siamo fatti di amore

maggio 28th, 2021 No comments

DOMENICA 30 maggio 2021

Santissima Trinità

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»

(dal Vangelo di Matteo 28,16-20)

Siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio. Così ci insegna la Bibbia fin dall’inizio nel racconto della Creazione. Le religioni pagane, per quel che conosco, un po’ ribaltavano questa cosa, immaginando un mondo celeste di tante divinità che possedevano le caratteristiche più diverse dell’uomo e anche del mondo animale e naturale. La mitologia antica ci racconta le storie dei tanti dei legati alle diverse caratteristiche dell’uomo comprese le sue passioni, sentimenti, difetti e limiti. Era dio ad essere fatto ad immagine e somiglianza dell’uomo.

La rivelazione Biblica dell’Antico Testamento e molto più quella del Nuovo Testamento con Gesù, rovescia la prospettiva, e insegna che l’uomo, pur con tutti i suoi limiti ed errori, dentro di sé porta l’impronta di Dio che l’ha creato. È quindi importante conoscere chi è Dio per capire chi siamo noi e ogni altro essere umano, anche chi in Dio non ci crede ma è pur sempre come noi.

Gesù è venuto proprio per questo, per farci conoscere il vero volto di Dio, superando caricature e storpiature che rischiavano non solo di non capire chi è Dio ma soprattutto rischiavano di non farci capire chi siamo noi stessi con le nostre relazioni umane.

Se entro entro la storia di Gesù e ne seguo i passi, le parole e gesti, pian piano scopro che Dio si rivela come Padre buono ed è mosso solamente da amore e che nell’amore concreto del Figlio Gesù realizza se stesso. Siamo stato creati per amore e nell’amore assomigliamo sempre più a Dio.

Tutta la dottrina della Trinità (un solo Dio in tre Persone) ci più sembrare talmente cervellotica da risultare inutile, ma è bello pensare che questa consapevolezza di Dio come Uno e Trino, che in questa solennità festeggiamo, è frutto del lungo cammino dei credenti in Cristo fin dall’inizio del cristianesimo. Questo cammino è stato fatto non per il gusto di astrazione ma proprio per comprendere fino in fondo il messaggio concreto di Gesù. Spesso noi “riduciamo” il cammino cristiano ad una serie di regole morali da rispettare, ma Gesù non è venuto a dare regole ma a dire chi è Dio e chi siamo noi, con la Buona Notizia (Vangelo) che è possibile conoscere Dio e che Lui non rimane distaccato dalla nostra esperienza terrena. Ecco allora che pian piano dentro le parole e i gesti di Gesù raccontati nei Vangeli e nei primi scritti cristiani, si è compreso che Dio è “uno solo” ma non è un solitario, che “dentro” Dio esiste un dinamismo di amore che è talmente grande da “esplodere” nella creazione e soprattutto nell’uomo. La nostra identità profonda non è il male, non è l’egoismo, la violenza e il dolore senza speranza, ma è l’amore di Dio.

Siamo fatti per amare perché siamo fatti di amore.

Quando Gesù risorto chiama sul monte di Galilea i suoi discepoli, alcuni dubitano. Non è un dubbio colpevole, ma il normalissimo dubbio umano che non solo dubita di Dio ma anche dell’uomo stesso, che non ha fiducia in sé. Gesù risorto, ci racconta l’evangelista Matteo, non condanna i discepoli dubitanti e fragili nella fede, ma proprio a loro affida con ancor più convinzione il suo messaggio e il compito di “immergere” (battezzare) ogni uomo e donna della terra nell’amore di Dio che è Amore trinitario.

Oggi le divinità pagane fatte a somiglianza delle passioni e soprattutto dei limiti umani non ci sono più, ma ci sono altre divinità più terrene che le hanno sostituite: il potere, la ricchezza, il profitto… Se guardiamo alla storia, anche quella più recente, sembra davvero che gli uomini siano ad immagine e somiglianza di queste divinità così piccole e terribili. Se il mio “dio” è il denaro allora le mie azioni saranno guidate dalla ricerca del profitto anche a costo di schiacciare il prossimo. Se il mio “dio” è il potere, allora sarà la guerra il mio modo di affrontare le relazioni. Ma se ascolto la buona notizia di Gesù che mi rivela che il mio e nostro Dio è Amore, allora nell’amare anche a costo della vita troverò la mia realizzazione e la mia gioia, fin qui sulla terra.

