il cuore del rito

febbraio 1st, 2020 1 comment

DOMENICA 2 febbraio 2020

PRESENTAZIONE del Signore

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.

Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,

perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

preparata da te davanti a tutti i popoli:

luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele».

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

(dal Vangelo di Luca 2,22-40)

“Perché chiedete il Battesimo?” È la prima domanda che sempre rivolgo ai genitori che mi chiedono di battezzare il loro figlio o figlia. A volte ho l’impressione che ci sia più la preoccupazione del “quando” e del “come” ma poco sul “perché” del Battesimo. La domanda sul perché è speculare alla domanda che mi verrebbe da fare, e che talvolta faccio se la confidenza me lo permette, a quei genitori che invece decidono di non battezzare i loro figli: “perché non battezzate vostro figlio o figlia?” Anche se la maggioranza delle famiglie dei nuovi nati italiani ancora chiede alla Chiesa la celebrazione del Battesimo, stanno aumentando quelle coppie di genitori, che pur venendo da famiglie di tradizione cristiana, non chiedono il Battesimo per i loro figli e di fatto non li avviano a nessun sacramento e vita cristiana. Ci sono anche molti che pur avendo chiesto e celebrato il primo dei sacramenti, poi non coltivano nei loro figli l’appartenenza alla Chiesa, non li mandano al catechismo e alle varie tappe sacramentali come la Prima Comunione e Cresima. E allora anche a me stesso chiedo… perché?

Il Battesimo ormai sembra resistere più come tradizione che come piena consapevolezza di appartenenza attiva alla comunità dei discepoli di Gesù. Viene vissuto e anche chiesto come segno culturale ma con sempre minor conoscenza effettiva di cosa si tratta e cosa comporta non solo per chi lo riceve ma anche per chi lo chiede come famiglia.

Giuseppe e Maria portano Gesù al Tempio per adempiere ad una tradizione, e l’evangelista Luca che ci racconta questo episodio rimarca più volte l’aspetto tradizionale di questo gesto, cioè sul “quando” (“quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale”) e sul come si svolge (“offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore”). Dicendo questo non si vuole dire che Maria e Giuseppe compiano quella tradizione di riscatto del loro primogenito con superficialità. Entrambi sono dei buoni ebrei e vivono la loro religiosità in modo sincero e allo stesso tempo ossequioso. Il brano proposto si apre e si chiude con la descrizione dell’evento e dei suoi elementi cultuali precisi, e poi tornano alla loro casa per continuare la loro vita normale, come quella di qualsiasi altra povera famiglia ebrea del tempo. Ma è nel cuore del racconto che viene fuori il vero “cuore” di tutto l’evento. Simeone ed Anna, due personaggi che solo qui vengono raccontati, sono il colpo l’ala di tutto il rito, evidenziando il suo “perché”. Entrambi sono persone pie e anch’esse inserite nel sistema religioso e cultuale dell’epoca, ma entrambi sono anche pronti a salti spirituali e sono capaci di riconoscere la presenza viva di Dio in tutto quello che li circonda e dentro i riti.

A me piace questo entusiasmo di fede che accende la profezia in Simeone e nell’anziana Anna, cioè la capacità di capire e riconoscere Dio all’opera. Loro capiscono più degli stessi Giuseppe e Maria il perché Gesù è li nel Tempio di Gerusalemme. Dio sta compiendo la sua promessa proprio dentro quel rito così piccolo e ripetitivo come tantissimi altri. Simeone riconosce in mezzo a centinaia di persone (come solitamente era affollato il grandioso Tempio centro religioso di Israele) la presenza viva di Dio. Sente che quel bambino è un segno non solo per coloro che sono nel Tempio ma per ogni uomo e donna del mondo, per le genti intere del mondo. Con poche precise parole delinea la vocazione di Gesù, che è quella di essere segno di contraddizione e di rinnovamento per il popolo di Israele, un popolo che rischiava di morire in una ritualità vuota e ripetitiva e senz’anima. Anche Maria e Giuseppe pur essendo stati anche loro raggiunti dall’annuncio personale di Dio rischiano di vivere in modo ordinario e solo tradizionale quel rito di Presentazione al Tempio di Gesù. Simeone prima e poi anche Anna sono quindi fondamentali per Maria e Giuseppe, per ridare slancio alla loro missione. C’è bisogno di riscoprire il cuore delle tradizioni religiose, che pur essendo belle e fondamentali, pur dovendole sicuramente custodire e difendere, non possono rimanere però dei vuoti contenitori senza un reale “perché”. Se non accendiamo di profezia, cioè di visione di Dio, la nostra vita cristiana, questa pian piano si spegne e diventa un museo di luoghi e riti che non servono quasi a nulla.

