la montagna del cuore

febbraio 26th, 2021 No comments

DOMENICA 28 febbraio 2021

II di Quaresima

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

(dal Vangelo di Marco 9,2-10)

Dal deserto alla montagna. La Quaresima ci porta nel giro di una settimana in due posti completamente diversi, quasi opposti, e con altrettanto opposte tempistiche.

La prima domenica il Vangelo ci racconta di Gesù che per 40 giorni è nel deserto, ed è umanamente da solo, a parte il tentatore da un lato e gli angeli dall’altro. Nella seconda domenica l’evangelista Marco ci porta sull’alto monte (senza alcun’altra indicazione) dove c’è Gesù, tre dei suoi discepoli, Mosè con Elia.

Da come è narrato l’episodio potremmo anche azzardare che sarà durato, non 40 giorni, ma forse meno di 40 secondi… Infatti il linguaggio che usa l’evangelista più che descrivere la scena esteriormente, dal punto di vista degli occhi e delle orecchie degli apostoli, sceglie il punto di vista del loro cuore e della loro fede.

La trasfigurazione è un’esperienza di luce interiore che accade in una fase della vita di Gesù e dei suoi discepoli che è molto difficile. Tutti gli evangelisti che raccontano questa scena, lo fanno dopo aver ricordato che Gesù ha annunciato la sua morte. I discepoli di Gesù si accorgono ben presto che il loro straordinario Maestro e Amico non ha un futuro roseo davanti a sé. Anche se compie prodigi e le folle in quel momento lo seguono, i suoi nemici aumentano proprio tra le autorità religiose, e lui stesso predice che alla fine del suo percorso umano non c’è un trono, ma la croce.

I discepoli, qui rappresentati da Pietro, Giacomo e Giovanni, sono in un crescete deserto interiore e il rischio di perdere fiducia nel loro Maestro è forte. Sono sicuramente sfiduciati perché fanno i conti anche con le loro stesse difficoltà umane e spirituali. Sono litigiosi tra loro, sono portati a pensare più al successo che al dono della vita, sono tentati di addomesticare gli insegnamenti di Gesù secondo quel che pensano loro e non quel che lui insegna.

In questa situazione ecco l’esperienza della trasfigurazione. Già la parola indica qualcosa di strano e difficile da spiegare. Di fatto in un luogo “alto” per un momento sono elevati e ricevono in dono la comprensione di chi è veramente Gesù e il perché vale la pena seguirlo nonostante tutte le fatiche, i dubbi e gli sbagli che possono commettere. L’evangelista ci descrive Gesù luminoso e che parla con i due capisaldi della tradizione religiosa del loro tempo, Elia e Mosè, cioè la Profezia e la Legge. Se Gesù è in mezzo a questi due allora davvero è il Messia tanto atteso, allora si che è Colui che aspettano da sempre.

Ma l’esperienza più forte è quella voce che sentono più con le orecchie del cuore che con quelle esteriori, e che è la voce di Dio. Questa voce dice che Gesù, il loro Maestro, è amato da Dio e va quindi ascoltato. Non è un ordine ma una illuminazione interiore che parla al cuore.

Pietro spaventato e disorientato esclama “E’ bello…”. E’ disorientato come quando uno prova una fitta d’amore per la persona amata così forte da perdere la testa e sragionare. E’ l’amore che fa questi scherzi.

“E’ bello…” è forse l’espressione più semplice e universale che si può capire guardando l’espressione del volto e degli occhi anche di persone di un’altra lingua.

