il noi dentro l’io

settembre 9th, 2017 1 comment

perdono di Dio (colored)

DOMENICA 10 settembre 2017

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

(dal Vangelo di Matteo 18,15-20)

Qualche anno fa l’associazione che nella nostra Diocesi di Verona riunisce tutti gli oratori e bar legati alle parrocchie ha cambiato nome. E’ passata dall’ANSPI (Associazione Nazionale San Paolo Italia) al NOI (Nuovi Oratori Italiani). La cosa buffa è che nonostante siano ormai tanti anni che il nome è cambiato, può succede ancora che si dica “ci vediamo al bar dell’anspi…. Devo rifare la tessera anspi… ecc” anche se non è più quello il nome. Il Noi, anche se è ormai su tutte le tabelle, insegne e sulla tessera dell’associazione, specialmente nei più anziani fa fatica a passare come sigla. Succede sempre così in tutte le realtà, e i cambiamenti sono sempre fonte di fatiche, incomprensioni e resistenze.

Gesù Maestro sta insegnando ai suoi discepoli a ripensare la loro piccola comunità in un’ottica nuova. In sintesi li sta aiutando ad imparare secondo la logica del “noi” e non del “io”, facendo loro capire che proprio a partire dal “noi” l’uomo ritrova sé stesso ed è felice.

Una delle fatiche più grandi è proprio quella del perdono. Il perdono per Gesù non è semplicemente dimenticare e non vendicarsi, ma è molto di più. E’ il tentativo di ritrovare il “noi” quando un torto subìto o fatto fa rotto la comunione.

L’insegnamento di questa pagina del Vangelo è straordinario: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’…”. Ecco la cosa straordinaria! Andare! Non rimanere fermi nel rancore e nelle proprie ragioni. Un litigio, una ingiustizia, una incomprensione hanno rotto il “noi”, allora bisogna non rimanere fermi e bisogna far in modo di “guadagnare il fratello”. L’una o l’altra parte si devono muovere, e Gesù, sempre coraggioso e provocatorio, dice che è proprio la parte “offesa” a doversi muovere per prima. E il fine non è una semplice giustizia umana, ma quella divina, cioè ritrovare quella sintonia perduta.

Gesù nell’uso delle parole (e qui bisogna andare all’originale greco per cogliere questa sfumatura) Gesù usa la parola “sinfonia” quando dice “se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo”. L’idea di una comunità come di una sinfonia di strumenti diversi è davvero unica. Se uno strumento suona male o fuori tempo, non si deve cacciare ma semmai correggere, perché per quanto piccola possa essere la sua parte nella musica, quello strumento è fondamentale. Dio è in questa sinfonia della comunità, e si mostra proprio nell’armonia continuamente cercata e custodita.

Non è facile, lo ripeto, e la tentazione di fare da solisti e agire in competizione è sempre forte nel cuore dell’uomo e tra fratelli.

Non è facile ritrovare il “noi” specialmente quando le rotture sono profonde e talvolta irrisolvibili. Gesù consiglia di farsi aiutare da due o tre, che come testimoni sono un aiuto non a dividere ulteriormente ma a ricucire i rapporti. Non sempre è così nella comunità cristiana, dove può capitare che ci si aiuti reciprocamente più a dividersi che ad unirsi. Ma Gesù insiste e sente che una divisione tra due persone è un affare di tutta la comunità, è una ferita che tocca tutti. Il “noi” della vita cristiana è prezioso e tocca il “io” di ogni singolo.

E se una frattura tra due persone della comunità diventa insanabile? Gesù è preciso nel dire che “sia per te come il pagano e il pubblicano”, e non per tutta la comunità. Non ci sono scomuniche e allontanamenti definitivi. Quelli spettano a Dio e al suo giudizio finale. A noi rimane l’insegnamento di Gesù di “amate i propri nemici” come ultima spiaggia di fronte a ogni rottura. Gesù amava tutti, la sua famiglia e i suoi amici che lo ricambiavano, ma amava anche i più lontani e li amava per primo anche senza ricevere il contraccambio. Ecco cosa significa “sia per te come il pagano e il pubblicano”: se non vi amate come fratelli, almeno ama l’altro come farebbe Gesù, sempre e comunque.

