piccole storie che cambiano la storia

agosto 13th, 2021 No comments

DOMENICA 15 agosto 2021

Assunzione di Maria

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

(dal Vangelo di Luca 1,39-56)

Mi piace molto il gioco di contrasti che c’è nella scelta delle letture bibliche in questa solennità dell’Assunzione di Maria. Per celebrare questo dogma dell’Assunta, la Chiesa come prima lettura ci fa ascoltare la grande visione che San Giovanni racconta nel suo libro dell’Apocalisse, quando descrive un segno grandioso in cielo, uno scontro quasi cosmico tra il bene e il male, tra vita e morte, tra Dio e tutto ciò che gli si oppone. Questo scontro è descritto con una terribile creatura, spaventosa e distruttrice, che arriva a tirare giù persino le stelle (e non in modo bello e poetico come in queste notti di San Lorenzo con le stelle cadenti…). A questo mostro che evoca terrore e morte si contrappone la presenza luminosa, stabile e piena di vita di questa donna vestita di sole. Questa donna porta la vita dentro di sé e si trova nel momento di massima fragilità e pericolo, perché sta per partorire. Ma proprio in quel momento viene salvata e Dio dimostra la sua potenza nel prendersi cura del debole nel far vincere la vita su ogni tentativo di distruggerla. È un segno cosmico che simbolicamente richiama la prima comunità cristiana, ai tempi di San Giovanni, che rischiava di soccombere alle persecuzioni e che trovava in questa visione un messaggio di speranza. Ma questa visione cosmica vale per ogni epoca, anche per la nostra di oggi dove in quel terribile drago rosso che vuole divorare la vita e distruggere tutto, possiamo vedere la violenza della guerra, le cattiverie umane, il mostro di un egoismo economico che distrugge la fratellanza umana. In quel drago rosso c’è forse anche il virus di questi ultimi due anni che rischia davvero di compromettere tutto, dall’economia fino anche alle relazioni umane oltre che la salute di milioni di persone. La donna vestita di sole è prima di tutto simbolo della Chiesa che dentro la propria fragilità contiene Cristo e lo “partorisce” nell’umanità. La donna è anche Maria che con il suo “si” a Dio ha portato il Signore Gesù nel mondo duro e violento del suo tempo.

A questa visione cosmica e piena di simboli molto forti, viene messo accanto il racconto semplice di due donne che si incontrano. È l’unico passo del Vangelo che ha come protagoniste due donne che si accolgono e benedicono a vicenda. Maria ed Elisabetta sono piene di Dio e la vita pulsa forte dentro di loro. L’evangelista Luca con pochi tratti ci fa intravedere dentro questo incontro, molto semplice e apparentemente banale, tutta la potenza di Dio che cambia la storia anche e soprattutto per mezzo dei piccoli gesti quotidiani delle persone fragili e umanissime.

Maria nel suo cantico di lode dentro la casa di Elisabetta vede l’azione di Dio nella storia, nella sua storia personale e in quella dell’umanità intera. Dio vince sempre e rovescia tutto a favore del bene e della vita. Siamo consapevoli che tutto questo bene di Dio non lo vediamo chiaro e subito. Siamo anzi tentati di credere che in fondo vincerà il drago della violenza, del male, delle paure… Siamo tentati di farci scoraggiare e quindi richiudere in noi stessi.

Maria con Elisabetta sono li a dirci che la vittoria di Dio inizia proprio dentro i nostri piccoli gesti della nostra piccola storia umana. Basta un solo gesto di bene e il mondo cambia in bene e la vittoria di Dio è più evidente.
Proprio in questi giorni, il 14 agosto, ricorrono gli 80 anni dalla morte ad Auschwitz di padre Massimiliano Kolbe. Questo prete e religioso francescano, rinchiuso da qualche tempo nel campo di concentramento, un giorno decide di offrire la propria persona al posto di uno dei prigionieri che erano stati scelti dalle guardie del campo per essere messi a morte nella cella della fame. Padre Massimiliano Kolbe si fa avanti al posto di un padre di famiglia che supplicava di essere risparmiato, e così dopo più di una settimana di torture e totale digiuno, nella cella buia del blocco 11, gli viene praticata una iniezione di veleno. Mentre lo riceve, con le poche forze rimaste padre Kolbe pronuncia due parole: “Ave Maria…”

In una piccola e buia cella di un campo di concentramento, in mezzo a innumerevoli violenze e morti, si consuma la vittoria di Dio sul drago rosso di allora. Una piccola storia, piccola come quella delle due donne che in una cittadina sconosciuta sui monti di Giuda, si incontrano.

