Dio nella mangiatoia

Nel Natale Dio non sceglie il palazzo di Cesare, ma la mangiatoia di Betlemme. Si fa piccolo per essere vicino a ogni vita, anche la più fragile. Nel presepe scopriamo un Dio che non impone, ma ama, accoglie e prende vita proprio dove siamo.
(Giovedì 25 dicembre 2025 – Natale del Signore)

 

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
(dal Vangelo di Luca 2,1-14)

 

Per parlare del Natale, quest’anno vorrei parlarvi di Francesco.
No, non è san Francesco: anche se il prossimo anno ricorreranno gli 800 anni dalla morte del santo di Assisi, patrono d’Italia e “inventore” del presepe a Greccio. Vorrei parlarvi di un altro Francesco: un giovane di 32 anni, del mio paese di origine, che qualche mese fa è venuto a mancare improvvisamente.

Francesco era segnato fin dalla nascita da una disabilità mentale che lo faceva soffrire molto, e con lui soffriva anche la sua famiglia, che fino all’ultimo si è presa cura di lui, condividendone fatiche e limiti.
Aveva però una fede grandissima e sincera. Uno dei suoi sogni era diventare prete, tanto da farsi spesso chiamare “don”, e anche se lo rimproveravo, lo facevo sempre con il sorriso.

Aveva due grandi passioni: le campane, di cui collezionava registrazioni di concerti di campanili, e il presepe. In casa sua il presepe c’era tutto l’anno, sempre arricchito da nuovi personaggi e costruzioni, realizzati con l’aiuto del papà. Mi sono spesso chiesto da dove nascesse questo amore così profondo per la rappresentazione della nascita di Gesù. Perché proprio il presepe?

Forse la risposta si trova nel Vangelo del Natale. Nel racconto di Luca sembra di assistere a una sorta di “zoom”: si parte dall’alto, dalla visione di tutta la terra dominata dal potere assoluto dell’imperatore romano, per arrivare a un dettaglio minuscolo, una coppia di genitori, Maria e Giuseppe, che depongono il loro bambino in una mangiatoia.
In quel bambino è racchiusa tutta la storia del mondo: nato come tanti altri, da genitori semplici, in una delle regioni più marginali dell’Impero. Da Cesare che si fa adorare come un dio a Dio che si fa bambino; dal potere assoluto alla fragilità più totale; da chi pretende tutto a chi chiede solo di essere accolto.

Quando san Francesco realizzò il presepe di Greccio, voleva proprio questo: sperimentare che nella povertà e nella semplicità di una stalla Dio si rende vicino, percepibile, presente. Forse è per questo che anche il nostro Francesco amava così tanto il presepe e cercava continuamente di ricrearlo, senza mai sentirlo del tutto compiuto. In quella passione c’era una voce che gli diceva che in ogni vita, anche la più fragile e segnata da limiti, Dio si fa presente, tutto intero.
Non nel palazzo di Cesare, ma nella mangiatoia di Betlemme: è lì che Dio diventa visibile e fa sentire il cielo vicino.

Guardiamo allora anche alle nostre vite, senza giudicarci a vicenda e senza cedere alla tentazione di invidiare i “Cesari” del mondo, mettendoci in competizione tra noi. Proviamo a riconoscere Dio proprio lì dove viviamo, così come siamo, e così come sono le persone che ci stanno accanto.

Pensiamo alle tante povertà generate da guerre, ingiustizie e violenze che devastano i popoli. E pensiamo a Dio che sceglie di andare proprio lì, oltrepassando la soglia del cielo e scendendo in ciò che è piccolo e fragile.

Questo è il messaggio del Natale: un Dio che non impone, non minaccia, non costringe. Nella debolezza di un bambino deposto in una mangiatoia si manifesta tutta la grandezza di Dio, ma soprattutto tutto il suo amore.

Nel presepe di quest’anno della nostra parrocchia c’è anche un po’ del nostro amico Francesco, con le case e le rocce di polistirolo che richiamano il Santo Sepolcro, donate dalla sua famiglia. E con la stessa passione con cui Francesco sentiva, davanti al presepe, che Dio gli voleva bene, anche noi lasciamoci amare, accogliere e comprendere. E impariamo a fare della nostra vita, per quanto povera sia, il luogo in cui Dio prende vita.