luglio 16th, 2021 No comments

DOMENICA 18 luglio 2021

XVI anno B

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

(dal Vangelo di Marco 6,30-34)

Vi è mai capitato di commuovervi vedendo un film o assistendo ad un’opera teatrale? Ogni tanto capita anche a me e la cosa, se ci penso, la trovo razionalmente assurda e a posteriori mi fa sorridere. La cosa buffa è quando guardando un film una seconda o terza volta, e c’è sempre quel punto in cui mi commuovo sento una stretta alla pancia e gli occhi si inumidiscono… anche se conosco già la storia e sono pienamente consapevole che sono solo attori che stanno recitando una parte di una storia spesso inventata.

Anche Gesù si commuoveva, anche lui ogni tanto sentiva quella stretta alla pancia e probabilmente gli scendevano lacrime che non riusciva a trattenere. Non gli succedeva ovviamente davanti ad un film, ma quando incrociava le storie di dolore delle persone reali del suo tempo. Anche con lui potremmo razionalmente pensare che questa improvvisa commozione è una cosa assurda, dato che lui era Dio e sapeva bene tutto quello che succede e che soprattutto poteva risolvere con poco ogni situazione anche la più drammatica. Eppure il racconto del Vangelo non nasconde questa commozione, che nel termine greco “commozione” usato dall’evangelista si fa riferimento proprio la stretta alle viscere tipica della madre quando si preoccupa del proprio figlio. E nel caso di Gesù non si tratta di una recita ma di umanissima e vera commozione.

Gesù come uomo e come maestro del suo tempo la sofferenza non è mai indifferente. Il soffrire umano di qualsiasi tipo mette in secondo piano tutto il resto, e questo è ben raccontato dall’evangelista che ci narra come i piani di riposo (giusto e doveroso) degli apostoli con Gesù viene sovvertito dalla folla che cerca il Maestro anche là dove si vorrebbe riposare. Gesù vede in questa folla che lo cerca, con tanti problemi diversi e diverse storie, un elemento comune, cioè sono dispersi come un gregge che non ha pastore (e qui l’evangelista fa ricorso ad una immagine molto cara alla Bibbia, quella del pastore che raduna e custodisce il gregge, e che Gesù stesso applicherà a se).

La dispersione porta alla solitudine e alla contrapposizione, mentre c’è davvero bisogno di ritrovare il senso di condivisione e di comunità proprio nei momenti più difficili. La cosa che appare strana nel racconto è che la prima cosa che fa Gesù per questa folla carica di problemi di ogni tipo è mettersi ad insegnare. Non è però un distributore di consigli superficiali, ma un maestro di unità, uno che proprio commuovendosi prima e occupandosi di loro subito dopo, insegna l’amore di Dio con i fatti ancor prima che con teorie. Gesù scendendo dalla sua barca, rompendo lo schema dei suoi piani e mettendosi prima in ascolto di loro e del suo stesso cuore, diventa maestro di umanità, quella umanità vera che ci rende simili a Lui e a Dio stesso. Se ci commuoviamo davanti ad un film con attori che recitano, è segno che non abbiamo un cuore di pietra e un cervello di plastica, ma abbiamo la possibilità di farci “toccare” dentro dalle storie delle persone. Dio stesso si commuove attraverso il cuore umano di Gesù, e solo così l’umanità non viene dispersa in piccole isole di solitudine senza scampo.

Se ascoltiamo il nostro cuore e ci alleniamo a guardare l’altro e la sua storia con disponibilità, arriveremo davvero ad assomigliare a Gesù, non tanto nei poteri soprannaturali delle sue mani, ma in quello che davvero caratterizzava in modo straordinario il Figlio di Dio in terra, il suo cuore.

Giovanni don

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la missione dell’amore

DOMENICA 11 luglio 2021

XV anno B

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

(dal Vangelo di Marco 6,7-13)

“Come è bello far l’amore da Trieste in giù…”.

È il ritornello della canzone “Tanti Auguri” di Raffaella Carrà che mi è risuonata in testa tutto il giorno quando mercoledì scorso sono stato con i bambini e ragazzi del grest al parco Minitalia. Mi ricordavo bene il video degli anni 70 (era la sigla di un programma televisivo) nel quale la Carrà cantava in mezzo ai monumenti in miniatura di tutta Italia. Non era stato girato nel parco di Bergamo dove ero in quel momento con il grest, ma nell’altro che c’è a Rimini, “L’Italia in miniatura”, ma l’effetto era lo stesso. La canzone aveva un testo che per l’epoca era davvero molto trasgressivo, anche se di fondo aveva un messaggio positivo, quando diceva “non c’è odio né violenza quando a letto l’amore c’è”, con una panoramica di tutte le bellezze artistiche e paesaggistiche della nostra nazione, unite da un solo canto che in fondo era gioioso e libero.

L’evangelista Marco nel Vangelo di questa domenica ci racconta della missione che Gesù affida ai suoi 12 discepoli, che già nel numero (dodici) sono il simbolo di un nuovo popolo di Dio mandato nel mondo per cambiarlo. È singolare che in questo invio missionario non si fa riferimento a delle cose da dire, ma è invece centrale lo stile dei missionari, che con quello che sono e con quello che fanno portano un messaggio chiaro.

