A Pentecoste celebriamo lo Spirito Santo, vento che ci spinge fuori dalle nostre sicurezze per annunciare il Vangelo a tutti, senza alcuna paura. Non servono linguaggi speciali, ma gesti concreti di pace e perdono capaci di raggiungere ogni luogo. È una meravigliosa pazzia d’amore che ancora oggi cambia i cuori.
(DOMENICA 24 maggio 2026 – Pentecoste)
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
(dagli Atti degli Apostoli 2,1-11)
“Si sono ubriacati di vino dolce!”. Se vogliamo raccontare questa storia fino in fondo, non dovremmo omettere la riga successiva a quella con cui la Liturgia conclude la prima lettura. L’evangelista Luca, nel libro degli Atti degli Apostoli, subito dopo aver descritto lo stupore della folla che sente i discepoli parlare in tutte le lingue, annota che molti in realtà li deridono, credendoli ubriachi. Forse un po’ li capisco: se sentissi un amico iniziare improvvisamente a parlare in giapponese, penserei anch’io che mi stia prendendo in giro. Mi viene in mente una celebre scena de Il grande dittatore, in cui Charlie Chaplin fa il verso a Hitler tenendo un discorso in finto tedesco dai toni minacciosi. Pur pronunciando parole senza senso, il risultato è estremamente comico.
Ma non è questo ciò che accade il giorno di Pentecoste, il cui significato non si riduce a una mera traduzione in lingue diverse. In questo giorno straordinario, che la Chiesa oggi celebra solennemente, la comunità dei discepoli riceve la forza di comunicare il Vangelo in ogni situazione e luogo. Non è un privilegio miracoloso di cui vantarsi, ma una vera e propria missione. Il racconto lo descrive bene: questa forza, raffigurata come vento e fuoco, spinge gli apostoli a uscire dalle quattro mura in cui si sono rifugiati. Se rimanessero chiusi in difesa, farebbero morire il messaggio ricevuto da Gesù. Sono chiamati, invece, ad andare verso tutti senza il timore di non sapersi spiegare. Da quel momento, Gesù è per tutti e cadono le barriere che impediscono di testimoniarlo a parole e nei fatti; la sua presenza viva raggiunge chiunque. L’unico vero ostacolo a questa diffusione di vita è la paura di chi deve trasmetterla: il timore di sbagliare, l’eccessiva prudenza di non essere compresi e il blocco di essere considerati “svitati” o ubriachi mentre si parla di Dio.
A Pentecoste celebriamo la possibilità di portare Gesù davvero a tutti, attraverso ogni linguaggio, purché si tratti di parole e azioni che comunichino pace, accoglienza, amore e gioia: in una sola parola, il Vangelo. Lo Spirito di Dio, che scalda il cuore come fuoco e muove la vita come vento nelle vele di una nave, ci spinge a trovare vie sempre nuove per annunciare Cristo a chiunque: giovani e anziani, credenti e dubbiosi, devoti, atei e perfino a chi ha abbandonato la fede o ce l’ha con la Chiesa. Possiamo farlo attraverso la teologia, la liturgia, la catechesi, l’arte, il gioco e persino l’ironia. Possiamo parlarne non solo nelle chiese, ma anche al di fuori dei luoghi “sacri”: a scuola, al bar, su un campo sportivo, in fabbrica, in ospedale, così come in nazioni di tradizioni religiose diverse. Con la forza rinnovatrice dello Spirito, possiamo portare l’antico messaggio della salvezza anche nei nuovi ambienti digitali di internet. Non esiste luogo o uditorio che non possa ascoltare le grandi opere compiute da Dio.
Certamente, parlare di fede al di fuori dei cosiddetti canali “sacri” e in modi nuovi può sembrare una pazzia e, talvolta, suscitare ilarità. Forse è proprio questo il limite che spesso affligge i credenti: pensare che il Vangelo non sia adatto a tutti, temendo di apparire come integralisti fanatici e di violare la laicità della società. Eppure, la Pentecoste ci ricorda che dei semplici e timorosi pescatori della Galilea, che a malapena conoscevano il loro dialetto, sono riusciti a mettere in movimento il messaggio di Gesù, rendendolo vicino a chiunque. Non hanno imposto nulla né usato forzature: si sono lasciati semplicemente guidare dallo Spirito Santo, che suggerisce in modo sempre unico e originale parole e gesti capaci di parlare di Dio.
In questi giorni ho letto la storia di Davide Cavallo, un giovane lombardo di 22 anni rimasto gravemente disabile a seguito di un pestaggio durante una rapina. Al processo, prima della condanna, Davide ha stupito tutti: si è alzato ed è andato ad abbracciare i suoi aggressori, in un gesto di profondo perdono nato dal cuore. Nelle interviste ha poi parlato del suo dolore, ma anche del forte desiderio di non cedere al rancore e all’odio.
Ecco come lo Spirito di Dio parla di Vangelo. Anche in questo modo, anche dentro un’assurda storia di violenza in un’aula di tribunale.
Tutto questo vi sembra roba da matti? Forse qualcuno, proprio come nel giorno di Pentecoste, si metterà a ridere, pensando che bisogna essere ubriachi per fare una cosa del genere.
Ma lo Spirito Santo continua a scendere, a cambiare i cuori e a portare il Vangelo ovunque… senza sosta.
