siamo davvero credenti?

giugno 6th, 2020 1 comment

DOMENICA 7 giugno 2020

Santissima Trinità

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

(dal Vangelo di Giovanni 3,16-18)

“…chi non crede è già stato condannato”.
Come accade spesso nelle conversazioni tra altre persone di cui cogliamo solo una frase al volo distrattamente e ci colpisce, così anche questo passaggio del discorso di Gesù forse non lascia indifferenti. Presa così, isolata dal suo contesto sembra una inesorabile condanna di chi non è credente, e anche io come credente (o almeno mi ritengo tale) mi sembra fin troppo brutale e non in linea con lo spirito di accoglienza di tutto il Vangelo.
Quindi chi non crede in Dio è condannato? E a quale condanna? Poco prima in questo pezzetto di Vangelo domenicale si dice che chiunque crede ha la vita eterna. Quale vita eterna? Che significa?

E proprio come accade in quelle conversazioni in cui dicevamo sopra, ascoltate al volo, che per comprenderle davvero bisogna conoscere chi sta parlando e tutto il discorso, anche qui dobbiamo fare lo stesso.

Questo brano del Vangelo che la Chiesa ha scelto per questa festa della Trinità, fa parte di un lungo dialogo tra un Fariseo di nome Nicodemo che di notte si reca da Gesù per dialogare con lui. Molto spesso nel Vangelo i farisei sono presentati come l’esempio di chi si contrappone a Gesù in modo duro, usando proprio la religione per poterlo far condannare ed eliminare. Eppure i farisei si considerano ed erano considerati dei “super-credenti”, con la loro assoluta fedeltà alla Sacra Scrittura e alle tradizioni religiose. I farisei rifiutano Gesù perché lo vedono come un sovvertitore della religione, per loro non è un miscredente ma quasi. Per la loro visione di fede Gesù insegna cose che allontanano dalla fede e da quello che Dio vuole.

Ma tra i farisei c’è questo Nicodemo che forzando lo spirito di gruppo che lo lega agli altri suoi compagni e anche facendo l’enorme sforzo di mettersi in discussione va da Gesù e chiede di capire. Ci va di notte, scrive l’evangelista Giovanni, perché è l’ora più discreta ma anche perché ben rappresenta il buio che ha dentro, i tanti interrogativi che lo stanno rivoltando nell’animo dopo che ha visto i gesti e ha sentito le parole di questo Maestro della Galilea.

Di questo dialogo tra Nicodemo e Gesù leggiamo l’ultimo passaggio con il quale in poche parole Gesù dice tutto il senso della sua presenza e dei suoi insegnamenti. Gesù è venuto a mostrare il vero volto di Dio, offuscato da una visione religiosa rigida e legalista che invece di avvicinare allontanava da Dio.

Dio ama il mondo e lo ama a tal punto da donare se stesso in Gesù. Un dono vero e non di facciata, che avrà il suo vertice con la morte in croce. Gesù che muore crocifisso pur avendo tutto il potere per sopravvivere e vendicarsi dei suoi nemici, è il segno che Dio “ama da morire” l’umanità. Dio vuole salvare l’uomo da tutte quelle cose che lo disumanizzano e che fanno piombare l’umanità nel buio dell’egoismo, della violenza, della distruzione del bene comune. Dio vuole che già fin da ora l’uomo sperimenti l’eternità della vita, la pienezza della vita come una cosa bella che è per tutti, nonostante difficoltà e fragilità sia fisiche e interiori. Dio non è un giudice che ha dato delle regole da rispettare e attende l’uomo alla fine per una verifica di condanna o premio. Dio è venuto dentro la storia con l’uomo Gesù per insegnare la via della salvezza che è già qui e ora, alla nostra portata, alla portata di tutti.

