Siamo capaci di cogliere i fulmini?

novembre 28th, 2020 No comments

DOMENICA 29 novembre 2020

Prima di Avvento

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

(dal Vangelo di Marco 13,33-37)

“…vegliate, perché non sapete quando è il momento”, dice Gesù ai suoi discepoli parlando dell’ora del giudizio finale.

Se molti momenti della nostra vita li possiamo prevedere perché sono fissati da altri in modo preciso o li fissiamo noi (programmi televisivi e appuntamenti segnati sulla nostra agenda…), la gran parte non li possiamo davvero prevedere, specialmente quelli più drammatici che a volte ci condizionano per la vita.

Nel film “Ritorno al futuro”, di Robert Zemeckis, dove la storia ruota tutto intorno ai viaggi nel tempo, il protagonista Marty McFly si trova intrappolato nel passato, e l’unico modo per dare energia alla sua automobile speciale DeLorean è avere l’energia sufficiente per il salto temporale in avanti, come quella di un fulmine. Ma i fulmini non si possono certo prevedere sia quando che dove cadono! Ma lui invece lo sa. Venendo dal futuro conosce che un fulmine si abbatterà sull’orologio del tribunale alle 22:04 del 12 novembre 1955, di lì a una settimana. L’evento verrà ricordato nel futuro perché il fulmine era stato così potente da danneggiare l’orologio fermandolo proprio su quell’ora. E così Marty con l’aiuto dell’amico inventore Doc, ritorna al futuro intrappolando l’energia del fulmine di cui conosce luogo e momento esatto.

Ma la vita non è così, e spesso le occasioni belle della vita ci passano davanti improvvise e non le cogliamo.

Quando Gesù invita i suoi discepoli a vegliare e non addormentarsi, non parla ovviamente della veglia notturna e della privazione del sonno, ma di un atteggiamento spirituale indispensabile nella vita del credente e anche di ogni uomo.

Vegliare è appunto prima di tutto assumere un atteggiamento di profonda attenzione a tutto quello che ci accade fuori e dentro, nei fatti della vita, nelle persone che incontriamo e anche in quello che avvertiamo nel cuore e nella mente.

“Vegliate!” Gesù lo ripete per ben tre volte in queste poche righe di Vangelo e al termine di un lungo discorso sulla storia umana, su dove la storia sta andando e come Dio agisce dentro di essa.

“Vegliate!” è l’ultima parola in questo passaggio del racconto del Vangelo di Marco, prima di iniziare dal capitolo successivo tutto il grande racconto della passione, morte e resurrezione di Gesù. È come dicesse: “state bene attenti ora che entrerete nel centro della fede! Non fate addormentare la vostra mente e il cuore così da perdere il vero senso di quel che accade!”.

“Vegliate!” è un invito per noi oggi, che iniziamo con questo Vangelo in cammino di Avvento, e ci dà l’atteggiamento giusto per prepararci al Natale, a questo Natale 2020 così particolare e a prima vista più difficile di altri passati.

L’invito del Vangelo a non addormentarci non è tanto per farci paura, ma al contrario per invitarci a cogliere il bello e il bene che si nascondono dentro il tempo che ci è dato, a volte in momenti piccoli e improvvisi che non possiamo prevedere, ma ci sono.

Un fulmine che distrugge un orologio può diventare una opportunità di salvezza, come ci racconta la favola del film, ma è proprio per questo che il Vangelo ci invita a star svegli e a non perdere la speranza. Non possiamo prevedere i fulmini, ma possiamo imparare a cogliere l’energia di Dio dentro i piccoli momenti della vita.

Non abbiamo il controllo del tempo e della storia se non in minima parte, ma abbiamo la possibilità di cogliere il bene che c’è, il bello della vita anche dentro i fatti più terribili e difficili.

Gesù dice ai suoi discepoli “Vegliate!”, e questo diventa anche un compito per loro a ripetere questo invito agli altri. È il mio, è il nostro compito di cristiani, quello di aiutarci tra noi e aiutare gli altri ad essere svegli nella propria vita con un atteggiamento di attenzione e speranza.