Anche nelle nostre piccole vite, segnate dalle nostre piccole o grandi fragilità, la potenza luminosa di Dio si manifesta… e illumina il cosmo cambiando la storia.

Giovanni don

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il dolce naufragare in Dio

DOMENICA 8 agosto 2021

XIX anno B

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

(dal Vangelo di Giovanni 6,41-51)

“La fede è un dono… che io purtroppo non ho”.

Questa è una frase che mi sento spesso dire dalle persone che incontro e con le quali parliamo di Dio e di come vivere la propria religione. Se qualcuno mi chiede se ho fede io rispondo di “si”, ma non perché sono migliore di altri e non perché penso che Dio abbia deciso di dare a me la fede mentre ad altri no. Non mi piace molto quest’idea di Dio che fa il regalo della fede solo a qualcuno mentre ad altri no.

La fede, che per me è la capacità di sentire Dio dentro la propria vita e di vedere “oltre” le cose materiali e limitate, è un dono per tutti. È un dono perché non viene dall’uomo che da solo non se lo può dare, ma è segno di una relazione d’amore tra l’immensamente grande e onnipotente (Dio) e l’immensamente piccolo e limitato (l’uomo… io e te… noi). Gesù lo dice chiaramente ai suoi ascoltatori che lo stanno contrastando: “E tutti saranno istruiti da Dio”.

Quindi Dio parla al cuore di tutti, si mostra presente in tutti e non ci sono privilegiati. Ma c’è qualcosa che “blocca” il dono e in qualche modo lo rispedisce al mittente: la durezza di cuore, il pregiudizio e … spesso la troppa religiosità superficiale. Sono i Giudei, e in particolare i capi religiosi di Israele che rifiutano Gesù con tutte i segni che fa e le parole che pronuncia. Sono questi religiosi che proprio partendo dalle loro certezze granitiche non vanno oltre la superficie di quel che vedono e si fermano al pregiudizio: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?”. Mormorano… e in questo mormorio di parole, pregiudizi e cattivi pensieri non riescono ad ascoltare quello che Dio dice al loro cuore. E alla fine non hanno fede in Gesù, non si fidano di lui e rimangono fuori dal suo giro.

Gesù si propone come “pane” per la pancia e che alla fine non serve se non a stare in piedi per un po’, ma si propone come “pane” che nutre mente e cuore, che nutre le relazioni che viviamo e senza le quali non possiamo vivere. Gesù propone la sua carne (cioè la sua vita, le sue parole e se stesso) come nutrimento che rende la nostra limitatissima vita, fragile e piena di buchi, eterna e ci fa sperimentare Dio.

Credere non è sapere tutto su Dio e nemmeno vivere tutti i momenti religiosi della propria comunità. Credere è fidarsi che la vita di Gesù, il suo stile d’amore per il prossimo, la sua capacità di avvicinare tutti e di donarsi, alla fine rende la nostra vita concreta piena e eterna. Se ascoltiamo il cuore, là dove Dio parla e istruisce tutti, sentiremo che nell’amore sta la vera vita. Se ascoltiamo il profondo di noi stessi e leggiamo il Vangelo non possiamo che sentire una profonda sintona con l’uomo di Nazareth, che si presentava con la concretezza e fragilità di tutti ma aveva dentro tutto Dio.

Qualche giorno fa sono stato a Recanati, la città del grande poeta Giacomo Leopardi. Ho visitato il colle dell’infinito, luogo dove compose una delle sue liriche più famose, “l’infinito”. È un luogo normalissimo come lo era allora. Oggi di diverso forse c’è qualche scritta che lo indica ai turisti ma nulla di straordinario. Eppure da quel luogo lui vede oltre e in quel “oltre” la siepe che cela l’orizzonte sente l’Eterno che gli parla, e “… il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Non è certo facile sentire Dio nella propria vita, e si ha la tentazione di dire che il dono della fede è solo per pochi. Ma per me non è così. La fede è un pane quotidiano che è dato a tutti. Il Vangelo ci insegna proprio questo, ed è per questo che abbiamo bisogno di conoscerlo e ascoltarlo. Gesù ci insegna che basta solo guardare oltre la durezza del proprio cuore, darsi del tempo per ascoltarlo nel silenzio e aiutarsi reciprocamente a farlo, e infine scopriremo che per tutti è possibile “naufragare nel dolce mare” dell’infinito amore di Dio.