Giovanni don

Processo al Vangelo

maggio 22nd, 2021 No comments

DOMENICA 23 maggio 2021

PENTECOSTE

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

(dal Vangelo di Giovanni 15,26-27.16,12-15)

Ma se lo Spirito di Dio è sceso sull’umanità, uno Spirito tra i cui frutti secondo San Paolo ci sono l’amore, la pace, la gioia… come mai il mondo sembra dominato da guerre, ingiustizie e tanta sofferenza? E se andiamo nel concreto, proprio nella terra di Gesù, la Palestina oggi, lo Spirito Santo di pace e gioia sembra definitivamente spento da anni di guerre e ingiustizie.

E se la comunità dei cristiani è stata la prima destinataria di questo dono dello Spirito Santo (così come è raccontato dagli Atti degli Apostoli nel giorno di Pentecoste), perché anche dentro la Chiesa oggi ci sono scandali, ingiustizie e poco amore? Che fine ha fatto lo Spirito Santo, il dono della forza di Dio-Amore che Gesù ha promesso e che sta all’inizio dell’esperienza della Chiesa? Qualcosa è andato storto?

Se dovessimo fare un processo al Vangelo, sia oggi sia lungo la storia da Gesù in poi, penso che ne uscirebbe condannato dall’accusa di essere un libro di belle storie e belle promesse ma sostanzialmente inefficace e staccato dalla realtà. E ad uno sguardo superficiale la condanna sarebbe definitiva anche in appello e cassazione.

Ma è proprio lo sguardo superficiale alla storia che dobbiamo evitare, e a fare questo ci invitano proprio le parole di Gesù raccolte nella pagina del Vangelo di questa domenica di Pentecoste.

La Chiesa nella celebrazione di Pentecoste sceglie di leggere due passaggi del grande insegnamento di addio che Gesù fa ai suoi amici e discepoli la notte dell’ultima cena, quando è a un passo dall’arresto e dalla morte in croce. Proprio quegli eventi drammatici sembrano essere la dimostrazione concreta del fallimento di Gesù e dei suoi insegnamenti. La croce appare come la prova definitiva che condanna il Vangelo. Gesù è morto, i suoi discepoli dispersi, i suoi insegnamenti destinati al dimenticatoio. E a vincere nel processo sono i nemici di Gesù.

Nelle parole che l’evangelista Giovanni ricorda, Gesù ha ben presente questo processo a lui e ai suoi insegnamenti iniziato nella storia e che continuerà in futuro fino a noi. Ogni giorno la vita personale dei discepoli e del mondo intero mette sul banco degli imputati la fede cristiana. “Come il mondo ha odiato me, così odierà anche voi…” dice chiaramente Gesù ai suoi amici.

La promessa di Gesù è valida ancora oggi: lo Spirito di Dio guiderà alla Verità intera i suoi discepoli di allora così come quelli di oggi. Anche se il Vangelo sembra condannato dalla storia, proprio dentro la storia lo Spirito lo farà uscire vittorioso, dimostrando che gli insegnamenti di Gesù non sono vani e che Gesù stesso non è assente ma “vivente”.

Nostro compito è quello di metterci in ascolto di questa azione dello Spirito Santo di Dio. Sta a noi scoprire come Egli istruisce il nostro cuore per sentire che Gesù è presente e continua la sua azione di Maestro e Signore. Uno dei modi è proprio la preghiera della Chiesa. Quando come comunità di cristiani si raduniamo a pregare è lo Spirito che rende presente Gesù con le sue parole e i suoi gesti.

La Pentecoste non è solo un evento unico del passato che ricordiamo con le fiamme scendono dal cielo e gli apostoli che parlano miracolosamente tutte le lingue del mondo. La Pentecoste è sempre presente, lo Spirito continuamente scende da Dio dentro il cuore di ogni singolo cristiano così come della Chiesa intera, per quanti limiti abbia il singolo e nonostante tutti i limiti della Chiesa nella storia. È questa la promessa di Gesù a poche ore dalla sua morte: “lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future…”

Nel processo storico al Vangelo lo Spirito ci rende testimoni a favore di Gesù e con la nostra vita guidata interiormente da Dio possiamo provare che nonostante tutti i capi di accusa (le guerre, le ingiustizie, le incoerenze, i disastri umani e naturali, le pandemie, le violenze e il tanto dolore umano) i frutti del Vangelo ci sono e crescono dentro quello che noi viviamo.

