un vangelo da urlo

novembre 30th, 2018 1 comment

DOMENICA 2 dicembre 2018

I Avvento

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.

Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

(dal Vangelo di Luca 21,25-28.34-36)

“L’urlo di Munch” è una delle opere d’arte pittorica più famose al mondo e rappresentative dell’arte moderna a cavallo tra i XIX e il XX secolo. Edward Munch (pittore norvegese, 1863-1944) nel quadro vuole rappresentare l’improvviso stato di angoscia e terrore che lo prende un tardo pomeriggio quando passeggiando con gli amici, si trova a contemplare la città di Oslo lungo la strada. Il quadro, che non descrive il mondo esteriore ma quello interiore dell’artista, ha in primo piano la figura di un uomo che con le mani al volto, quasi a schiacciarlo, apre la bocca per emettere un urlo che è insieme fortissimo ma anche muto, interiore, mentre il paesaggio attorno si scompone in linee concentriche quasi ipnotiche e il cielo al tramonto diventa come un fuoco. Penso che in questo quadro, di cui esistono ben 4 versioni dello stesso autore, e più volte riproposto e citato da altri artisti, è diventato una delle più efficaci rappresentazioni dell’angoscia dell’uomo moderno difronte alla precarietà della vita, al crollo delle certezze e delle tradizioni, al senso di smarrimento e la mancanza di una speranza nelle relazioni umane.

Penso che questo “urlo” sia molto attuale anche per noi, che viviamo più di 100 anni dopo l’opera di Munch, nella nostra epoca dove vediamo pian piano venire meno le certezze che davano solidità al nostro animo, alle relazioni famigliari e sociali. La religione con le sue tradizioni sembra venire meno, gli scandali dentro la Chiesa ce la fanno apparire sempre meno autorevole e punto di riferimento. Le istituzioni sociali, politiche e anche caritatevoli, sono sempre meno sicure e degne di fiducia. Anche gli esperimenti sull’uomo, come l’ultimo fatto su due gemelli in Cina, sembra che abbiano rotto l’ultima barriera di certezza e di rispetto per l’uomo.  E anche noi, nel piccolo della nostra vita, ogni giorno sperimentiamo la precarietà dei rapporti che credevamo eterni, il tradimento di fiducia data, la perdita di persone care che erano punto di riferimento.

Ma anche il Vangelo di questa prima domenica di Avvento ha nel quadro di Munch un’ottima sintesi. I discepoli di Gesù stanno sperimentando il crollo di tutto il loro mondo di sicurezze: il Tempio di Gerusalemme con il suo culto e tradizioni, centro della fede millenaria di Israele, è destinato a scomparire, ma anche tutto il mondo antico, con le sue divinità, i suoi imperi e potenze sono ad un passo dallo sgretolamento. Gesù con le sue parole sottolinea tutto questo, quando parla di sconvolgimento dei cieli, di angoscia di popoli, di paura che fa morire. Il Signore parlando ai discepoli spaventati intercetta anche le nostre paure, i nostri urli muti interiori che ci portano ad appesantire il cuore.

Ma le parole di Gesù non si fermano a questo, anzi sono un invito alla fiducia e alla speranza quando dice chiaramente “…allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”

Tutto può crollare, anche le realtà umane e concrete sulle quali puntavamo tutto, ma alla fine prevale Gesù e la sua parola. “Figlio dell’uomo” nel linguaggio evangelico significa uomo perfetto, pienamente realizzato. Gesù venendo al mondo (e ci stiamo preparando proprio a questo evento natalizio) è venuto a dirci che l’uomo non è condannato alla precarietà e quindi all’infelicità. L’urlo di angoscia che abbiamo dentro è ascoltato da Dio, e Dio è venuto nel mondo con l’uomo Gesù per mostrarci che è possibile vivere pienamente in ogni situazione, anche la più sconvolgente.

