Gesù si mostra come un Dio che non teme il fallimento. Come il seminatore, getta amore senza calcoli anche sui terreni aridi. Un invito per noi a non scoraggiarci: il bene donato misteriosamente porta sempre frutto.
(DOMENICA 12 luglio 2026 – XV anno A)
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
(Dal Vangelo di Matteo 13,1-19)
Se c’è una cosa che mi rende antipatico il personaggio di una storia (che sia un libro o un film) è la sua perfezione assoluta, quando tutto gli va sempre bene. Stranamente, però, guardando nel mio profondo, mi accorgo che vorrei essere proprio quel personaggio: colui a cui va tutto bene, che non sbaglia mai, che sa sempre cosa dire e che tutti lodano. Se vedo qualcuno fare qualcosa meglio di me, subentra l’invidia, uno dei sentimenti più insidiosi e tossici per le nostre relazioni. Finisco per criticare e cercare l’errore, perché non sopporto di essere da meno.
Gesù rischierebbe così di essere la persona più antipatica del mondo: il Figlio di Dio venuto a salvare l’umanità in modo perfetto. Eppure, il Vangelo ci ricorda che a Gesù non è andato sempre tutto bene, anzi, ha vissuto in prima persona fallimenti e cadute. La croce, in fondo, è anche la sintesi del fallimento di Gesù: si era prodigato tutta la vita per cambiare il mondo religioso del suo tempo, e proprio quel mondo lo ha condannato. Anche durante la sua missione, Gesù si scontra con il fallimento, ma non lo nasconde e ne fa un insegnamento.
Questa domenica troviamo Gesù che raduna una folla incredibile attorno alla sua parola. L’evangelista Matteo sottolinea che è costretto a salire su una barca per poter parlare: è un successo straordinario. Tutti accorrono e si ammassano per ascoltarlo, spinti dal passaparola che ha diffuso la sua fama. Mi vengono in mente le immagini della folla oceanica al concerto del cantante Ultimo (un nome molto evocativo!) a Tor Vergata, dove le persone si sono ammassate anche a chilometri di distanza pur di esserci, a costo di non sentire bene. Questa scena, come altri grandi raduni che smuovono folle da ogni dove, mi ha colpito molto.
Anche Gesù si trova lì con quella folla, eppure il primo insegnamento che offre è proprio il resoconto dei suoi fallimenti. Usa l’immagine di un seminatore che sparge il seme in abbondanza. Non possiamo non essere colpiti da quanto seme venga apparentemente sprecato e perso nei modi più diversi: sulla strada, nei rovi, sui sassi (solo una piccola parte cade sulla terra buona e produce molto).
Durante gli studi teologici, il mio professore di Sacra Scrittura ci disse che questa parte del racconto è forse la più fedele alle parole originali di Gesù, mentre la spiegazione successiva è probabilmente una riflessione della prima comunità di apostoli. Per questo mi fermo a meditare su questa strana parabola, usata dal Signore per descrivere la sua missione di predicatore del Regno.
Gesù si riconosce in quel seminatore “sprecone” e quasi “cieco”, incapace di vedere che gran parte della semente cade in posti infruttuosi. Egli ammette che le sue parole, i grandi insegnamenti e i miracoli compiuti, spesso sono andati a vuoto per i motivi più disparati. Anche se era il Figlio di Dio, Gesù ha fallito tante volte in terra. Ha fallito con i suoi discepoli, con le folle che ha istruito e guarito, e con i capi religiosi, i primi a voltargli le spalle.
Lo riconosce senza paura, perché il fallimento fa parte della vita. Non tutto va per il verso giusto, nemmeno per lui, ma questo non lo ha mai fermato. Non ha lasciato che lo scoraggiamento vincesse, che gli abbandoni lo deludessero o che la paura di sbagliare lo paralizzasse. Gesù ha continuato a seminare la Parola di Dio e i suoi gesti d’amore, anche quando gran parte cadeva nel vuoto. Sapeva che l’amore investito nella sua missione, in qualche modo misterioso, avrebbe fruttato “il cento, il sessanta e il trenta”.
Ecco perché Gesù non mi è più antipatico come gli eroi delle storie perfette. È un maestro anche in questo: nel riconoscere gli sbagli e le delusioni senza fermarsi, rilanciando e confidando che il bene seminato porti un frutto immenso. Gesù è un fallito vincente non perché non sbagli mai, ma perché continua a credere, sperare e amare in abbondanza, proprio come il seminatore che sparge il seme senza arrendersi.
Giovanni don