“chi non crede…” non è tanto chi non crede nell’esistenza di Dio come concetto filosofico o entità astratta, ma chi ha una visione errata di Dio. Quell’avvertimento che Gesù dà a Nicodemo lo sta facendo ad un credente non ad un non credente. Siamo noi che ci consideriamo credenti e pensiamo anche di essere bravi cristiani perché partecipiamo alle feste comandate, che dobbiamo interrogarci se crediamo davvero a quello che il Vangelo ci insegna su Dio, su Gesù e quella sua proposta di vita. Paradossalmente possiamo rischiare di essere noi “non credenti” se non ci crediamo davvero al Vangelo e se coltiviamo nella mente, nel cuore e poi nelle azioni l’immagine di un Dio che condanna e che giudica in base ai meriti, diventando anche noi spietati giudici del prossimo e incapaci di misericordia.

Se non credo nella visione di Dio che Gesù ha portato e riduco il mio essere cristiano ad una appartenenza esteriore di stampo culturale, allora mi possono tranquillamente considerare un “non-credente” e la condanna non mi viene da Dio ma da me stesso che mi tiro fuori dal grande progetto d’amore di Dio che vuole già ora donare eternità alla vita umana. E può capitare che uno che magari a parole dice di non credere in Dio ma vive con la sua vita il Vangelo fatto di misericordia, altruismo, solidarietà possa essere considerato un vero credente secondo il Vangelo e sperimentare l’eternità della vita.

Oggi celebriamo Dio come trinità di persone, Padre Figlio e Spirito Santo. Non è un concetto filosofico da comprendere solo con la testa e il ragionamento, ma è un modo di comprendere Dio come relazione. E’ così che Gesù ce lo ha insegnato e che la Chiesa ha compreso meditando le parole e gesti di Gesù. Dio è una relazione talmente forte da diventare un “uno”, l’unico Dio! Per capire questa cosa basta vivere come insegna Gesù, amando. Chi ama, accoglie, aiuta, perdona, unisce, dona la vita… alla fine capirà Dio Trinità e non solo ci crederà con la testa, ma dimostrerà di crederci con i gesti della vita.

Giovanni don

Focolaio di Dio

maggio 30th, 2020 1 comment

DOMENICA 31 maggio 2020

PENTECOSTE

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

(dal Vangelo di Giovanni 20,19-23)

COMMENTO

Collocato nella controfacciata interna della nostra chiesa parrocchiale di Moniga, sopra la porta d’ingresso, c’è una grande tela della fine del ‘600 con la firma di Gioia Abraha Stols, probabilmente una pittrice di cui non ho trovato alcuna altra notizia su internet. La scena che però rappresenta è famosa, ed è la Pentecoste.

Come da tradizione la pittrice rappresenta il gruppo degli apostoli in cerchio e al centro Maria, la Madre di Gesù. Sopra tutti i personaggi si vede la colomba luminosa dello Spirito Santo con le fiammelle che si posano su tutti i presenti, compresa Maria. C’è anche Pietro nella scena, ma il capo degli apostoli non è al centro ma anche lui a lato, con le chiavi che lo identificano posate a terra.

“La Pentecoste” Gioia Abraha Stols, fine del XVII secolo, Chiesa parrocchiale di Moniga del Garda (Brescia)

La scena dipinta secondo la classica rappresentazione, mette insieme diversi elementi che si raccolgono nei vari racconti biblici. Quel giorno di Pentecoste, raccontato da Luca nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, non si sa se era presente Maria nel cenacolo, ma che si fosse unita al gruppo degli Apostoli viene detto prima. La posizione circolare degli Apostoli che fa si che nessuno sia più importante di altri richiama più la pagina del Vangelo di Giovanni, nella quale si racconta che Gesù Risorto appare ai discepoli chiusi per paura nel Cenacolo e si mette in mezzo. Da questa posizione centrale ribadita più volte dall’evangelista, Gesù dona Spirito Santo a tutti in ugual modo, senza che ci sia qualcuno più vicino e privilegiato e qualcuno più distante e meno importante.

Ecco la Chiesa che viene fuori da questi racconti della Pentecoste. È una Chiesa nella quale nessuno sta al centro e che ha nella circolarità il suo modello, e non è una piramide di potere. La Chiesa, comunità di credenti di cui facciamo parte tutti noi con il Battesimo, è un luogo di fraternità dove al centro sta solamente Gesù come presenza sempre viva, come fonte di amore e di missione che tocca tutti in ugual intensità anche se in modi diversi.