Quando penso ai genitori che chiedono il Battesimo, così come anche quando penso a me stesso che partecipo alla vita sacramentale della parrocchia, voglio quindi tenere accesa la domanda “Perché?”. Perché chiedere il Battesimo? Perché sono cristiano? Cosa mi serve e cosa cambia in me conoscere il Vangelo? Perché vado a messa? Perché…?

Ho bisogno anch’io di incontrare lungo il cammino della mia vita cristiana, fatta di tanti momenti rituali e tradizionali, quale “Simeone” e quale “Anna” che con la loro parola e testimonianza tengano acceso in me il desiderio vivo di Dio, che non spengano l’entusiasmo di vivere la fede e di dirmi cristiano. E so che anch’io ho come vocazione battesimale quella di essere a mia volta un “Simeone e Anna” per coloro che mi sono vicini e che incontro nella vita cristiana. È un mio dovere non solo come prete ma prima di tutto come cristiano di stimolare con le mie parole e il soprattutto con il mio esempio i fratelli e sorelle nella fede, in modo che non spengano anche loro la domanda interiore del “perché” essere e vivere la fede.

Giovanni don

pescare per dare vita

gennaio 25th, 2020 No comments

DOMENICA 26 gennaio 2020

DOMENICA DELLA PAROLA

 

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:

«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,

sulla via del mare, oltre il Giordano,

Galilea delle genti!

Il popolo che abitava nelle tenebre

vide una grande luce,

per quelli che abitavano in regione e ombra di morte

una luce è sorta».

Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

(dal Vangelo di Matteo 4,12-23)

La pesca è una nobile arte, sia per chi la fa di lavoro che per coloro che la fanno per passione, sia fatta con le barche e le reti, sia mettendosi da soli con la propria canna da pesca. Il patrono della nostra diocesi di Verona, San Zeno, è sempre raffigurato con in mano il pastorale a cui è curiosamente penzolante un pesce preso all’amo. La leggenda vuole che Zeno, vissuto nel IV secolo, divenuto l’ottavo vescovo della città, fosse così povero e semplice da andare lui stesso a pescare il pesce in riva al fiume Adige che attraversa Verona. Nella piccola chiesa di San Zenetto, è addirittura conservato il masso sui cui il santo sedeva per pescare. Molto probabilmente la simbologia di quel pesce attaccato al pastorale è ben più ampia e profonda. La simbologia del pesce nel mondo cristiano richiama molte cose. Il pesce scritto in grego era il simbolo di Cristo e con quel segno i cristiani si identificavano reciprocamente in tempo di persecuzioni. Il Vangelo di questa domenica ci narra di Gesù che all’inizio della sua missione di annuncio del Regno di Dio, percorre le regioni più a nord del Regno di Israele, e in particolare in Galilea e lungo di Lago di Tiberiade, detto anche mare di Galilea. Già questa collocazione geografia non è trascurabile per comprendere tutta la vicenda di Gesù e il suo messaggio. La Galilea è detta “delle genti” in modo non certo positivo. È il luogo dove si incrociano e mescolano vari popoli, tradizioni e religioni. Non è certo un luogo “puro” dal punto di vista religioso. Ma è certamente un luogo vivo e proprio qui Gesù compirà grandi segni e darà grandi insegnamenti. E quel lago dove lavorano i pescatori, sarà spesso scenario di insegnamenti e prodigi da parte di Maestro. La Galilea delle genti e il lago sono lo spazio umano nel quale si muove l’uomo Gesù, carico di un messaggio divino che dona vita a cominciare proprio da coloro che in quel momento sono li. I primi sono proprio questi pescatori che per lavoro tirano fuori il pesce dall’acqua per sfamare se stessi e gli altri a cui lo venderanno. Ovviamente tirare fuori un pesce dal suo ambiente significa dargli la morte. Ma è per questo che Gesù, venuto a capovolgere la vita umana dal di dentro, coinvolge nella sua missione di vita proprio questi pescatori chiamandoli a rimanere pescatori, ma non più di pesci per dal loro la morte, ma di uomini per dal loro la vita. Gesù è il primo pescatore di uomini. Con la sua parola e i suoi gesti, getta la sua rete d’amore per raccogliere l’umanità che rischia di annegare nel caos della vita. Le acque nella visione biblica sono simbolo del caos, della mancanza di armonia, della mancanza di Dio. Ecco perché Gesù inizia proprio dal caos della Galilea e dalle acque agitate del lago, per far sperimentare la sua salvezza, che risiede nell’entrare nella rete della relazione con lui e con la comunità a lui legata. Gesù pesca i pescatori e ne fa pescatori come lui, con il suo stile e il suo esempio.