Se imparo sempre più a pensare con il “noi” nella testa e nel cuore ritroverò sempre più la bellezza di Dio nel mio io.

Giovanni don

Una fede sulle montagne russe

settembre 2nd, 2017 1 comment

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DOMENICA 3 settembre 2017

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

(dal Vangelo di Matteo 16, 21-27)

Pietro a Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”

Gesù a Pietro: “Beato sei tu Pietro…!”

Pietro a Gesù: “Dio non voglia, Signore questo non di accadrà mai…”

Gesù a Pietro: “Va dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo…”

Vere e proprie montagne russe nel dialogo tra Gesù e Pietro! E questo accade nel giro di poco tempo, nello stesso episodio narrato dal capitolo 16 del Vangelo di Matteo

Da “beato” a “satana”! Pietro passa da ispirato profeta che coglie la verità dell’uomo Gesù (“Sei Figlio del Dio vivente!”) a discepolo scandaloso che non pensa secondo Dio!

E Gesù, che guarda con verità le persone, non esita a sottolineare questa ambivalenza del suo discepolo, al quale però non revoca il dono delle “chiavi” del regno dei cieli, ma gli ricorda che deve rimanere discepolo, anche quando è investito di autorità e responsabilità (“va dietro a me!”)

E se Gesù ha appena riconosciuto che in Pietro parla lo stesso Dio Padre (“il Padre mio te l’ha rivelato non la carne e il sangue”), riconosce anche che Satana (l’anti-Dio) può ispirare le parole di Pietro, quando questo mostra tutta la sua durezza di comprensione delle parole di Gesù (“Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo”).

Pietro è davvero uomo, e il Vangelo non fa sconti alla sua umanità così ricca e piena di contrasti.

Pietro è capace di slanci di generosità e fede, e nello stesso tempo è capace di arrivare a frenare lo stesso Gesù quando quest’ultimo si auto-rivela e annuncia la sua strada difficile di salvezza (croce e resurrezione)

Questo è Pietro, modello di fede, modello di discepolo, modello di come anche Gesù ama proprio chi è ricco di contrasti, modello di come si possa essere testimoni di fede nonostante le proprie contraddizioni.

Essere discepoli di Gesù, cioè andargli dietro, significa prendere la propria vita e rinnegarla, cioè non metterla al centro di tutto, con il rischio di diventare schiavi dei propri errori e nella ricerca infinita di perfezione che mai raggiungeremo. Rinnegare sé stessi, non significa considerarsi senza valore, ma al contrario lasciare che sia Dio a darci questo valore, senza che facciamo tutto da soli e senza che pensiamo da soli la nostra salvezza. Gesù ci vuole liberare dalla schiavitù dell’egoismo, dal sentirci al centro di tutto, dall’ansia di perfezione e di successo.

Essere discepoli è prendere la nostra croce, cioè la nostra capacità di amare (la croce è amore fino in fondo, sul modello di Gesù che “amò fino alla fine”) e seguire Gesù, imparando da lui come trasformare la nostra vita imperfetta e limitata in amore senza fine, risorto!

Una grande attrice, Meryl Streep, in occasione di una Convention di attori di Hollywood, lanciò con uno slogan un messaggio ai suoi colleghi presenti e anche a tutti coloro che ascoltavano. “Prendete i vostri cuori spezzati e trasformateli in arte!”. In fondo è quello che ci insegna Gesù, cioè prendere la nostra umanità, spesso ferita, limitata, offesa, spezzata, e credere che dietro a Gesù morto e risorto, questa diventa eterna, diventa arte! È l’arte di Gesù, l’arte del Vangelo!

Giovanni don

Chiavi per aprire

agosto 25th, 2017 1 comment

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DOMENICA 27 agosto 2017

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». 
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

(dal Vangelo di Matteo 16,13-20)

Le chiavi servono per aprire o per chiudere?

Domanda banale?