Pietro e gli altri sentono per un momento una fitta d’amore nel cuore che li ripaga di tutte le fatiche, scioglie i nodi della mente e del cuore, e apre davanti agli occhi dello spirito un panorama bellissimo. Per un attimo, non sappiamo quanto, sentono Dio nel cuore e la loro vita di discepoli dietro a Gesù appare bellissima ed eterna. Loro vorrebbero che durasse sempre, ma non è possibile…

La collocazione su un alto monte, anche se qui appare quasi più un elemento letterario, non può che richiamare la bellezza delle vere esperienze in alta montagna. Chi ha avuto anche solo una volta la possibilità di salire qualche alta vetta, quando arriva, anche se ci rimane per poco, prova una esperienza di pace che rende tutto il faticoso cammino di arrivo parte della bellezza stessa. E quando si scende a valle, la bellezza sperimentata continua a riempire la mente, con la voglia di ritornare anche costasse più fatica.

Non dovrebbe in fondo essere questa l’esperienza della preghiera cristiana? Pregare è salire anche solo per poco in alto e sentire gli orizzonti di Dio aprirsi davanti al cuore provando una pace che ci fa dire “che bello!!”, e così ricominciare la vita ordinaria con slancio e ottimismo.

Abbiamo bisogno anche noi, specialmente in questo difficile momento storico, di sentire Gesù luminoso nel cuore, di sentire la voce di Dio dentro, di allargare gli orizzonti dello spirito. Lo possiamo fare nella preghiera e anche, come la voce di Dio dice ai discepoli, ascoltando la parola del Vangelo.

Aprire il Vangelo è come aprire per un attimo la finestra della mente su Dio. Se lo facciamo possiamo fare l’impagabile esperienza di pace che si prova sull’alto monte della trasfigurazione, che dice anche al nostro cuore stanco “tu sei amato…”, e anche noi alla fine ci sentiamo trasfigurati.

Giovanni don

Gesù nel deserto dei deserti

febbraio 20th, 2021 No comments

DOMENICA 21 febbraio 2021

I di Quaresima

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

(dal Vangelo di Marco 1.12-15)

Come in quelle trame di film di fantascienza dove i protagonisti entrano in un loop temporale che li riporta indietro nel tempo, anche la liturgia di questa prima domenica di Quaresima ci riporta di nuovo all’inizio del Vangelo di Marco. Con Domenica scorsa eravamo quasi “usciti” dal capito primo, ma l’episodio di Gesù tentato da satana nel deserto ci riporta indietro, in un passaggio fondamentale della vicenda del Maestro di Nazareth.

È il cammino che la Chiesa ci fa fare ogni anno, cioè quello di riportarci con Gesù nel deserto all’inizio dei quaranta giorni in preparazione alla Pasqua.

Il testo di Marco ci dice che Gesù è “spinto” dallo Spirito di Dio in questa esperienza così particolare, subito dopo averci raccontato del suo battesimo nel fiume Giordano, durante il quale il Padre dal cielo gli fa sentire la sua voce e ha confermato il suo amore totale e eterno: “Tu sei il figlio mio amato, in te ho posto il mio compiacimento”.

Dell’esperienza del deserto nel Vangelo di Marco abbiamo davvero una riga e niente di più, eppure c’è tutto quel che serve per interrogare la nostra fede e la nostra vita.

Innanzitutto il deserto.

Sarebbe bello fermarsi un attimo, e davanti a questa parola “deserto” domandarsi cosa ci viene in mente, cosa scatta nei ricordi e nel sentimento del cuore.

Ad un israelita il deserto non fa sicuramente paura come a noi, che vivendo a queste latitudini il deserto (sia sabbioso che roccioso, come è in terra di Israele) è solo una immagine fotografica o di qualche racconto. Per la Bibbia il deserto è il luogo nel quale il popolo di Israele è passato dalla schiavitù alla libertà con un cammino lungo quarant’anni, non tanto per la strada ma perché c’è voluta una intera generazione (che allora era di 40 anni), per trasformarsi da popolo di fuggiaschi senza legge a popolo di Dio con una Legge e un luogo dove viverla. Il deserto per il popolo è stato una prova continua di scelta tra schiavitù e libertà, tra sicurezza anche se in catene e sfida di un mondo nuovo anche se richiede impegno e costa fatica. Gesù all’inizio del suo ministero di liberazione, entrando anche lui nel deserto, si immerge in questa storia del popolo di Israele che anche lui è venuto a liberare. Gesù nel deserto sintetizza tutta la sua vita e quella di ogni uomo, sempre tentato di tornare sui suoi passi e accettare la schiavitù del peccato e dell’egoismo, abbandonando la proposta esigente di Dio che libera.

