Gesù vita dentro le nostre morti

DOMENICA 29 marzo 2020

Quinta di Quaresima

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

(dal Vangelo di Giovanni cap 11)

“Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto…”

Marta e Maria, sorelle di Lazzaro si rivolgono entrambe così a Gesù appena lo incontrano. A queste parole fanno eco anche quello che la gente dice di Gesù “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”

Mai come in questi giorni questo brano del Vangelo descrive quello che stiamo vivendo a livello personale e mondiale. La morte si è impossessata della nostra vita, colpendo la nostra salute, i nostri affetti, la nostra vita sociale ed economica, il nostro futuro. Tutto è stravolto e rovesciato, a cominciare proprio dai riti funebri, così dolorosamente numerosi in questi giorni anche per la mia piccola comunità. La celebrazione del funerale si dice anche “esequie” che letteralmente significa “andare dietro” richiamando il corteo che partecipa unito nell’accompagnare il defunto nel suo viaggio verso il cielo. Le esequie solitamente diventano l’occasione anche per stringersi attorno a chi è nel dolore per la perdita e rafforzare la consolazione. Ma nello stravolgimento di questi giorni anche i riti delle esequie sono colpiti e lo stare distanti aumenta il dolore. La sepoltura di chi è morto viene fatta subito senza la consolazione della messa in chiesa o di un momento comunitario che dica anche fisicamente la vicinanza a chi è nel lutto. E spesso non ci sono nemmeno i parenti costretti a casa dalla malattia o dalla quarantena.

Nella sua omelia durante la preghiera straordinaria in piazza San Pietro il 27 marzo, Papa Francesco, citando il Vangelo che narra della barca degli apostoli nella tempesta, ha sottolineato il grido degli apostoli rivolto al loro maestro che dorme e sembra non interessato alla loro sorte: “Signore non ti importa che siamo perduti?”. Il Papa in quelle parole ha visto le nostre parole di credenti che sembriamo in balia della tempesta della morte che è nell’aria, e che entra nei nostri polmoni e nei nostri cuori.

“Signore, se tu fossi stato qui…” è davvero una preghiera! Gesù non condanna il grido di dolore umano perché anche lui è immerso in esso. Gesù è sulla barca nel mezzo della tempesta così come ora è li davanti al sepolcro dell’amico morto. Le sorelle di Lazzaro allor e anche noi oggi facciamo fatica a sentire la vicinanza di Gesù e non vediamo la potenza della sua mano.

Ma Gesù ancora prima di fare gesti miracolosi ci conferma che lui è lì, lui è presente e immerso nella nostra storia. Gesù è vicino a noi ancora di più ora che non possiamo stare vicini gli uni gli altri e le vie della consolazione umana sembrano davvero compromesse e impossibili.

Ma è proprio questa l’ora di Dio, è il tempo in cui far emergere in questa emergenza la sua forza di vita, inaspettata tanto quanto inaspettate sono le tempeste e le tragedie come quella in cui siamo. Facciamo nostre le parole di Marta e Maria e anche il grido di angoscia dei discepoli amici di Gesù che temono di morire nella tempesta. Non abbiamo vergogna di dire al Signore “dove sei?” e anche di protestare se lui sembra distante o addormentato. E lasciamo che sia davvero il Signore a dare la sua risposta che sicuramente ci sorprenderà.

Un amico tempo fa mi raccontava di un funerale al quale era stato. Mi disse che pur nella drammaticità della morte (il defunto era una persona giovane morta per malattia) aveva sentito in quella preghiera tutto il dolore ma anche in esso la presenza di Dio che non toglieva le lacrime ma donava una luce superiore che nessuna parola o spiegazione umana poteva dare.

L’evangelista Giovanni quando racconta della resurrezione di Lazzaro è attento a non dire che il morto torna felice e contento come prima dalle sorelle. Gesù ascoltando la preghiera delle sorelle, avendo fatto suo il loro dolore (è anche un suo amico), ordina che Lazzaro sia sciolto e lasciato andare. L’evangelista ci racconta che Gesù non ha principalmente tolto il morto dalla tomba, ma ha tolto la morte dal cuore delle sorelle, lasciando che il lutto si trasformasse in speranza e voglia di vivere.

“Signore, se tu fossi stato qui…”, e Lui c’è anche ora, ascolta le nostre preghiere e ci promette che la morte alla fine non avrà la vittoria nel nostro cuore, e farà diventare noi stessi, per quanto colpiti duramente, capaci di nuova speranza e vita.