San Zeno con quel pesce penzolante dal pastorale, è stato così per il suo popolo di allora. Ha pescato gli uomini e le donne del suo tempo gettando l’esca della Parola di Dio e della carità cristiana. Sicuramente anche lo stile povero e semplice della sua vita è stato il modo perché la pesca fosse fruttuosa e perché chi cercava l’amore di Dio “abboccasse” con una testimonianza vera.

Questa domenica, la terza dopo il Natale, Papa Francesco ha voluto istituire la “Domenica della Parola”. È l’occasione per tutti i cristiani di riscoprire la bellezza della Sacra Scrittura e in particolare del Vangelo. Il Vangelo letto, meditato e messo in pratica è quell’esca che dona vita alla nostra vita di fede che spesso rischia di annegare nel caos della vita. Tutti noi siamo chiamati a diventare dei pescatori di uomini, come lo era Gesù e come lo erano i suoi primi discepoli. Anche noi con la Parola possiamo gettare quella rete che crea rete e fa crescere la comunità cristiana, che è quella barca sulla quale siamo dal giorno del nostro battesimo.

Giovanni don

la fede oltre la superficie

gennaio 17th, 2020 No comments

DOMENICA 19 gennaio 2020

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

(dal Vangelo di Giovanni 1,29-34)

“Conosci Gesù?” era lo slogan scelto da un gruppo di frati venuti in una parrocchia per una settimana per una missione popolare. Le missioni al popolo, che vengono organizzare nelle parrocchie, sono una occasione molto forte di risveglio della fede dentro le comunità cristiane che spesso hanno un po’ spento la fede avendo ridotto la vita cristiana solo ad alcune pratiche tradizionali.

Quando la religione diventa più importante della fede, quando la pratica religiosa con i suoi aspetti esteriori diventa più importante delle motivazioni interiori e dell’amore per Dio, è bene ridare vitalità alla fede e ritornare all’essenziale. Forse è quello che sta accadendo anche nella nostra comunità cristiana e magari anche dentro la nostra stessa vita personale come cristiani. Siamo cristiani, battezzati, frequentiamo con fedeltà i vari appuntamenti religiosi della parrocchia, abbiamo in casa i segni della nostra appartenenza religiosa con immagini che la richiamano, ma… non sentiamo più il calore della fede e quello che in fondo ci spinge nelle nostre scelte di vita, anche quotidiana, non è più il Vangelo, non è la Parola di Dio. È la situazione nella quale si trova il popolo di Israele al tempo dei racconti su Gesù. Il popolo vive una vita segnata da ritmi e leggi religiose, con i capi religiosi che indicano cosa fare e cosa non fare, ma la fede sembra spenta e sembra davvero che non ci sia più vero spazio per un incontro vivo con Dio.

Il Vangelo ci parla di Gesù che appare nella storia del suo popolo come l’intervento definitivo di Dio, per risvegliare la fede del suo popolo e dare compimento a tutte le promesse. In questa storia all’inizio ci sta proprio la figura fondamentale di Giovanni il Battista, protagonista del Vangelo di questa domenica.