Il dipinto, così come i racconti biblici che stanno alla sua origine, hanno un qualcosa che richiama per simbologia quello che stiamo vivendo proprio oggi, in modo da una parte ironico ma anche molto significativo.

L’evangelista Giovanni racconta che Gesù appare al gruppetto chiuso in casa per paura, come la nostra, e fa un qualcosa che oggi se lo prendiamo alla lettera davvero fa paura: alita su di loro. È questo il modo scelto da Gesù per donare il suo Spirito Santo. Alitare per dare vita richiama quello che Dio ha fatto nella creazione del primo uomo, quando dopo averlo formato fisicamente e biologicamente, alita il suo amore dentro, e solo allora Adamo prende vita. È questo quello che fa Gesù con i discepoli anche di oggi, cioè con noi. È qui nella preghiera domenicale, ma anche in ogni istante che lo preghiamo, per soffiarci dentro la sua forza vita e contagiarci di Dio.

Il racconto di Atti dice la stessa cosa con parole e immagini diverse ma che alla fine hanno il medesimo messaggio. Anche in questo racconto i discepoli sono chiusi in casa, bloccati dalla paura e dal non sapere come fare per portare il messaggio di Gesù in un modo così complesso e complicato, pieno di così tante diversità da sembrare condannato solo alla divisione. Ecco lo Spirito che scende come un fuoco e trasforma quel gruppo di discepoli in un vero e proprio “focolaio di Dio”. Sono tutti così contagiati e pericolosamente pieni della forza di Dio che basta che aprano bocca e quel che hanno ricevuto viene trasmesso.

Rimanendo con il linguaggio dell’attualità, Gesù è il “paziente zero” che contagiando i suoi discepoli li spinge per una “pandemia” del suo amore.

Fin da subito quel contagio è stato contrastato, “distanziando” i discepoli, cercando di farli fuori e isolandoli. Molte “cure” e “vaccini” sono stati messi in campo nella storia, attraverso ricchezze, lotte di potere, divisioni nella comunità. Ma grazie proprio alla forza contagiosa del Vangelo, il “paziente zero” che è Gesù “contagia” anche noi oggi, se lo lasciamo entrare, se non ci ostiniamo a tenerlo “distanziato”.

Forse questo parallelismo con la storia attuale della pandemia rischia di essere forzato e magari urtante, ma è importante che ci sentiamo anche oggi parte di quella storia.

Il dipinto sopra alla porta della chiesa non può rimanere solamente una decorazione o il racconto di una storia passata che non ci riguarda. In quei personaggi sui quali scende la forza dello Spirito di Dio ci possiamo mettere noi stessi, per diventare ogni giorno e ovunque, fuori dalle porte della chiesa, un quadro vivente della Pentecoste.

Giovanni don

quali dubbi?

maggio 22nd, 2020 No comments

DOMENICA 24 maggio 2020

ASCENSIONE del Signore

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

(dal Vangelo di Matteo 28,16-20)

A fine maggio ricorrerà il 27esimo anniversario della mia ordinazione presbiterale. Avendo quasi 53 anni, ho superato abbondantemente la metà della mia vita come prete rispetto a prima. Ricordo che quando mancava poco tempo alla presentazione della domanda per ricevere il sacramento dell’ordine, dopo 7 anni di formazione, sono stato assalito da un momento di forte dubbio. Non era un dubbio di fede in Dio o sul fatto che quella fosse la mia vocazione, ma il dubbio era su me stesso, se ce l’avrei fatta davvero a vivere tutto quello che mi stava davanti. Dubitavo fortemente di essere capace di non deludere le aspettative dei miei formatori, del vescovo, della chiesa e delle parrocchie a cui sarei stato inviato. Più si avvicinava la data dell’ordinazione più vedevo i miei limiti diventare più grandi e insuperabili. E devo dire che il dubbio di farcela umanamente non mi ha mai abbandonato, ma ho solo imparato ad amarlo, così come Dio lo ama e lo conosce bene.

Quando l’evangelista Matteo parla dei dubbi dei discepoli davanti a Gesù risorto non sta parlando dei loro dubbi di fede, ma di quelli umani. Hanno seguito Gesù, sono stati alla sua scuola di vita e di fede, hanno visto in che modo è morto e ora è li vivente davanti a loro. Lo adorano, come racconta l’evangelista, e in questo dimostrano che ci credono in lui, ma “essi però dubitarono”.

