la rivoluzione del buon pastore

DOMENICA 12 maggio 2019

quarta di Pasqua

 

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 

Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 

Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

(dal Vangelo di Giovanni 10,27-30)

Davvero un Vangelo-flash questa quarta domenica del tempo Pasquale. È tradizionalmente la domenica detta del “buon pastore”, perché si legge sempre una parte del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, che ha al centro questa immagine del pastore che guida le pecore dentro e fuori il recinto. Gesù si identifica con la porta del recinto (“io sono la porta delle pecore” Giovanni 10,7) ma soprattutto si identifica con il pastore che si prende cura delle pecore e per loro è disposto a tutto, anche a morire (“io sono il buon pastore” Giovanni 10,11).
Questa del gregge di pecore è una immagine molto cara a chi ascoltava Gesù al suo tempo. Il popolo di Israele nella Sacra Scrittura è spesso paragonato ad un gregge che ha bisogno di pastori che se ne prendano cura contro le avversità e pericoli. Il popolo aveva sperimentato falsi pastori che alla fine si erano dimostrati proprio come dei mercenari, cioè non interessati al bene del popolo, a guidarlo realmente nella volontà di Dio, ma interessati solamente al proprio bene e tornaconto. Ecco allora che Gesù si dichiara come il vero pastore, quello definitivo e unico, che è li non per se stesso, ma per le pecore, per il popolo. La sua vita dipende dal benessere del gregge con il quale stabilisce un legame fortissimo di conoscenza e amore. Davvero in questa immagine c’è in sintesi tutto Gesù e la sua storia.
Le parole riportate nel brevissimo passo di questa domenica si incentrano proprio su questa conoscenza-amore che lega il pastore alle pecore, cioè sul legame che Gesù vuole stabilire con i suoi discepoli e, attraverso di loro, nel tempo, con tutta l’umanità.

Sono poche righe di una immagine, quella del buon pastore e delle sue pecore, che inquadrano benissimo chi è Gesù e chi siamo noi e quale è la missione della Chiesa.

La Chiesa nella sua azione che chiama “pastorale” (riferendosi a questa immagine del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni) ha la propria missione nel condurre a Dio i fedeli, e nel proteggerli da tutto quello che allontana e disperde. La Chiesa, comunità dei credenti, ognuno con il proprio compito e vocazione, è come Gesù che si prende cura delle persone, con lo stile di Gesù. Lo stile di Gesù è nella conoscenza della voce di chi ama, perché chi ama conosce anche da lontano la voce, le espressioni, le singole parole della persona amata. Ascoltare quindi è fondamentale nella comunità cristiana: ascoltare il Vangelo, ascoltarsi reciprocamente, con fiducia reciproca, con pazienza, senza pregiudizi. In questo sta la presenza di Gesù risorto dentro ogni singolo credente battezzato, nell’ascoltarsi e amarsi reciprocamente.

E verso chi sta fuori dalla comunità, lo stile non è quello della conquista, della critica senza appello, della condanna a priori… Lo stile della Chiesa è ancora una volta quello di Gesù pastore buono, a cui interessa radunare e dare la vita e non condannare e punire.

In questa immagine del pastore che dà la vita per le pecore perché siano unite tra loro e con lui, c’è una specie di “rivoluzione” del modo di intendere la religione stessa. Essere credenti non è dare la vita a Dio, annullando sé stessi per una volontà suprema alta e spesso inconoscibile, a cui dobbiamo totale sottomissione. Questa pagina del Vangelo, che è specchio di tutta la storia di Gesù, ci ricorda che è Dio a donare sé stesso per l’uomo, perché abbia la vita piena e realizzata nell’amore. E’ Dio a scendere a livello umano e ad annullarsi proprio perché io possa vivere pienamente quel che lui ha messo dentro il mio cuore. Dio si prende cura di me per liberarmi da egoismi, giudizi, paure, cattiverie che spesso sono come lupi che mi uccidono spiritualmente e mi separano dagli altri.

Essere cristiani è avere un Dio che si fa guida per amore e non chiede altro che fidarsi della sua parola che è per noi, che Lui stesso esiste per noi.

Da una religione di “io per Dio”, a una fede che mi insegna che “Dio è per me”… e “io per gli altri”!

Questa è la rivoluzione del buon pastore.

Giovanni don

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