Giovanni il Battista dà la sua coraggiosa e decisa testimonianza che Dio è presente in mezzo agli uomini, indicando nell’uomo Gesù questa presenza. Lo fa dando a Gesù un titolo molto significativo per la cultura religiosa dl tempo. Lo chiama “Agnello di Dio”. Con questo titolo l’uomo Gesù è presentato come salvatore che toglie l’uomo da quello che lo allontana da Dio, il peccato. Giovanni non parla di peccati al plurale, perché non si riferisce alle azioni sbagliate dell’uomo e alle sue fragilità. Il Battista dice che Gesù toglie “il peccato”, cioè quel non amore che chiude l’uomo in sé stesso non riconoscendo Dio dentro la sua vita. Giovanni ha questo compito: risvegliare un popolo un po’ addormentato in una religiosità smorta e indica che proprio in quell’uomo che vede arrivare, che non è un re o un superuomo, ma un semplice uomo come tanti, è presente Dio che si fa vivo, che è vivente e concreto, raggiungibile.

L’espressione che mi ha colpito di questo brano e che ricorre ben due volte in poche righe è “io non lo conoscevo…” e che non può che stimolare una domanda che mi faccio personalmente: “io conosco Gesù?”

Conoscere non è solo sapere qualcosa e avere quattro dati. Molto probabilmente Giovanni conosceva Gesù in modo superficiale ma non così profondamente. Ha avuto bisogno di una rivelazione personale che lo facesse andare oltre le apparenze e la superficialità per arrivare a conoscerlo davvero.

Se pure il Battista riconosce di non aver conosciuto bene Gesù, anche io non posso che ammettere che la mia conoscenza di Gesù, della fede e di Dio sono superficiali e che in questa superficialità spesso mi adagio. Conosco davvero Gesù così da potermi davvero fidare delle sue parole della sua proposta di vita? Conosco bene quel Vangelo che mi riporta le sue parole e i suoi gesti? Conosco davvero gli insegnamenti della fede che nascono dal Vangelo e che la Chiesa nella storia ha portato avanti?

Come allora conoscere sempre di più Gesù?

Leggere, approfondire e vivere il Vangelo, questo è il primo modo per conoscere Gesù davvero. E Gesù lo posso conoscere in modo non superficiale se in modo non superficiale incontro chi porta il suo nome oggi, i cristiani come me. Vivere la Chiesa come comunità di battezzati mi porta a conoscere davvero Gesù, che nella Chiesa mette la sua faccia, la sua parola e le sue mani.  Non parlo della Chiesa-Vaticano, come spesso in modo superficiale intendiamo la Chiesa, ma la Chiesa di persone che mi vivono accanto, la Chiesa nella quale già sono, la mia parrocchia o la parrocchia dove decido di vivere la mia fede.

“Conosci Gesù?” è quindi una provocazione che devo e dobbiamo tutti mantenere viva. Non spegniamo questa domanda e in modo altrettanto deciso non spegniamo la nostra curiosità di cercare, conoscere approfondire la presenza di Gesù dentro la nostra vita e dentro la nostra comunità cristiana.

Se non siamo tanto distratti e superficiali troveremo di tanto in tanto qualche “Giovanni Battista” che ci indica la presenza di Gesù dentro la nostra vita offrendoci la possibilità di accoglierlo per davvero. E anche noi saremo a nostra volta spesso chiamati a diventare dei “Giovanni Battista” che con umiltà ma anche con decisione porteremo altri ad incontrare Gesù nella loro vita.

Giovanni don

fede full immersion

gennaio 10th, 2020 No comments

DOMENICA 12 gennaio 2020

BATTESIMO del Signore

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

(dal Vangelo di Matteo 3,13-17)

“Full immersion” è una espressione inglese che letteralmente significa “totale immersione” e che si usa per indicare un’esperienza che coinvolge totalmente in termini di tempo ed energie. Se per esempio dico che faccio un corso di lingua straniera “full immersion” significa che nel poco tempo che ho devo dedicarmi totalmente ad apprendere quella lingua, ed è il metodo migliore per poterla imparare bene e velocemente. Sappiamo bene che le cose importanti, se abbiamo poco tempo, dobbiamo farle in immersione totale, full immersion, anche sacrificando altre cose anche se belle e che ci potrebbero interessare.

