il cielo in una chiesa

DOMENICA 27 ottobre 2019

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

(dal Vangelo di Luca 18,8-14)

Qualche giorno fa ho finalmente potuto visitare una costruzione molto particolare, l’abbazia di San Galgano, in provincia di Siena. La grande chiesa è un edificio in stile gotico del tredicesimo secolo singolare per la mancanza del tetto crollato dopo che il complesso abbaziale era stato abbandonato. Entrando nella chiesa, totalmente priva di altari e decorazioni pittoriche, si nota subito che sopra le alte pareti, le finestre i rosoni e i fasci dei pilastri la volta con gli archi è scomparsa e al posto si vede direttamente il cielo. Questo effetto di visione del cielo dentro una chiesa è stato spesso cercato dai costruttori di edifici di culto cristiani. Non è raro infatti trovare le volte di tante chiese dello stesso periodo di San Galgano con il soffitto dipinto di colore azzurro con tanto di stelle e astri. Anche nel periodo barocco si trovano molte chiese dove il pittore ha ricreato nel soffitto un finto cielo aperto con elementi aerei, con nuvole e un volo di personaggi angelici e biblici, così che coloro che stanno pregando in basso, a livello del pavimento, possono aprirsi alla visione del cielo e di Dio.

È proprio questo lo scopo e il senso della preghiera personale e comunitaria: aprirsi alla visione di Dio dal nostro livello e anche far si che Dio possa entrare nel profondo del nostro cuore. La preghiera è coltivare il “tu” della vita di fede, un dialogo che ci eleva a Dio e porta Dio al nostro livello.

Gesù come maestro di fede è immerso nella vita umana e religiosa del suo tempo e nota come spesso gli uomini si chiudono in un giudizio incrociato che distrugge le relazioni e isola le persone.

Gesù si accorge che proprio coloro che vorrebbero apparire i più religiosi e fedeli ai dettami della religione, alla fine si chiudono in sé stessi, si autoesaltano e trattano con disprezzo gli altri.

Nella parabola dei due uomini che salgono al Tempio a pregare, Gesù fotografa bene due atteggiamenti di vita religiosa e anche umana, due modi di relazionarsi a Dio e anche a coloro che sono figli di Dio, gli altri uomini e donne.

Il fariseo con la sua preghiera nella quale fa un elenco di buone azioni e  si separa con disprezzo da chi non è come lui, si dimostra totalmente chiuso in se stesso, chiuso a Dio e al prossimo. La sua non è una vera preghiera che sale a Dio e che permette a Dio di scendere in lui. Le sue parole dimostrano che il cielo sopra di lui è chiuso e le sue parole non superano l’altezza della sua bocca. È una preghiera senza cielo, senza Dio. E questo ha conseguenze nella sua vita anche fuori dal tempo della preghiera, infatti una chiusura a Dio come “tu” porta alla chiusura anche al prossimo che quindi viene affrontato non come un fratello ma solamente come un nemico da cui stare distanti.

Diversa è la brevissima preghiera del pubblicano, che invece ha il cielo spalancato sopra la sua invocazione di misericordia e il suo gesto di affidamento. Non alzando gli occhi al cielo dimostra che si è accorto del cielo e si sente piccolo davanti a Dio. Nelle sue poche parole dichiara che di suo non ha nulla ma si aspetta tutto da Dio, incominciando dal perdono che non pretende ma invoca fiducioso. C’è molto cielo sopra di lui e pian piano questo cielo vasto e luminoso scende anche nel suo cuore. Ha il cuore così pieno di cielo, di Dio, che non c’è spazio per giudizi e rancori, per rifiuti e cattiverie verso il prossimo.

La parabola di Gesù non vuole essere una indicazione su “come” pregare, ma su come vivere e impostare la propria relazione con Dio e con coloro che di Dio portano l’immagine nel volto, cioè gli altri e in particolare i più lontani e poveri.

La comunità cristiana quando si raduna non lo fa per chiudersi in sé stessa e giudicare il mondo come nemico e cattivo. È una grande tentazione quella di sentirsi gli eletti e giudicare chi ha tempi, stili di vita, e fedi diverse dalla nostra. Anche noi come comunità cristiana siamo chiamati a spalancare il cielo sopra di noi, ma non con un finto cielo dipinto di parole rituali e gesti esteriori. La comunità cristiana, così come il singolo cristiano, deve togliere il tetto della propria vita e lasciare che Dio arrivi proprio la dove ne abbiamo bisogno e che ci renda davvero accoglienti.

Penso che la chiesa dell’abbazia di San Galgano affascini i visitatori come me proprio per questo: è un invito simbolico a togliere le chiusure che ci imprigionano nei nostri egoismi ed autoesaltazioni come cristiani sia verso Dio come verso i fratelli iniziando a così contemplare la bellezza sempre nuova del cielo che Dio vuole donarci.

Giovanni don

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