Giovanni don

il Vangelo ti fa bello!

luglio 29th, 2021 No comments

DOMENICA 1 agosto 2021

XVIII anno B

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

(dal Vangelo di Giovanni 6,24-35)

Per Madaleine Ashton e Helen Sharp, due cinquantenni che temono l’invecchiamento, l’unico rimedio per fermare il tempo sul loro corpo è la costosissima pozione magica di una strega quasi ottantenne dall’aspetto di trentenne, Lisle Von Rhuman. Bere quel misterioso e antico intruglio le rende giovani e immortali e quindi eternamente felici. Nella casa della strega si radunano tutti coloro che nei decenni passati hanno fermato il tempo in modo magico e sono costretti a nascondersi per non insospettire le persone. E così troviamo divi dello spettacolo del passato, uomini politici e ricconi, che si godono la loro eternità in una specie di gabbia solo apparentemente felice.

È la trama de “La morte di fa bella”, commedia nera cinematografica del 1992 di Robert Zemeckis, con protagonista Meryl Streep e altri famosi attori. La strega promette la vita eterna e per avere la pozione le nostre protagoniste sono disposte a tutto, e a qualsiasi costo. È in fondo quello che cercano, non avere cioè più problemi e un corpo perfetto senza dolore e decadimento.

Assomiglia molto a quello che le folle bramano quando vanno in cerca di Gesù, così come è descritto all’inizio del brano del Vangelo. Nel racconto dell’evangelista Giovanni, poco prima Gesù ha moltiplicato pani e pesci, sfamando una folla immensa, ma già fin dalla conclusione di quell’episodio emerge il continuo fraintendimento tra attese della gente e risposta di Gesù. Anche qui Gesù in modo solenne smaschera i veri motivi per cui viene cercato e perché tutti lo vorrebbero a capo della loro vita. Gesù viene cercato perché deve risolvere i problemi concreti e materiali della gente, sostituendosi alle loro fatiche e riempiendo così la loro pancia in modo gratuito. Chi lo sta cercando non è mosso da un vero desiderio di diventare discepolo ma per sottomettersi allo “stregone” che risolve tutto e senza fatica.

Gesù inizia qui, in questo dialogo con la gente e i discepoli, una catechesi che vuole far crescere nella fede, anzi la vuole purificare da una falsa fede e da false attese. Possiamo benissimo riconoscere nelle false attese e nelle incomprensioni degli uomini di allora anche le nostre false attese nei confronti di Dio e la nostra difficoltà a capirlo veramente.

Perché cerco Gesù nella mia vita? Cosa mi attendo da lui? Sono disposto davvero a seguire il suo insegnamento e quello che Lui mi propone? Non è che in fondo anche io ho una falsa idea di Lui, ridotto solo a dispensatore di “miracoli” da ottenere o ridotto a padrone a cui sottomettersi in attesa di un premio e una grazia? Gesù con il gesto della moltiplicazione dei pani e pesci non voleva mostrare la sua potenza miracolistica ma il miracolo che avviene ogni volta che condividiamo quel poco che abbiamo. Quello di Gesù era un segno che indica una strada possibile per tutti, anche a quel povero ragazzi con pochi pani e pesci. Gesù propone un legame con lui non di sottomissione, ma di imitazione che ci rende come lui, cioè capaci di dare come lui la vita.

Solo così la vita diventa eterna, non in durata ma in bellezza. La vita con Gesù diventa eterna non perché senza fine e senza decadimento, ma perché capace di generare vita a sua volta in chi ci sta accanto.

Il titolo del film di Zemeckis conteneva già fin da subito il messaggio morale della storia. È la morte che fa bella la persona quando la vita che sta prima, breve o lunga, in salute o malattia, è stata piena di generosità e amore per il prossimo. Le due protagonisti invece cercavano la bellezza nel possedere tutto per sé e pensando solo al proprio corpo.

