nonsolocomandamenti

ottobre 12th, 2018 1 comment

DOMENICA 14 ottobre 2018

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». 
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

(dal Vangelo di Marco 10,17-27)

Io ho sempre avuto un cattivo rapporto con le cose imparate a memoria. Dimentico facilmente i nomi delle persone o li mescolo (con inevitabili brutte figure), ma anche tutti gli elenchi di regole, preghiere, testi di canzoni e poesie, mettono a dura prova la mia memoria. Ammetto che anche l’elenco di regole per eccellenza, i 10 Comandamenti, nella mia testa a volte si confondono e si mescolano nell’ordine. Leggendo il Vangelo di questa domenica però mi sembra che anche Gesù abbia qualche difetto di memoria riguardo i Comandamenti, il centro della Legge del credo religioso di Israele. Infatti al tizio che lo avvicina per strada e gli chiede “…cosa fare per avere la vita eterna”, il Maestro elenca i Comandamenti, ma con diversi cambiamenti e omissioni e in un ordine libero, e addirittura aggiungendo un elemento che non faceva parte dei Comandamenti (“non frodare”).

E’ chiaro che Gesù non ha i miei problemi di memoria, ma al contrario conosce bene il senso della sua scelta e del suo insegnamento. Quelli che Gesù elenca sono i comandamenti che hanno a che fare con il prossimo, e omette quelli rivolti a Dio (“Non avrai altro Dio… ricordati di santificare il sabato…”). E per sottolineare che l’importanza non sta nel conoscere a memoria un elenco di comandamenti, ma il loro significato e l’attuazione pratica, aggiunge quello che era un precetto conseguenza dei comandamenti, importante nelle relazioni umani, cioè non imbrogliare (ed è davvero molto attuale anche per noi!).

Per Gesù però la semplice conoscenza dei comandamenti e la loro attuazione pratica non sono abbastanza per rendere la vita “eterna”, cioè piena, realizzata, felice.

Nell’uomo che ha davanti e che gli ha posto la domanda vede uno che ha bisogno di essere liberato nel profondo, ed è per questo che gli propone non solo l’adesione a un regolamento e a delle leggi, ma una proposta radicale di vita. Non gli propone un “galateo” di vita che rimane in superfice, ma una relazione profonda e nuova con Dio e con il mondo, con lui e con i poveri. Gli fa una proposta davvero grande, forse troppo grande in quel momento, e infatti la rifiuta. Ma la descrizione del suo volto scuro e della tristezza con cui volta le spalle a Gesù indica che è stato colpito nel profondo, non è rimasto indifferenze e forse per la prima volta tutti quei beni materiali nei quali confidava e di cui si sentiva sicuro, improvvisamente iniziano a pesargli a farlo sentire non-libero.

Gesù gli propone di vendere e dare ai poveri i suoi beni non perché ami la miseria, ma perché sa che la vera felicità (quella “vita eterna” che gli ha chiesto) sta nella relazione con il prossimo senza filtri e falsità. Dio non è rimasto irraggiungibile nell’alto dei cieli, ma si può toccare nel povero che assistiamo, a cui diamo non solo i beni ma anche il nostro tempo. La vita eterna ci aspetta non solo al termine dei nostri giorni, ma già da ora davanti a noi se siamo capaci di abbandonarci fiduciosi all’amore di Gesù e all’amore dei fratelli, senza paura di sbagliare, di perdere qualcosa, di non avere tutte le sicurezze.

Penso a due persone che si innamorano e che decidono di unirsi in matrimonio, di mettere su famiglia, e avere figli. Spesso quello che frena è la paura di non farcela e di non avere mezzi concreti. È una preoccupazione legittima, ma se prende il sopravvento sull’amore, i molti beni che si hanno o che si vorrebbero avere alla fine appesantiscono e chiudono al futuro. Vale anche per chi decide una strada diversa dal matrimonio, come quella di diventare prete, suora, frate o missionario. Se non c’è un vero slancio libero nell’amore ma solo calcolo delle possibilità e dei mezzi, alla fine non si parte più, e la vita si restringe in un piccolo spazio di piccole sicurezze che non rendono eterna e felice la propria vita.

«Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio», dice Gesù ai suoi discepoli sbigottiti come noi alle parole forti di Gesù. Anche per me, a noi, a tutti, Gesù vuole ricordare che davvero se ci fidiamo del Vangelo, ogni resistenza cede e possiamo fare cose grandi della nostra vita, anche senza avere tutti i mezzi e le sicurezze. Ricordare i Comandamenti a memoria è importante, certo, ma meno importante di ricordare (non tanto con la testa ma con il cuore) che davvero con Gesù ogni strada diventa possibile, basta accogliere il suo invito e la sua sfida “avrai un tesoro in cielo e vieni e seguimi”.

