chi sono io per te?

agosto 25th, 2020 No comments

DOMENICA 23 agosto 2020

XXI anno A

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

(dal Vangelo di Matteo 16,13-20)

Che effetti sta avendo questa pandemia sulla Chiesa e sulla vita di fede nei cristiani?

Si parla di una fortissima riduzione della partecipazione alla messa domenicale e non solo perché per un periodo non si poteva andare e ora ci sono posti limitati. La situazione di lockdown sembra aver accelerato la progressiva diminuzione della partecipazione dei cristiani battezzati alla preghiera comunitaria domenicale. A parte la messa, che fine sta facendo il legame dei cristiani con Gesù?

Interessante in questo passo del Vangelo è la collocazione del dialogo tra Gesù e i suoi amici.

L’evangelista Matteo presenta il Maestro che porta i discepoli in una regione pagana, a nord, lontana da Gerusalemme, il centro della fede dei Padri antichi e luogo del culto ufficiale nel Tempio. Cesarea di Filippo è una città in costruzione e li vicino ci sono le fonti del fiume Giordano e un luogo che secondo la tradizione pagana c’era la porta degli inferi, luogo dei morti.

È proprio lì, lontano da tutto e tutti, da ogni condizionamento culturale e religioso, che Gesù fa la domanda delle domande per ogni discepolo: “chi sono io per te?”

La domanda inizia un po’ “alla larga” con il chiedere cosa la gente ha capito di lui, e nella risposta dei discepoli c’è tutta la confusione e l’ignoranza di chi non ha capito bene chi è Gesù. Viene confuso con suo cugino Giovanni che sarebbe risorto non si sa come, oppure scambiato per uno dei profeti redivivi. Sembra che su Gesù per capirlo si debba guardare al passato e basta… Gesù poi domanda in maniera più diretta a chi ha davanti in quel momento e che è “costretto” a non mentire: “Ma voi, chi dite che io sia?”

Domanda diretta che non si può scappare, posta direttamente da Gesù che parla ai loro orecchi e al loro cuore. È la domanda che fa anche a me, a noi, se non fuggiamo e se non facciamo finta di non sentire.

Ho bisogno che questa domanda mi sia rivolta più e più volte, perché è dall’ascolto della domanda che dipende la mia fede. Se non mi metto in ascolto di Gesù che mi domanda “chi sono io per te” rischio di far morire la mia fede perché non c’è nulla che la tiene accesa e stimolata. E una fede che non è tenuta accesa si trasforma in una vita religiosa di facciata, fatta di una serie di pratiche religiose esterne che basta poco siano anch’esse spazzate via, come abbiamo visto che sta succedendo in questo periodo.

Alla domanda di Gesù, Pietro risponde in modo forte e profondo (“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”) e lo stesso Gesù riconosce che in questa risposta c’è una azione dello Spirito di Dio nel cuore aperto e disponibile dei discepoli. Gesù riconosce che se un credente tiene acceso il desiderio di imparare, crescere e ascoltare, lo Spirito di Dio riesce a farsi sentire.

“Chi sono io per te” è la domanda quindi da ascoltare non solo quando siamo in chiesa durante le liturgie, ma in ogni istante della nostra vita, in ogni situazione di vita bella o brutta, serena o impegnativa nella quale ci troviamo. “Cosa mi dice Gesù in questa situazione?” è la domanda da tenere sempre accesa e con la fede che in qualche modo, anche se non sempre è chiaro, una risposta mi arriva e Gesù, che come maestro mi vuole guidare e soprattutto non mi abbandona.

