha messo in tutti e quindi anche in lui. Il mio e nostro compito non è quello di giudicare ma di coltivare insieme e farlo crescere perché faccia di nuovo volare il suo cuore.

Giovanni don

basta alzare lo sguardo…

settembre 26th, 2019 1 comment

DOMENICA 29 settembre 2019

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

(dal Vangelo di Luca 16,19-31)

Ricordo di un episodio buffo che mi è capitato viaggiando nell’era pre-googlemaps, cioè prima delle cartine digitali che sul telefono ti dicono subito dove sei e dove si trova esattamente il posto che devi raggiungere.

La prima volta che sono stato a Berlino in vacanza con un amico e sua sorella, appena giunti in città, ci siamo chiesti dove fosse l’albergo che avevamo prenotato. Sapevamo il nome, “Forum-hotel” e l’indirizzo, Alexanderplatz. Berlino è una città enorme e per noi era la prima volta, e non immaginavamo che Alexanderpatz era una delle più grandi e famose piazze. Mentre piegati sulla cartina della città ci chiedevamo angosciati “è ora come lo troviamo questo Forum-hotel??” abbiamo semplicemente alzato gli occhi sullo skyline di Berlino e …  ecco l’enorme scritta Forum-hotel su uno degli edifici più alti. Il palazzone con la sua scritta ci ha rassicurato e in poco tempo senza mappe e guide ci siamo arrivati. Non era così impossibile! Per trovare la strada bastava alzare lo sguardo. In quel momento mi è quasi sembrato quasi un aiuto dal cielo…

Gesù con la sua parabola ci racconta di un ricco che è così piegato sulle sue cose che possiede e divora, da non vedere il povero Lazzaro alla sua porta. È questa cecità egoistica che colpisce nel racconto, e che viene sottolineata anche dalla sorte finale dei due personaggi. Quello che importa nell’insegnamento di Gesù non è tanto il fatto che il ricco finisca negli inferi tra i tormenti e Lazzaro nel cuore di Abramo, ma l’abisso di distanza che è stato coltivato mentre entrambi erano in vita e vicini. Il ricco si lamenta della sua sorte, ma questa non è una punizione ma semplicemente la realizzazione di quello che ha coltivato in vita. La distanza tra lui e Lazzaro, tra la sua ricca mensa e la porta dove privo di tutto giace Lazzaro, era colmabile fin che c’era il tempo della vita, e non era impossibile. Bastava che il ricco alzasse gli occhi dalle sue cose per accorgersi che aveva a portata di mano quella consolazione che ora invoca dagli inferi.

Come umanità abbiamo raggiunto la Luna e siamo pronti anche ad andare oltre, eppure ancora oggi tra le persone ci sono distanze di indifferenza e chiusura che sembrano incolmabili, se mai davvero le vogliamo colmare. Gesù nella sua parabola sembra ben descrivere anche la nostra situazione attuale dove la mensa dei paesi ricchi è irraggiungibile dai paesi poveri che stanno giusto aldilà delle nostre porte o dei nostri porti.

Sembra che non vogliamo mollare nemmeno le briciole che cadono dalle nostre ricche mense, e anche quelle ce le teniamo strette…

La sorte finale del ricco vuole essere un avvertimento per noi, per dirci che ogni chiusura al prossimo, ogni distanza che mettiamo tra noi e colui che ci tende la mano alla fine ci sprofonda in un inferno di tristezza già in questa vita e non solo nella prossima.

Il vero problema non è quindi la ricchezza in sé ma la distanza e l’indifferenza. Il vero pericolo dal quale ci vuole mettere in guardia Gesù Maestro è quello di non alzare mai lo sguardo e restringere il nostro mondo e la nostra felicità solo nelle cose che abbiamo davanti. Se il ricco avesse alzato lo sguardo dalla sua tavola non avrebbe perso nulla di quello che aveva, ma anzi avrebbe avuto un amico in più con cui condividere le sue cose, e si sarebbe accorto che in fondo mangiare insieme e l’amicizia anticipano qui in terra quella felicità eterna che ci attende tutti in cielo.

Io e i miei due amici abbiamo riso tanto quella volta dopo aver visto il nome dell’hotel, tanto cercato sulla cartina, in bella mostra sui tetti della città. Abbiamo riso pensando alla nostra stupida angoscia iniziale. Bastava così poco per trovare la strada. Bastava alzare lo sguardo…

Giovanni don