Ma a noi cosa richiama la parola “deserto”? Perché anche nei deserti che noi pensiamo e sperimentiamo, Gesù è entrato per stare con noi e con noi vincerli.

In questi giorni ho incontrato per caso una persona per strada e chiedendo come stava, dietro la mascherina e qualche parola di convenienza ho visto negli occhi un deserto di tristezza e paura. La preoccupazione della pandemia mista ai problemi personali aveva creato un deserto nel suo cuore. E questo si vedeva attraverso lo sguardo.

Quanti altri deserti vediamo, non solo nelle città che tra un lockdown e l’altro vedono strade e piazze deserte. Il deserto è anche in una stanza di ospedale dove il malato si sente solo ad affrontare le sue malattie. Il deserto c’è anche in quelle famiglie dove si sono inariditi la comunicazione e i gesti d’affetto. Il deserto lo vedo anche nella vita parrocchiale con la chiesa vuota non solo per il distanziamento ma anche perché molti si sono allontanati.

Nel suo Vangelo Marco dice che Gesù è attorniato dal tentatore, dalle bestie selvatiche e anche da angeli che lo servono.  

In questi angeli che confortano Gesù vedo tutti coloro che in ogni deserto umano sostengono chi è nella prova. Sono coloro che anche solo con una parola, con uno sguardo, un piccolo atto di carità raggiungono chi è solo e gli fanno sentire che anche in quel suo deserto non è abbandonato da Dio e continua ad essere amato.

Gesù uscirà dal deserto ancora più forte e con l’impegno di comunicare a tutti il Vangelo di Dio, la Buona Notizia dell’Amore. Il deserto non lo ha sconfitto ma rafforzato.

Questo mi dà speranza che anche nei miei deserti e in quelli umani che incontro l’ultima parola non sarà quella del tentatore e nemmeno i morsi delle bestie selvatiche, ma sarà quella degli angeli e quella di Dio Padre, che anche a me, a tutti noi, farà sentire nel cuore “Tu sei amato…”

Giovanni don

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toccare per guarire

febbraio 13th, 2021 No comments

DOMENICA 14 febbraio 2021

VI anno B

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

(dal Vangelo di Marco 1,40-45)

Me lo ricordo il lebbrosario di Cumura in Guinea Bissau, quando l’ho visitato in un viaggio missionario con diversi giovani della diocesi, 25 anni fa. Fino ad allora i lebbrosi li avevo visti solamente in foto o in qualche documentario. In tutto il gruppo c’era un misto di curiosità e paura, rischiando di dimenticare che non andavamo a visitare dei fenomeni da baraccone ma persone malate.

La lebbra ancora oggi è tra quelle malattie che più fanno paura e impressionano perché arrivano a modificare il corpo del malato in modo orribile alla vista, e terribile per chi ne porta le conseguenze.

Ai tempi di Gesù la lebbra era una malattia che insieme ad altre, che colpivano il corpo esteriormente, portavano le persone all’emarginazione sociale e religiosa. La paura della malattia portava a dimenticarsi della persona colpita e a identificarla con il suo male. La persona malata di lebbra diventava semplicemente “un lebbroso” che insieme al suo male andava combattuto e isolato.

La prima cosa che colpisce nel racconto di Marco, è l’intraprendenza di questo uomo malato. Lui che secondo le leggi doveva stare distante da tutti, coprendosi il volto e avvertendo con grida o suoni che nessuno lo avvicinasse, al contrario qui si avvicina a Gesù e gli rivolge una supplica: “se vuoi puoi purificarmi”. Questo lebbroso dimostra che sotto l’apparenza di uomo maledetto, si nasconde un uomo di grande fede e grande speranza e si fida che Gesù non lo allontanerà.

