il talento dell’amore

carità con i fatti (colored)

DOMENICA 19 novembre 2017

Giornata Mondiale dei Poveri

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.

Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.

Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.

Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.

Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

(Vangelo di Matteo 25,14-30)

Quando a Michelangelo venne proposto il lavoro di affrescare la volta della cappella dei papi in Vaticano, la Cappella Sistina, era un giovane e affermato artista il cui talento era riconosciuto ovunque in Italia. E quando dopo vent’anni dipinse il Giudizio Finale sulla parete dell’altare della stessa Cappella, era uno dei massimi artisti riconosciuti e punto di riferimento per quelli più giovani emergenti. Il talento artistico di Michelangelo emerge in tutta la sua grandezza ancora oggi nel rappresentare le Storie della Bibbie e nella rappresentazione di Dio creatore e di Cristo Giudice alla fine della storia. Partendo dalla parabola di Gesù letta questa domenica che parla di talenti dati e fatti fruttare, Michelangelo è davvero un ottimo testimonial del Vangelo. Eppure è proprio nella rappresentazione dipinta da Michelangelo di Gesù Giudice del mondo possiamo essere tratti un po’ in inganno. Quella dipinta da Michelangelo è ovviamente una visione molto legata agli insegnamenti del suo tempo, ma è proprio la pagina del Vangelo di oggi che ci spinge a porre attenzione alla corretta immagine di Dio che dobbiamo coltivare, una immagine di Dio dentro di noi e che poi si traduce in azioni.

Gesù “dipinge” Dio come un padrone che è così generoso con i suoi servi da dare loro parte della sua immensa fortuna. Un talento era una unità di misura in oro corrispondente circa a 30-40 chili. Tutti i servi, anche se in misura diversa, ricevono quindi tantissimo, e se facciamo attenzione ai termini usati Gesù non parla di “prestito” e di restituzione, ma di vero e proprio regalo. L’accento del racconto è quindi prima di tutto sulla generosità del padrone e sulla sollecitudine dei servi a mettere a frutto quel che hanno ricevuto, con un senso di gioia e di impegno che alla fine hanno un risultato ancora più grande. Il padrone, dopo aver constatato l’entusiasmo e l’operosità dei servi, dona loro ancora di più, facendoli entrare nella sua gioia, quasi assimilandoli a se stesso come figli. Ma la provocazione più forte viene dall’ultimo servo. Lui sotterra la sua fortuna, quella che ha ricevuto in dono. Ha paura di non poter restituire al padrone, che però nel consegnare i talenti non ha parlato di restituzione. Vede il suo padrone come un giudice pronto a condannarlo se non sa guadagnare e restituire. Ha una visione così distorta del padrone da chiudersi anche la possibilità di vivere quel che ha ricevuto. Alla fine si trova escluso dalla gioia del padrone e dal vivere come figlio, al contrario dei primi due.

Ecco dunque il talento sprecato e sotterrato dalla paura di non farcela e prima ancora dalla visione distorta verso chi glielo ha dato. Diventa un servo inutile e pigro che spreca non solo il talento ma la sua stessa vita e non diventa mai come un figlio per il padrone.

Gesù ancora una volta in questa parabola vuole provocare la nostra fede a rivedere la nostra visione di Dio Padre e anche di lui stesso. Dio è quel padrone che dona agli uomini tutta la possibilità di essere felici, di amare e vivere la vita in modo pieno. Dio ha donato agli uomini il suo più prezioso talento, che è Gesù, il suo Vangelo, la sua testimonianza. Dio Padre dona il suo Spirito Santo d’amore, che in noi diventa la nostra stessa vita fisica e spirituale e la nostra capacità di amare. Amare e vivere, vivere amando, amare con la vita, questi sono i nostri talenti che non possiamo sotterrare per la paura di non farcela e pensando a Dio come Giudice implacabile e controllore.

“Non amiamo con le parole ma con i fatti” è lo slogan della prima giornata mondiale dei poveri che papa Francesco ha voluto istituire come conseguenza del Giubileo della Misericordia. A volte le parole, tante parole, che usiamo per parlare di amore, solidarietà, altruismo, rischiano di seppellire e raggelare il talento dell’amore che abbiamo dentro e che ci viene da Dio. Gesù che per primo ha amato con i fatti, cioè con la sua vita, mi insegna e mi sprona a impiegare il mio talento d’amore per moltiplicarlo e diventare così ancora più simile da Dio come padre, e non a temere Dio come Giudice e padrone duro e severo.

Come Michelangelo ha impiegato al massimo il suo talento artistico con opere che rendono gloria a Dio e celebrano le capacità umane, così anche io posso rendere la mia vita un capolavoro se non seppellisco il talento di amare che Dio mi ha dato e che mi rende simile a Lui, senza paura.

Giovanni don

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