Gesù non ci propone una formula magica che per diventare eterni e invincibili, ma ci propone il Vangelo, cioè la sua stessa vita come modello, e la sua vita, le sue parole e la sua presenza sono un “pane divino” che sfama la nostra vera fame, anche quando non la riconosciamo, che è quella che non riempie lo stomaco, ma il cuore.

Giovanni don

che cosa abbiamo nello zaino?

luglio 23rd, 2021 No comments

DOMENICA 25 luglio 2021

XVII anno B

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

(dal Vangelo di Giovanni 6,1-15)

Uno dei momenti più simpatici delle gite del grest è quello del pranzo. È davvero curioso vedere quello che i genitori (in genere le mamme) hanno messo dentro gli zaini dei loro figli, anche se non è raro che siano i figli stessi a provvedere per sé o anche ad aggiungere qualcosa.

Solitamente sono ben forniti di ogni genere di cibo, non solo panini, ma anche pasta o riso freddi, insalate e tantissimi piccoli dolci, frutta e succhi. Ricordo bene quando la mia mamma mi preparava il piccolo zaino con qualcosa da mangiare anche se la gita era di mezza giornata ed era previsto il ritorno per il pranzo a casa. Metteva comunque panini a sufficienza per poter sfamare una famiglia intera per due giorni!

Ho pensato subito alla mamma del ragazzo protagonista del racconto del Vangelo di Giovanni che si ritrova nella sua sacca cinque pani d’orzo e due pesci. Mi piace pensare che è stata proprio lei a mettergli dentro quello che sembra essere un pasto abbondante per una persona e quindi con la possibilità di condividerlo con altri. La concretezza dell’apostolo Andrea (“…ma che cos’è questo per tanta gente?”) fa apparire subito insufficiente quel poco che ha il ragazzo per tutta la gente da sfamare. E mi sorge subito un’altra domanda: ma tutti gli altri 5000 uomini non hanno portato nulla? Le loro mamme non sono state così previdenti? L’attenzione dell’evangelista si posa però su quello che c’è, anche se poco, e non sulla mancanza di tutti gli altri. Il racconto vuole sottolineare prima di tutto l’amore provvidente di Gesù che si prende cura dei bisogni senza accusare nessuno, e anche mette in evidenza la piccola generosità di questo ragazzo con quel poco che ha per lui. E’ da qui che parte il “miracolo” di Gesù, che non crea dal nulla il cibo ma moltiplica quel che già c’è, non facendo tutto da solo ma chiedendo la collaborazione dell’uomo, anche se pur minima.

Quei cinque pani d’orzo (il pane della povera gente, perché i ricchi a quel tempo si potevano permettere quello di frumento) e i due pesci sono il segno evidente che ognuno di noi non è mai così povero da non poter mettere a disposizione quel che ha per gli altri. Gesù moltiplica la generosità dell’uomo, e ci fa scoprire che anche se ci sembra di aver poco e quel poco siamo tentati di tenercelo per noi, in realtà lo possiamo condividere sempre in un’esperienza miracolosa di amore che cambia il mondo.

Quel ragazzo che non ha nome ha il nostro nome quando siamo generosi, e quel che porta nella sua sacca ci invita a guardare quello che c’è dentro la sacca della nostra vita per non tenerlo così stretto rischiando di vederlo marcire nell’egoismo.

Il Papa ha più volte invitato i paesi ricchi in questo tempo di Pandemia a non dimenticare i popoli dei paesi poveri nella condivisione dei vaccini e delle cure. La Pandemia ci ha fatto capire che il mondo è come quel luogo dove Gesù si trova con i sui discepoli e la folla. Siamo tutti uniti e interdipendenti e solo nella generosità e condivisione possiamo salvarci davvero. Se i mezzi per uscire dalla Pandemia (vaccini e cure) ci sembrano pochi e li teniamo solo per noi, per un po’ forse saremo salvi dal virus, ma alla fine moriremo di egoismo e ci sentiremo più soli.

Purtroppo oggi non ho più la mia mamma che mi riempie di ogni bene lo zaino quando vado in gita per il grest, ma non rimango mai a stomaco vuoto perché tutti i bambini in qualche modo mi donano qualcosa del loro pasto. E così comprendo in modo molto concreto che condividendo davvero quel che ho non rimarrò mai troppo povero e tantomeno solo.

Giovanni don

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