Chiesa nessuno escluso

aprile 26th, 2019 No comments

DOMENICA 28 aprile 2019

Seconda di Pasqua

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

(dal Vangelo di Giovanni 20,19-31)

Nei racconti delle apparizioni di Gesù risorto sono proprio i dettagli a diventare centrali per la nostra fede oggi. L’evangelista Giovanni racconta che Gesù la sera del primo giorno della settimana, il giorno iniziato con il ritrovamento della tomba vuota, si presenta al gruppo dei discepoli riuniti insieme. L’evangelista dice precisamente “mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano… venne Gesù, stette in mezzo…”. Il dettaglio delle porte chiuse non è messo per dire che Gesù ha usato un particolare teletrasporto miracoloso che gli permette di attraversare porte e mura, ma è li per ribadire una comunità che si trova “separata” dal resto del popolo e soprattutto da coloro che hanno messo a morte il loro maestro. La parola “sacro” indica proprio “separato” “dedicato al culto”. Quindi la scena a cui assistiamo è descritta come una scena sacra, dove si trova la comunità dei soli credenti (anche se con un bel mix di paura, incredulità, dubbi e imperfezioni… come in fondo ogni gruppo umano) separata da tutti gli altri e in mezzo è presente il Risorto. Gesù sta in mezzo, né sopra né sotto e neppure davanti al gruppo, perché avrebbe significato che qualcuno aveva il “privilegio” di essere più vicino e qualcuno invece il disonore di essere più lontano. Giovanni per ben due volte indica la presenza di Gesù come uno “stare in mezzo” al gruppo riunito il giorno della resurrezione. E se manca qualcuno, in questo caso Tommaso, la riunione è imperfetta e c’è bisogno che di nuovo il Signore Risorto venga per stare in mezzo a tutti, nessuno escluso. Fondamentale è il racconto dei discepoli che appena torna Tommaso gli fanno l’annuncio cristiano fondamentale “Abbiamo visto il Signore”!

Questa è la migliore descrizione della comunità cristiana che si raduna alla domenica, giorno del Signore, allora come oggi.

Noi cristiani abbiamo nella loro riunione domenicale l’espressione massima della nostra identità personale e come comunità di discepoli. Quando ci troviamo insieme, il Signore è in mezzo a noi, vivente. Nessuno ha il privilegio di averlo più vicino di altri e di essere più cristiano di altri. L’unica nostra preoccupazione è che nessuno si senta escluso e inutile per la comunità. Non possiamo dite che l’incontro è perfetto finché non ci siamo tutti. Quando ci troviamo insieme nel nome di Gesù, lui è in mezzo a noi, e in questo modo diventiamo uno spazio sacro, cioè pieno della presenza di Dio, diverso dagli altri spazi e momenti in cui ci troviamo nella vita.

Se pensiamo alle nostre chiese, gli edifici nei quali le nostre comunità si radunano soprattutto la domenica, forse questa modalità di incontro non sempre è visibile immediatamente. Dal punto di vista architettonico i nostri luoghi di culto tendono a manifestare più una gerarchia di vicinanza e lontananza da Dio. L’altare e il luogo della Parola di Dio sono generalmente in fondo alla navata della chiesa, al lato opposto dall’entrata. È normale che ci sia chi è fisicamente più vicino e chi più lontano. Anche se la riforma liturgica del Concilio Vaticano Secondo ha dato indicazione di porre gli altari al centro e di celebrare il più possibile con un senso di circolarità attorno all’altare simbolo di Cristo, alla fine non è materialmente possibile. Ma il vero problema non è tanto nelle strutture ma nella mentalità della comunità che celebra. E così anche il modo di intendere la Chiesa (quella con la “C” maiuscola, cioè la comunità di persone) viene vissuto come la chiesa edificio. Gesù sembra più vicino ad alcuni e più lontano da altri, ci sono i più devoti e i meno devoti. I più degni e i meno degni. Eppure il Signore Risorto “sta in mezzo” a tutti coloro che si radunano la domenica, equidistante dal prete che celebra vicino alla mensa così come dall’ultimo che entra frettolosamente e rimane vicino alla porta. Il Signore risorto ha il suo luogo “sacro” nella comunità dove tutti si devono sentire accolti e ricercati allo stesso modo. Ci sono tantissimi “Tommaso” che non sono presenti alle nostre Eucarestie domenicali. Non possiamo fare finta di nulla, perché solo con la loro presenza la presenza del Risorto sarà perfetta.