Giovanni don

essere bambini per diventare veri adulti

ottobre 4th, 2018 No comments

DOMENICA 7 ottobre 2018

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». 
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

(dal Vangelo di Marco 10,2-16)

Mi ha un po’ sorpreso quando una coppia di promessi sposi mi ha presentato questo brano di Vangelo per la celebrazione del loro matrimonio. Nel dialogo tra Gesù, i farisei e i discepoli si parla si di matrimonio ma nel suo aspetto più problematico: si parla delle regole del ripudio della moglie da parte del marito e dell’adulterio.

Mi sembrava quasi di “cattivo gusto” tirare fuori questi discorsi proprio all’interno della celebrazione dell’amore di due persone che davanti alla comunità cristiana e quindi a Dio si dichiaravano amore eterno.

E’ stata quasi una “sfida evangelica” cogliere in questo brano di Vangelo un messaggio estremamente positivo e propositivo per i due sposi all’altare.

Il giorno del matrimonio tutto appare bello e senza problemi. Gli sposi nella bellezza esteriore dei loro vestiti, nell’addobbo della chiesa e nella cura della cerimonia, nello splendore degli invitati tutti concentrati a far loro la più bella festa possibile, appaiono come bambini, a cui tutto sembra possibile e gioioso. Penso che sia questo l’atteggiamento profondo che traspare proprio dai loro occhi quando entrano in chiesa e quando si scambiano il consenso e gli anelli. Sono come bambini all’alba di un nuovo percorso di vita che sembra azzerare tutti i problemi passati e fa vedere loro solo un futuro pieno di possibilità. Proprio come bambini per un momento non vedono i pericoli che possono sempre rendere problematico il percorso. Vedere i pericoli e problemi è più da persone adulte che dall’esperienza sanno che non tutto è facile nella vita. L’adulto per la propria esperienza di vita e conoscendo tante altre esperienze di vita arriva spesso a “spegnere” l’entusiasmo del bambino e affronta con sempre maggior diffidenza le cose nuove, i cambiamenti e i nuovi percorsi di vita. Sono “voci molto adulte” quelle che si rivolgono a Gesù mettendogli davanti il problema del ripudio della moglie da parte del marito, evidenziando la difficoltà delle relazioni umane in genere e in particolare le relazioni di coppia e di famiglia. E Gesù, citando la legge di Mosè, fa capire che il cuore dell’uomo è indurito quando vede più i problemi che le possibilità, quando partendo dai fallimenti arriva a “spegnere” la speranza di cambiare, la voglia di crescere. E allora servono regole su regole…ma queste non risolvono veramente i problemi alla radice. Ma Dio, dice Gesù, ha creato l’uomo per la vita, ha creato le relazioni umane perché siano possibili al di la di tutti problemi, ha creato l’amore perché sia eterno. Per questo ci vuole un atteggiamento più “da bambino”, non in senso di “infantile” ma nel senso di capacità di crescere, di positività e voglia di futuro.

“Chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”, dice Gesù. Chi non è capace di entusiasmo nella vita e chi non accoglie il Vangelo con lo spirito del bambino che crede nel futuro e ha voglia di raggiungerlo, alla fine arriverà a indurire la speranza e a farla spegnere, arriverà a dire che in fondo quello che propone il Vangelo è impossibile ed è da pazzi. L’adulto ha bisogno di regole rigide perché altrimenti si trova insicuro e si blocca, perché ha spento il sogno e lo slancio verso il futuro.
Questo capita anche nella vita di fede così come nella vita matrimoniale: quando le regole diventano un assoluto senza più riferimento al cuore del messaggio evangelico, allora alla fine si diventa vecchi e spenti e davvero il rischio è che tutto finisca. Gesù ci aiuta a ritrovare il giusto punto di partenza e il giusto atteggiamento da avere come cristiani e anche come sposi cristiani, per coloro che si uniscono come marito e moglie in Chiesa. E’ appunto lo spirito del bambino, che si fida della vita, si lascia guidare dal bene, che non si lascia indurire delle esperienze difficili ma crede che è possibile tutto nella direzione del bene. Gesù è stato bambino non solo nella culla di Betlemme, ma anche sulla croce, quando ha visto nella sua esperienza dolorosa non un fallimento ma una nuova prospettiva di vita eterna. Con lo spirito da bambino, ha affrontato tutta la sua vita mantenendo la freschezza del cuore e dello spirito.