Mi piace che proprio alla fine di tutto il racconto del Vangelo non viene nascosta questa debolezza tutta umana dei discepoli che anche alla fine, con Gesù davanti e tutto quel che devono ora fare, ancora fanno i conti con le loro fatiche e freni. La primissima Chiesa che ci ha consegnato questo racconto non ha vergogna di mostrarci la debolezza umana dei primi testimoni, così come non ha mai nascosto le loro debolezze anche lungo il cammino di discepolato con Gesù, raccontando i loro piccoli e grandi tradimenti. L’evangelista ci ha raccontato per esempio di quando Pietro viene invitato da Gesù a camminare con lui sul mare in tempesta. il mare nella simbologia biblica rappresenta il caos, il male, tutto quello che allontana da Dio e dalla vita, e Matteo ci racconta come proprio preso dalla paura e dal dubbio su se stesso inizia ad affondare. Sarà la mano di Gesù a tirarlo su riconoscendo il suo dubbio. Eppure Pietro sarà sempre a fianco di Gesù e Gesù al suo fianco.

Siamo qui alle ultimissime battute del Vangelo di Matteo che ha come proseguo noi, la nostra vita, il Vangelo dentro la nostra storia. Quello che Gesù dice a quel gruppo limitato lo dice a noi. Sono in undici e anche in questo numero c’è un messaggio. Il numero perfetto del nuovo popolo di Dio dovrebbe essere dodici, e infatti così li aveva chiamati. Ma il tradimento e l’abbandono di Giuda ha reso il gruppo imperfetto, così come sempre imperfetta è la Chiesa, la comunità dei discepoli di oggi di cui noi facciamo parte con le nostre imperfezioni.

Ma Gesù quello che dice non lo dice ad angeli, ma ad esseri umani. Loro dubitano su sé stessi, dubitano se ce la faranno a superare le difficoltà, le persecuzioni, i loro limiti e peccati, ma invece Gesù non dubita affatto della sua scelta.   

Gesù ha ogni potere sulla storia, Gesù risorto anche se è finito sulla croce come un malfattore fallito, è il Re dell’amore. Quello che chiede ai discepoli e a noi è di immergere il mondo in Dio. L’invito a battezzare è proprio questo, non è tanto un ripetere gesti liturgici, ma far si che il mondo si senta immerso in Dio. E sempre ai discepoli dà anche il compito di insegnare con le parole e l’esempio concreto di vita quello che lui ha insegnato con le parole e l’esempio.

È davvero un compito grande, sicuramente ben oltre i limiti dei singoli uomini e donne cristiani, un compito che supera la Chiesa che nel corso della storia ha davvero mostrato tutti i suoi limiti che mettono in dubbio chiunque sulla sua coerenza. Ma è stato Gesù che ha scelto gli uomini e non gli angeli. Gesù ha scelto per portarlo nel mondo ognuno di noi. Non ha avuto dubbi!

In questi 27 anni i dubbi non mi hanno abbandonato e sicuramente i miei limiti me li porto dietro ancora. Ma è stata la sicurezza di Gesù che mi ha rassicurato non la mia bravura. Mi ha rassicurato quella promessa che mi porto dentro e che è l’ultima cosa che Gesù risorto dice ai suoi fragili amici: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Giovanni don

il respiro dell’amore

maggio 15th, 2020 No comments

DOMENICA 17 maggio 2020

VI di Pasqua

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

(Dal Vangelo di Giovanni 14,15-21)

Ci sono due cose che sono fondamentali per la vita, senza le quali moriamo. Sono due cose che però diamo sempre per scontate e non ci pensiamo mai se non quando sono compromesse e faticose e quindi siamo in pericolo immediato di vita. Allora si che ce ne prendiamo cura e tutto il resto diventa secondario.

Sto parlando del respiro e del battito cardiaco. Quando si sente la testimonianza di un malato grave per il covid, la cosa che viene sempre detta è l’esperienza terribile del mettere un respiro dietro l’altro, e come ossigenare i polmoni e il corpo diventi la priorità assoluta nella mente, e tutti gli altri mali e tutto quello che sta attorno scompare.