Giovanni don

Gesù luce per i nostri occhi bui

marzo 21st, 2020 1 comment

DOMENICA 22 marzo 2020

Quarta di quaresima

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui

(dal Vangelo di Giovanni capitolo 9)

Sembra una finzione tutto quello che stiamo vivendo in questi giorni a livello mondiale, e che ci tocca personalmente e come famiglie. Siamo immersi in un reality di paura che pensavamo fosse possibile solo dentro i confini dello schermo tv ma in realtà di avvolge e ci entra nel cuore.

È invece la realtà di prima, quella a cui eravamo abituati tutti i giorni ad essere relegata dentro lo schermo televisivo. Personalmente quando vedo in uno spot televisivo o film  le persone che si parlano, si abbracciano, escono di casa sorridenti, mi sembra di vedere una fastidiosissima finzione che aumenta ancora di più la sensazione di disagio. Quello che era fantasy è diventato realtà e quello che era realtà ora è un fantasy.

Pensando a storie fantasy me ne viene in mente una: “Un ponte per Terabithia”, romanzo del 1976 di Katherine Paterson, diventato uno splendido film nel 2007.

Il romanzo narra dell’amicizia tra due ragazzi, Jess e Leslie, che con l’aiuto della fantasia costruiscono un mondo fantastico di giochi dove imparano a vedere in modo diverso la dura realtà famigliare e sociale nella quale sono inseriti.

“Chiudi gli occhi e apri bene la mente”, è l’insegnamento che dà la giovane Leslie all’amico Jess quando iniziano a giocare. E facendo così riescono pian piano a vedere dentro le persone e dentro le loro storie, non fermandosi alle apparenze e alla superfice spesso ingannatoria.

Quante volte abbiamo pensato in questi giorni di chiudere gli occhi e poi riaprirli e accorgerci che era tutto finto. Quante volte anche io ho sperato di accendere il telegiornale o aprire la pagina delle news su internet e non vedere alcuna traccia dell’emergenza coronavirus.

Ma purtroppo non è così. Come non è così per tanti nel mondo che vivono la paura e la precarietà di vita in tante situazioni di guerra e persecuzione. La cosa diversa è che ora tutto il mondo è nella stessa situazione.

Nel Vangelo Gesù tocca gli occhi di questo cieco e gli dona la vista fisica. Questa guarigione però mette in mostra che ci sono altre cecità forse ben peggiori di quella fisica.

Per primi sono i discepoli di Gesù a dimostrare di essere ciechi spiritualmente quando non riescono a vedere Dio per quel che veramente è. Per loro Dio è uno che punisce a seconda dei peccati, per questo domandano a Gesù se il cieco è così dalla nascita per i suoi peccati o quelli dei suoi genitori.

Sono ciechi anche i cosiddetti “vicini” di casa di questo cieco che non riescono a riconoscerlo ora che è guarito e ci vede. Per loro era solo un povero malato ed ora che è guarito non sanno chi è. Quante volte pure noi siamo ciechi non vedendo le persone per quello che sono davvero e ci fermiamo solo a delle caratteristiche parziali che non ci raccontano tutta la persona: il colore della pelle, la provenienza geografica, un limite fisico, una cosa che abbiamo sentito su di lei, un modo di fare…

Sono ciechi i Farisei, e il racconto evangelico mette bene in luce tutta la loro cecità spirituale fatta di chiusure mentali e rigidità. Questi farisei fanno di tutto per non vedere quello che è evidente e finiscono per allontanare dai loro occhi proprio il segno più evidente che Dio è in mezzo a loro.

Il meno cieco di tutti sembra essere proprio questo cieco che si fida ciecamente della parola di Gesù anche se non lo conosce. Sembra che lo veda più con il cuore che con gli occhi. Pian piano nel racconto si comprende che non solo ha acquistato la luce negli occhi ma soprattutto quello spirituale che lo rende forte e coraggioso. Da cieco povero diventa un annunciatore di fede!

Forse anche noi abbiamo bisogno di chiudere un po’ gli occhi e aprire la mente. Il mio non è un invito a non guardare in faccia la realtà ma a vederla meglio e in modo più profondo. Abbiamo bisogno che Gesù guarisca il nostro sguardo accecato dalla paura, dal dolore e anche dai nostri limiti e giudizi.

Abbiamo bisogno di chiudere gli occhi malati e provare a immaginare come Dio ci guarda. Dobbiamo chiudere gli occhi e aprire la mente e il cuore riuscendo anche a vedere con gli occhi del prossimo, immaginando anche le sue difficolta, paure, dolori e anche speranze e desideri.

Chiudiamo gli occhi e chiediamo a Gesù che ce li guarisca in modo da poterli riaprire con uno sguardo nuovo sul mondo e sulla storia, capaci di vedere dentro il male che ci circonda anche il più piccolo segno di bene, e soprattutto ci faccia vedere chi ci sta accanto con uno sguardo sempre di amore, lo sguardo di Dio.

