quanto amore ho accumulato oggi?

settembre 20th, 2019 1 comment

DOMENICA 22 settembre 2019

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:

«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.

L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.

Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

(dal Vangelo di Luca 16, 1-13)

Questa pagina del Vangelo è una vera sfida alla comprensione. Gesù, con la complicità dell’evangelista Luca, sfida chi ascolta e poi legge le sue parole a comprenderne il significato con un racconto spiazzante e con insegnamenti che obbligano a non fermarsi alla superfice.

La parabola dell’amministratore disonesto sembra essere ad una prima lettura un invito a frodare, dato che viene posto come esempio un amministratore che privato del suo compito cerca sostegno rubando ancora di più i soldi del padrone. E poi c’è quella espressione “fatevi degli amici con la ricchezza disonesta” che davvero lascia allibiti.
Ma cosa vuol dire Gesù con “ricchezza disonesta”? Provo a partire dall’inizio… dalla Creazione!

Se c’è la luce c’è anche il buio…Se c’è il giorno c’è la notte… 

Se c’è il bene c’è anche il male… Se c’è la ricchezza c’è anche la povertà.

Dio, nel racconto della Creazione che troviamo nelle primissime righe della Bibbia, nel caos iniziale inizia a separare e a dare ordine in modo bello e armonioso. Il creato, con tutti i suoi elementi tra i quali l’uomo, nasce dall’amore di Dio. Ma con l’umanità contemporaneamente iniziano anche quelle separazioni e contrapposizioni che nel piano di Dio non erano previste se non nella libertà che è nel cuore dell’uomo posto a custode della creazione. La libertà è fondamentale perché l’essere umano, vertice della creazione, possa vivere e godere di quello che Dio gli dona.

Bene e male sono una scelta per l’uomo fin dall’inizio. Scegliere Dio o no… amare o non amare…

Anche quando si parla di ricchezza siamo di fronte ad una contrapposizione che all’inizio non era nel piano di Dio ma che si è creata per le scelte libere dell’uomo. Se parlo di ricchezza è perché esiste il suo contrario che è la povertà, così come il bene e il male…

Gesù quando nel Vangelo parla della ricchezza materiale, spesso associata al potere, lo fa sempre con grande sospetto e con la consapevolezza che la ricchezza di alcuni nasconde la povertà di altri. Gli squilibri sociali che portano alcuni a stare bene e altri male non sono volontà di Dio, ma sono la conseguenza del peccato dell’umanità fin dall’inizio.

Capiamo ora perché Gesù come uomo vuole insegnare agli altri uomini a fare di tutto per ritrovare quella armonia iniziare che non prevedeva tra gli uomini gli squilibri dei beni e la povertà con tutto quello che ne consegue.

Capiamo quindi il senso dell’espressione “ricchezza disonesta” nelle parole di Gesù. Lui sta parlando ai suoi discepoli che sono inseriti in un mondo dove gli squilibri sono ormai un dato di fatto e fonte di tante sofferenze. E questo sappiamo che è più che mai vero anche oggi

La ricchezza è disonesta perché rimanda alla povertà, anche quando la ricchezza per il singolo è frutto del proprio lavoro e non certo di furto. La ricchezza è disonesta a livello globale e storico, così come ingiusta a livello storico e globale è la povertà. Il cristiano non può accettare passivamente tutto questo con un semplice “non ci posso fare nulla” o “è sempre stato così”.

La ricchezza è disonesta anche quando ci convince che a lei e solo a lei dobbiamo la nostra felicità e sicurezza, anche se questo è a discapito di chi è povero. Gesù avverte i suoi discepoli che il loro cuore e il loro futuro lo devono affidare a Dio e non ai beni materiali. Solo Dio può darci quella felicità che desideriamo nel cuore. Quindi non diventiamo servi della ricchezza ma servi di Dio, padrone che ci rende ricchi di ciò di cui abbiamo veramente bisogno, l’amore.

“Fatevi amici con la disonesta ricchezza…” è una espressione forte ma che ci indica che la vera ricchezza da conseguire sono le relazioni umane, l’esercizio concreto del cuore e dell’amore. I beni materiali che abbiamo, anche se pochi, siano sempre a servizio dell’allargare la fraternità e non accumulati per una falsa ricerca di sicurezza e benessere egoistico.

Il protagonista della parabola in fondo ha capito questo. Servo della ricchezza è diventato nel corso della sua vita disonesto e ladro. Ora che ha poco tempo per salvarsi, dato che il suo padrone gli sta togliendo i soldi di mano, usa quel che ha per crearsi relazioni umane che lo soccorreranno quando sarà diventato povero. È scaltro nella sua disonestà, ma proprio per questo il padrone lo loda.