Davvero per essere veri adulti nella fede bisogna diventare bambini nel cuore…

Giovanni don

piccoli nella fede

settembre 29th, 2018 1 comment

DOMENICA 30 settembre 2018

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

(dal Vangelo di Marco 9,38-48)

“Perché chiedete il Battesimo per il vostro bambino o bambina?”. È la prima domanda che faccio sempre quando mi trovo a preparare il Battesimo con quei genitori che me lo chiedono per il figlio o la figlia.

È una domanda che può sembrare banale, ma per me non lo è. La preparazione del Battesimo non è questione di un rito ben celebrato, ma di consapevolezza profonda di fede.

Devo ammettere che le risposte che ascolto sono molto diverse tra loro e anche diverse da quelle che forse si aspetterebbe il catechismo stesso. Constato che il più delle volte la decisione di far battezzare il proprio figlio poggia su una fede molto semplice, dove la tradizione (si è sempre fatto così… lo fanno tutti… fa parte della nostra cultura) ha un ruolo molto forte mentre la consapevolezza sul significato religioso è molto piccola. Mi rendo subito conto che quell’incontro prima della celebrazione è ampiamente insufficiente per approfondire le questioni cristiane vere e decisive, e spero sempre che quella sia comunque una occasione per “riavviare” in quella famiglia la voglia di approfondire veramente la fede cristiana, la conoscenza del Vangelo e il significato profondo dei sacramenti. Tante volte ammetto che sarei tentato di dire ai genitori che il battesimo non lo possiamo celebrare, perché dalle cose che emergono dal dialogo mi rendo conto che davvero la fede, la conoscenza del Vangelo e la vita comunitaria sono molto piccole e insufficienti. Ovviamente il mio non è un giudizio sulle persone e sulla loro sincerità e bontà di intenti, ma davvero mi rendo conto che il cammino per una educazione alla fede cristiana richiederebbe più conoscenza, pratica e approfondimento da parte dei genitori a cui nella celebrazione affido la crescita del bimbo e della bimba battezzati. Che dovrei fare io come prete? Che cosa dovremmo fare tutti noi come comunità cristiana, vescovi, preti, laici in queste situazioni?

Ancora una volta il Vangelo tende una mano e aiuta a vedere le cose non dal punto di vista della ragione umana, ma dal punto di vista della ragione di Cristo. Nell’episodio di questa domenica, l’evangelista Marco ci presenta il discepolo Giovanni (per me è una buona provocazione, portando lo stesso nome…) che insieme ad altri ha visto un tale che sta facendo una cosa che Gesù aveva dato il potere di fare anche a loro, cioè scacciare i demoni. Giovanni (che in altre parti del Vangelo è chiamato con il fratello con il soprannome di Boanerghes, figli del tuono, per il loro carattere irruente…) vorrebbe impedire questa cosa, perché effettivamente non è “del loro gruppo”. Giovanni e i discepoli pensano di avere l’esclusiva di Gesù solo perché lo conoscono bene e stanno sempre con lui. Ma la risposta di Gesù è (come sempre) spiazzante ed educativa insieme. Gesù vede anche in questo misterioso personaggio, che forse nemmeno lui conosce direttamente, un qualcosa di buono. Per Gesù, se questo tale fa anche una piccola cosa buona, anche se non direttamente ed esplicitamente legata a lui, non per questo va impedito e rifiutato. Lo sguardo profondo di Cristo vede anche il più piccolo segno di bene che c’è in ogni persona. Il compito dei discepoli quindi non sarà quello di creare un piccolo club di super-buoni che tiene fuori tutti gli altri, bollati come “cattivi”, ma l’esatto contrario, cioè creare legami con chiunque mostra anche il più piccolo segno di bene, sapendo che proprio in quel piccolo bene c’è il germe dell’incontro e della conoscenza di Cristo.

Sono questi i “piccoli nella fede”, cioè coloro che nel mondo, come anche attorno a noi e persino nella nostra comunità cristiana, hanno magari una fede semplice, ancora acerba e non pienamente consapevole, ma che è aperta a crescere e conoscere di più. I “piccoli nella fede” non vanno scandalizzati, cioè impediti di crescere (scandalizzare significa “porre impedimento”, “far inciampare”) ma accolti e coltivati perché quel piccolo seme di fede, quel piccolo e semplice riferimento a Dio che a volte esprimono in maniera imperfetta ma sincera non venga giudicato ma aiutato a crescere, con le parole e con la testimonianza di stima reciproca.

Ecco allora che ogni volta che una famiglia mi chiede il battesimo, prima di tutto sento che non lo chiede a me solo, ma a tutta la comunità. Il mio compito non è quello di porre un muro del giudizio e pretendere uno “standard” di fede e conoscenza cristiana elevati, ma invece costringere me stesso ad una accoglienza maggiore e aiutare tutta la comunità cristiana a prendersi cura di questi “piccoli nella fede” per farli crescere.