Giovanni don

ascolta la tua sete

marzo 14th, 2020 1 comment

DOMENICA 15 marzo 2020

III di Quaresima

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

(dal Vangelo di Giovanni 4,5-42)

 

“Ascolta la tua sete” è lo slogan di pubblicità per una bevanda gassata di qualche anno fa. Me l’ha ricordata un amico prete condividendo con lui la meditazione di questa pagina del Vangelo.

Come sempre gli slogan hanno il potere di sintetizzare in poche parole molti pensieri e catalizzare emozioni. “Ascolta la tua sete” richiama ovviamente la necessità di bere che tutti abbiamo a livello fisiologico, perché se non beviamo moriamo. Ma nello stesso tempo, proprio perché collocato in uno spot che promuove una bevanda particolare, lo slogan ci dice che il bere ha più della necessità fisiologica ma è collegato anche al piacere di bere qualcosa di particolare anche se non necessario per la sopravvivenza. E quante sono le cose che beviamo che non solo rispondono alla necessità biologica, ma rispondono anche alla “sete” di qualcosa di buono e che disseti anche il gusto.

Questo racconto del Vangelo di Giovanni, ci porta a fare un vero e proprio percorso di vita e di fede, seguendo l’evoluzione di quello che succede e delle parole scambiate. Gesù inizia con una richiesta di acqua a bere. Ha ascoltato la sua sete fisiologica, il bisogno essenziale di dissetarsi per non morire. Ha camminato, è l’ora più calda del giorno ed è stanco. Quando chiede da bere alla donna che è li con lo strumento necessario per avere l’acqua, l’anfora, non sta facendo finta per poter agganciare la donna e farle la predica. Ha davvero sete!

Ma è qui che inizia un dialogo che è straordinario anche per noi e che forse può dissetare la nostra sete spirituale. La donna è li nell’ora meno indicata per prendere acqua, forse perché non vuole trovare nessuno, lei che più tardi rivela una vita morale tutt’altro che esemplare. La donna ha sete di acqua, ma rivela anche di avere una sete più profonda e umana, che è comune a tutti gli esseri umani, quindi anche noi. Ha sete di felicità, una felicità che forse le è negata dal giudizio della gente, e che lei cerca in relazioni sbagliate e limitate. Ha sete di essere felice anche se l’anfora del suo cuore ha diversi buchi e non riesce a trattenere l’acqua dell’amore. Ecco allora che Gesù che è li per l’acqua materiale, ascolta non solo la propria sete ma anche quella della donna. Non la giudica affatto per i suoi errori e limiti, ma vuole solo darle la possibilità di avere finalmente un’acqua che disseta per sempre, anche nelle ore più calde della vita e anche nei momenti di aridità del cuore.

Gesù ha un’acqua viva che vuole donare alla donna perché essa stessa possa diventare come una fontana per altri che hanno bisogno della stessa acqua di felicità.

“Ascolta la tua sete” mi dice questo Vangelo. E allora voglio ascoltare la mia sete di vita, e anche la mia sete di felicità e di Dio. Sento che ho bisogno di essere dissetato e allora colgo l’offerta del Vangelo di trovare in Gesù la fonte di questa acqua. E mi piace pensare che anche io come questa donna del Vangelo posso diventare una fontana per altri, con getti di acqua viva fatti di parole buone, di gesti gentili, di mani tese in aiuto, di sorrisi al posto di giudizi, di vicinanza…

In questi giorni pandemici, tutti abbiamo sete di stare bene, di uscire da questo incubo che sta inaridendo le nostre giornate, che sembra prosciugare il fiume del nostro futuro. In questi giorni siamo tutti stanchi e assetati ed è bello poter condividere questa sete comune, anche se si esprime in modi diversi, ma alla fine richiede la stessa cosa.

Gesù ci promette che se ci fidiamo di lui, possiamo darci da bere gli uni gli altri, trovando dentro di noi delle vene d’acqua viva che non pensavamo di avere. E’ la promessa del Vangelo ed è bello che è proprio questa donna, che per molti era solo una poco di buono, a portarci alla fonte che è Gesù.

Ascoltiamo la nostra sete, ascoltiamo la sete di chi ci sta vicino, ascoltiamo anche Dio che ha sete di noi.

Giovanni don

luce in fondo al tunnel

DOMENICA 8 marzo 2020

II di Quaresima

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti»

(dal Vangelo di Matteo 17.1-9)

La luce in fondo al tunnel… è il modo di dire quando in una situazione di difficoltà profonda che genera sofferenza e paura si intravede un termine, una soluzione, anche se non si sa bene ancora quando e come arriverà.

