il respiro dell’amore

maggio 15th, 2020 No comments

DOMENICA 17 maggio 2020

VI di Pasqua

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

(Dal Vangelo di Giovanni 14,15-21)

Ci sono due cose che sono fondamentali per la vita, senza le quali moriamo. Sono due cose che però diamo sempre per scontate e non ci pensiamo mai se non quando sono compromesse e faticose e quindi siamo in pericolo immediato di vita. Allora si che ce ne prendiamo cura e tutto il resto diventa secondario.

Sto parlando del respiro e del battito cardiaco. Quando si sente la testimonianza di un malato grave per il covid, la cosa che viene sempre detta è l’esperienza terribile del mettere un respiro dietro l’altro, e come ossigenare i polmoni e il corpo diventi la priorità assoluta nella mente, e tutti gli altri mali e tutto quello che sta attorno scompare.

Il respiro e il battito del cuore, che sono strettamente legati nel far vivere il corpo, sono forse l’immagine più bella di cos’è lo Spirito Santo per noi come cristiani, per la Chiesa e anche per ogni essere umano.

Gesù parlando ai suoi discepoli e amici annuncia che dall’amore di Dio verrà a loro un dono chiamato “Paràclito” e che subito dopo chiama “Spirito della verità”.

Difficile davvero dare un nome che definisca lo Spirito Santo, un nome a questo dono che mantiene in vita la nostra anima, la nostra vita spirituale che abita la vita fisica e ne è strettamente legata. La Chiesa per tradurre in italiano questo passo del Vangelo, scritto originariamente in greco, in passato usava l’espressione “Consolatore”, ma alla fine ci si è accorti che l’espressione “παράκλητος, paràcletos” è talmente ampia di significati che “consolatore” forse era troppo poco. Per alcuni studiosi quel termine indica una specie di avvocato difensore, e quindi il dono di Dio è questa presenza di sostegno e aiuto in ogni situazione.

Il messaggio di fondo che Gesù vuole dare ai suoi amici (e quindi anche a noi oggi), è che l’esperienza di Dio non è la semplice applicazione di norme date in passato (i comandamenti) in attesa di una verifica finale (il giudizio universale), ma è un accompagnamento continuo che abbiamo sempre. Dio è sempre accanto l’uomo, anzi dentro l’uomo, come il cuore e i polmoni, e ci mantiene in vita. Gesù è venuto per insegnarci come far si che questo “respiro di Dio” in noi, questo Spirito di Dio che batte dentro di noi, non si ammali e lo trascuriamo a tal punto da rischiare di perderlo e morire spiritualmente, anche se il respiro materiale e il cuore funzionano benissimo e il corpo è in perfetta forma.

“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” dice Gesù. È una proposta libera di un legame che da vita e ci fa scoprire la bellezza di Dio dentro la nostra vita in ogni istante. Amare nello stile di Gesù conoscendo la sua storia ci porta a renderci conto di quanto Dio è più in noi di quanto pensiamo, di quanto la sua forza di vita, il suo respiro, è dentro di noi.

È l’amore tradotto in gesti concreti di vita che ci fa conoscere e amare Gesù. È amando che facciamo la prova che il nostro respiro spirituale è buono e nella nostra anima circola l’aria di Dio e il cuore batte al ritmo giusto del Vangelo.

La nostra Diocesi di Verona ha lanciato una proposta molto semplice alle parrocchie e alle famiglie e che ha chiamato “andrà tutto nuovo”, parafrasando la frase di speranza che ha caratterizzato la prima parte della pandemia in Italia (“andrà tutto bene”). È l’invito a domandarsi cosa abbiamo imparato in questo periodo come singoli cristiani, come famiglie e comunità cristiana.

Pensando proprio alle parole del Vangelo di questa sesta domenica dopo Pasqua, io personalmente posso dire di aver imparato come non sia per niente scontata la presenza di Dio nella mia vita e in quella delle persone. Le restrizioni sanitarie hanno eliminato tutte o quasi tutte le espressioni tradizionali della nostra vita cristiana comunitaria: messe, celebrazioni di sacramenti, matrimoni, catechismo, incontri formativi, oratorio… Non è rimasto altro modo di coltivare la fede se non la preghiera personale e la Parola di Dio.