Da qui nasce l’esigenza di essere comunità cristiana sempre più inclusiva e mai esclusiva. Da qui nasce l’esigenza di metterci alla ricerca di chi si sente tagliato fuori, lontano, escluso dalla comunità, senza giudicare ma con la voglia di ricomporre il più possibile la comunità cristiana al centro della quale, nello stile della accoglienza reciproca il Signore risorto è vivo davvero.

Giovanni don

Pasqua online

aprile 20th, 2019 No comments

DOMENICA 21 aprile 2019

PASQUA del Signore

Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. 

Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”». 

Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. 

Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto. 

(dal Vangelo di Luca 24,1-12)

“Ma hai letto il mio messaggio???”

“Sei online ma non leggi???”

“Vedo che hai letto ora… perché non mi rispondi???”

Ansie da comunicazione moderna, che i nuovi mezzi tecnologici rendono più veloce e immediata. Chi usa WhatsApp ha ben presente di cosa si tratta riguardo le battute messe all’inizio.

Nella comunicazione attraverso il telefonino, la spunta al messaggio inviato che diventa doppia (messaggio consegnato con successo) e poi si colora di azzurro (il messaggio è stato letto dal destinatario) sono il segno che possiamo comunicare e che siamo ascoltati. L’indicazione sotto il nome del nostro contatto quando è “online” ci dà la certezza che la persona è attiva, presente e pronta al dialogo con noi.

Abbiamo una estrema necessità di comunicare e soprattutto di essere ascoltati e di avere risposte rapide a quello che chiediamo e cerchiamo.

Abbiamo bisogno che l’altro sia presente non solo fisicamente ma soprattutto con il cuore e con la mente, che ci ascolti e con l’ascolto ci comunichi che ci vuole bene. L’amore è prima di tutto esserci per l’altro, ascoltarlo, stabilire una comunicazione che già in sé stessa è inizio di risposta a tutti i problemi e alle necessità della persona. Possiamo dire che la prima e fondamentale richiesta che chiunque ci fa è quella di essere amato e ascoltato, anche se poi magari non abbiamo i mezzi per risolvere gli altri problemi più concreti. Già il comunicare e il dimostrare che ci siamo, che siamo vivi e presenti accanto all’altro, già questo dona una forza di aiuto che porta l’altro a sollevarsi dai suoi problemi e necessità.

Tradotto in termini “whastapp” possiamo dire che è segno d’amore vero fare di tutto per essere sempre “online” gli uni per gli altri, presenti e pronti all’ascolto vero e al dialogo vero.

Gesù con la sua morte in croce sembrava definitivamente “off-line”, cioè non più disponibile e perso per sempre. Agli apostoli, agli amici e discepoli, l’ultima comunicazione era quella delle parole sulla croce, così potenti e cariche di significato, ma di fatto le ultime.

La tomba in cui era stato posto il corpo di Gesù era il segno definitivo della non più disponibilità della presenza di Gesù per il mondo intero. Le sue parole e il suo esempio rimanevano, ma di fatto erano come un ricordo scritto su uno schermo ormai spento di un cellulare.

Mi ricordo quante volte ho guardato lo schermo dell’ultima chat con un caro amico prete, morto improvvisamente, con le ultime battute che ci eravamo scambiati. Erano parole banali per un saluto, niente di straordinario, ma vedere l’ora e la data dello scambio e niente più successivamente, mi dava un senso profondo di tristezza e distacco.