Le domande che mi faccio, provocato da queste parole di Gesù, sono: “quanto sono schiavo dei soldi che ho o che vorrei avere?” “quanta ricchezza umana ho accumulato oggi?”, “quanti amici ho nel cuore, quanti poveri ho aiutato?”

Giovanni don

Dio all’opera

settembre 13th, 2019 1 comment

DOMENICA 15 settembre 2019

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

(dal Vangelo di Luca 15,1-10)

In questa domenica 15 settembre ricorre il 26esimo anniversario nell’assassinio di Padre Pino Puglisi, prete palermitano, ad opera della mafia. Padre Pino Puglisi in quel tragico giorno del 1993, che corrisponde anche al suo compleanno, nella visione di fede “nasce” al cielo, e la sua morte così drammatica segna una sconfitta proprio di chi lo ha ucciso e voleva fermare la sua opera. Nel 2013 Padre Pino per la sua opera è stato proclamato Beato dalla Chiesa che ha servito, esempio di fede e dicarità che neanche una pallottola possono fermare.

Voglio ricordare questa figura straordinaria di prete perché il Vangelo di questa domenica parla in fondo anche di lui e della sua opera. Padre Puglisi due anni prima di morire, fonda nel quartiere Brancaccio di Palermo, a quei tempi uno dei più degradati e segnati dalla malavita, il Centro parrocchiale “Padre Nostro”. Il suo progetto era quello di creare un luogo che togliesse i bambini e i ragazzi più poveri dalla strada, dal degrado e dalle mani della malavita. Padre Puglisi combatteva la mafia non solo con le parole e le innumerevoli coraggiose denunce, ma soprattutto con le opere concrete, come con questo Centro parrocchiale iniziato insieme alle religiose della Comunità delle Sorelle dei Poveri. Nel Centro parrocchiale attraverso la scuola, la formazione umana e spirituale e l’aggregazione, i bambini e ragazzi e le loro famiglie imparano a vedere una speranza nella loro vita e a guardare oltre le difficoltà, le privazioni e le ingiustizie. Mi ha sempre colpito il nome scelto per quest’opera, “Padre Nostro”, un modo davvero concreto di attuare il Vangelo.

L’evangelista Luca prima di riportare le tre parabole della Misericordia (la pecora perduta, la moneta smarrita e il figliol prodigo) il motivo per il quale Gesù le racconta.

Gesù era sempre più centro di attrazione per tutti coloro che erano tagliati fuori dalla società e dalla comunità religiosa. I pubblicani e peccatori erano visti come maledetti da Dio e destinatari, secondo l’idea religiosa dei più religiosi, di castighi divini. Gesù contesta profondamente questa idea di Dio. Dio non è un legislatore inflessibile che condanna e esclude. Dio non ama perdere nessuno e prima ancora che uno lo cerchi va lui in cerca e prova gioia nel ritrovare chi si perde e chi lo abbandona. Gesù con la sua azione vuole mostrare questo volto di Dio, e per questo motivo che tutti si rivolgono a lui e si sentono accolti da Dio, qualsiasi sia la loro vita, il loro punto di partenza, la loro fede e moralità. Gesù vuole mostrare che la forza di Dio che converte la perdona non è la paura e la punizione, ma l’amore, la misericordia, il perdono…

Le tre parabole della misericordia ci presentano Dio in modi davvero straordinari. Dio è come un pastore che è pronto a rischiare tutto pur di trovare la pecora smarrita e quando la ritrova non la punisce ma se la carica in spalla. È significativo che le primissime immagini di Gesù nella storia dell’arte non sono Gesù in croce, ma come pastore che porta la pecora debole e ferita in spalle. Dio secondo quello che insegna e mostra Gesù è come una donna (qui davvero Gesù rischia di essere blasfemo… ma lo fa apposta per scuotere le nostre idee sclerotizzate di Dio…), che fa di tutto per ritrovare la moneta preziosa a cui tiene e che fa una festa con le amiche quando la ritrova. Dio è come un padre che è pronto a perdere possedimenti e onore pur di accogliere il figlio perduto, e che non si da pace finché i fratelli siano tra loro riconciliati.

Gesù mostra Dio non come divinità immobile sul suo trono celeste, ma piegato verso l’umanità e in totale dinamismo per cercare, trovare e alla fine gioire. Dio è uno che si dà da fare per l’uomo ancor prima che l’uomo si dia da fare per cercare Dio.