E non è rimasto altro che Dio stesso, nonostante tutto, nonostante non possa celebrarlo in modo comunitario. Dio, come il respiro e il battito del cuore, non è venuto meno e ho visto come in tantissime persone, anche in tante che in chiesa non venivano, Dio è rimasto davvero come una presenza e un punto di riferimento senza il quale davvero la vita finisce e siamo senza speranza in questa situazione.

Posso dire che proprio mancando tutto, ho visto che l’essenziale, lo Spirito di Dio, è rimasto ed è lui che mi e sostiene, sempre… anche se non me ne rendo conto, come il respiro come il battito cardiaco…

Giovanni don

che faccia ha Dio?

DOMENICA 10 maggio 2020

V di Pasqua

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
(dal Vangelo di Giovanni 14,1-12)

Com’è Dio? Io solitamente nelle mie vignette lo disegno come un vecchio un po’ abbondante, barba lunga bianca con i capelli anch’essi lunghi e bianchi sormontati da un triangolo dorato segno che è uno e trino. La nostra tradizione illustrativa lo ha sempre rappresentato più o meno così, immaginando che sia un grande vecchio. Molte tradizioni religiose tra cui anche quella ebraica e islamica proibiscono di rappresentare Dio e penso che in questo ci sia una ragione positiva che dovrebbe farci pensare. Rappresentare Dio con una immagine dice quale idea noi abbiamo di Lui in rapporto a noi, e si corre il rischio di farne una caricatura che non corrisponde al vero. 

Ma allora come è Dio? Che faccia ha? Sarà possibile vederlo solamente quando moriremo?

Il Vangelo di questa domenica ci racconta di Gesù che parla con i suoi discepoli, e parla loro di Dio come Padre. Non sta parlando loro in astratto come fosse in una conferenza culturale. Sta parlando loro come amico e come maestro. Infatti guarda loro negli occhi, anzi oltre gli occhi vede il loro cuore. Comprende che vivono nella paura, la paura per il futuro in generale come gruppo, e anche la paura legata alle loro personali incertezze. 

Gesù risponde mostrando loro la strada per sentire Dio vicino, per far capire che Dio stesso che ha fatto tutta la strada per venire da loro dentro la vita.

Alla domanda “mostraci il Padre e ci basta!”, fatta da uno di loro (ma che interpreta il desiderio di tutti), Gesù risponde ricordando il volto di Dio. 

Dio ha il volto di Gesù. Chi vede Gesù vede Dio. Chi ascolta le parole e vede tutta la vita concreta di Gesù ascolta e può dire di aver visto davvero Dio.

La Fede ci insegna che Gesù è Dio, e questo è uno dei capisaldi del nostro Credo. Rovesciando la prospettiva bisogna che ci ricordiamo che Dio è Gesù, l’uomo Gesù, con i suoi gesti concreti e quotidiani di amore, ascolto, persino il sacrificio e il dono della propria vita. 

“Chi ha visto me ha visto il Padre”, dice Gesù. 

Non è dunque scrutando i cieli più profondi, oppure immaginando Dio in qualche forma strana o inconoscibile, ma è proprio nell’umanità vera e profonda di Gesù che noi possiamo dire di vedere Dio. 

Ecco la via vera che ci fa sperimentare la vita piena che è Dio. E’ la via dell’umanità di Cristo che è dentro ogni uomo che ama come lui. 

Quando noi vediamo anche il più piccolo gesto di amore sullo stile di Gesù possiamo dire di vedere Gesù e quindi anche Dio nella sua forma più splendida e vera.

Io continuo a disegnare nelle mie vignette Dio nella forma classica della nostra tradizione, come un grande vecchio sulle nuvole, ci aggiungo un po’ di ironia e sorriso, sapendo che forse questa è la parte più somigliante a Dio come ce lo racconta il Vangelo. Sono consapevole che il mio modo di disegnare Dio è solamente un’immagine limitata. Ma so che io stesso posso diventare la più bella immagine di Dio nel momento in cui ogni mia parola e ogni mio gesto diventano come quelli di Gesù.

