Dal presepe nasce un esercito disarmato: i pastori che credono alla pace. In un mondo che si affida alla forza e alle armi, Dio sceglie la fragilità di un bambino. La pace non è un’idea astratta: è possibile, se disarmiamo mani, parole e cuori.
(GIOVEDI’ 1 gennaio 2026 – Maria Madre di Dio)
giornata mondiale della pace
In quel tempo, i pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.
(Dal Vangelo di Luca 2,16-21)
Il primo giorno dell’anno, dal 1968, per volere di papa Paolo VI, è consacrato alla pace. Nel passaggio da un anno all’altro, tempo di bilanci del passato e di propositi per il futuro immediato, la pace viene posta davanti a tutti come obiettivo da raggiungere: cristiani e non, ogni popolo ed essere umano.
Guardando alla scena del Natale, così come ce la offre il Vangelo di Luca e come la tradizione del presepe ci ha insegnato a conoscerla, sono sempre colpito da quel gruppo di pastori che, all’annuncio degli angeli, vanno alla stalla di Betlemme e poi tornano indietro con un messaggio per tutti, un messaggio arrivato fino a noi oggi. Questo gruppo di pastori, uomini, donne e bambini, con le pecore e gli altri animali, che converge verso la mangiatoia mi dà l’idea di un esercito. Ma non è un esercito di guerra, armato fino ai denti, pronto ad attaccare o a difendersi con la forza: è un esercito di pace, disarmato.
Anche in questo 2025 che si è concluso abbiamo visto crescere gli eserciti in lotta tra loro e, soprattutto, aumentare gli armamenti, sempre più sofisticati e “intelligenti”, secondo l’intelligenza della guerra e non della pace. La pace sembra diventare sempre più una parola bella ma astratta, un ideale che abbiamo nel cuore ma non nei fatti. La legge che seguiamo è spesso quella del più forte, del meglio armato, del vincente a tutti i costi. Non seguiamo più la legge della pace: quel moto interiore verso il bene comune e l’armonia con il prossimo, che tutti abbiamo scritto dentro, ma che viene soffocato dai conflitti vicini e lontani e, soprattutto, da tante parole cariche di odio e violenza che usiamo tra di noi.
Papa Leone, nel suo messaggio per la pace del 2026, ci invita a credere in una pace “disarmata e disarmante”, come ripete fin dall’inizio del suo pontificato nel maggio 2025.
Proprio nella mangiatoia di Betlemme Dio mostra la via della pace disarmata: quella di un bambino fragile che racchiude tutta la vita, la forza e il futuro dell’umanità. I pastori accorrono a vedere questo segno potente e debole allo stesso tempo, capace di disarmare i cuori, aprire alla dolcezza e chiedere non di combattere, ma di accogliere. Gesù bambino, con la sua semplice famiglia di Maria e Giuseppe, è disarmante perché offre una prospettiva di vita che cambia la storia personale e quella del mondo. È un messaggio che non obbliga a credere in Dio, ma invita a credere al frutto più bello di Dio: la pace tra gli uomini. Gli angeli, nel racconto del Natale, cantano proprio così: «Gloria a Dio nel cielo e pace in terra tra gli uomini».
Ci crediamo davvero a questa pace possibile? Vogliamo anche noi arruolarci in questo esercito della pace, fatto di pastori e di tutti coloro che, lungo la storia dell’umanità, hanno creduto che la pace è sempre possibile?
Disarmiamo allora le mani da gesti e scelte che dividono, rubano e annientano il prossimo. Disarmiamo le parole che offendono e umiliano. Disarmiamo i cuori da cattiverie e malizie. Forse non potremo fare nulla per le tante, troppe guerre nel mondo, ma possiamo coltivare la pace attorno a noi e portarla nella nostra vita quotidiana. Uniamoci ai pastori che, poveri e sperduti in una notte di duemila anni fa, hanno creduto alla pace di Gesù e l’hanno consegnata fino a noi oggi.
