In un mondo che alza muri e sbarramenti attraverso conflitti e indifferenza, il Vangelo ci interroga sul senso di una Porta che resta sempre aperta: Gesù. Non è fatta di pietra, ma di amore e accoglienza. Siamo chiamati a essere anche noi porte aperte di speranza, per non rendere Dio lontano a chi lo cerca.
(DOMENICA 26 aprile 2026 – IV di Pasqua)
In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
(dal Vangelo di Giovanni 10,1-10)
Non è trascorso molto tempo dalla conclusione dell’anno giubilare a Roma, segnata dal rito della chiusura della Porta Santa di San Pietro e delle altre basiliche papali. Quei varchi, attraversati da milioni di fedeli, hanno rappresentato plasticamente il Vangelo di questa domenica, in cui Gesù parla di sé come di una porta sempre aperta che conduce alla sicurezza e alla vita.
In questi giorni, tuttavia, un’altra “porta” sta attirando l’attenzione del mondo; non lo è in senso stretto, ma le somiglia molto: lo stretto di Hormuz, nel Golfo Persico. Si tratta di un passaggio cruciale per l’economia globale, poiché vi transitano flussi costanti di merci, materie prime e combustibili. È una “porta stretta” e, come tale, facilmente sbarrabile. È proprio ciò che sta accadendo in questo ennesimo conflitto tra USA e Israele da una parte e l’Iran dall’altra. Quel varco, serrato dalle logiche di guerra, strangola il mercato mondiale: come sempre, il prezzo più alto lo pagano i paesi poveri, e non solo noi. Una chiusura figlia di ricatti incrociati che, alla fine, grava su tutti.
Attraverso Gesù non passano denaro o ricchezze materiali, o almeno non quelle per cui siamo in ansia oggi. Attraverso la sua porta, sempre accessibile e sicura, fluisce la vita, l’amore e la comunicazione fraterna tra cielo e terra, tra Dio e l’umanità. Con i suoi gesti di dono, la cura e le parole di riconciliazione, Gesù è una porta spalancata che nemmeno la morte in croce è riuscita a serrare, contrariamente a quanto speravano i suoi nemici.
Proprio sulla croce, con le braccia distese, Gesù si apre ancora di più: in quel dono estremo apre i cieli e ci offre lo Spirito Santo, lo spirito di Dio amore. Attraverso di Gesù passano i veri tesori di Dio e quelli che lui stesso ha deposto nel nostro cuore.
Come cristiani, siamo chiamati a diventare a nostra volta porte accessibili, proprio come lo fu Gesù per i suoi contemporanei e come lo è per sempre come Signore Risorto. Questo significa non porre blocchi o sbarramenti attraverso il giudizio reciproco, il razzismo, la violenza delle parole e dei gesti o l’indifferenza verso chi soffre.
Ogni volta che non amiamo secondo l’insegnamento di Cristo, chiudiamo il passaggio tra Dio e noi, e tra noi e i fratelli. Quando, come discepoli, non agiamo come Lui ci ha mostrato, rischiamo di rendere Dio stesso irraggiungibile e lontano agli occhi di chi lo sta cercando.
Nel recente viaggio in Marocco con un gruppo di parrocchiani, mi ha colpito la testimonianza di alcuni monaci e suore che vivono tra le montagne, in mezzo a povere famiglie islamiche. Non sono lì per convertire nessuno, ma per testimoniare che la porta del Vangelo è davvero aperta a tutti e che è possibile vivere come Gesù in ogni luogo. Pur essendo pochi e stranieri, dicono con la loro vita che in Dio non c’è chiusura e che la fraternità è sempre possibile.
Mentre i potenti della Terra, con la forza delle armi e la violenza di proclami minacciosi, sbarrano le porte dell’economia, moltissimi cristiani tengono aperta la porta di Gesù nel quotidiano. A volte ciò costa fatica e persino persecuzione, ma è un impegno prezioso che coinvolge ciascuno di noi. Ognuno di noi è una piccola porta: se restiamo aperti e uniti agli altri, spalanchiamo insieme la porta del cielo, la porta dell’amore, la porta della pace.
