Salvato da un grazie

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DOMENICA 9 ottobre 2016

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. 
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

(dal Vangelo di Luca 17,11-19)

Nel film “Una settimana da Dio” del 2003, il protagonista Bruce, interpretato da Jim Carrey, è arrabbiato con Dio perché tutto quel che gli succede va storto e Dio sembra ai suoi occhi indifferente se non addirittura sadico nei suoi confronti. Dio allora gli appare e per un certo tempo gli dà tutti i suoi poteri e gli cede il posto a governare il mondo e risolvere tutti i problemi dell’umanità. Il film, che è una di quelle commedie all’apparenza leggere ma con un messaggio molto serio di fondo, ci fa vedere come Bruce, diventato onnipotente (come dice lo stesso titolo originale in inglese “Bruce Almightly”) non riesce a gestire gli immensi poteri che ha ricevuto, specialmente perché ne fa un utilizzo tutto sommato egoistico vedendo solo se stesso al centro del mondo. Essere Dio non è affatto facile, e Bruce scopre che non servono miracoli esterni per avere la vita salva, ma basta scoprire che con quel che siamo (e che Dio ci ha messo dentro… aggiungo io) diventiamo capaci di essere noi stessi un miracolo prodigioso per gli altri e il mondo.

La storia narrata dal Vangelo è molto simile a mio avviso. L’evangelista, come capita in quasi tutti gli altri episodi di miracoli di Gesù, non descrive l’azione prodigiosa della guarigione dei 10 lebbrosi, ma sottolinea come il vero miracolo è già dentro l’uomo. I 10 uomini, che hanno una malattia che non solo li mina nel fisico ma soprattutto li rende impuri davanti agli uomini e, secondo la visione religiosa del tempo, rifiutati da Dio, si rivolgono a Gesù per un gesto di pietà. Gesù non li guarisce direttamente, ma loro si ritrovano guariti mentre si allontanano da Gesù a compiere il gesto di presentazione ai sacerdoti che avrebbero dovuto constatare la loro guarigione e la successiva reintegrazione della comunità. Hanno certamente un primo atto di fiducia in Gesù, eseguendo un suo comando ancor prima di essere guariti. La guarigione avvenuta sulla loro pelle però sembra non penetrare nel loro cuore. Gesù non ha voluto mostrare poteri strani davanti a loro, ma li lascia liberi di accorgersi di quel che accade loro e di trarne le conseguenze.

Gesù si domanda “E gli altri nove dove sono?”, e anche noi ce lo domandiamo. Di fatto sono usciti di scena e forse sono realmente andati dal sacerdote a rispettare la legge religiosa del tempo. Questa legge religiosa infatti in maniera davvero distorta divideva la società in maledetti e benedetti, esclusi e inclusi anche a seconda delle malattie. Gesù più volte contesta questa visione distorta di Dio.

Rimane in scena solo uno, un samaritano, uno straniero potremmo dire, proprio uno che forse era il meno condizionato dalle consuetudini religiose del tempo. Solo lui si accorge di Dio e torna a lodarlo in Gesù. Quel maestro Gesù che non sembra aver fatto nulla di strano riguardo la sua guarigione, per l’uomo guarito invece rappresenta il volto umano di Dio. Torna a ringraziare con un movimento spirituale che evidenzia che il miracolo lo ha già dentro e lo salva in maniera più profonda rispetto alla guarigione della pelle.

Il saper dire grazie a livello umano, che sembrerebbe una cosa banale da confinare ai piccoli doveri di buona educazione, in realtà ha la potenza di salvare la nostra vita, perché apre alla conoscenza di Dio accanto a noi, e ci apre ad un modo nuovo di stare tra esseri umani.

Per dire grazie bisogna saper riconoscere che da soli non possiamo fare nulla e che siamo uno affidato all’altro, con le nostre povertà, ma anche con le nostre immense capacità umane.

Chi sa dire sempre grazie, non rimane incatenato dal quel senso di pretesa che ci rende uno nemico dell’altro, in una terribile gara a chi pretende di più in continue accuse reciproche e recriminazioni.

Sarebbe bello misurare la nostra giornata in quanti “grazie” riusciamo a dire, scoprendo quanto amore, anche in microscopiche dosi, riceviamo che è segno del grande amore di Dio. Sarebbe bello anche vedere quanti “grazie” sappiamo suscitare in chi ci sta accanto, senza pretendere nulla, ma con il desiderio di fare anche poco ed esser così segno dell’amore di Dio che passa attraverso i nostri gesti.

Bruce di “Una settimana da Dio” ad un certo punto perde tutti i poteri e scopre che non mettendosi al centro del mondo, ma in una visione di insieme, alla fine la sua vita si apre e diventa capace di miracoli incredibili con la semplice capacità di amare il prossimo. E se all’inizio del film lo abbiamo incontrato sempre scuro in viso, sarcasticamente chiuso in se stesso, alla fine lo troviamo guarito e illuminato in viso e nel cuore.

Ogni domenica ci troviamo a dire grazie nell’Eucarestia, che significa letteralmente “rendimento di grazie”.

Diciamo grazie a Dio e da lui impariamo a dirci grazie reciprocamente, riconoscendoci comunità di persone che si amano, si sostengono, si aiutano, condividono.

E in questo modo, senza interventi divini soprannaturali, diventiamo capaci di guarire noi stessi e il mondo dalla lebbra dell’egoismo e della solitudine, che genera malattie contagiose come l’odio, la vendetta e la guerra.

Dove sono gli altri 9 incapaci di dire grazie? Iniziamo anche noi con il primo grazie del mattino a non essere perduti come loro, ma come il samaritano, al quale Gesù dice “la tua fede ti ha salvato”, il tuo grazie ti ha salvato!

Giovanni don

  1. Eloisa
    ottobre 9th, 2016 at 21:31 | #1

    Continua il discorso sulla fede. Credo che tutti vorrebbero averla la fede; credo che il bisogno di Dio lo sentano tutti, proprio tutti. Ma nella vita sono tanti gli ostacoli che impediscono di vedere Dio e di avere fiducia in Lui, dunque quello della fede è un cammino tortuoso. Molti sono atei,infatti, perché non vedono Dio in azione contro i mali che oscurano l’esistenza degli umani. Perché non vengono dissipate le nubi nere che turbano la festa della vita.
    Spero che Dio tenga conto della pochezza degli esseri umani nel discernere la Sua presenza in questo mondo terreno.
    Signore, aiutaci a vederti!

  2. Giuseppe
    ottobre 11th, 2016 at 09:08 | #2

    “Diciamo grazie a Dio e da lui impariamo a dirci grazie reciprocamente, riconoscendoci comunità di persone che si amano, si sostengono, si aiutano, condividono. E in questo modo, senza interventi divini soprannaturali, diventiamo capaci di guarire noi stessi e il mondo dalla lebbra dell’egoismo e della solitudine, che genera malattie contagiose come l’odio, la vendetta e la guerra”.

    Giusto, don Giovanni. Perché, presi dalla frenesia dei nostri tempi e dall’assurda pretesa che tutto ci è dovuto, abbiamo disimparato a dire “grazie”? Perché dobbiamo per forza prendere una cosiddetta “tranvata in faccia” per accorgerci che stiamo sbagliando nella nostra personale “classifica di importanza” che diamo ai momenti della nostra vita? Dobbiamo re-imparare il significato della parola “grazie”. Dobbiamo re-imparare ad usarla di più. In pratica, dobbiamo re-imparare a vivere come fratelli. Che il Signore ci aiuti affinché possiamo fare questo.

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