l’importate è partecipare?

La frase “l’importante è partecipare” vale nello sport, ma nella vita di fede non basta esserci. Gesù non ci chiama a fare il minimo, ma a vivere il Vangelo fino in fondo, perché solo così la nostra vita può davvero cambiare e diventare testimonianza.
(DOMENICA 15 febbraio 2026 – VI anno A)

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno». (dal Vangelo di Matteo 5,17-37)

 

«L’importante non è vincere ma partecipare» è considerato il motto dei Giochi Olimpici e viene attribuito, in modo erroneo, proprio al fondatore dei Giochi Olimpici moderni, Pierre de Coubertin, che l’avrebbe pronunciato nel 1908.
La frase, diventata famosa nel mondo dello sport, in realtà è la riduzione di una serie di discorsi a lui attribuiti, nei quali esaltava l’importanza della partecipazione alle gare e della lotta per la vittoria. Solo partecipando davvero, in fondo, si può sperare di vincere.

Penso che, in qualche modo, se trasferiamo questo motto nel campo della vita come discepoli di Gesù, forse anche il Maestro stesso non sarebbe molto d’accordo con l’idea che “l’importante è partecipare…”.

Nella vita di fede non si tratta di vincere un premio, e non siamo in una gara contro altri discepoli per tagliare per primi il traguardo del Paradiso. Forse l’unico con il quale siamo chiamati a competere e a superare siamo proprio noi stessi. Ogni discepolo ha dentro di sé una parte che vorrebbe frenare, mitigare e spegnere la forza del Vangelo, accontentandosi di fare il minimo e di facciata.
Una parte dentro di noi ci dice che, in fondo, l’importante è solamente partecipare in modo passivo alla vita religiosa, senza sforzarci di raggiungere il traguardo di vivere fino in fondo gli insegnamenti di Gesù, lasciando ad altri il compito di essere cristiani fino in fondo, di amare e agire secondo le sue parole e i suoi gesti.

Ed è questo il cuore del brano del Vangelo di questa domenica. Ascoltiamo il proseguimento del lungo discorso che il Maestro fa ai suoi discepoli sulla montagna. Ha iniziato con le Beatitudini, che sono davvero la visione di un mondo nuovo, di un nuovo modo di vivere dentro la vita con la forza della presenza di Dio, e non con la forza del potere, del denaro e della violenza. Ora Gesù invita a non accontentarsi mai del minimo, prende gli insegnamenti della sua tradizione religiosa e li rende più radicali, insegnando a portarli fino in fondo: non uccidere, non commettere adulterio, non giurare… E aggiunge, quasi fosse una specie di mantra: “Vi è stato insegnato che… ma io vi dico…”, mostrando che bisogna vivere secondo Dio ogni singola azione, ogni parola e ogni gesto, persino ogni pensiero.
Mi immagino che anche l’ultimo degli atleti nelle gare olimpiche di questi giorni, anche se non parte favorito, non si accontenti di partecipare: vuole vincere, vuole dare il meglio di sé, magari strappando l’impossibile e arrivando sul podio.

Gesù insegna che “non uccidere” non riguarda solo la soppressione delle funzioni vitali di un altro, ma anche le parole che umiliano e giudicano, e i gesti che escludono.
Gesù insegna se una preghiera e un rito comunitario non cambiano la vita e le relazioni, ma rimangono di facciata, non servono a nulla. In altre parole, non basta partecipare alla Messa, ma bisogna che quella Messa “vinca” dentro la nostra vita, che quella comunione che viviamo nell’Eucaristia diventi comunione di vita con chi ci sta accanto e con il prossimo, persino il nemico.
Gesù insegna che il tradimento nelle relazioni d’amore – che non riguarda solo gli sposati, ma ogni relazione significativa, in famiglia e tra amici – inizia dal cuore, dal trascurare l’altro, dall’egoismo che chiude in se stessi.

È questo lo spirito con cui viviamo la nostra fede? È lo spirito di chi si accontenta di essere un po’ cristiano in qualche momento della vita, in qualche occasione celebrativa e per tradizione, oppure è lo spirito dell’atleta che ce la mette tutta, che crede che solo vivendo fino in fondo le parole di Gesù si possa davvero vincere e sconfiggere l’avversario che abbiamo dentro e che ci frena?

L’importante, nella vita cristiana, non è partecipare, ma fare in modo che il Vangelo dentro di noi non finisca all’ultimo posto, bensì vinca la medaglia d’oro.