A Pietro Gesù consegna le chiavi del Regno dei cieli e gli dice: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Non è una consegna di potere, ma un affidamento fatto in fiducia. Gesù chiama Pietro a fidarsi di lui e lui si affida a Pietro perché custodisca i suoi insegnamenti. E questo atto di fiducia che Gesù fa nei confronti di Pietro e degli altri lo fa anche con me, con noi. Per avere le chiavi basta solo una cosa, semplice quanto fondamentale: ascoltare la domanda “chi sono io per te?”…

Giovanni don

movida evangelica

agosto 14th, 2020 No comments

SABATO 15 agosto 2020

Maria Assunta in cielo

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

(dal Vangelo di Luca 1,39-56)

In una non ben definita città della Giudea c’è in atto un inarrestabile contagio che avviene per vicinanza di cuori ancor prima che fisico. Quante regole infrange Maria in questo suo viaggio dalla parente Elisabetta? Noi oggi forse non ci facciamo caso, ma chi ascolta il racconto ai tempi di Luca e pensando anche alla mentalità del tempo di Maria, questa giovane donna che parte da sola per un viaggio improvviso, senza chiedere permesso al marito o a chi la custodisce, suona davvero strano e un po’ trasgressivo. Anche se tante raffigurazioni pittoriche nel corso della storia sacra hanno rappresentato questa scena della Visitazione con Maria ed Elisabetta e accanto a loro Giuseppe e Zaccaria, nel racconto evangelico ci sono solo loro, le due donne incinte. E sembrano decidere davvero tutto da sole in quel che accade, dimenticandosi del resto.

In questi giorni estivi, si fa un gran parlare della salita dei contagi in Italia. Sono sotto accusa soprattutto i giovani, con la movida vacanziera, vissuta senza quelle rigide regole che hanno contribuito ad abbassare la curva dei contagi. Appena sono state aperte le maglie del lockdown , sembra proprio che la voglia di vivere, divertirsi e stare insieme abbia prevalso su tutto e tutti, per i giovani ma anche non solo per loro.

La voglia di felicità e stare insieme abbassa la guardia e non vuole regole e contenimenti.

Non sono qui ad accusare ma solo a constatare un fenomeno che coinvolge tutti, me compreso.

Mi pare accada un po’ la stessa cosa anche in questa pagina di Vangelo che al Chiesa ci fa ascoltare nella festa di Maria Assunta in cielo. Il racconto della Visitazione che segue immediatamente quello dell’Annunciazione dell’Angelo della maternità di Maria, contiene tutti gli elementi di una specie di “movida evangelica” con bel altri esiti ovviamente di quella vacanziera in questo tempo di Pandemia.

Vorrei davvero farmi interrogare da questa irrefrenabile voglia di felicità e divertimento delle persone, che è a tratti superficiale, ma non meno vera e segno di un desiderio profondo di gioia, che c’è in tutti e in particolare nei giovani.

Mi domando perché invece nei nostri ambienti ecclesiali i giovani non trovano una risposta alla loro voglia di felicità? Siamo troppo tristi, distanti con il cuore da loro, freddi e oppressi da troppe regole? Non solo dentro la Chiesa, ma anche nel mondo della fede, le persone perché fanno così fatica a trovare motivi di gioia, motivi per tornare e rimanere e coltivare un senso di pace e gioia che cambia la vita?
Maria corre dalla sua parente Elisabetta perché si fida dell’Angelo che le ha dato  con quella maternità inaspettata un segno da cogliere. Maria non si fa problemi a rischiare pur di cogliere quel motivo di gioia interiore. E la gioia profonda che diventa anche allegria esteriore incontenibile è raccontata proprio dall’incontro delle due donne. L’evangelista in poche parole ci descrive un clima di grande allegria, quasi di divertimento puro, quando Maria entra in casa di Elisabetta e quest’ultima si sente saltare di gioia il cuore e il bambino che ha dentro. Non servono musica o alcolici per accendere la movida del Vangelo, ma solo fiducia e scambio serrato di parole buone, di vicinanza senza giudizio, di amore reciproco. Elisabetta loda Maria e Maria loda Dio, e alla fine entrambe risultano contagiate da Dio così profondamente che non serve un tampone per verificarlo, basta guardarle in faccia e vedere tutto quello che succede nella loro vita.

Giustamente richiamiamo noi stessi, i giovani e i meno giovani ad assumere in vacanza comportamenti che siano responsabili nel giusto divertimento affinché non ci siano nuovi inutili contagi. Ma giustamente dobbiamo anche far si che in nostri ambienti di vita nella comunità cristiana assumano il clima e lo stile della casa tra le montagne di Giuda, dove Elisabetta e Maria abbandonandosi al Vangelo, superando regole e paure, scatenano la gioia, una gioia contagiosa.