E Gesù, che è venuto proprio a mettere in luce quello che c’è nel cuore degli uomini al di la di ogni apparenza e oltre ogni pregiudizio, fa qualcosa che è fortemente sovversivo: tende la mano e tocca il lebbroso. Gesù con quel tocco vuole raggiungere l’uomo andando oltre la sua malattia. Gesù combatte il male ma non il malato.

Con quel gesto Gesù in realtà vuole guarire soprattutto la società dalle conseguenze di quella malattia. Quel toccare diventa un ponte che mette in comunicazione i due, i quali al di là di come sono vestiti, al di là della salute del corpo, del rango sociale, delle condizioni economiche e anche oltre i meriti e difetti, sono due uomini, due esseri umani uguali e fratelli. Toccando quell’uomo Gesù vuole guarire anche la religione del suo tempo che aveva codificato la paura della malattia in regole di separazione ed esclusione.

Gesù non sopporta il pregiudizio e l’esclusione che sono la vera lebbra che deturpa la comunità.

Il gesto di Gesù nel suo incontro con il lebbroso mi ricorda un episodio simile nella storia straordinaria di San Francesco. Il Santo di Assisi nel suo Testamento ricorda quell’incontro che segnò una tappa fondamentale della sua conversione.

“Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo” (Testamento di San Francesco, numero 110).

Francesco superando la paura e la comprensibile repulsione verso una malattia così terribile anche allora nel Medioevo, alla fine arriva a guarire sé stesso. Sente che in quell’abbraccio, che diventerà poi impegno continuato e deciso verso i lebbrosi di Assisi, c’era tutta la forza di Dio che abbatte muri e maschere e aiuta a vedere sé stessi nel prossimo e incontrare anche Dio.

In questo stranissimo tempo di Pandemia siamo tutti obbligati ad aumentare le distanze fisiche, a mascherarci il volto e a non toccarci. Queste regole sanitarie doverose e giuste, non diventino la scusa per aumentare le distanze umane e a coltivare paure e pregiudizi. Questo tempo in cui siamo tutti un po’ malati ed esclusi, diventi al contrario un’occasione straordinaria per guarirci gli uni gli altri toccandoci nella nostra umanità, andando oltre le apparenze e le maschere che ci gettiamo addosso e poter vedere sempre nell’altro un fratello e una sorella da amare. Facendo questo non solo aiutiamo l’altro ma guariamo prima di tutto noi stessi, guariamo quella lebbra del cuore che spesso facciamo fatica a vedere ma c’è.

Quando andammo via dal lebbrosario di Cumura, tornammo non tanto con il ricordo di lebbrosi, ma con il ricordo di tante persone dalle storie incredibili di sofferenza e solidarietà, e con il desiderio di fare anche noi lo stesso. Volevamo vedere dei malati, ma alla fine loro ci toccarono con la loro storia e iniziarono a guarirci.

Giovanni don

la febbre del sabato pomeriggio

febbraio 5th, 2021 No comments

DOMENICA 7 febbraio 2021

V anno B

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

(dal Vangelo di Marco 1,29-39)

E’ un sabato quando Gesù affronta una donna con la febbre, uscendo dal luogo della preghiera comune per entrare in quello della vita quotidiana. Guardando più da vicino il brevissimo racconto di guarigione che Gesù opera per la suocera di Pietro troviamo piccoli ma straordinari elementi che fanno pensare e possono anche “guarire” la nostra fede.

Questa donna è costretta a letto, separata da tutti, incapace di svolgere il suo compito che è quello di accudire casa e ospiti. È un giorno di sabato, e secondo le numerosissime regole religiose del tempo (contro le quali come vediamo Gesù si scaglia spesso) i malati non potevano essere curati, perché la cura era pur sempre un lavoro, cosa che non si poteva fare in quel giorno. La malattia, bisogna ricordarlo, a quel tempo era anche considerata una punizione divina, segno quindi di impurità. Gesù si avvicina (lui che poteva operare miracoli a distanza senza problemi), la prende per mano. Gesù tocca questa donna, pronto anche a contagiarsi non tanto della sua febbre ma molto di più pronto a farsi considerare impuro anche lui che tocca una persona malata.