Gesù invita i suoi discepoli a stare diritti, in piedi, non chiusi nelle paure, ma ad affrontare la vita sapendo che l’unica vera incrollabile certezza è quella del Vangelo, è la Resurrezione, è la vita. Siamo persone che possono essere libere e non schiave degli eventi e dei cambiamenti.

L’invito alla preghiera non è un modo per “anestetizzare” il dolore e per metterci una “benda sugli occhi” e fare finta che non ci siano i problemi. Al contrario la preghiera ci porta dentro la tempesta della vita ma con la Parola di Dio nel cuore, con la forza dello Spirito di Dio, cioè del suo amore, facendoci vedere che in fondo siamo amati, siamo capaci di amare, che la felicità non ci è rubata, e che se anche tutto passa, le parole e l’amore di Dio non passano.

Se l’urlo di Munch è l’icona dell’angoscia dell’uomo moderno, Gesù che nasce a Betlemme è la rappresentazione più efficace della vicinanza di Dio ad ogni uomo, di ogni epoca, anche la nostra così precaria e piena di angoscia.

Giovanni don

 

Gesù anti-re

novembre 23rd, 2018 1 comment

DOMENICA 25 novembre 2018

CRISTO RE

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

(dal Vangelo di Giovanni 18,33-37)

La scena del processo descritta dall’evangelista Giovanni è degna del miglior scrittore di bestseller o del miglior sceneggiatore di Hollywood per quanto riguarda il ribaltamento dei ruoli e la fine ironia spiazzante.

Come in certe storie scritte o riportate sugli schermi, chi appare non è quel che sembra e i ruoli dei personaggi sono invertiti per provocare chi assiste alla storia e lanciare un messaggio che va oltre quel che rappresenta.

Il giudice, Pilato, che dovrebbe porre le domande al condannato, viene giudicato dallo stesso Gesù, che rovescia le domande di Pilato mostrando la falsità del suo giudice e puntando a smascherare chi veramente mente e chi dice la verità.

Pilato pone la domanda a Gesù “sei tu il re dei giudei” mostrando che quel che lui dice non viene da una conoscenza diretta ma per sentito dire, e che in fondo non ci crede. La vera domanda che Pilato non ha subito il coraggio di fare viene dopo: “che cosa hai fatto?”, ed è questa la domanda alla quale Gesù vuole rispondere. È quindi l’interrogato a dirigere l’interrogatorio, perché la risposta che viene data è universale, per noi e non solo per il piccolo giudice di Gerusalemme.

Gesù proprio nel momento in cui è umanamente messo in un angolo e sulla soglia della condanna (che è già scritta nel pregiudizio dei suoi nemici e nella paura di Pilato) inizia a mostrare il suo vero volto, quale tipo di re è, e qual è il suo regno. Se davanti a lui ci sono i segni del potere politico di Pilato che rimandano ad un potere più alto che è quello dell’imperatore romano, Gesù mostra i segni del suo modo di essere re, che sono proprio di un “altro mondo”.

Gesù è re in mezzo agli uomini per svelare che nella realtà umana convivono due mondi paralleli ma in conflitto. Quando dice “il mio regno non è di questo mondo” non rimanda a una realtà fuori dalla terra, in un futuro fuori dal tempo e dalla nostra esperienza. Se fosse così sarebbe il segno che siamo condannati a vivere nel mondo dei nemici religiosi di Gesù, quei farisei, scribi e capi del popolo che rappresentano un modo di vivere la religione superficiale, falso, chiuso a Dio. Se fosse vero che Gesù è re di un regno fuori dalla storia, vorrebbe dire che fin che siamo vivi siamo condannati tutti a vivere nel mondo di Pilato, dove la realtà politica è fatta solo di corruzione, dove la società è solo egoismo e violenza. Ma il regno di cui Gesù è re è di un altro mondo rispetto a quello dei capi religiosi e quello di Pilato, ma non fuori dalla nostra portata. È questa la Verità che Gesù proprio sulla croce è venuto a dire in modo definitivo dopo essersi incarnato, dopo aver percorso le strade gli uomini, dopo aver predicato a tutti, dopo aver toccato e guarito o malati, dopo aver accolto i peccatori, dopo aver radunato la sua piccola comunità di discepoli e discepole. La Verità è che l’amore di Dio, anzi Dio stesso che è Amore, è possibile sperimentarlo qui ora dove siamo e viviamo, il Regno di Dio non è invisibile e assente in mezzo agli uomini. Anche se spesso la religione e il potere politico e sociale mostrano un mondo di negatività che è contro l’uomo, il mondo di Dio è qui in mezzo a noi.

