La Messa non finisce con il segno della croce e il saluto “andate in pace”, ma inizia proprio in quel momento. Il Vangelo di questa domenica ci provoca: la differenza tra i figli di Dio non si misura dalle parole o dai titoli religiosi, ma dalle opere. Non conta professarsi cristiani se poi non lavoriamo con amore nella vigna del mondo. Usciamo di chiesa con la fretta buona di chi non vede l’ora di trasformare la liturgia in vita vissuta ogni giorno, portando frutto nelle nostre case.
(DOMENICA 27 settembre 2026 – XXVI anno A)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
(dal Vangelo di Matteo 21,28-32)
Da qualche domenica noto un signore che, puntualmente a Messa, non appena compio il gesto della benedizione e prima ancora che io termini la frase “Andate in pace”, si allontana velocemente verso l’uscita, mentre l’assemblea risponde “Rendiamo grazie a Dio”. La cosa mi fa sorridere, perché sembra voglia evitare l’ingorgo delle persone all’uscita o magari ha fretta di pranzare. Ovviamente non conosco i veri motivi. Non è certo l’unico ad abbandonare rapidamente la chiesa al termine della celebrazione, quasi che quell'”Andate in pace” fosse un “liberi tutti”, come lo squillo della campanella per gli studenti a fine lezione. Eppure quel momento così breve è forse uno dei più decisivi per dare senso a tutta la celebrazione domenicale.
Ricordo alcune discussioni tra preti e fedeli sulla “validità” della Messa presa in ritardo: a che punto la partecipazione non conta più? Certo, la celebrazione inizia con il canto d’ingresso e il segno della croce. Ma ciò che secondo me rende “autentica” la Messa (preferisco questo termine a “valida”, che sa troppo di burocrazia) non è il momento in cui si arriva, ma il modo in cui si esce e quello che accade dopo.
Nel Vangelo di questa domenica, Gesù parla ai più religiosi del suo tempo, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, nel luogo considerato più sacro, il Tempio di Gerusalemme. La parabola del padre e dei due figli è rivolta proprio a loro. La domanda finale serve a far uscire dalle loro stesse labbra la condanna per un modo di agire religiosamente ipocrita. Il padre è Dio e la vigna in cui invita a lavorare è il mondo, la storia, la comunità. Questi due figli, così diversi, sono alla pari e chiamati a compiere il medesimo lavoro. Dio chiama tutti noi a far crescere il bene nel campo della convivenza umana. Siamo tutti suoi figli e figlie, ma la vera differenza non è tra chi si professa credente e chi no, ma tra chi opera il bene e chi non fa nulla o compie il male. La differenza sta nel fare, non nel dire.
Gesù vede nei religiosi del suo tempo una profonda ipocrisia, avendo essi ridotto la fede a un’adesione formale fatta di parole, riti e segni esteriori, senza alcun riscontro nel vivere concreto e nel cuore. Una religione ridotta a formalità non solo è inutile, ma sfigura il volto di Dio.
Al contrario, Gesù incontra persone con vite disastrate, senza nulla di cui socialmente vantarsi, ma che custodiscono il profondo desiderio di fare del bene e cambiare vita. Gesù ha molti discepoli simili al primo figlio, che all’apparenza sembra svogliato e ribelle, ma dentro di sé si lascia cambiare, ci ripensa, si mette in gioco e alla fine compie la sua parte di lavoro nella vigna. L’altro salva la facciata di figlio ubbidiente, ma il suo cuore è distante dal padre e dall’impegno concreto.
Gesù è davvero severo quando dice ai capi religiosi e agli anziani, figure di riferimento per la comunità, che si trovano indietro rispetto a pubblicani e prostitute. Non è una questione di ruoli sociali, ma di concretezza nell’agire per Dio. Certamente non tutti i peccatori sono diventati suoi discepoli, né tutte le persone rispettabili erano ipocrite. Con questo insegnamento, Gesù invita però anche noi a superare i giudizi facili all’interno della Chiesa.
Ci esorta a vincere la tentazione di stabilire chi sia più cristiano, chi sia il parrocchiano migliore solo perché viene sempre a Messa. Gesù ricorda che tutti siamo chiamati a vivere il Vangelo che celebriamo, senza ridurre la fede a una parentesi di un’ora la domenica. Non basta dirsi cristiani, bisogna esserlo davvero, mettendo in pratica la fede con scelte concrete. La Messa domenicale, segno fortissimo della nostra appartenenza a Cristo, non finisce con l'”Andate in pace”. Essa continua nella vita di tutti i giorni, in famiglia, tra gli amici, sul posto di lavoro, nel dolore, nell’incontro con i poveri e nell’impegno sociale. Se non caliamo nella vita il Vangelo ascoltato e non condividiamo il pane ricevuto, allora sì che la Messa non è autentica.
Uscendo dalla chiesa, il nostro compito è far continuare la liturgia nella vita, collaborando anche con coloro che magari non partecipano all’Eucaristia, ma che a modo loro lavorano per il bene insieme a noi nella stessa vigna del Signore.
La fretta di quel signore che esce di corsa dalla messa sia allora per noi uno stimolo: non perdiamo tempo e corriamo a vivere il Vangelo ovunque ci troviamo.
Giovanni don