L’espressione “full immersion” se ci pensiamo bene non vale solo per i corsi di lingua e qualche mansione da completare in poco tempo, ma vale per le scelte della vita. Le relazioni significative hanno bisogno di una immersione totale perché possano essere fruttuose. Quando due persone che si amano decidono di unirsi in matrimonio, quel legame diventa un “full immersion”, la totale immersione di una vita nell’altra fino a farne diventare una sola. Questo vale anche per l’essere genitori, che comporta, specialmente per i primi anni di crescita dei figli un full immersion che costa realmente molti tagli e sacrifici.

Dio quando decide di entrare di persona nella storia umana lo fa per davvero, in “full immersion”. Se prima lo aveva fatto attraverso profeti e uomini mandati a svelare la sua volontà, con Gesù lo fa ora totalmente e personalmente. Questa scelta di totale coinvolgimento nella storia umana lo abbiamo celebrato nelle liturgie di Natale, sia nel giorno della nascita a Betlemme che nella visita dei Magi. Gesù è Dio che ha preso il corpo, il tempo, le energie umane e le ha fatte proprie. Gesù ha imparato a vivere, muoversi, camminare, parlare, relazionarsi, amare in modo totalmente umano, dedicando a questo tutto sé stesso e tutto il suo tempo. Non è stato umano solo a brevi dosi o come “passatempo divino”. Nei primi secoli della cristianità c’era chi pensava che in fondo Gesù non era vero uomo, perché Dio non poteva mescolarsi fino a questo punto con la bassezza umana. Ma era una eresia, ed è stato ribadito che Gesù era vero Dio e vero uomo, come recitiamo nel Credo. Se appena conclusa la festa dell’Epifania ci siamo affrettati a smontare luminarie e presepi, forse abbiamo dimenticato che il tempo liturgico del Natale si conclude proprio con il ricordo di quel gesto profetico e rivelativo che è stato il battesimo di Gesù nel fiume Giordano. È con quella “immersione” che Gesù ormai adulto, nel pieno delle proprie facoltà e decisioni, non più muto bambino inerme nella mangiatoia (come lo pensiamo sempre a Natale), porta a compimento la sua immersione nell’umanità. Il Natale ora è compiuto totalmente. Fin che è bambino Gesù appare fragile ma tutto sommato innocente e passivo difronte alle azioni degli uomini. Ma ora nelle acque del Giordano, in fila come tutti gli altri uomini, appare a chi lo guarda superficialmente uno dei tanti, con nulla di divino e di speciale. Ma è proprio questa la sua missione e il senso della sua venuta tra gli uomini. L’evangelista Matteo ci dice che proprio quando Gesù è uscito da quel gesto penitenziale, che lo mette definitivamente con tutti gli uomini, la voce di Dio dal cielo lo conferma: “Questi è il Figlio mio, l’amato…”

Si, proprio in questo uomo come tanti c’è il Figlio di Dio, un Figlio amato che realizza il piano di unione di Dio con l’umanità. Nell’uomo Gesù (che significa “il Signore salva”), Dio si lega all’umanità che ritrova la strada verso Dio. Battesimo significa immersione, e Gesù si immerge così nell’umanità in modo definitivo, “full immersion”.

Noi siamo battezzati, con un battesimo che ovviamente non è quello di purificazione che faceva Giovanni il Battista nel Giordano. Noi siamo “immersi” in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Battesimo ci immerge nella sua comunità che è la Chiesa, popolo di battezzati, “immersi” nel Vangelo.

Con il battesimo siamo chiamati davvero ad un “full immersion” nel Vangelo, facendo della nostra vita una copia di quella di Gesù. Non è possibile essere cristiani se non così, facendo delle nostre scelte sempre un riflesso del Vangelo, cercando di riprodurlo in quello che diciamo e facciamo. Non si impara la vita di Gesù in due minuti e non bastano 4 preghiere o la sporadica frequentazione di qualche messa. La vita cristiana richiede quello che ha dentro la parola “battesimo”, cioè immersione, totale immersione, full immersion.

Giovanni don