quando la ricchezza spegne la vita interiore

febbraio 12th, 2010 admin Leave a comment Go to comments

DOMENICA 14 febbraio 2010

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:

«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
(dal Vangelo di Luca 6,17.20-26)

Anche L’evangelista Luca, come Matteo nel suo famoso discorso della montagna (Matteo capitolo 5) riporta il discorso di Gesù sulle beatitudini con quel continuo “beati…beati…”, che può esser davvero la chiave di lettura del messaggio del Vangelo e della nostra fede. La nostra fede non è basata su una serie di “devi fare questo… e non devi fare quest’altro…”, ma trova il suo fondamento su un annuncio di beatitudine che possiamo realmente sperimentare e vivere.
Le beatitudini sono quindi fondamentali per capire il messaggio di Gesù e il senso delle sue azioni raccontate nel Vangelo.
Troppo spesso, infatti, per verificare la nostra vita di credenti e discepoli di Cristo, andiamo ai famosi 10 comandamenti, quasi fossero l’unico metro per misurarci.
Non che i 10 comandamenti non siano ancora validi e importanti, ma è nelle parole di Gesù e nella sua vita che siamo chiamati a specchiarci.
Dico questo perché per molti la fede cristiana sembra oramai non dire più nulla.
Lo dico pensando in particolare ad una persona che ho incontrato proprio in questi giorni, e con la quale c’è stato un bel scambio di opinioni riguardo la fede e l’essere cristiani.
Questo giovane (attorno ai 35 anni) mi ha confidato una cosa che molto mi ha fatto pensare. Da molti anni ha abbandonato la fede cristiana e l’appartenenza alla Chiesa. Non sente più nulla di così importante negli insegnamenti e nelle pratiche che fin da piccolo gli erano state insegnate e che per diversi anni aveva seguito fedelmente.
La cosa che ora però lo preoccupa di più non è certo la distanza dalla Chiesa e dalle pratiche religiose, ma è il sentirsi “senza una spiritualità”. Sente di vivere in superficie e di non avere un quadro di riferimento di valori spirituali che lo guidino oltre le cose immediate e concrete.
Ha aggiunto che questo suo senso di povertà interiore gli viene proprio da esperienze negative vissute in quel mondo che per lui in passato era il mondo della fede cristiana. Nella sua vita concreta non gli manca nulla: una bella casa, una buona famiglia e un buon lavoro stabile. Non è quindi povero. Almeno non lo è esteriormente…
Io ovviamente non ho avuto per lui risposte immediate e “facili” da dargli riguardo quello che mi confidato, ma mi sono sentito provocato a pensare a me stesso, come cristiano e come prete.
Io ho una spiritualità vera? Oppure in fondo in fondo sono legato a tante abitudini all’apparenza religiose, mentre in realtà rimango superficiale e del tutto materialista?
E rischio anch’io, con le mie povertà spirituali e incoerenze, di diventare uno ostacolo per la crescita interiore di altri?
A questo giovane ho manifestato la mia ammirazione per questa domanda interiore che mi ha manifestato, per questa ricerca di spiritualità che c’è e che lo fa stare inquieto.
Il problema non è non avere una spiritualità, e nemmeno non avere una fede. Il vero problema, a mio avviso, è non accorgersi più di averle o di rischiare di perderle. Il guaio è esser così pieni di cose da fare (anche religiose, parrocchiali…) da dimenticarsi della ricerca profonda di beatitudine.

    La ricchezza materiale è davvero un guaio, come dice Gesù. Se infatti la preoccupazione di avere, possedere e controllare ci spegne la domanda di bene interiore, allora siamo messi male, e senza accorgercene davvero diventiamo vuoti e insensibili.
    Penso che questo mio giovane interlocutore ha incontrato qualche prete che non lo ha aiutato a trovare la fonte della spiritualità, perché il prete stesso forse ne era vuoto e arido. E l’aridità genera aridità.
    E uno dei segnali d’allarme dell’aridità spirituale è proprio quando l’essere cristiano si riduce ad una serie di norme e leggi da seguire, e non c’è più la spinta interiore della beatitudine evangelica.
    Credo che questo giovane non sia distante dal trovare quel che cerca e di cui sente una sete incredibile. Ne sono certo, perché lui se ne è accorto e quindi è disponibile a lavorarci e a cercare.
    Spero che trovi sul suo cammino non tanto chi gli da risposte impositive e tantomeno altri comandamenti e minacce di sanzioni divine, ma spero trovi qualcuno che gli testimoni che la vita anche se povera e anche se segnata dalla fragilità può essere beata. Spero che trovi qualcuno che abbia il volto di Gesù che gli dice: “beato tu che sei povero… perché il regno di Dio c’è per te”…


Giovanni don

  1. Daniele
    febbraio 13th, 2010 at 15:27 | #1

    E’ una bella vignetta… Però era meglio scrivere un’altra frase nel fumetto di Eva… In senso pulito! So che hai agito con buona fede, ma evitiamo le conseguenze… Ci vuole un allenamento pulito anche nelle parole. Buona giornata, con tutto il profumo di Gesù.

  2. Annalisa
    febbraio 13th, 2010 at 20:26 | #2

    Non so spiegare perché, ma la storia del giovane preoccupato perché teme di non avere spiritualità mi ha richiamato alla memoria – d’istinto-un passo dei Promessi Sposi,quando il cardinal Federico dice all’Innominato che Dio gli è molto più vicino di quanto pensi. Non ricordo le parole precise e spero di non aver scritto una emerita stupidaggine.
    Buona domenica.

  3. T.b.
    febbraio 14th, 2010 at 15:46 | #3

    Secondo me il senso pulito alle parole lo diamo noi stessi. Infatti Eva forse sta pensando che Adamo la sta “prendendo per il naso” che significa “prendere in giro”, “farsi beffe di qualcuno”. In origine menare per il naso significava “condurre qualcuno dove si vuole, fargli fare ciò che si vuole”. L’immagine derivava dall’uso di mettere un anello di ferro nelle narici dei bufali, per condurli più facilmente. Non mi sentirei perciò di accusare l’autore della vignetta di aver usato un linguaggio volgare. L’unica “critica” che posso fare è che i commenti al vangelo che pubblica fanno meditare troppo…

  4. febbraio 14th, 2010 at 17:03 | #4

    Si potrebbe dire, per stare dalla parte dei ricchi:
    - Beati i ricchi SE sanno condividere le loro ricchezze.
    - Beati coloro che goiscono SE sanno condividere e trasmettere la loro gioia a chi sta soffrendo.
    - Beati coloro che hanno il pane quotidiano SE lo condividono con chi non lo ha.
    - Beati coloro che non si curano di quanto dicono gli altri, POICHE’ seguono fedelmente la parola di Dio
    - Beati …

  5. lorenzo
    febbraio 15th, 2010 at 19:37 | #5

    La vicenda del giovane che ha smarrito la Fede mi rattrista: ma non è un discorso di aver perso la spiritualità: ha perso i contatti con una Persona: Gesù è vivo e presente in mezzo a noi e si manifesta attraverso il prossimo e la Chiesa: ma è una Persona viva e vera.
    Tutto oggi viene sempre limitato e ridotto a una sfera di “sentire” tutto è ridotto a istinto e sentimento …. va dove ti porta il cuore … ecc.
    Dobbiamo rieducare le nostre coscienze ad una ricerca più vera

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