Non hanno molto da dire, ma hanno soprattutto molto da fare e con uno stile ben preciso. Sono inviati in coppia, come era stile di allora, perché è nello stare insieme con amore che possiamo parlare di amore. Sono inviati da Gesù con la sua forza a scacciare tutto quello che allontana da Dio e rende l’uomo schiavo del male, della solitudine, della cattiveria umana. Sono mandati liberi e poveri, perché proprio nella semplicità ed essenzialità dei mezzi dimostrino che si fidano di Dio più che di sé stessi e delle loro capacità e mezzi. La povertà alla quale sono chiamati (non avere soldi e vestire come le persone comuni e non come i ricchi che hanno due tuniche) è garanzia di libertà e mostra con i fatti che davvero è Dio e il suo amore la loro vera ricchezza e sicurezza.

L’indicazione di scuotere via dai sandali persino la polvere dalle case dove non c’è stato ascolto e accoglienza, ricorda quello che facevano come rito gli ebrei quando rientravano in Israele da una terra di pagani. Per Gesù ora il paganesimo non è avere un altro dio o non essere credenti, ma il vero paganesimo è non accogliere e non ascoltare, in una parola non amare. In pratica Gesù invita i suoi missionari a non avere nulla a che fare con chi ha pregiudizi e chiusure mentali, ma al contrario coltivare invece legami di amicizia e ascolto reciproco con chiunque, indipendentemente da appartenenze religiose, culturali e nazionali.

Quella lontana missione data ai primi discepoli è quasi una prova generale di quello che sarà chiamata a fare nei secoli successivi la Chiesa dopo che Gesù è morto e risorto. In quella missione c’è la missione che abbiamo ricevuto tutti con il battesimo. In quei dodici inviati in quel modo e con quello stile ci siamo tutti noi, tutti, non solo preti e suore e missionari, ma tutti e ovunque siamo. Siamo chiamati davvero a portare non tanto teorie misteriose o un qualche discorso complicato, ma prima di tutto uno stile di vita che è libero e inclusivo. La missione è quella di far vedere in modo pratico che l’amore di Dio è possibile ovunque e per chiunque, basta ascoltare la voce dello Spirito che parla nel cuore umano. La missione è una testimonianza di un mondo nuovo anche dentro il nostro mondo vecchio che ci sembra sempre uguale e chiuso.

Raffaella Carrà cantava che l’amore è bello da Trieste in giù… Per Gesù anche da Trieste in su, e in ogni angolo del mondo e in ogni angolo di esistenza umana. Basta crederci e basta che ci sia qualcuno, e qui è il compito di noi cristiani, che lo testimoni con la vita ogni giorno.

Giovanni don

DOMENICA 4 luglio 2021

XIV anno B

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

(dal Vangelo di Marco 6,1-6)

Fuorigioco! Gesù gioca troppo avanti, oltre la linea difensiva e il suo goal è giustamente annullato dall’arbitro. E l’iniziale stupore si trasforma subito in delusione. Gesù gioca male e va messo fuori dal campo, non rispetta le regole e rovina il gioco di tutti.

Da semplice spettatore del calcio (specialmente in questo periodo di competizione europea) mi viene da commentare così la scena descritta dal Vangelo di questa domenica.

Gesù è nella sua città dove è cresciuto e conosciuto, predica nella sinagoga dove sanno tutto di lui, o almeno credono di sapere tutto… Visto che gioca in casa la sua partita di profeta e messia, venuto a rimettere gli uomini nel gioco di Dio, potremmo pensare che ha gioco facile, ma è proprio questo suo essere ben conosciuto che frena la sua partita. Gesù non sta giocando a calcio, dove ovviamente anche per i fuoriclasse le regole valgono e vanno rispettate, ma sta cambiano il gioco della religione riportandola alla sua vera essenza che è un rapporto vero e diretto tra Dio e l’uomo e gli uomini tra di loro. Gesù usa la parola e soprattutto i gesti miracolosi per comunicare la forza di Dio e la sua presenza nel mondo, ma ben presto appare troppo fuori, troppo “avanti” per essere compreso. In fondo è solo un falegname e di lui si conosce bene la famiglia. Nelle parole dei suoi compaesani riportate dall’evangelista si legge tutto il disprezzo quando viene chiamato non per nome, ma come “figlio di Maria”, senza cioè manco nominare il padre, come fosse un disonore proprio per la famiglia del padre.

Il pregiudizio, cioè il fermarsi alle apparenze e al “già noto” di una persona, frena le relazioni tra gli uomini e blocca persino l’azione di Dio stesso. È singolare infatti come a Gesù viene addirittura impedito di fare miracoli. Non ha senso per lui fare miracoli se questi vengono visti solo come stregonerie e non come segni della presenza di Dio.