Il respiro e il battito del cuore, che sono strettamente legati nel far vivere il corpo, sono forse l’immagine più bella di cos’è lo Spirito Santo per noi come cristiani, per la Chiesa e anche per ogni essere umano.

Gesù parlando ai suoi discepoli e amici annuncia che dall’amore di Dio verrà a loro un dono chiamato “Paràclito” e che subito dopo chiama “Spirito della verità”.

Difficile davvero dare un nome che definisca lo Spirito Santo, un nome a questo dono che mantiene in vita la nostra anima, la nostra vita spirituale che abita la vita fisica e ne è strettamente legata. La Chiesa per tradurre in italiano questo passo del Vangelo, scritto originariamente in greco, in passato usava l’espressione “Consolatore”, ma alla fine ci si è accorti che l’espressione “παράκλητος, paràcletos” è talmente ampia di significati che “consolatore” forse era troppo poco. Per alcuni studiosi quel termine indica una specie di avvocato difensore, e quindi il dono di Dio è questa presenza di sostegno e aiuto in ogni situazione.

Il messaggio di fondo che Gesù vuole dare ai suoi amici (e quindi anche a noi oggi), è che l’esperienza di Dio non è la semplice applicazione di norme date in passato (i comandamenti) in attesa di una verifica finale (il giudizio universale), ma è un accompagnamento continuo che abbiamo sempre. Dio è sempre accanto l’uomo, anzi dentro l’uomo, come il cuore e i polmoni, e ci mantiene in vita. Gesù è venuto per insegnarci come far si che questo “respiro di Dio” in noi, questo Spirito di Dio che batte dentro di noi, non si ammali e lo trascuriamo a tal punto da rischiare di perderlo e morire spiritualmente, anche se il respiro materiale e il cuore funzionano benissimo e il corpo è in perfetta forma.

“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” dice Gesù. È una proposta libera di un legame che da vita e ci fa scoprire la bellezza di Dio dentro la nostra vita in ogni istante. Amare nello stile di Gesù conoscendo la sua storia ci porta a renderci conto di quanto Dio è più in noi di quanto pensiamo, di quanto la sua forza di vita, il suo respiro, è dentro di noi.

È l’amore tradotto in gesti concreti di vita che ci fa conoscere e amare Gesù. È amando che facciamo la prova che il nostro respiro spirituale è buono e nella nostra anima circola l’aria di Dio e il cuore batte al ritmo giusto del Vangelo.

La nostra Diocesi di Verona ha lanciato una proposta molto semplice alle parrocchie e alle famiglie e che ha chiamato “andrà tutto nuovo”, parafrasando la frase di speranza che ha caratterizzato la prima parte della pandemia in Italia (“andrà tutto bene”). È l’invito a domandarsi cosa abbiamo imparato in questo periodo come singoli cristiani, come famiglie e comunità cristiana.

Pensando proprio alle parole del Vangelo di questa sesta domenica dopo Pasqua, io personalmente posso dire di aver imparato come non sia per niente scontata la presenza di Dio nella mia vita e in quella delle persone. Le restrizioni sanitarie hanno eliminato tutte o quasi tutte le espressioni tradizionali della nostra vita cristiana comunitaria: messe, celebrazioni di sacramenti, matrimoni, catechismo, incontri formativi, oratorio… Non è rimasto altro modo di coltivare la fede se non la preghiera personale e la Parola di Dio.

E non è rimasto altro che Dio stesso, nonostante tutto, nonostante non possa celebrarlo in modo comunitario. Dio, come il respiro e il battito del cuore, non è venuto meno e ho visto come in tantissime persone, anche in tante che in chiesa non venivano, Dio è rimasto davvero come una presenza e un punto di riferimento senza il quale davvero la vita finisce e siamo senza speranza in questa situazione.

Posso dire che proprio mancando tutto, ho visto che l’essenziale, lo Spirito di Dio, è rimasto ed è lui che mi e sostiene, sempre… anche se non me ne rendo conto, come il respiro come il battito cardiaco…

Giovanni don