Giovanni don

immunità di gregge

DOMENICA 3 maggio 2020

IV di Pasqua

In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

(dal Vangelo di Giovanni 10,1-10)

Immunità di gregge, una delle tante espressioni semisconosciute in passato che in questo periodo di emergenza sanitaria sono diventate famose. Quando in un contesto umano viene raggiunta la cosiddetta “immunità di gregge” rispetto ad una certa malattia contagiosa, significa che c’è una determinata percentuale di persone che non può ammalarsi e tanto meno contagiare, e così chi è contagioso non viene a contatto, se non con una probabilità bassissima, con persone che si possono ammalare perché non immuni. E così l’epidemia si spegne.

È la parola “gregge” che mi ha fatto pensare, perché rimanda all’immagine usata nel Vangelo di questa domenica. Gesù con il suo discorso sul recinto delle pecore si rifà alla tradizione ebraica del popolo visto come un gregge di pecore guidato da pastori inviati da Dio a difenderlo e farlo prosperare. Gesù evidenzia subito che il pericolo per il gregge non sta principalmente nella fragilità delle singole pecore, ma dal fatto che non sono ben custodite e che coloro che dovevano farlo in realtà non sono interessati al bene del gregge. A questo punto Gesù stesso si propone come il vero custode, usando l’immagine della porta e più avanti (ma non in questo pezzo del Vangelo scelto dalla liturgia) del buon pastore. Gesù è come una porta che custodisce le pecore e che poi si apre per dare la giusta direzione al gregge. Gesù è anche il pastore che ha come unica motivazione il bene per il gregge cosi come per ogni singola pecora che lo compone.

Mi affascina questa idea del gregge che emerge dalle parole di Gesù. Ho sempre pensato che essere dentro un gregge fosse segno di limitazione della libertà, una esperienza di vita negativa da cui fuggire. La libertà dell’individuo è opposta alla mentalità del gregge che impone spazi comuni di vita, direzioni uguali per tutti, tempi e modi di vita decisi dall’alto e non da me. Non voglio vivere in un gregge umano che è come quello delle pecore marchiate in qualche modo per poterle riconoscere e distinguerle da altri greggi di altri padroni.

Eppure proprio in questi giorni così difficili l’essere parte di un gregge sta assumendo un significato diverso e positivo, e per niente contrapposto alla mia sete di libertà e ai diritti della mia individualità.

Gesù ha uno sguardo positivo e anche realistico sulla vita delle persone e dei credenti. Tutti viviamo in un contesto di relazioni forti e interdipendenti. Viviamo in un contesto che ci mette insieme in spazi, tempi, azioni che ci legano in modo molto stretto. Gesù vede l’umanità come un immenso gregge di persone che come pecore vivono in un recinto, il mondo, e anelano a vivere ed essere felici. Il guardiano del gregge è Dio che conosce ogni singola pecora-persona per nome in una relazione singolare intima. Gesù dice che ogni singola pecora conosce la voce del suo guardiano e pastore. Ed è da questa conoscenza profonda che dipende la vita e la libertà della singola pecora e poi del gregge. Se non conoscesse la voce del suo custode, di colui che solo può condurla alla vita, rischierebbe di cadere nelle mani di chi invece la vuole solo sfruttare, e alla fine il gregge si disperde. Nell’immagine del Vangelo c’è il giusto equilibrio tra la libertà del singolo e l’esperienza di gruppo, perché ogni pecora è conosciuta e amata dal pastore che la custodisce, ma fa parte anche di un gregge che si muove insieme e trova la sua forza e vita proprio nell’unità e nella reciproca interdipendenza. Il gregge di Dio che è l’umanità è un luogo di libertà personale nell’esperienza dell’essere unito, solidale e nella comune direzione verso il bene, verso il vero pascolo di vita e felicità per tutti. Nessuno si salva ed è felice da solo!