Mentre i segni del potere regale nel mondo sono i soldi e la forza, i segni del mondo di Dio sono proprio l’amore, il servizio, la debolezza del dono, la capacità di accogliere anche rischiando… proprio come ha mostrato Gesù. Questa è quella Verità che spiazza Pilato che alla fine non riesce a capire cosa dice Gesù rimanendo con l’interrogativo “E che cosa è la verità?”.

Partecipando al dialogo dell’interrogatorio di Pilato a Gesù in questo processo prima della condanna (molto più lungo nei capitoli 18 e 19) anche noi siamo chiamati a prendere posizione e a non rimanere spettatori passivi e quindi alla fine complici di chi condanna Gesù.

Le parole di Gesù ci obbligano a prendere una decisione ed a entrare in scena, o contro di lui o con lui, scegliendo alla fine dove stare: nel mondo dei Giudei e di Pilato oppure nel mondo di dove Gesù regna, come re, anzi come vero e proprio anti-re.

Giovanni don

Vangelo senza data di scadenza

novembre 16th, 2018 1 comment


DOMENICA 18 novembre 2018

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«In quei giorni, dopo quella tribolazione,

il sole si oscurerà,

la luna non darà più la sua luce,

le stelle cadranno dal cielo

e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

(dal Vangelo di Marco 13,24-32)

Una delle volte in cui fisicamente mi sono sentito peggio in vita mia è stato quando ho mangiato un minestrone scaduto. Ho passato praticamente due giorni a letto (e non solo) perché ho avuto l’inavvertenza di mangiare un minestrone che mi era stato donato da una famiglia ma che non avevo consumato subito. Non mi ricordo se quando l’ho mangiato il sapore era cattivo, ma me ne sono accorto la notte e i giorni successivi. Mi è servita molto come lezione per non prendere sottogamba la questione delle scadenze dei prodotti, specialmente alimentari. La data di scadenza chiaramente segnata sui prodotti è un obbligo di legge proprio per evitare intossicazioni di vario tipo, e anche se nelle tombe egizie sono stati trovati ancora integri dei cibi, non erano per questo commestibili da secoli. Non solo i cibi hanno una scadenza, ci sono anche farmaci e cosmetici, ma anche tutta una serie di prodotti che in un certo modo hanno un tempo limitato di utilità come può essere un calendario e un biglietto del treno…

Sembra proprio che tutto abbia un limite, una scadenza anche nelle realtà umane. Quel che sembra fatto per durare sempre poi ad un certo punto finisce e non ha più forza e validità. Questo è drammatico nelle relazioni umane che tante volte improvvisamente finiscono sia nelle coppie, nelle alleanze sociali, nei patti lavorativi e anche politici e internazionali. Se nei prodotti industriali la scadenza è indicata nel retro della confezione, nelle relazioni umane questa scadenza non è indicata da nessuna parte anche se sembra sia scritta comunque già dentro, e tutto questo ci rende insicuri, chiusi ed precari.

