come si chiama?

Dietro ogni nome non c’è solo un dato anagrafico, ma una storia fatta di relazioni, fragilità e doni. Nel Vangelo di questa domenica Gesù chiama per nome i dodici apostoli, un gruppo variegato che rappresenta il nuovo popolo di Dio. In quei dodici ci siamo anche tutti noi, inviati a guarire le divisioni del mondo oggi.
(DOMENICA 14 giugno 2026 – XI anno A)

 

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
(dal Vangelo di Matteo 9,36-10,8)

 

Chi mi conosce sa che ho un grande problema a ricordare i nomi, anche subito dopo che mi sono stati detti. Gabriele diventa Daniele, Leonardo diventa Lorenzo, Elena diventa Elisa… e così via. È più facile che ricordi un nome particolare, o che lo colleghi subito a qualcuno che conosco, a un personaggio cinematografico o a una persona famosa. Ecco! La soluzione per ricordare i nomi è proprio quella di collegare quel nome a un evento, a un fatto o a un’immagine che trasformi quell’insieme di lettere in qualcosa di più concreto e vissuto. Capita comunque a tutti di non ricordare un nome, e spesso, per richiamarlo alla memoria di chi ci ascolta, diciamo una caratteristica della persona che magari è più nota: «È il figlio del benzinaio…», «È quella che lavora al supermercato…», «È quello che abbiamo incontrato al cinema…», e così via. E quando ci sono persone con lo stesso nome, per distinguerle dobbiamo per forza trovare una caratteristica unica: «È la Maria, ma non quella che abita in centro, quella che abita in campagna…». E’ perché dietro ogni nome ci sono infinite storie, luoghi, relazioni, fragilità ed errori. Non sono un semplice dato anagrafico.

Nel Vangelo di questa domenica l’evangelista Matteo ci racconta di Gesù che sceglie e manda in missione dodici dei suoi discepoli, e ci dice anche il loro nome. Se ci viene chiesto come si chiama il primo degli apostoli, tutti probabilmente rispondiamo Pietro. Il suo primo nome era Simone, e Pietro è in realtà una specie di soprannome che indica, allo stesso tempo, il suo compito di essere solido nella fede e la sua testa dura come una pietra quando c’è da comprendere fino in fondo gli insegnamenti e lasciarsi guidare dal Maestro. E poi, sempre con molta probabilità, tutti ricordiamo il nome dell’ultimo del gruppo dei dodici discepoli, che è Giuda. L’evangelista Matteo aggiunge al nome di Giuda la sua caratteristica fondamentale, quella che lo segna per tutte le generazioni: è il traditore. E i nomi degli altri dieci? Li ricordiamo facilmente? Io ricordo che c’è Giovanni, perché è anche il mio nome, e poi… Non è così facile e immediato. Oltre all’apostolo dalla testa dura (Pietro) e al traditore (Giuda), c’è il fratello di Giovanni (Giacomo), c’è un esattore delle tasse (Matteo), c’è il figlio di Alfeo (un altro Giacomo) e uno che viene da Canaan (un altro Simone).

L’elenco dei dodici apostoli che ci viene dato nei Vangeli, ancor prima dei singoli nomi, è importante per dirci che coloro che seguono Gesù e si legano a lui come discepoli sono il nuovo popolo di Dio. Il numero dodici è simbolico, anche perché dietro a Gesù fin da subito c’era un gruppo più numeroso, formato non da soli uomini ma anche da donne. Quel dodici richiama nel mondo ebraico le dodici tribù del popolo di Israele, i cui componenti erano legati da una discendenza di sangue (i dodici figli di Giacobbe, detto anche Israele). Con Gesù il nuovo popolo di Dio è più vasto e va oltre il legame di sangue e l’appartenenza a un unico popolo e a un unico luogo. In quei dodici ci siamo tutti noi anche oggi, tutti i battezzati che sono indubbiamente ben più di dodici e superano i due miliardi. Anche la mia piccola comunità parrocchiale, che conta nei registri circa 2500 persone, è sempre il gruppo dei dodici. E la missione data a quei dodici di portare con le parole e i gesti il Vangelo nel mondo è data a tutti. Ciascuno ha un nome di battesimo, anzi, ha molto più di un semplice nome: ha una storia, caratteristiche personali, relazioni, fallimenti, doni, fragilità, conquiste, errori e peccati. E tutti noi, che siamo quei dodici oggi, sentiamo la voce di Gesù che ci invia a parlare di Dio, a consolare, a sostenere, a guarire il mondo dal morbo della divisione, a scacciare il demone della guerra, anche disarmando (come dice il papa) le parole che usiamo. Possiamo anche risuscitare i morti, quando facciamo risorgere qualcuno dalla tomba della sua solitudine e della sua disperazione. Ecco la missione affidata a ciascuno di noi, legata al nostro nome e alla nostra vita.

La tradizione cristiana ci dice che i vescovi di tutto il mondo, compreso il nostro di Verona, sono successori di quei dodici. Ma ogni cristiano, in fondo, fa parte di quel gruppo che forma il nuovo popolo di Dio. Sicuramente, al di là del singolo nome, una caratteristica unica accomuna tutti noi, una cosa che non possiamo e non dobbiamo dimenticare: siamo fratelli e sorelle.

Magari non ricorderò il nome anagrafico di colui o colei che incontro, ma sono sicuro che il suo nome è “mio fratello”, “mia sorella”, e insieme siamo popolo di Dio, famiglia di Dio!

Giovanni don