In questi giorni abbiamo imparato, o stiamo imparando, che siamo tutti parte di un’unica famiglia, o usando le parole del Vangelo (in modo positivo) di un unico gregge. Abbiamo in comune spazi di vita e anche desideri comuni, condividiamo fragilità e paure, e nessuno può fare a meno dell’altro. Abbiamo imparato anche a spese di sofferenze e lutti, che nessuno può tirarsi fuori dalla propria responsabilità, sapendo che ogni nostra azione ha una conseguenza piccola o grande per gli altri, nel male come nel bene.

Siamo un unico gregge dentro il quale possiamo vivere la nostra libertà, che non è fare come se non ci fosse nessun altro se non il singolo, ma è scegliere di essere un bene o un male per l’altro, anche se non lo conosciamo direttamente.

Abbiamo davvero bisogno a questo punto di un pastore che davvero ci custodisca, di uno che si prenda cura di noi singolarmente e nell’insieme, che non sia guidato da interessi se non quello di volerci liberi e felici, singolarmente e insieme. Abbiamo bisogno di conoscere la parola giusta che ci guidi e la direzione giusta, la porta giusta.

Quella di Gesù è la voce da seguire. Gesù è la porta ed è anche la direzione giusta da seguire se vogliamo la felicità di tutti. Gesù è il pastore che ci custodisce in ogni nostra vita personale e insieme.

Siamo un gregge che pian piano riscopre la bellezza di prendersi cura gli uni degli altri sull’esempio di Colui che sempre si prende cura di noi singolarmente.

Non so quando e come raggiungeremo l’immunità di gregge dal punto di vista sanitario per questo virus, e per questo aspettiamo con ansia il vaccino.

So che il Vangelo, se iniziamo a viverlo fino in fondo noi cristiani a cui è stato iniettato con il Battesimo, farà crescere proprio in noi quella immunità di gregge umano che ci farà vincere i virus della disperazione, della solitudine e della divisione. Questa immunità si chiama anche in altro modo: carità, quella di Cristo.

Giovanni don

abbiamo bisogno della Messa?

aprile 24th, 2020 1 comment

DOMENICA 26 aprile 2020

III di Pasqua

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

(dal Vangelo di Luca 24,13-35)

Questa è la fotografia delle nostre chiese in questi ultimi due mesi di quarantena: Messe domenicali (e anche feriali) deserte non per scelta ma per necessità. È vero che sempre meno che cristiani vengono stabilmente a Messa e non ne sentono più la necessità, ma ora l’azzeramento è totale, e anche chi vorrebbe non può. Che fare? La soluzione ora e anche dopo sono le Messe alla tv e via internet? Ma vedere una Messa attraverso un mezzo di comunicazione è la stessa cosa? Molti dicono assolutamente di no, per altri, visto il periodo di emergenza dicono di sì, e che anzi si segue meglio. Ma la questione vera che sta sotto è: cos’è la Messa?

La pagina del Vangelo di Luca che la Chiesa propone per questa quarta domenica del tempo pasquale offre un insegnamento fondamentale per la questione della Messa e anche del suo modo di celebrarla e di partecipare.

Come sempre non è una pagina di teorie e regole da seguire, ma un racconto, una esperienza di vita che per i primi cristiani è diventata punto di riferimento anche nei secoli successivi. Forse provare ad entrare in questo racconto ci aiuta a capire il “perché” e il “come” della Messa, non solo in questo strano periodo ma sempre.

Siamo alla sera del giorno della resurrezione, quel giorno che da allora in poi sarà il giorno principale per i discepoli di Cristo. La domenica è per il cristiano il giorno attorno cui ruotano tutti gli altri giorni, è il “giorno del Signore” e quindi anche il giorno dove celebrare la sua presenza nel mondo, ma soprattutto di coloro che portano il suo nome, i cristiani appunto.