Questo è il Padre che dà il nome al centro di Padre Pino Puglisi a Brancaccio. Un Centro che assomiglia davvero all’azione di Dio così come insegna il Vangelo. Il Beato Puglisi ha avuto questa intuizione che è la stessa di Dio e che si trova nel Vangelo. Dio è un Padre che si mette a ricercare i propri figli che siamo noi, con le nostre povertà, peccati, debolezze, ferite…

E la Chiesa, se davvero vuole essere immagine del suo Maestro Gesù, non può che fare altrettanto, cioè mostrare questo Dio all’opera, un’opera di misericordia senza limiti.

Giovanni don

Vangelo sopratutto

settembre 6th, 2019 No comments

DOMENICA 8 settembre 2019

 

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: 

«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. 

Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 

Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo»

(dal Vangelo di Luca 14,25-33)

 

Niente sconti e promozioni per Gesù! Niente “tutto al 50%” o “fuoritutto” o “saldi di stagione” per chi vuole acquistare un posto da discepolo accanto a lui.

Davvero troppo esigente il Maestro verso tutti coloro che vorrebbero entrare nel suo entourage? Secondo l’evangelista Luca sono tanti coloro che iniziano a seguirlo, vedendo i miracoli e ascoltando gli insegnamenti. Gesù è indubbiamente un maestro di successo in questa fase in cui sembra davvero capace di cambiare tutto, tiene testa ai farisei e ai capi del popolo. Sembra come in quei concorsi per un posto di lavoro o per entrare in una facoltà a numero chiuso a cui si presentano in tanti e solo pochi selezionatissimi fortunati riescono a superare la dura selezione.

L’evangelista Luca ci elenca le condizioni che Gesù mette per essere suoi discepoli, e sono davvero molto dure ed esigenti, e in ordine crescente. Un discepolo deve amare Gesù più di tutti gli altri amori famigliari e di amicizia. Deve amare Gesù più della propria vita, disposto anche al sacrificio della vita stessa. Il discepolo deve essere pronto anche a rinunciare a fama e onori, e rischiare persino di essere preso per matto e maledetto, come colui che viene condannato a morte e porta il proprio patibolo davanti a tutti (“portare la propria croce”). Ma è l’ultima delle cose richieste ad essere la più difficile, ed è quasi provocatoriamente come un “colpo di grazia”: per essere discepoli bisogna rinunciare ai propri averi, in altre parole il discepolo deve essere povero!

Ma Gesù vuole davvero dei discepoli? Non chiede troppo?

Se al tempo di Gesù c’erano le folle che lo seguivano e lui forse si poteva permettere di essere così tremendamente selettivo, oggi ha ancora senso tutto questo? Non mi pare che ci sia la gara ad essere discepoli di Cristo, anzi l’emorragia di cristiani nei nostri ambienti è davvero forte. Non solo ci sono sempre meno preti e suore, ma ci sono sempre meno cristiani, cioè coloro che vivono e testimoniano la loro fede quotidianamente con scelte di vita e la pratica religiosa.

Ma anche i cristiani più “attivi” nella Chiesa non sempre sembrano, anzi sembriamo (mi metto dentro anch’io) così pronti a vivere da discepoli, e sentiamo la fede spesso come qualcosa di pesante e limitante. Ci limitiamo ad essere discepoli della domenica e in qualche piccola occasione, ma il resto della vita non è da discepoli.

Ho riletto queste condizioni per essere discepoli e ho provato a vederle non come “condizioni” ma come “progetto di vita”, non come “test” per essere accettato o meno come discepolo, ma proprio come “modello di vita” del discepolo. Ecco allora che le riscopro come una proposta di libertà incredibile. In questa libertà vedo che il Vangelo mi propone quello che voglio per davvero per la mia vita. Gesù mi propone una strada di libertà che non può essere che così per essere vera, senza finzioni o false promesse.

Essere liberi da legami famigliari e di amicizia non significa odiare e rifiutare la famiglia e gli amici, ma è sapere che con il Vangelo al primo posto nulla mi può davvero distruggere, fosse anche il lutto più grande o la delusione d’amore più tagliente. E mi vengono in mente la testimonianza di coloro che con la loro fede hanno trovato una forza incredibile di affrontare lutti e separazioni che segnano nel profondo.

Gesù propone a chi lo segue come discepolo anche la libertà dall’ansia di successo che spesso ingabbia le persone in una ricerca continua di consensi e onori. Chi è discepolo è libero perché solo Gesù e il Vangelo sono la sua forza. Ma è nell’ultima condizione, quella della povertà, che davvero il Vangelo libera in maniera definitiva. Essere discepoli è sapere che la propria vita non dipende dai beni e dalla ricchezza economica. Che bello sapere che il discepolo anche se non ha nulla, ha tutto con il Vangelo, ed è felice!