Anche i primi discepoli vicini a Gesù avevano questo senso di precarietà. Loro vedono che il Maestro più si avvicina a Gerusalemme più sembra avere i giorni contati, e all’orizzonte sembra delinearsi la data di scadenza della loro “avventura” per costruire il Regno di Dio. Gesù ha parole forti ed evocative per i discepoli smarriti e preoccupati e spiritualmente sempre più insicuri. Le sue parole sono dirette a rassicurarli: gli sconvolgimenti che stanno sperimentando e il senso di precarietà che li angoscia non sono definitivi, e l’ultima parola non è la morte ma la vita, non è la fine di tutto ma l’eternità. E le sue parole, tutto quello che lui ha detto, con la voce e con i gesti, rimane per sempre. “Le mie parole non passeranno” vale non solo per i discepoli, ma anche per i primi cristiani, che mentre l’evangelista Marco scrive, sperimentano anch’essi la precarietà della loro vita nelle persecuzioni, nella continua minaccia che tutto quel che hanno costruito finisca. E vale anche per noi oggi, così insicuri spiritualmente ed esistenzialmente. Anche come vita cristiana e tradizione oggi sembra tutto così precario. Le tradizioni e i segni secolari della fede sembrano avere la data di scadenza. E così finiamo per cercare la colpa di questo e quell’altro fenomeno storico che porta alla fine del cristianesimo: la secolarizzazione, la modernità, le migrazioni, la presenza di altre religioni “concorrenti” … Ma questo forse vuol dire che non prendiamo sul serio le parole di Gesù che cioè che le sue parole non passano mai, nonostante tutto quello che succede e anche nonostante la nostra stessa fede. Il messaggio di Cristo non ha scadenza e non va mai a male. Non c’è nulla che lo possa fermare e far deteriorare. Forse occorre un po’ più di fiducia e capacità di guardare attentamente la storia e quello che ci succede dentro di noi e attorno a noi. Difronte alla precarietà e alle cose che sembrano finire, siamo chiamati ad assumere lo sguardo che vede anche nelle foglioline piccole sul ramo infreddolito il segno che l’estate verrà. Anche se in questi giorni sembra tutto morire con il freddo dell’inverno che avanza, sappiamo che la primavera e la rinascita della vita arrivano. Così è con Gesù e il suo Vangelo. Sono eterni, non passano, non hanno data di scadenza…

Chiediamo dunque il dono di crederci e affidarci ogni giorno, specialmente quello più buio e precario. E diventi anche il nostro stile di missione verso chi cerca nella precarietà della vita un punto certo e sicuro: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Giovanni don

tutto il Vangelo in due soldi

novembre 9th, 2018 No comments

DOMENICA 11 novembre 2018

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

(dal Vangelo di Marco 12,38-44)

Qualche tempo fa girava in rete un interessante video, che ogni tanto rispunta fuori anche riproposto da altri che lo copiano. Nel filmato si vede una serie di persone che compiono piccoli gesti di carità a catena. Quando uno dei personaggi riceve un gesto gentile e di aiuto (una porta aperta, un bicchiere d’acqua ricevuto, un carrello della spesa spinto, un pezzo di pizza condiviso…) qualcun altro che ha notato quel gesto, immediatamente alla prima occasione lo “replica” verso qualcun altro in una catena di imitazione che migliora il mondo. Sono solamente piccoli gesti quasi banali, che ovviamente non possono essere visti da nessuno se non dagli interessati o da chi osserva attentamente. Sono solamente piccoli gesti ma che però nell’insieme arricchiscono tutti perché diventano testimonianza che è possibile cambiare il mondo anche con quel poco che abbiano e facciamo. Nel frastuono dei grandi eventi mondiali e della grancassa oggi dei mass media e dei social che tendono a amplificare i fatti negativi, c’è davvero il rischio che i piccoli gesti di bontà non siano visti e rimangano invisibili e in qualche modo inefficaci.