Le donne al sepolcro di Gesù ci vanno con questi sentimenti, che forse sono anche un po’ i nostri quando pensiamo al Signore. Anche a noi Gesù sembra davvero sempre “off-line” cioè non presente e in ascolto. Lo sentiamo “off-line” nella nostra vita e non capace di un dialogo diretto e attivo che ci dimostri il suo amore e la sua presenza.

La Pasqua è proprio nella direzione contraria. I due uomini che le donne vedono davanti al sepolcro di Gesù inspiegabilmente spalancato e vuoto sono come la spunta delle loro domande che diventa azzurra. Gesù è vivo, le ascolta, è di nuovo “online” nella loro vita, in quella dei suoi discepoli e quindi anche del mondo intero.

La Pasqua ha dentro questo annuncio che è diventato “virale” (usando ancora i termini della moderna comunicazione) nella storia, con continue testimonianze che Gesù è il vivente, che le parole sulla croce non solo le ultime e che la comunicazione non si è interrotta. La Pasqua è l’annuncio che siamo ascoltati e non siamo soli anche se non sempre abbiamo risposte rapide e immediate alle nostre domande.

Gesù è tornato “online” con la resurrezione, e tutto quello che ha detto e fatto prima è di nuovo disponibile e vivo. Anzi, proprio tutto quello che troviamo prima del suo ultimo respiro sulla croce, acquista con la Pasqua una forza incredibile, capace di dare vita anche alla nostra.

Gesù è tornato “online”, e vuole che lo siamo anche noi, gli uni per gli altri, in ogni momento e anche con ogni mezzo (anche della moderna tecnologia) in modo che non sia mai “morte” l’ultima parola, ma sia sempre la parola “vita”, la parola “amore”.

Giovanni don

croce: grido di vita più forte

aprile 12th, 2019 No comments

DOMENICA 14 aprile 2019

Domenica delle Palme

Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; condussero Gesù davanti al loro Sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».
Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. 
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere. 

(dal Vangelo di Luca 22,14-23,56)

Il processo a Gesù narrato dall’Evangelista Luca è davvero drammatico. Gesù a Gerusalemme, teatro degli eventi finali e vertice della storia, viene letteralmente sballottato da un tribunale all’altro: il Sinedrio, poi Pilato, che lo manda da Erode e poi di nuovo da Pilato. È seguito e trasportato da una folla di religiosi e dal popolo. Tutti hanno già emesso la loro sentenza che pretendono sia eseguita con il consenso delle autorità religiose e civili. Gesù all’inizio dice qualcosa, ma poi, come evidenzia l’evangelista nel suo racconto, le sue parole si riducono al nulla. La ricerca della verità e l’ascolto sono annullate del grido, dalle falsità, dalle paure trasformate in violenza. Pilato alla fine non sembra prendere una vera e propria decisione su Gesù, ma semplicemente lascia fare alla folla impaurito e quindi complice della violenza cieca.

Gesù non ha nulla da dire in tutto questo? Sembra trasformato in un pupazzetto inerte nelle mani dei più forti, di chi grida più forte così da coprire la voce della verità.

La croce sul calvario quindi cosa significa? È il segno della vittoria di chi provoca e produce violenza? La croce è il segno che purtroppo i deboli sono destinati sempre a perdere e i violenti sempre a vincere?

La croce è la prova che non c’è niente da fare difronte alla violenza e alla cattiveria che trasformano anche i più buoni, come in questo caso la folla che pochi giorni prima gridava “Osanna Osanna” e ora grida “crocifiggi crocifiggi”?  E le parole di Gesù che dominano in tutto il Vangelo come potenti, liberatorie, capaci di convertire, di scaldare i cuori, di resuscitare i morti, ora non sono capaci di bucare il clamore e le grida dei violenti?