Luca ci presenta due discepoli di cui solo di uno sappiamo il nome, Cleopa, e questo quasi a dirci che l’altro potremmo essere noi, con il nostro nome, la nostra vita. I due discepoli camminano e parlano tra loro degli avvenimenti di Gesù, ma non riescono a comprenderli fino in fondo. Ed è qui che Gesù in persona si affianca nel cammino. Non si fa riconoscere dall’aspetto ma piano piano si fa riconoscere dalle cose che dice e dal calore delle parole che illuminano dal di dentro la loro vita. E l’incontro con Gesù inizia con una domanda da parte di Cristo. Il primo che si mette in ascolto è proprio Lui!

L’evangelista ci racconta che sono i due ad insistere che quel misterioso compagno di viaggio si fermi con loro ad illuminare la sera che hanno dentro il cuore e a continuare a scaldarlo. “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”.

Sembrano parole di cortesia, ma in realtà rivelano una preghiera che parte da dentro, una dichiarazione di fede e di affidamento. E Gesù entra per “rimanere con loro”. Gesù si farà definitivamente riconoscere come vivente (e non più come l’amico morto e sepolto) proprio quando compie quel gesto rivelativo che è lo spezzare il pane. È proprio questo gesto che apre definitivamente ai due gli occhi del cuore. Nel Vangelo è scritto che “sparisce alla loro vista” ma non che se ne va. Gesù è entrato in quella casa per rimanere! Non viene detto che i due ritornano tristi o si domandano dove sia. Dopo averlo ascoltato lungo la strada sulle Scritture, con una spiegazione non da lezione scolastica ma con lo scopo di scaldare il cuore, e dopo aver spezzato il pane con lui secondo il gesto dell’Ultima cena, ecco che i due ora sanno che Gesù è risorto ed è vivente.

Non è forse tutto questo la nostra Messa domenicale? La Messa è la celebrazione dove ci si trova insieme sulla stessa strada della vita, con i nostri dubbi e fatiche di vita e di fede. Nella Messa ascoltiamo brani della Bibbia ma non come esercizio culturale, ma per trovare in questi ciò che scalda il cuore e riaccenda la fede. E quando ascoltiamo e preghiamo le letture, i salmi e il Vangelo, lo facciamo rendendo grazie a Dio, credendo che in quelle parole è Gesù stesso che si affianca a noi e ci parla.

Nella Messa poi riviviamo i gesti dell’ultima cena sentendoci tutti partecipi della mensa del Signore Gesù, accogliendo il gesto del pane spezzato e del calice di vino, nei quali Gesù ha voluto sintetizzare tutta la sua vita. La Messa è l’occasione per riscaldare e riaccendere la nostra vita di fede, facendoci sperimentare che Gesù rimane con noi, non come figura del passato, ma come colui che è vivente!

Certamente quell’incontro sulla via di Emmaus è stato unico e irripetibile come energia di fede, e sicuramente le nostre messe comunitarie non hanno quel calore e quell’esplosività di allora. Credo però che come allora anche oggi l’incontro con Gesù è un incontro vivo, che deve coinvolgerci e metterci in moto. Se la Messa fosse solo un modo in cui si assiste a dei gesti e si ascoltano distaccati delle parole, allora non sarebbe come quell’incontro di Emmaus.

La Messa è un incontro che deve scaldare il cuore e aprire la mente. La Messa dovrebbe essere vissuta dal cristiano come una necessità non come un dovere.

Per me come prete, che ho il compito di presiedere la celebrazione, non è la stessa cosa celebrare con le persone o con nessuno. La Messa non è mia e non la faccio io.  Forse questo azzeramento di partecipazione è l’occasione per tutti, sia per chi ci viene sempre e anche per chi non partecipa mai o molto poco, di ritrovarsi tutti al punto di partenza e di domandarsi se davvero sentiamo il bisogno di un incontro vero con Gesù vivente! La Messa in diretta alla televisione o su internet è fortemente limitata perché non permette quell’esperienza insostituibile dello stare insieme, ma forse allo stesso tempo tiene vivo il desiderio e viva la consapevolezza che senza l’incontro con Gesù, la nostra fede si raffredda e muore, perché non è scaldata dalle parole di Gesù e non è illuminata dalla sua presenza nel pane.

Giovanni don