Per Gesù avvicinarsi e prendersi cura di chi è malato, qualsiasi sia la sua malattia, è il modo più bello per avvicinarsi a Dio e di rendere sacro non solo il giorno di sabato ma ogni giorno. Gesù risolleva fisicamente quella donna e le dona un’esperienza vera di resurrezione casalinga sia fisica che spirituale (il verbo usato “la fece alzare” ai primi cristiani ricordava quello di Gesù che si “alza” dal suo sepolcro e vince la morte…). Dio agisce in casa, dentro la vita delle persone, dentro le esperienze quotidiane di sofferenza, malattia e peccato. Il fatto che immediatamente la donna si metta a servire, può sembrare una forzatura nel racconto, e sembra quasi che la donna venga sfruttata subito per le esigenze del gruppo. Il brano, che va letto come racconto di fatti reali ma sempre mediati dai ricordi e dall’intento di insegnare, ci racconta di una abilità e di una dignità restituite dall’incontro con Gesù. La donna non è solo guarita fisicamente, ma è guarita socialmente, non è più un inutile oggetto da commiserare in un angolo, ma protagonista della scena!

La resurrezione entra nella vita concreta quando restituisce a tutti nella comunità e nella società un posto, un valore e riconoscimento. Nessuno non serve! Nessuno è inutile!

Nella brevità del racconto, l’evangelista Marco non tralascia di sottolineare che Gesù arriva accanto a questa donna malata perché “…subito gli parlarono di lei”. Ecco una bellissima immagine della comunità cristiana e anche sociale! Colui che è malato, povero e sofferente non rimane ai margini degli interessi di chi sta bene e produce. Il disinteresse distrugge la comunità umana e nega la Chiesa. La comunità si prende carico di chi sta male e che rimane spesso nascosto negli angoli della casa comune. La donna inizia ad essere guarita infatti da quel ponte creato dai discepoli tra Gesù e il suo letto.

L’altra sera meditando insieme questo brano del Vangelo, qualcuno dei presenti all’incontro on-line, ha provato a fare ipotesi sul tipo di febbre di questa suocera di Pietro. Nell’immediato mi è sembrata una questione davvero secondaria quella di andare ad indagare che tipo di febbre fosse, come se il vangelo ci fornisse la sua cartella clinica. Però, pensandoci bene, non è così secondario provare ad indagare sulla malattia che ha delle conseguenze gravi per quella donna.

Proprio stamattina un uomo in visita alla chiesa mi confidava le sue difficoltà di questi tempi. Mi ha detto: “Ai tempi di mio padre si lavorava di più ma si dormiva meglio, oggi io lavoro meno ma dormo anche meno e sono preso dalle preoccupazioni”. È sicuramente anche questa una febbre esistenziale e spirituale della quale soffrono in tanti e forse in alcuni momenti tutti noi. È la febbre delle preoccupazioni, delle ansie di prestazione nella nostra società, la febbre dei conflitti personali, famigliari e sociali…

Se il termoscanner (che abbiamo imparato a conoscere bene in questo tempo) sulla fronte segna la temperatura giusta del corpo, quello puntato sul nostro cuore magari rivela temperature alte di preoccupazioni o addirittura il gelo per il poco amore e la solitudine. Non possiamo quindi fare a meno di interessarci di queste febbri personali e spirituali di chi vive nella nostra casa comunitaria, sociale e anche mondiale. Come gli apostoli hanno a cuore la salute della suocera di Pietro, così anche noi dobbiamo prendere a cuore di come stanno gli altri, e già in questo iniziare la loro guarigione.

E anche la nostra…

Giovanni don