Giovanni don

Gesù non è in cielo

maggio 15th, 2021 No comments

DOMENICA 16 maggio 2021

ASCENSIONE del Signore

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

(dal Vangelo di Marco 16,15-20)

Sono fregato! È la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo le parole che Gesù dice ai suoi prima di salire in cielo. Il Maestro Risorto insiste sul credere come modo per salvare la propria vita. E come verifica per vedere se uno crede veramente o no, non ci sono domande di catechismo a cui rispondere con una crocetta o risposta breve da questionario, ma ci sono dei segni molto concreti e… impossibili: “… i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno.

Ho fatto un rapido punto della situazione della mia vita e non ricordo di aver mai fatto esorcismi (ho solo visto l’Esorcista in tv), conosco un po’ di inglese e qualche parola come “buona sera” o “grazie” in altre lingue, non ho mai maneggiato serpenti (di cui ho una paura terribile come Indiana Jones), sono sicuro che se bevo qualche veleno muoio subito e non mi pare di aver mai guarito qualcuno toccandolo, manco me stesso…

Se questi sono i segni che dimostrano la mia fede e che mi salvo, allora sono davvero messo male, e Gesù davvero mi chiede l’impossibile. O forse sono io a capire male?

C’è qualcosa in questo brano che mi suggerisce che forse non devo fermarmi alla superfice delle parole del racconto ma comprendere meglio cosa l’Evangelista vuole trasmettere degli insegnamenti di Gesù. Le ultime righe del brano dicono che Gesù “fu elevato in cielo alla destra di Dio”, ma nello stesso tempo “… agiva insieme a loro con i segni…”

Ecco suggerita la chiave di lettura delle parole di Gesù. Quando viene raccontato che Gesù viene “elevato”, significa che i suoi discepoli comprendono che quel Maestro che hanno conosciuto in carne ed ossa e che proprio perché era vero uomo è morto, ora con la Resurrezione mostra nella sua pienezza che è Dio. Da ora in poi non lo avranno più “davanti” a loro come erano abituati umanamente, ma nemmeno sarà “distante” da loro e irraggiungibile. Dal momento in cui Gesù risorge entra “dentro” di loro definitivamente e le sue azioni e le sue parole diventano le loro azioni e le loro parole. Credere è accogliere Gesù e sintonizzare ogni nostra scelta, gesto e parole alle sue, così come lui ha agito e parlato. Credere è una scelta di testa che diventa scelta concreta di azioni straordinarie. Quello che all’inizio mi spaventava se preso alla lettera (scacciare demoni, parlare lingue nuove… ecc), mi dà delle indicazioni su come fare della mia vita come la sua vita, come tutta la comunità dei credenti diventi segno della presenza di Gesù e non della sua assenza.

Posso scacciare demoni anche io se mi do da fare per scacciare il demone della ricchezza, dell’ingiustizia, del razzismo, del potere. Posso parlare nuove lingue quando comunico a tutti il Vangelo con il linguaggio dell’amore, sapendo che l’amore sincero arriva a tutti, indipendentemente dalla cultura e lingua. Posso prendere in mano i serpenti del male se prendo atto delle mie fragilità e tentazioni e insieme ai fratelli e  sorelle cerco di superarle senza chiudere gli occhi. Se ho il cuore abitato dalla Parola di Dio, anche le relazioni umani più avvelenate da giudizi, malizie, cattiverie non mi faranno morire. E posso fare miracoli di guarigione del cuore quando concretamente mi prendo cura di chi sta male nel corpo e nello spirito, sapendo che una buona parola è potente per il cuore del prossimo come una medicina.

“Non è tanto chi sei, ma quanto quello che fai, che ti qualifica” dice Rachel Dawes a Bruce Wayne nel film “Batman begins”. E anche per noi possiamo qualificarci come credenti e cristiani non tanto dal dirlo, ma dal farlo, dalle nostre azioni che diventano come quelle di Cristo.

Gesù non è nei cieli, distaccato dal mondo e dagli uomini. Gesù salendo in cielo è definitivamente entrato nel mondo, in tutti coloro che ovunque accolgono il Vangelo e lo trasformano in vita, in gesti concreti straordinari e possibili. In questo modo la mia vita non solo è salvata ma diventa capace di salvezza per il prossimo.