La preghiera, che a volte ci viene la tentazione di ritenere come momento di riposo spirituale che ci stacca dalla vita come una parentesi a tratti inutile, in realtà è un potente strumento di sveglia. La preghiera ci obbliga a guardare dentro noi stessi e dentro il Vangelo. La preghiera, da soli e con la comunità, sveglia dentro di noi quella parte spirituale che ci fa vedere Dio all’opera.

Lui non si addormenta mai e veglia su di noi… ogni istante.

Giovanni don

il Regno che non c’è

novembre 21st, 2020 1 comment

DOMENICA 22 novembre 2020

XXXIV anno A – Cristo Re

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

(dal Vangelo di Matteo 25,31-46)

“Seconda stella a destra, questo è il cammino, e poi dritto, fino al mattino. Poi la strada la trovi da te. Porta all’isola che non c’è…”

Ho riascoltato questa mattina questa bella canzone di Edoardo Bennato contenuta nel disco “Sono solo canzonette” del 1980. In questo concept album Bennato ripercorre la storia di Peter Pan e della sua isola che non c’è.

“Son d’accordo con voi, non esiste una terra dove non ci son santi né eroi. E se non ci son ladri, se non c’è mai la guerra, forse è proprio l’isola che non c’è, che non c’è…”

Questa ultima domenica prima di iniziare l’Avvento celebriamo Cristo come Re dell’Universo e della Storia. E’ così quello che ci suggerisce la parabola di Matteo scelta dalla liturgia e come anche più volte Gesù si auto rivela, specialmente nel momento in cui a pochi passi dalla croce gli viene chiesto da Pilato se è vero che lui è re, e Gesù risponde con “tu lo dici”.

Il Regno di Gesù, come dice lui stesso, non è di questo mondo, non tanto perché si trova spazialmente collocato chissà dove in un’altra dimensione, ma non lo è nel modo in cui vediamo il mondo noi e come siamo troppo abituati a viverlo.

Tanti dicono che la Pandemia non ci ha reso migliori come pensavano, e che in realtà sono emersi ancora di più tutti i difetti e tutte le cattiverie dell’animo umano. Sembra davvero che il regno umano, dove tutti siamo re e regine nei nostri piccoli regni personali, sia caratterizzato dall’ognuno pensa per sé, dalla gara a chi trae maggior profitto e coltiva la ricchezza personale in fama, beni e salute.

Forse in questo senso davvero il regno di Gesù non è di questo mondo, di questo modo di vedere il mondo.

La parabola di Matteo immagina un futuro lontano in cui la storia di ogni singolo essere umano tira le sue conclusioni. Il grande giudizio finale universale anticipato dal racconto di Gesù è un giudizio sul presente e anche un forte appello a verificare il mio presente. In quel lontano futuro si vedrà come abbiamo vissuto l’oggi.
Alcuni leggono questo brano come una “mazzata” spirituale, come fosse uno spauracchio per metterci in guardia. Io voglio leggerlo però anche come una specie di invito alla speranza. Gesù con quella divisione finale tra chi ha amato e chi non ha amato, tra chi si è preso cura dell’affamato, dell’assetato, del povero, dello straniero, del malato e carcerato e chi invece non l’ha fatto, vuole dirmi che per quanto negativo, chiuso ed egoista possa sembrarmi il mondo in realtà non è proprio così. Anche nel regno umano di oggi ci sono uomini e donne che non si chiudono nel loro egoismo ma generosamente si prendono cura del prossimo. E in questo prossimo povero c’è Gesù, anche se non tutti lo riconoscono apertamente. Ma il giudizio finale non sarà su chi ha esplicitamente riconosciuto Dio ma su chi l’avrà concretamente amato.