Tutti i tunnel che si percorrono in auto sulle strade o in treno hanno la loro luce alla fine, e non sono come le gallerie di una miniera che invece hanno una luce solo all’ingresso e non portano che sempre più in profondità e nel buio.

I discepoli che sono con Gesù, e che hanno iniziato con entusiasmo il loro cammino con questo Maestro straordinario, sono talvolta tentati di pensare che le crescenti difficoltà che sta incontrando con le autorità religiose siano una specie di galleria di una miniera, cioè una strada senza uscita. Sembra non esserci una luce alla fine della storia, e la croce sembra un buio punto di arrivo senza speranza.

Sul Monte della Trasfigurazione, che l’evangelista Matteo colloca in un luogo imprecisato (così che diventa ogni luogo e ogni vita, anche la nostra) Gesù fa intravedere una luce in fondo al tunnel della sua missione, diventando lui stesso luce e segno di speranza. Gesù di Nazareth, Maestro brillante e buono, uomo però come tutti, quindi soggetto a rimanere schiacciato dalla storia, si mostra per un attimo (non sappiamo quanto dura questo strano fenomeno che viene descritto) in tutta la sua chiarezza. Lui è il figlio amato da Dio, è la risposta a tutte le attese religiose, incarnate da Mosè e Elia, la Legge e i Profeti.

Gesù diventa luminoso agli occhi ma soprattutto al cuore dei suoi discepoli. E la voce di Dio Padre risuona anch’essa nel cuore raggelato dalla paura e lo scalda con un invito chiaro: “Ascoltatelo!”

Tutto questo sembra troppo grande per gli stessi discepoli che si sentono come schiacciati da questa rivelazione di luce. Ma alla fine Gesù si ripresenta con il suo volto umano di sempre e rivolge loro queste parole umanissime di rassicurazione: “Alzatevi e non temete”.

In questi giorni stiamo vivendo un periodo di angoscia e paura in Italia. Non possiamo non tirare dentro questa riflessione sul Vangelo l’esperienza di vita che ci sta legando tutti e ci fa sentire tutti come dentro un tunnel. L’epidemia del Coronavirus che tocca tutti ci sta contagiando il cuore prima ancora dei polmoni. Siamo impauriti e pensiamo di esser entrati nella galleria di una miniera, destinati solo a profondare sempre di più nel buio. È la sensazione di molti anche per tante altre situazioni che magari coinvolgono singoli e famiglie quando si affronta un lutto, un tracollo finanziario, una malattia. Ma ora questa paura e questa sensazione di non aver via d’uscita ci accomuna tutti. Forse già questo fatto è un aspetto che pur nella drammaticità degli eventi è positivo, e diventa occasione davvero di una solidarietà di sentimenti che non è solo di facciata.

Abbiamo tutti bisogno di vedere una luce in fondo al tunnel e questa luce c’è sicuramente. Nella storia non è la prima volta che una grande tragedia coinvolge tutti allo stesso tempo. E alla fine con la forza e la determinazione di tutti si è riusciti ad andare oltre. Forse ora non vediamo la luce in fondo al tunnel di questa epidemia, anche perché i nostri occhi forse sono troppo occupati a guardare noi stessi e sono chiusi dalla paura. Per me leggere e meditare questo episodio del Vangelo mi dà grande speranza perché so che come Gesù ha rincuorato i suoi discepoli impauriti e stanchi con un momento di luce, così lo fa per me e per tutti noi.

Questa Quaresima senza celebrazioni, momenti di preghiera comuni, incontri e catechesi e vie crucis alla fine avrà la sua Pasqua. La luce della resurrezione rimane oltre ogni Golgota, oltre ogni croce e tomba chiusa. Non so se la Pasqua liturgica del 12 aprile coinciderà anche con la resurrezione sanitaria alla fine della crisi del coronavirus, ma so che la Pasqua di Cristo ci sarà e la potremo gioire tutti insieme, anche quando tutto quello che viviamo di drammatico sarà finito.

“Alzatevi e non temete” diventa per me come credente e discepolo di Gesù, un impegno quaresimale, l’unico che posso fare anche senza celebrazioni e incontri. È un impegno che tutti possiamo prenderci, per farci coraggio gli uni gli altri e specialmente chi vede solo buio e tende a perdere la fiducia e la speranza. Gesù è stato la luce in fondo al tunnel per Pietro, Giacomo e Giovanni nel Vangelo, e lo è anche per noi e invita a diventare anche noi per gli altri segno della sua “luce in fondo al tunne”, ogni tunnel della storia umana, anche quella di oggi.

Giovanni don