Giovanni don

dolce naufragare

DOMENICA 9 agosto 2020

XIX anno A

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

(dal Vangelo di Matteo 14,22-33)

“…e il naufragar m’è dolce in questo mare”

Così si conclude la famosa poesia “l’infinito” che Giacomo Leopardi scrive a 20 anni nella sua Recanati. La parola naufragio non è in sé stessa portatrice di significato positivo perché indica un evento tragico legato alle navi e alle persone che ci stanno sopra.

Leopardi seduto su un colle ha davanti a sé una siepe che non gli fa vedere tutto l’orizzonte, che rimane in parte misterioso. Questo sguardo in parte impedito lo costringe andare oltre con l’immaginazione alimentando un senso di infinito nello spazio e nel tempo. Tutto questo gli crea in parte paura, ma nello stesso tempo anche una sensazione profonda di dolcezza. L’incertezza della vita è paura e gioia insieme… per questo alla fine conclude dicendo che è dolce naufragare in questo mare di infinito.

Nel Vangelo la barca con i discepoli in navigazione in un mare agitato dalle onde e con il vento contrario bene rappresenta la comunità cristiana che fatica a navigare nella storia. L’approdo all’altra riva del lago, che non è così scontato per l’incertezza della navigazione, è simbolo della realizzazione di tutto quello che nella Chiesa si mette in atto per vivere il Vangelo, per testimoniarlo e trasmetterlo. E la paura e lo smarrimento sono sempre tanti nella Chiesa in tempi agitati come il nostro e quando anche dentro la Chiesa stessa noi stessi diventiamo duri di cuore e siamo come il vento contrario.

Pietro che vorrebbe camminare sulle acque e si sente capace di farlo senza l’aiuto di nessuno, alla fine naufraga, appesantito dalle sue paure e dalle sue incertezze. In Pietro che naufraga e rischia di annegare, siamo rappresentati tutti noi, sia come cristiani che come esseri umani. Le nostre incoerenze nel vivere il Vangelo, la nostra fede superficiale, le nostre durezze umane alla fine ci tirano verso il basso e fanno prevalere le onde contrarie della vita.

Ma nel racconto l’evangelista Matteo dà più risalto alla figura di Gesù che invece è capace di camminare sulle acque, è capace di essere più forte delle paure, più forte di ogni opposizione al Vangelo: lui ci cammina sicuro sopra e non affonda. Non c’è mare agitato o vento contrario che possano fermare Gesù perché arrivi a tenderci la mano e salvarci da ogni naufragio e permetterci di realizzare il suo messaggio e portarci all’altra riva. Ci chiede solo si fidarci di lui, di guardare oltre gli ostacoli della vita e del cuore, di immaginare insieme a lui un infinito mondo dove regna l’amore di Dio.

Per gli apostoli e Pietro il futuro con Gesù e come comunità è pieno di incognite e non tutto è chiaro oltre la siepe del presente. La tentazione è quella di chiudersi e non accettare il rischio del cammino sulle acque agitate della nostra storia. Si rischia sempre di naufragare, ma la mano tesa di Gesù è subito pronta ad afferrarci.

Questa mano tesa la troviamo nelle pagine del Vangelo da meditare, nella preghiera che facciamo insieme ogni domenica e ogni volta che ci raduniamo. Gesù ascolta il nostro grido di aiuto (“Signore, salvami”) e ci tende la mano attraverso le persone che abbiamo vicino, basta solo avere un po’ più di fiducia e non disperare anche quando l’acqua sale.

Penso che l’esperienza di Pietro alla fine sia stata bella perché ha sperimentato il suo limite e le sue paure insieme con il fatto di essere salvato. Lui che era stato chiamato a diventare pescatore di uomini, viene pescato a sua volta perché non affoghi e da questa salvezza impari come fare…

Il suo naufragare è stato quindi dolce, perché ha sperimentato l’infinito amore di Gesù che è sempre presente e gli insegna a fare altrettanto…

Giovanni don

il regalo del pane

DOMENICA 2 agosto 2020

XVIII anno A

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

(dal Vangelo di Matteo 14,13-21)

“Gianluca cosa vuoi che ti porti come regalo di Natale?”