Gesù si meraviglia di questa incredulità dei suoi che lo giudicano senza appello. Gesù non finisce mai di rimanerci male difronte alla durezza di cuore di chi giudica e blocca l’altro e blocca anche Dio stesso. Se ci pensiamo bene è la stessa nostra reazione amara quando ci sentiamo giudicati prima di parlare, quando scopriamo che l’altro o gli altri ci guardano sempre allo stesso modo e non vedono il nostro sforzo di crescere e migliorare. Ed è anche quello che spesso facciamo noi stessi con il prossimo quando giudichiamo senza conoscere e ci fermiamo al pregiudizio che mi fa pensare dell’altro “è sempre lo stesso, non cambierà mai, so già dove vuole arrivare…”. E viviamo così anche la religione, quando questa si cristallizza in una serie di piccole regole e piccole tradizioni e non alimenta più la vita di ogni giorno. Arriviamo preoccuparci più delle regole che del cercare Dio dentro la vita di ogni giorno, e la fede non ha più nulla di nuovo da insegnarci.

E così anche con noi Dio diventa incapace di fare miracoli. Non penso tanto a guarigioni straordinarie, ma Dio diventa incapace di rendere noi stessi un suo miracolo, un suo segno potente di amore che cambia il gioco del mondo e fa vincere la Sua partita. Se non accogliamo la novità di Gesù e delle sue parole, se non ci mettiamo in gioco davvero come cristiani, con passione e entusiasmo, la nostra vita di fede si trasforma in un “palleggiare” a bordo campo che non fa vincere nessuno… nemmeno Dio, che rimane in fuorigioco.

Giovanni don

I care

giugno 26th, 2021 No comments

DOMENICA 27 giugno 2021

XIII anno B

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

(dal Vangelo di Marco 5,21-43)

“Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E’ il contrario del motto fascista “Me ne frego”…”

Così scriveva don Lorenzo Milani, giovane prete fiorentino morto a 44 anni il 26 giugno 1967.

La scuola di cui don Lorenzo scrive si trova a Barbiana, un paesino sperduto sulle colline toscane, dove il giovane parroco era stato in qualche modo “esiliato” dal suo vescovo. In questo posto sperduto lui invece trova il luogo ideale dove mettere in pratica fino in fondo il Vangelo, in modo concreto e vero, cioè prendendosi cura dei più dimenticati tra i giovani. Il suo metodo educativo come maestro era proprio quello di prendersi cura di tutti, a cominciare proprio da quei ragazzi che secondo la società erano incapaci di apprendere ed erano scartati. A don Lorenzo stavano a cuore tutti, e insegnava a fare altrettanto, con una scuola che educava ad essere cittadini che si sentono responsabili del bene comune e specialmente dei più deboli.

Il racconto del Vangelo questa domenica ci presenta ancora una volta Gesù alle prese con le povertà e le sofferenze di chi gli sta vicino e incontra per strada. L’evangelista ci racconta come Gesù non rimane indifferente alle sofferenze proprio di chi è più scartato, come erano le donne malate del suo tempo.

Troviamo due racconti di guarigione intrecciati insieme, quello della bambina malata che poi muore e che Gesù resuscita, e il racconto della donna adulta malata da anni di una malattia che la rendeva maledetta.

Mi colpisce come Gesù in mezzo alla folla sente quel tocco carico di speranza della donna malata. Lei tocca solo un lembo del mantello cercando un minimo contatto che possa guarirla. Ma Gesù pur stretto dalla folla e da mille tocchi, lo sente perché avverte la forza del suo amore che esce da lui, e non vuole che quel contatto rimanga superficiale. A Gesù importa di questa donna e vuole che senta non solo il corpo guarire ma anche la sua anima. Gesù non se ne frega dei lamenti, ma semmai se ne frega della superficialità di chi lo vorrebbe tenere separato dai più poveri per farlo rimanere sul trono della fama. Gesù se ne frega persino delle critiche e delle beffe che si fanno di lui quando arriva nella casa di Giairo che lo ha chiamato per la figlioletta malata e poi morta. Il Maestro e Signore vuole entrare in quella stanza di dolore insieme ai genitori della bambina e porta con sé i discepoli perché imparino cosa significa “prendersi cura” per davvero delle sofferenze umane.

In questo tempo di distanziamento sanitario ci sembra quasi “fantascienza” questo continuo toccare e farsi toccare di Gesù, e del suo voler entrare fisicamente in contatto con le persone per guarirle. Ci stiamo così abituando alle relazioni “on-line” e a distanza che rischiamo di rimanere sempre a distanza anche con il cuore da chi sta male e da chi è disagiato. Ma la lezione di Gesù, ripresa anche 60 anni fa da don Milani con il suo “I care”, ci porta a superare le divisioni del cuore e a smettere di tenere le distanze dell’amore.

“I care”, cioè “mi importa… mi interessa”, deve diventare anche il nostro stile cristiano di relazione con la vita e gli altri. Anche rimanendo distanziati e con tutte le precauzioni sanitarie, anche comunicando via telefono o computer, possiamo lo stesso far sentire la nostra vicinanza e toccare il cuore di chi soffre, proprio come Gesù ha fatto.

Giovanni don