untori del Vangelo

DOMENICA 9 febbraio 2020

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

(dal Vangelo di Matteo 5,13-16)

Sale, luce, città su un monte, lampada…

Sono tutte immagini che in successione rapida Gesù usa per definire i suoi discepoli, per aiutarli a trovare la loro identità come missionari del Vangelo. L’evangelista Matteo colloca questi discorsi di Gesù ancora sulla montagna appena dopo la proclamazione delle Beatitudini, uno dei testi più straordinari del Vangelo. Le Beatitudini che ribaltano la visione di Dio e del mondo, sono la vera legge di riferimento per il nuovo popolo di Dio, che nasce dalla antica Legge di Israele, dai Comandamenti dati sul Monte a Mosè. Le Beatitudini vanno ben oltre i comandamenti senza eliminarli ma diventano ora il vero punto di riferimento dei discepoli di Gesù, allora come oggi, per i discepoli di Gesù allora e noi oggi. Dopo aver consegnato loro le Beatitudini, Gesù, guardando in faccia i suoi discepoli e amici, entra nel loro cuore per dire chi sono e come vivere il loro essere discepoli. Non usa termini che indicano schiavitù, servizio, giudizio, obblighi o minacce di castighi. Ma usa immagini che incoraggiano, danno forza e rivelano la profonda stima e fiducia che prima di tutto Dio stesso ha verso gli uomini, e in particolare Gesù verso i suoi discepoli. 

Siete utili e preziosi come il sale, sapendo che il sale allora era usato anche come denaro (la parola “salario” viene da lì)

Siete come luce in un mondo pieno di oscurità che fanno perdere orientamento, speranza e umanità.

Siete un punto di riferimento per chi cerca la strada della propria vita perché si è perso o è stato abbandonato, proprio come una città su una montagna che se anche è lontana diventa speranza di arrivo e porto sicuro.

Siete come una lampada che dentro una casa è importante non tanto per essere ammirata, ma perché permette le persone di vivere, conoscersi, stare insieme e parlare, e quindi non va nascosta inutilmente sotto un letto.

Sono immagini davvero molto belle, e anche se nate in un contesto lontano dal nostro, meno tecnologico, sono ancora estremamente efficaci per ridare slancio alla nostra fede, della quale spesso non capiamo il perché e non capiamo il senso del nostro essere cristiani oggi nel mondo.

Queste espressioni andrebbero secondo me rilette con calma, meditate profondamente, sapendo che sono un chiaro modo per definire chi siamo e perché c’è bisogno della nostra fede, del nostro essere cristiani.

Gesù quando parlava ai suoi aveva in mente il loro mondo e la loro esperienza umana, e a questa esperienza lui attaccava il suo insegnamento in modo che non apparisse come un vuoto ragionamento con termini astratti, ma qualcosa che partendo dalla vita arrivasse alla vita, quella concreta.

Vorrei aggiungere anche io una immagine, un po’ provocatoria e legata al contesto attuale.

Oggi si parla ovviamente molto dell’emergenza del coronavirus. Non è certo il primo caso di crisi internazionale legata ad un’epidemia di malattia, ma oggi ad occupare l’attenzione di tutto il mondo è la diffusione di questo virus partito da una regione fino ad ora per noi sconosciuta della Cina di cui ancora è sconosciuta la cura.

Il virus abbiamo visto quando sia insidioso, quanto possa essere trasmesso dal contatto diretto, da persona a persona. Lo si può contenere solo con un isolamento, separando le persone contagiate o ipoteticamente contagiate, impedendo così di diffonderlo. Abbiamo visto in Cina venir isolate intere enormi città con milioni di persone e ormai tutti girano con una mascherina per impedire il contagio. E a questo si è aggiunta la paura che diventa psicosi, e così basta vedere un uomo o donna dalle fattezze orientali (anche se non è cinese…) e subito ci si sente in pericolo e vulnerabili. Bisogna anche menzionare le tantissime persone che anche a rischio della propria salute si prendono cura delle persone malate e cercano di fare il loro contributo al contenere il contagio.

Allora ho pensato al Vangelo come ad un virus e al cristiano come ad un ammalato che può contagiare. Il focolaio di partenza è stato proprio il piccolo gruppo di discepoli attorno al Maestro, che hanno fatto di tutto per non contenere il contagio, nonostante molti fin da subito ci abbiano provato. Superando barriere di diffidenza e paura, i discepoli hanno contagiato di Vangelo anche altri attorno a sé per contatto diretto fatto di parole e di testimonianza. Hanno coraggiosamente portato oltre i confini dell’Israele di allora, la loro “malattia”, cioè la loro fede nel Vangelo.

Credo proprio che se per il coronavirus dobbiamo far di tutto per contenerlo ed eliminarlo, con il Vangelo dobbiamo fare tutto l’opposto, non fermando quell’epidemia iniziata tra Betlemme, Nazaret e Gerusalemme, con Gesù. Il Vangelo è un virus benefico e dobbiamo credere che proprio nella sua diffusione porta non la morte ma la vita.

Il virus del Vangelo aiuta a vincere paure, pregiudizi, solitudini, guerre. Il virus del Vangelo lo diffondiamo proprio guardandoci in faccia e con il contatto della vita, stringendosi di più come comunità. E so che se uno lo riceve, con i suoi tempi di incubazione, alla fine emergerà e produrrà i suoi effetti benefici. Quelli che consapevolmente diffondono le malattie sono detti, con un termine antico, untori. Ecco la nostra vocazione! Essere untori non di male, non certamente di malattie, ma untori del Vangelo, diffondendo il virus benefico di Gesù e del suo Vangelo.

Giovanni don

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