Questa parabola mi invita davvero alla fiducia e a decidere da che parte stare fin da ora senza aspettare il giudizio finale. Già da ora posso credere e far parte del regno di amore di cui Gesù è il re nascosto ma potente. Già fin da ora posso prendere la strada che porta a questo regno che non è distante e impossibile, devo solo crederci e seguire le indicazioni, che sono quelle del Vangelo. E poi la strada la trovo da me…

È un regno davvero strano quello di Cristo Re, dove non c’è odio ma amore, dove non c’è indifferenza ma cura, dove si combatte la battaglia alla povertà e non ai poveri. E la straordinarietà è proprio che il Re si mescola con tutti coloro che sono in questo Regno di amore, un regno che sembra non ci sia, ma in realtà c’è.

“E ti prendono in giro, se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle… Forse è ancora più pazzo di te”

Forse è davvero da pazzi in questo mondo e in questo momento storico pensare alla solidarietà, alla cura reciproca. Forse è ancora più da pazzi cercare Gesù nei poveri e cercare Dio nella vita di ogni giorno anche fuori dai riti e dagli spazi sacri. Ma chi ci ha rinunciato forse è ancora più pazzo di te…

Giovanni don

quali talenti?

novembre 14th, 2020 1 comment


DOMENICA 15 novembre 2020
XXXIII anno A

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
(dal Vangelo di Matteo 25,14-30)

Gesù per aiutare a fare entrare i suoi discepoli nella comprensione dell’azione di Dio e della sua persona usava spesso le parabole, che partendo da storie ambientate nella vita del tempo erano ricche di elementi simbolici e colpi di scena. Non solo la finale del racconto ma proprio il modo di raccontare e alcuni aspetti spesso volutamente esagerati volevano condurre chi ascoltava a comprendere meglio Dio, Gesù e anche sé stesso come credente. Ed ecco anche questa domenica ascoltiamo una delle parabole più famose di Gesù che per un elemento particolare del racconto è entrata profondamente nella nostra cultura. Si parla di talenti, un’unità di misura della ricchezza usata a quel tempo. Un talento poteva più o meno rappresentare in denaro quello che un operaio percepisce in 15 anni. E’ una discreta ricchezza che questo uomo ricco, secondo quel che racconta Gesù, consegna ai suoi servi, sottolineando che dà a ciascuno secondo le proprie capacità. La parola “talento” è nella nostra cultura tutto quello che uno sa fare e che si trova quasi innato dentro si se. Si dice che avere un talento è quando si scopre un qualcosa che però non può essere lasciato li a maturare da solo ma va coltivato e fatto crescere.
Siamo abbastanza vicini al significato che Gesù voleva dare con la sua parabola, ma non del tutto. I talenti, secondo il racconto di Gesù, sono molto di più di una capacità di fare.
In questi giorni mi hanno colpito alcune piccole storie che mi sono state raccontate da alcune persone amiche. Un amico in particolare mi ha raccontato come in questi giorni ha scoperto che la madre anziana da un po’ di tempo aiuta con la spesa una famiglia di vicini che essendo tutti positivi al virus sono chiusi in casa. Sono una famiglia non particolarmente agiata e con nessun parente vicino. Il problema del far la spesa e avere qualcosa per i figli si era fatto pressante ma nessuno li stata aiutando. Questo amico mi ha confessato che per la frenesia del lavoro non si era mai veramente interessato di quei vicini, ed è stato proprio il dover a sua volta rimanere in casa in smart-working, a fargli scoprire meglio quella famiglia, la sua difficoltà e anche il piccolo segreto della madre anziana che si è messa ad aiutare quei vicini. In un sol colpo ha scoperto di avere tanti talenti preziosi…
E’ una piccola storia che però ho trovato preziosa perchè mi aiuta a capire cosa Gesù intende per “talenti” affidati da mettere a frutto. Nella parabola su tre servi a cui l’uomo affida le sue cose preziose due su tre portano frutto, mentre il terzo per paura sotterra tutto e alla fine rimane povero non solo di talenti ma anche di gioia.
I talenti prima che essere capacità personali, sono le persone che abbiamo accanto, che il Signore ci ha dato come doni preziosi da custodire. I talenti sono le storie delle persone che dobbiamo conoscere e condividere. I talenti sono tutte le occasioni di carità che non dobbiamo avere mai paura di affrontare e sotterrare con la scusa che non “abbiamo mai tempo”. Il talento che abbiamo in particolare noi cristiani è la fede che ci è stata data con il battesimo e che è capace di renderci davvero ricchi e gioiosi. Gesù ci invita a non metterla da parte e sotterrala per riesumarla magari solo in qualche rara occasione dell’anno o della vita (Natale, Pasqua e tappe sacramentali), anche perché in questo modo certamente non si moltiplica ma al contrario si impoverisce ancora di più.
Nel racconto del Vangelo, a ciascuno dei due servi che fanno fruttare i beni affidati alla fine viene detto “prendi parte alla gioia del tuo padrone”. È questo il talento più prezioso che possiamo ricevere e che alla fine ci rimane sempre: la gioia di Dio in noi, dentro il nostro piccolo cuore per illuminare anche gli angoli più oscuri della nostra vita. È la gioia la nostra paga più grande che ci rende ricchi e arricchisce chi ci incontra, scoprendo che il nostro più grande talento non è fare qualcosa ma essere di Dio.