“Don… vorrei la Comunione”

Questa richiesta di Gianluca spiazza letteralmente don Marco, perché non si aspettava che un ragazzo di 20 anni potesse chiedere una cosa così.

Gianluca Firetti (1994-2015)

Gianluca Firetti è al suo ultimo Natale. Siamo nel 2014 e da due anni il ragazzo cremonese sta combattendo un tumore alle ossa. Ormai è a letto e non si alza più e don Marco D’Agostino, educatore in seminario, lo va spesso a trovare e a parlare con lui. Questa richiesta del Pane Eucaristico sembra davvero strana, eppure dimostra il cammino interiore che Gianluca sta compiendo: mentre il suo corpo si consuma, il suo cuore e la sua fede crescono. Mentre tutte le medicine e le operazioni non hanno saziato la fame di salute fisica del giovane animatore parrocchiale e calciatore, ora lui sente che il cibo materialmente piccolo e semplice di quel pezzo di pane, l’Eucarestia, lo può saziare in modo definitivo e sovrabbondante.

Gianluca da quando è malato ha trasformato la malattia del corpo in un nutrimento di speranza e forza per la sua famiglia, gli amici e chi lo viene a trovare. Quel poco che ha di salute si moltiplica con la forza di vita e la fede che ha dentro.

Succede questo anche quel giorno della moltiplicazione dei pani e dei pesci, quando Gesù non si arrende al poco che è disponibile per sfamare la folla, ma lo fa bastare e addirittura sovrabbondare. Quelle dodici ceste di pane avanzato che i discepoli portano via sono sufficienti per nutrirsi ancora e ancora. Sono 12 come il numero dei discepoli, e 12 è il numero simbolico del nuovo popolo di Dio, 12 è anche il numero dei mesi dell’anno. Quei cinque pani e due pesci condivisi dalla forza d’amore di Gesù basteranno ancora per la comunità e per il futuro…

L’evangelista Matteo non ci racconta come Gesù riesce a far bastare il poco per tutti, ma sappiamo solo che Gesù ha fiducia, non si abbatte della povertà iniziale e prega. E il miracolo avviene in modo inaspettato ma reale.

Questo episodio della moltiplicazione che nei quattro Vangelo è raccontato ben sei volte, è stato visto fin dai primi cristiani come un insegnamento del senso profondo dell’Eucarestia. In questo episodio abbiamo tutti gli elementi per capire il significato della Messa che viviamo come comunità ogni domenica.

Gesù ci raduna come quella folla e vuole prendersi cura di tutti e di ogni persona, senza lasciare escluso nessuno. Anche noi portiamo a Messa quel poco che siamo e che abbiamo. L’unica cosa che ci viene davvero richiesta è condividere. Senza condivisione la Messa nemmeno inizia e non ha senso. Condividiamo la nostra vita, le nostre povertà e fragilità umane. Condividiamo la preghiera insieme riconoscendo che nessuno basta a sé stesso. A Messa portiamo i nostri cinque pani e due pesci che mettiamo nelle mani di Gesù. E lui moltiplica e nutre tutti noi presenti, e attraverso di noi nutre il mondo. La Messa infatti continua con quelle ceste di pezzi avanzati di amore che ci vengono messe in mano e che portiamo via con noi per nutrire a nostra volta chiunque incontreremo.

Ecco il miracolo vero: trovare forza nell’amore di Gesù che ci nutre con la sua presenza. Nutre la nostra fame di speranza e amore.

Tutto questo Gianluca lo aveva capito proprio mentre la sua vita di andava spegnendo fisicamente ma accendendo sempre più dal punto di vista spirituale. Quel poco che aveva con Gesù si moltiplicava in modo davvero miracoloso. Il giovane Gianluca aveva capito che il miglior regalo che potesse ricevere era proprio Gesù, in quel pezzo di pane piccolo e debole, proprio come lui.

Giovanni don

 

la storia di Gianluca è raccontata nel libro “Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca” scritto da Gianluca e don Marco D’Agostino

(editrice San Paolo)