Gesù non fa sconti con la sua proposta, e meno male! La libertà interiore e la libertà di vita che Gesù propone davvero valgono più di tutto, e sono in fondo quello che ogni uomo cerca, e che può attrarre sempre più nuovi discepoli anche oggi.

Giovanni don

Dio non è al primo posto

agosto 30th, 2019 No comments

DOMENICA 1 settembre 2019

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

(dal Vangelo di Luca 14,1.7-14)

In cosa assomigliamo a Dio? La Bibbia dice che siamo “a sua immagine e somiglianza”, quindi in parole povere abbiamo qualcosa di Dio in noi…

Forse sotto sotto il nostro umanissimo desiderio di primeggiare in ogni cosa, nel potere come nella ricchezza, è il segno di questa somiglianza? Più siamo i primi, i più potenti, i più ricchi e più assomigliamo a Dio che è il Primo, l’Onnipotente, Colui che possiede tutto e tutto controlla?

Non solo nella nostra esperienza personale ma anche nella Grande Storia dell’umanità sono tantissimi gli esempi di questa eterna gara dell’uomo ad essere il primo, il sopra-tutti, il più potente, a farsi come Dio. Un esempio ce lo dà il calendario di questa domenica. Il primo settembre del 1939, 80 anni fa esatti, la Germania invade la Polonia segnando così l’inizio del secondo conflitto mondiale. Che cos’è la guerra, ogni guerra piccola o grande, se non il modo che l’uomo usa per affermare la propria sete di potere, di controllo e di ricchezza? Le guerre sono spesso scatenate da false scuse di “difesa di interessi” di “amore patrio”, ma alla fine sono la conseguenza dell’uomo che vuole fare Dio, vuole essere come Dio.

Ma quale Dio? Non certamente quello del Vangelo, non quello di cui parla e testimonia Gesù.

Nel brano di Vangelo di questa domenica Gesù ci viene raccontato mentre è a cena a casa di un fariseo e osserva gli invitati. Ha appena compiuto una guarigione che ha sconcertato tutti essendo di sabato, il giorno sacro per il pio ebreo. Gesù osserva e vede nel comportamento degli invitati uno spaccato di tutta l’umanità di ogni luogo e tempo, compreso il nostro. Vede in quella gara ad occupare i primi posti, quelli che sottolineavano il proprio potere e privilegio, un segno di una umanità malata che non assomiglia per niente a Dio. L’invito ad occupare l’ultimo posto non è un consiglio di falsa modestia, ma un invito a fare come Dio e come Gesù stesso ha mostrato. Dio con Gesù ha scelto l’ultimo posto, quello del servo, quello del piccolo che proprio nell’ultimo posto si fa umile. Gesù ha preso il posto dello schiavo che non pretende nulla ma che è totalmente nelle mani del padrone. San Paolo sintetizzando la storia di Gesù in un famoso inno nella lettera ai Filippesi (capitolo 2) scrive: “Cristo Gesù non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò sé stesso… umiliò se stesso fino alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato…”

Gesù è Dio che si mette all’ultimo posto, rinuncia a ogni pretesa e ama solamente e totalmente, anche a costo della vita stessa. E in questo Gesù davvero assomiglia a Dio e mostra Dio.

Mettersi all’ultimo posto (non tanto dal punta di vista fisico alle porte della chiesa durante le celebrazioni…) nella vita è cercare di essere come Dio nell’amare, nello stare con chi è più povero, nel non pretendere nulla se non la possibilità di amare, aiutare, soccorrere, in una gara di amore che soppianta la gara al potere e alla ricchezza.

Chi si mette all’ultimo posto nella vita allora resta umile, servizievole, capace di comprensione e perdono, non fa nulla per schiacciare e umiliare il prossimo, non gode delle disgrazie altrui, si interessa di chi sta peggio e si accontenta di quello che ha. Più facciamo così più sentiamo il vero Dio dentro di noi che ci sorride e ci porta più avanti, non nel potere e ricchezza umane, ma nella vita e nello spirito. Dio esalta chi si fa umile, cioè a livello della realtà delle cose senza gonfiarsi, scalpitare e pretendere. Dio esalta coloro che gli assomigliano in quella umiltà che è principio di vera felicità umana terrena in vista di quella futura.

Se vogliamo assomigliare a Dio per davvero non cerchiamo potenza e ricchezza, ma l’amore, il servizio e la piccolezza. Cerchiamo il vero Dio dentro di noi e non quella falsa divinità che ci porta al contrario a innescare conflitti e guerre.

Giovanni don