A me quando qualcuno in parrocchia chiede le chiavi non è per chiudere qualche locale o salone ma per poter al contrario aprire le porte ed entrarci.

“Don, mi puoi dare le chiavi per il salone?… Don, dove sono le chiavi per portare i pacchi in magazzino? … Don, mi lasci le chiavi del centro Caritas che vengono a portare i vestiti?… Don chi ha le chiavi del campetto per far giocare i ragazzi? ….” E così via.

In canonica ho un bellissimo quadro di legno con tanti ganci con attaccate altrettante le chiavi o mazzi di chiavi, con etichette più o meno chiare di cosa quelle chiavi aprono: porte, cancelli, lucchetti e bacheche.

Il passaggio delle chiavi tra parroci, quando c’è il cambio di parrocchia, è uno dei più delicati, e ad ogni passaggio qualche chiave viene persa, o ci si dimentica dove sia perché manca l’etichetta o rimane in tasca di qualcuno a cui si era prestata momentaneamente. E che “rabbia” quando non si trovano le chiavi per aprire una porta, e che giri complicati bisogna fare per rifare serratura e copie di chiavi!

Ho pensato a tutto questo rileggendo questa “consegna di chiavi” che Gesù fa con il gruppo dei suoi primi discepoli capitanati da Pietro.

Gesù con parole simboliche consegna le “chiavi del regno dei cieli” a Pietro immediatamente dopo che quest’ultimo ha manifestato la sua fede e ha compreso chi è veramente Gesù, cioè il Figlio di Dio e non un semplice profeta o Giovanni Battista morto tornato in vita. Gesù si fida di Pietro, proprio quell’apostolo che più volte nel vangelo manifesta la sua generosità mista a durezza di comprendonio (il soprannome “Pietro” sembra indicare proprio indicare la sua durezza). Gesù affida a Pietro e ai suoi compagni una enorme responsabilità, che è quella di rendere accessibile il Regno dei cieli sulla terra. Pietro e gli altri, e di seguito tutti coloro che seguiranno la testimonianza degli Apostoli (quindi anche noi oggi) hanno il compito di custodire e aprire le porte di Dio sulla terra facendo in modo che nessuno rimanga fuori e nessuna porta rimanga sbarrata.

Dio è “accessibile” proprio attraverso l’umanità di coloro ai quali Gesù ha affidato il suo messaggio. Le “chiavi” non sono un potere ma sono una responsabilità, un compito preciso che non va preso alla leggera!

Nel corso dei secoli tante volte molti uomini e donne sono rimasti chiusi fuori dalla comunità perché chi stava dentro non apriva le porte ed era più preoccupato di chiudere: giudizi, pregiudizi, condanne, anatemi, invidie… hanno spesso reso “il regno dei cieli” come un qualcosa per pochi eletti.

Avere le chiavi quindi significa far in modo che le porte non siano mai sbarrate, custodite ma non inaccessibili.

Ascolto, amore e perdono, sono il modo in cui le porte della comunità cristiana non rimangono mai chiuse, sia per chi sta dentro che per quelli che sono fuori.

Avere tutte le chiavi della parrocchia appese sul pannello di legno in canonica non è semplice, e talvolta è faticoso tenerle in ordine perché tutto funzioni al meglio. Ma quando le guardo mi ricordo che non sono chiavi che devono solo chiudere e sbarrare la strada, e non segnano territori e spazi separati per questo o quel gruppo, per questa o quella persona. Le chiavi custodiscono spazi per tutti e in modo che tutti si sentano accolti e responsabili. E se per capire quali porte aprono queste o quelle chiavi c’è una indispensabile etichetta per ogni chiave, per capire cosa aprono le chiavi del Regno dei cieli affidate alla Chiesa basta leggere il Vangelo. Li troviamo ogni indicazione e ogni apertura.

Giovanni don

niente briciole per il prossimo

agosto 18th, 2017 3 comments

Dio torero (colored)

DOMENICA 20 agosto 2017

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. 
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». 
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

(dal Vangelo di Matteo 15,21-28)

Straniera, pagana, donna… Davvero questa donna senza nome che avvicina il maestro ebreo Gesù non ha alcun titolo per poter presentare la sua richiesta ed essere ascoltata.