Sento davvero che questa scena così drammaticamente descritta dal vangelo sia in sintonia con quello che accade attorno a noi. Le voci dei poveri sono sempre più inascoltate. Le grida dei mercati finanziari che stritolano i paesi poveri, le grida di battaglia delle guerre che si scatenano, le grida anche tra di noi di chi semina odio e razzismo, tutto questo sembra soffocare la voce di Gesù e sembra annullare la potenza della sua Parola. Anche nella comunità cristiana le grida delle critiche reciproche, degli scandali che emergono, soffocano la parola di verità di Gesù, una parola che sembra davvero inascoltata anche da chi la dovrebbe diffondere nel mondo. E anche nelle nostre famiglie le grida dei litigi, delle critiche senza amore insieme alla sordità reciproca, alla fine mettono a tacere le parole di Gesù, ridotto a quadretto solitario sopra la porta di casa e nulla più. E così anche nel nostro mondo, nella società dove viviamo, nella Chiesa e nelle nostre famiglie, Gesù finisce in croce, cacciato fuori dalla città santa di Gerusalemme e condannato al silenzio. La croce anche a guardarla oggi sempre davvero solo il simbolo che Dio è morto, che il suo Figlio è stato messo a tacere perché scomodo.

Ma la croce è salvezza, e la potenza di Dio trasforma il patibolo di Gesù non in stazione di arrivo della sua storia, ma come stazione di ripartenza per una nuova vita. Il Calvario non è un binario morto, ma un binario che fa accelerare la storia di Gesù e della sua parola verso il cielo. Con la croce, proprio al termine di quella serie di processi che hanno condannato lui ma anche coloro che lo condannano, Gesù dimostra che la morte è vita nell’amore. Guardando la croce il cristiano sa che non è persa la speranza perché dalla croce è nata una nuova vita ancora più potente nell’amore. Le grida dei violenti non hanno smorzato la voce potente di Gesù, che proprio sulla croce e poi nel sepolcro dicono al mondo e a me, che la vita è più forte, che il bene è più potente, che se ci credo posso davvero trovare vita anche sul Calvario.
La croce che per noi cristiani è simbolo fortissimo della nostra fede, è segno dei nostri fallimenti e dei nostri peccati, ma allo stesso tempo è un forte messaggio che in essi non c’è l’ultima parola e che la speranza non è mai spenta.

In quei processi violenti narrati da Luca, ci sono anche io, lo riconosco. Sicuramente anche io con le mie incoerenze di fede ho gridato più il nome di Barabba e non il nome di Gesù. Ma alla fine come Gesù sulla croce muore per tutti, per il Sinedrio, per Pilato, per Erode, per Barabba, per il popolo e anche per Giuda, così muore anche per me, con un amore che è grido di vita, grido di risurrezione.
Giovanni don

Reale o virtuale?

aprile 4th, 2019 1 comment

DOMENICA 7 aprile 2019

Quinta di Quaresima

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 

Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. 

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. 

Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». 

(dal Vangelo di Giovanni 8,1-11)

Virtuale… reale… cos’è virtuale e cosa è reale?

E’ un dibattito sempre più acceso e più che mai attuale oggi, nell’era del digitale e di internet, nell’uso sempre più diffuso dei sempre più numerosi mezzi di comunicazione.

Solitamente pensiamo che è virtuale tutto quello che è legato ad internet, alla comunicazione attraverso mezzi come lo smartphone e il computer, mentre pensiamo sia reale quello che fa parte del contatto diretto tra persone dal vivo, una difronte l’altra. Ma forse non è proprio così…

Possiamo essere molto virtuali nel reale e molto reali anche nel virtuale.