Gesù, nel racconto del Vangelo di questa domenica, è ancora nel Tempio di Gerusalemme, luogo per lui difficile per i continui scontri con le autorità religiose e luogo che per Gesù è insieme segno grande della presenza di Dio (per la tradizione religiosa degli ebrei) e allo stesso tempo luogo delle più grandi ipocrisie religiose, dove si sovvertono gli insegnamenti veri di Dio. L’evangelista Marco ci presenta Gesù seduto davanti al tesoro del tempio, dove ognuno poteva dare la propria offerta che secondo le regole non era per il culto ma per i poveri. E tra i più poveri a quel tempo c’erano proprio vedove, orfani, stranieri e ammalati, tutte categorie di persone particolarmente amate da Gesù. Lui è lì insieme con i suoi discepoli, e quel che sta per dire è un ulteriore insegnamento come Maestro che vale anche per i discepoli di oggi, cioè noi. Gesù Maestro dovrà “chiamare” i suoi (“allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro…”) sottolineando in questo modo la loro perenne distrazione e superficialità, che obbliga il Maestro ancora una volta a richiamare l’attenzione proprio come avviene anche oggi nelle scuole, con gli alunni più difficili. Gesù ha notato il gesto piccolo e quasi “invisibile” della vedova che getta due spiccioli nel tesoro del Tempio. È un gesto davvero piccolo e banale se messo a diretto confronto con i gesti più eclatanti dei ricchi che gettano molte più monete. Quei due spiccioli non possono fare notizia vista la quantità minima e la personalità insignificante di chi li butta. Eppure per Gesù sono così degni di nota da diventare il centro di un suo insegnamento di vita e di fede, e fa diventare questa povera vedova senza nome (per la storia, per il mondo, per i discepoli…) un esempio eternamente fissato nel Vangelo.

Gesù vede in quel gesto, piccolo secondo i calcoli dei grandi numeri, un gesto enorme in generosità che mette in ombra le offerte più sostanziose dei ricchi, e le fa apparire così superficiali e quasi egoistiche (danno le loro superfluo). La vedova povera dona soldi per aiutare altri poveri come lei, dona tutto quel che ha perché confida che la Provvidenza non le verrà meno. Anche se immersa in un sistema ingiusto (gli scribi che divorano i beni delle vedove…) non si arrende al pessimismo e crede ancora nel bene al quale dare tutto. È un gesto sicuramente esagerato, folle di speranza, di incalcolabile generosità. Gesù lo vede, lo mette ad esempio perché in quel piccolo gesto vede anche sé stesso, la sua storia. Gesù ha donato tutto quello che aveva come uomo e come Dio per salvare l’uomo, anche se l’umanità si dimostra incapace di capire ed chiusa in sé stessa. È questa la lezione che vuole dare ai suoi discepoli, accecati e sviati dalle offerte più grosse dei ricchi e dalla mentalità secondo la quale solo nei gesti grandi e rivoluzionari dei potenti si possono cambiare le cose.

Questa domenica ricorre anche la memoria liturgia di San Martino di Tours, vissuto del VI secolo, che ancor prima di ricevere il battesimo, mentre era soldato incontra un povero e gli dona la metà del suo mantello. Questo gesto così piccolo di condivisione contiene tutto il Vangelo ed è diventato modello per tanti dopo di lui. La carità di Cristo è fatta di tutti questi piccoli gesti di generosità che possiamo fare anche noi, quotidianamente, senza aver paura di fare poco e che serva a poco. La carità di Cristo è fatta di gesti buoni che ispirano altri gesti buoni di chi ci sta accanto in una catena virtuosa. Occorre allora avere lo sguardo di Gesù che vede nel piccolo tutta la grandezza del suo amore.

Quando stiamo per fare qualcosa di buono per un nostro fratello e sorella, fosse anche solo una parola, un gesto di aiuto, un sostegno anche parziale, e pensiamo che sia inutile difronte all’enormità dei problemi umani e della storia, ricordiamo la vedova nel tempio, la sua fiducia, la sua generosità e il fatto che proprio in quel piccolo gesto Gesù vede sé stesso e la loda, facendola diventare eterna.

Giovanni don