E il comportamento di Gesù sembra confermare tutto questo. Gesù come maestro e guaritore ebreo è lì solo per un gruppo ristretto di persone degne di essere ascoltate ed esaudite. È lì solo per chi fa parte del popolo eletto e solo per chi appartiene alla tradizione religiosa di Israele. Almeno così sembra…

L’intervento dei discepoli non è mosso dalla carità ma dal desiderio di eliminare un fastidio. L’invito fatto a Gesù di esaudire la donna è solo perché la possa allontanare e perché smetta di dare fastidio.

Mi vengono in mente tutte quelle volte quando qualcuno di straniero mi avvicina per strada o suona al campanello della canonica per chiedere un aiuto. Non nascondo il senso di disagio e fastidio. Non è mai bello essere avvicinati improvvisamente da qualcuno che ti chiede un aiuto economico, e magari insiste e diventa molesto. Se poi pensiamo questa cosa a livello più grande mi viene da pensare a tutto il movimento migratorio che sta mettendo a dura prova la convivenza in Europa. Non possiamo nascondere che siamo tutti infastiditi da questi sbarchi di migranti provenienti da zone di guerra e povertà (sono realtà mai totalmente separabili, perché la guerra genera povertà e la povertà genera la guerra) e che riempiono le nostre città e paesi di presenze diverse dalle nostre tradizioni e modi di vivere. Anche noi siamo infastiditi come sembra essere Gesù e soprattutto i suoi discepoli. E anche noi spesso rispondiamo come ha risposto Gesù alla donna che chiede un aiuto: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”, e diciamo con altre parole la stessa cosa: “prima ai nostri e poi agli altri… e che stiano a casa loro!”

Gesù è davvero sorprendente anche stavolta e devo dire che mi spiazza e nello stesso tempo smaschera la mia povera fede e la mia umanità malata.

Il suo comportamento è paradossale, perché all’inizio si comporta come farei io con chi mi dà fastidio e mi importuna.

Nel brano a brillare improvvisamente è proprio la povera donna, pagana e straniera.

Dalla sua bocca esce la preghiera più cristiana e vera che ci sia “Signore, aiutami!” e la consapevolezza che anche le briciole si possono condividere!

Era quello che Gesù aspettava non tanto per esaudire la donna, ma per scuotere i suoi pigri e chiusi discepoli (sia di allora che di oggi, me compreso!): “Donna, grande è la tua fede!”

Questa donna pagana e straniera, apparentemente senza diritti di farsi ascoltare, vista solo come un problema fastidioso da eliminare il prima possibile, diventa modello di fede. Diventa modello per i discepoli e da Gesù non riceve briciole ma tutto Se stesso!

Gesù non vede solamente una fastidiosa straniera ma vede una donna di fede. Non vede un cagnolino da cacciare con disprezzo (come si faceva allora e forse anche oggi con i poveri e gli stranieri) ma una discepola da amare senza limiti.

Ecco la provocazione di Gesù per i discepoli e anche per me: chiunque mi avvicina, di qualsiasi condizione di fede, cultura, razza, provenienza e status sociale è sempre un fratello e sorella da amare e accogliere. Non posso dare briciole e mettere distinguo e steccati tra le persone, ma devo guardare all’altro con lo sguardo di Gesù. E agire di conseguenza!

Penso che sia questa la differenza cristiana e lo specifico proprio di noi che pretendiamo di essere i depositari dei grandi valori cristiani.

Non diamo briciole al prossimo, ma apriamo le mani alla condivisione piena e senza paura, sempre e soprattutto ora, che siamo tentati dal terrore di attentati, di chiuderci dentro barriere invisibili di giudizi e pregiudizi. Non saranno le migrazioni dei popoli a cancellare la nostra cultura cristiana, ma saremo noi stessi se dimentichiamo la forza trasformante della carità di Gesù.

Giovanni don