Nel Vangelo di Giovanni troviamo questo episodio molto problematico anche per i primi cristiani. Gli studiosi ci dicono che ci son voluti quasi mille anni perché questo racconto venisse letto e meditato dai cristiani. Era una sorte di pagina “censurata” proprio perché il comportamento di Gesù rischiava di essere negativo se preso sul serio anche dai cristiani: Gesù perdona una adultera conclamata e manda a casa con le coda tra le gambe i suoi accusatori. Gesù vuole insegnarci che l’adulterio si può perdonare? Il rispetto delle regole e la giustizia dove vanno a finire? Questo lontano racconto evangelico rischiava davvero di compromettere i rapporti reali dei cristiani dentro la famiglia e la società. Se entriamo nel racconto dell’evangelista vediamo che l’accusa alla donna è solo una scusa virtuale che nasconde le intenzioni reali dei farisei e scribi, cioè di coloro che avrebbero dovuto conoscere bene la legge di Dio e le Scritture. Chiamano Gesù “Maestro” con un rispetto virtuale, cioè finto, di facciata, perché in realtà lo vogliono mettere in difficoltà. E se le pietre pronte ad essere scagliate contro la donna sono vere, pietre altrettanto mortali sono pronte dietro le loro lingue, pronte per essere scagliate contro Gesù. La loro fedeltà manifestata alla legge di Dio è altrettanto virtuale, perché in realtà non sono capaci di affrontare la realtà di Gesù Messia che è li per rivelare la reale volontà di Dio.

Virtuale e reale anche qui si scontrano, in un episodio nel quale non c’è internet e nemmeno le chat con cui dialogare a distanza. Eppure la realtà di Gesù è opposta alla virtualità dei suoi accusatori. Ed è proprio Gesù che con una sentenza diventata un detto comune nella nostra cultura (“chi è senza peccato scagli la prima pietra…”) a costringere i suoi accusatori a uscire da una fede virtuale, da un comportamento non vero, per guardarsi dentro e anche attorno. La cosa che mi colpisce è che basta questa semplice frase a far cadere la facciata virtuale e ipocrita di tutti, e la piazza si svuota attorno alla donna, fino ad ora rimasta nel racconto quasi ai margini e insignificante. La parola di Gesù è davvero potente. La sua parola è vera e reale anche oggi, capace di scavare dentro e incidere dopo 2000 anni nella realtà di chi l’ascolta senza barriere.

Non è una parola virtuale se la ascoltiamo fino in fondo, ma ed è capace di trasformare la realtà dentro le persone e tra le persone. Anche quando si rivolge alla donna Gesù è vero fino in fondo, ed è capace con una tenerezza infinita a farla diventare protagonista della sua stessa storia. Da donna usata come scusa per accusare Gesù, da donna vista in modo virtuale attraverso i suoi errori, Gesù la rende viva e reale, al centro con la sua storia di salvezza, al centro di Dio. Per Gesù quella donna è reale, quindi da amare fino in fondo.
Quale è il vero problema del rapporto tra reale e virtuale oggi? Secondo me è che spesso non guardiamo all’altro nella sua complessità e realtà, e anche noi non ci mettiamo in gioco fino in fondo. Questo accade in internet ma accade anche e soprattutto dal vivo. Quante volte non siamo veri, ma ci nascondiamo dietro apparenze, dietro quello che vogliamo gli altri vedano di noi per non essere giudicati. Quante volte non permettiamo agli altri di essere sinceri, e così si nascondono in apparenze per farci piacere e non sentirsi giudicati? E quante volte anche con Dio non siamo veri, ma gli riserviamo solo qualche momento di apparenza e qualche occasione celebrativa?  Eppure è vivo desiderio di Dio il farsi conoscere davvero, di non essere una immagine virtuale di qualche momento, ma una presenza reale dentro la nostra storia. Per fare questo è addirittura sceso dal cielo e si è fatto di carne perché non dimenticassimo quanto è vero e concreto il suo amore. Quella donna e anche i suoi accusatori lo hanno capito, e il Dio virtuale della Legge, è diventato il Dio reale di Gesù. È successo in quella piazza del Tempio di Gerusalemme. Facciamolo accadere anche nelle piazza della nostra vita, delle nostre comunità cristiane, della nostra società.

Giovanni don