Giovanni don

Vangelo antipaura

settembre 21st, 2018 1 comment

DOMENICA 23 settembre 2018

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». 
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

(dal Vangelo di Marco 9,30-37)

“… è importante avere un’idea vera di Dio. Non dobbiamo pensare che Egli sia un padrone cattivo, duro e severo che vuole punirci. Se dentro di noi c’è questa immagine sbagliata di Dio, allora la nostra vita non potrà essere feconda, perché vivremo nella paura e questa non ci condurrà a nulla di costruttivo, anzi, la paura ci paralizza, ci autodistrugge…”

Sono le parole di Papa Francesco durante l’Angelus di domenica 19 novembre 2017, Prima giornata mondiale dei poveri.

La paura paralizza anche i discepoli in questo brano del Vangelo, e forse nelle loro paure riconosciamo le nostre, quelle che alla fine rischiano di autodistruggere la nostra vita, la nostra fede, la comunità cristiana e sociale nelle quali viviamo.

Gesù come buon Maestro che insegna ai discepoli chi è Dio, chi è lui e chi sono loro, lungo la strada parla di rifiuto e morte per sé stesso. Nel suo annuncio della Passione parla anche di resurrezione dopo il terzo giorno, ma sembra che la parola “risorgere” scompaia e non giunga agli orecchi impauriti dei suoi discepoli. La paura rende sordi alle cose importanti e vere e distorce la comprensione. Hanno paura di chiedere, ed è proprio questa paura che li dirotterà su discorsi “più rassicuranti” ma che alla fine sono i più pericolosi per la vita, la fede, il loro rapporto con Gesù e anche tra di loro: parlano di potere e grandezza umana.

Gesù conosce il cuore dei suoi amici e quando li interroga su cosa stessero parlando lungo la strada, ecco ancora la paura che blocca la loro voce, e la comunicazione con Gesù e tra loro sembra irrimediabilmente compromessa. Si sono accorti che la distanza tra loro e Gesù si è fatta ampia, non in termini spaziali ma di sintonia d’animo. Tacciono perché hanno paura del giudizio del loro Maestro e non vedono più l’Amico che è sempre lì per loro non per giudicarli e castigarli ma per amarli.

Gesù a questo punto compie un gesto che a noi sembrerebbe solo di simpatica tenerezza quando prende in braccio il bambino (che letteralmente sarebbe “piccolo servo”, una specie di garzone che era lì per servirli), ma che in realtà è una “sberla” al cuore dei suoi impauriti amici, per svegliarli. Le parole che accompagnano il gesto sono decisive: al centro non c’è il giudice, ma il bambino, un piccolo inserviente con il quale Gesù identifica sé stesso e nello stesso tempo anche Dio.

Chi è Gesù? È un semplice bambino che serve, proprio colui che in quel momento sembrerebbe il più secondario e inutile nella scena. Il più grande è proprio il più piccolo.

Il piccolo è la via per raggiungere Dio stesso, che posso conoscere nella fragilità del bambino e nella piccolezza del servizio quotidiano. Ecco come scacciare la paura e impedire che essa faccia scegliere le strade facili ma distruttive della grandezza e del potere umano. Ecco come ritrovare il vero equilibrio nelle nostre relazioni personali, ecclesiali e sociali. Del bambino non possiamo avere paura, non può farci paura, ma solo ispirare sentimenti di tenerezza, amicizia, amore. Gesù è così, Dio è così, e così siamo chiamati a guardarci gli uni gli altri. Non serve gonfiarsi e allargare i gomiti per sembrare più grandi dell’altro. Non serve alzare la voce e battere i pugni usando violenza per imporre il nostro pensiero e la nostra ragione. Non serve discutere chi è più grande, chi ha più potere, chi merita più onore, perché tutto questo alla fine non farà che farci governare dalle paure incrociate, diventando nemici gli uni degli altri e persino arrivando a considerare Dio stesso un nemico da tenere buono e lontano.

Gesù dimostra la sua vera grandezza con la piccolezza, il suo potere con il servizio, il suo giudizio con l’amore. Gesù non ha paura dei suoi discepoli e nemmeno della crescente opposizione che sente attorno. Non ha bisogno di usare i suoi “poteri” per farsi grande. Sulla croce dimostrerà tutta la sua grandezza e potere con l’amore dato fino alla fine.

Ha proprio ragione papa Francesco quando parla delle paure che distorcono il volto di Dio e il volto dei fratelli. Prendiamo anche noi in braccio il bambino che sta dentro di noi, dentro il nostro fratello, e dentro Dio stesso. Combattiamo le paure aiutandoci a superarle reciprocamente e scopriremo il vero volto bambino di Dio-Amore.

Giovanni don