Giovanni don

una fede non da servi

DOMENICA 9 maggio 2021

VI di Pasqua

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

(dal Vangelo di Giovanni 15,9-17)

Laura, l’ultima delle mie tre sorelle, mi ha ricordato qualche giorno fa che questo brano del Vangelo è proprio quello che lei e suo marito Stefano avevano scelto per il giorno del loro matrimonio.

Nella preparazione della celebrazione del matrimonio cristiano, la scelta delle letture bibliche è una delle cose più importanti, anzi la cosa più importante per fare di quella liturgia un vero punto di arrivo e di ripartenza della vita di fede personale degli sposi e come coppia. Prendendo spunto anche da quello che in questi giorni come nazione e mondo stiamo facendo nella lotta alla Pandemia, la Parola di Dio deve essere “iniettata” profondamente in quello che siamo e che viviamo, in modo da sentire la presenza sanificante e vivificante di Cristo. Mia sorella e il suo futuro marito sentivano che queste parole che Gesù nell’Ultima cena rivolgeva ai suoi discepoli come testamento, erano le parole giuste per il loro progetto di vita, e davano la prospettiva vera per quello che stavano costruendo come famiglia. E lo è ancora per noi oggi, per me!

Questo passo del Vangelo è dentro quel discorso del Maestro iniziato con l’immagine molto efficace della vite e dei tralci. Gesù insiste con i discepoli nell’insegnare di un legame tra lui e loro che è fondamentalmente un legame di amore. Questo legame è “riflesso” del legame d’amore che c’è in Dio stesso. Vivere legami d’amore veri significa, in altre parole, capire e vedere Dio stesso.

“Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore… Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”

Gesù comanda ai suoi l’amore reciproco perché sa che in quest’amore c’è vita per i suoi, e nell’amare trovano quella gioia profonda che non è un’allegria di un momento, ma una profonda e solida pace che rimane anche nei momenti tristi e difficili che sono inevitabili nella vita.

Ma l’amore è impegnativo, e spesso incredibilmente lo temiamo e lo evitiamo.

Gesù ai suoi discepoli ricorda che tra lui e loro c’è un legame non come tra servo-padrone, ma un legame da amici. “Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamato amici…”

Spesso viviamo la religione con l’atteggiamento del servo. Pensiamo che vivere bene la fede sia principalmente conoscere gli ordini di Dio-Padrone, eseguirli il meglio possibile, temendo la punizione e sperando nel premio. Nella vita da servi al centro del rapporto con il padrone ci sta l’ordine da eseguire, del quale non importa sapere se è giusto o sbagliato, perché lo si deve solo eseguire. In fondo essere servi è più “facile” perché non comporta altro che lo sforzo di eseguire gli ordini senza un coinvolgimento del cuore e della mente e della vita. Padrone e servi hanno in fondo prospettive di vita e finalità diverse…

Ma Gesù non vuole servi, lui vuole amici, e vuole che i suoi amici conoscano e condividano con lui prima di tutto il cuore, la sua visione di Dio e del mondo e abbiano a cuore quello che lui ha a cuore.

Questo significa che il nostro legame con Gesù non si può risolvere in qualche pratica religiosa e nella sola preoccupazione di vivere secondo le regole, ma deve essere come un legame d’amore. Proprio come un legame di due sposi che decidono di vivere insieme per la vita.

L’amore vero per Gesù trasforma il nostro servizio al prossimo e ce lo fa sperimentare non come una esecuzione di doveri per evitare la punizione, ma come strada per vivere la gioia di Dio dentro la nostra vita. Vivere la fede come legame di amicizia e di amore ci permette di raggiungere quella gioia che cerchiamo come esseri umani ogni giorno.

Questa domenica viene dichiarato beato dalla Chiesa, cioè esempio di vera fede, il magistrato Rosario Livatino, ucciso dalla Mafia a 38 anni nel 1990. In questo giovane magistrato siciliano abbiamo un esempio molto concreto di cosa significa amare secondo il comandamento di Gesù e vivere nella sua amicizia: servire la giustizia anche a costo della vita, credendo che in questo servizio si realizza l’amicizia tra Gesù e i discepoli, e si guadagna la vera gioia, che non si trova nei soldi, nella carriera e tanto meno nella violenza.

Giovanni don