Gesù incontra la donna samaritana al pozzo, rompe barriere e offre acqua viva: non solo per dissetare, ma per riempire cuori soli. Anche noi siamo chiamati a attingere a Lui e diventare pozzi di umanità per chi cerca relazioni vere e Dio, a qualsiasi ora della vita.
(DOMENICA 8 marzo 2026 – III di Quaresima)
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna»…
(dal Vangelo di Giovanni 4,5-42)
Giusto sei anni fa, in questi giorni di inizio marzo del 2020, iniziava la fase dura della pandemia da Covid. Tutto veniva chiuso e le parole d’ordine d’ordine erano “stare in casa” e “distanziamento sociale”. Anche fare le cose più semplici, come andare a fare la spesa, era diventato un problema.
La cosa bella, dopo la fase acuta della pandemia, è stata sperimentare di nuovo la bellezza dell’incontrarsi, stringersi la mano e stare vicini. Qualcosa era stato possibile fare usando i mezzi di comunicazione, come chat e videochiamate, ma ci siamo resi conto che non potevano bastare per sempre.
L’esperienza terribile e fortissima della pandemia penso che abbia fatto comprendere a tutti che non viviamo solo di cibo e acqua, ma che per vivere abbiamo bisogno anche di relazioni, di vicinanza e di non sentirci isolati e soli.
Nel Vangelo abbiamo la lunga descrizione di una scena di incontro che si svolge presso un pozzo. Una scena apparentemente normale, se non per alcuni elementi che ci fanno capire che non tutto è come sembra.
Questa donna samaritana va a fare ciò che era normale per una donna del suo tempo. Ma la stranezza è che ci va nell’ora più calda, e attorno a quel pozzo, che serve tutta la comunità, sembra non esserci nessun altro: solo lei e Gesù.
Chi ascolta la storia probabilmente si domanda come mai la donna vada a quest’ora insolita. Forse proprio perché non c’è nessuno che la conosce e che conosce la sua storia travagliata di relazioni fallite. Sembra quasi sottoposta a una specie di distanziamento sociale e morale. E non potrebbe nemmeno parlare con un uomo sconosciuto che non è della sua famiglia, che viene da un’altra regione e che in qualche modo è anche “nemico”, visto che non corrono buone relazioni tra Giudei e Samaritani.
Ma Gesù è lì, ed è lì per lei più che per l’acqua del pozzo. Gesù mostra di avere sete, ma dalla conversazione si capisce che non ha tanto sete dell’acqua del pozzo quanto di entrare in relazione con questa donna sola e maledetta.
Anche Gesù ha sete di uscire dall’isolamento creato dalle barriere religiose e dai pregiudizi che separano le persone. Gesù ha sete di incontrare tutti quelli che, come lui, hanno sete di relazioni vere e non aride. Gesù ha sete, come la donna ha sete di amore, di superare la solitudine e anche sete di Dio.
Gesù ha un’acqua che non riempie anfore ma cuori. Gesù ha un’acqua viva, perché zampilla nelle relazioni umane e crea fiumi da navigare tra i cuori.
Abbiamo sete anche noi di quest’acqua viva, che è la relazione tra di noi e la relazione con Dio. Spesso le regole religiose, invece di contenere l’acqua della fede, la disperdono e fanno sentire Dio distante e “arido”, cioè incapace di calmare la sete spirituale che abbiamo.
Abbiamo bisogno di superare quel distanziamento umano e spirituale che fa sentire l’altro lontano e noi soli, e che fa percepire Dio come irraggiungibile.
Gesù, con la sua umanità, proprio attraverso gesti umani di gentilezza, dialogo e vicinanza concreta, dona acqua viva alla donna, ai suoi discepoli e a noi. E noi, grazie alla sua umanità, cioè al suo stile di ascolto, dialogo, pazienza, perdono, mancanza di giudizio e conoscenza profonda, diventiamo portatori di acqua viva, quella di cui abbiamo bisogno tutti.
Nel racconto la donna, dopo aver dialogato con Gesù, aver superato l’iniziale diffidenza e aver sperimentato la sua umanità dissetante, lascia l’anfora dell’acqua materiale e diventa anche lei un pozzo di entusiasmo: corre a raccontare a tutti la sua esperienza.
Potremmo dire che, con l’incontro con Gesù, ha rotto il lockdown spirituale e umano che la isolava da tutti e anche da Dio stesso. Non importa se la sua vita non è perfetta e se potrebbe avere molti motivi per essere rifiutata e giudicata. Lei si sente guarita dentro e sente che Gesù è un pozzo di umanità che cambia tutto, dal quale vale la pena attingere ogni giorno.
Siamo chiamati anche noi ad attingere a Gesù, alla sua parola, per trovare acqua viva che ci rende vivi, in modo da diventare pozzi di umanità per dissetare il mondo, inaridito da guerre, violenze e tanta solitudine.
Siamo chiamati a diventare anche noi pozzi nei quali chi ha sete di Dio possa finalmente dissetarsi, a qualsiasi ora del giorno e della vita.