Giovanni don

l’olio del cuore

novembre 7th, 2020 No comments

DOMENICA 8 novembre 2020

XXXII anno A

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

(dal Vangelo di Matteo 25,1-13)

L’espressione più forte di questo brano del Vangelo che mi sembra di sentire nelle orecchie e nel cuore anche se la leggo in silenzio è quel grido “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.

È un grido che sveglia la notte scesa non solo attorno ma sopratutto nel cuore delle 10 ragazze venute con il loro lume per far parte di una festa di nozze, la festa più importante e ricca di opportunità e di gioia. Il grido arriva dopo che sembrava tutto fosse impossibile perché lo sposo era in ritardo e la speranza andata spegnendosi.

È un grido che anche se arriva nel cuore della notte sembra anticipare l’alba. L’unica cosa che viene chiesta alle dieci ragazze è di riaccendere il loro lume e andare alla festa. Il grido è arrivato per tutte e dieci, ma come ci ha anticipato Gesù all’inizio del suo racconto, solo la metà si è preparata per tempo e con la scorta di olio per tenere accesa la lampada. Cinque delle 10 ragazze vanno troppo tardi a procurarsi olio, e così rimangono fuori. Gesù nel suo racconto sottolinea che quell’olio personale di ogni lampada non si può cedere, o ce l’hai o non ce l’hai, e nessuno te lo può prestare.

Come potremmo attualizzare questo racconto oggi? Gesù quando parla ai suoi contemporanei sta parlando di sé stesso e della sua presenza nella storia che è da paragonarsi a questo sposo tanto atteso che finalmente arriva. Gesù è la risposta di tutte le attese del popolo d’Israele in tempi difficili nei quali sembrava ormai spenta ogni speranza. Ma al suo arrivo proprio coloro che in teoria dovevano essere i più pronti sono stati i più freddi e bloccati, i farisei e i capi religiosi. Solo i più poveri, esclusi, malati e semplici di cuore sono pronti ad accogliere il suo arrivo, e hanno dimostrato di avere una buona scorta di olio che tiene accesa la loro vita spirituale e così vedono il volto di Dio nel volto umano dell’uomo di Nazareth.

Quella bella notizia (Vangelo) “ecco lo sposo!” e l’invito successivo “andategli incontro”, oggi possono assumere vari significati nella nostra vita personale e di comunità. Tutti noi siamo in attesa del grido “ecco il vaccino, ecco la cura al virus!”. Molti sono in attesa del grido “sei guarito, le tue sofferenze sono finite!”. Per altri quel grido del Vangelo può assumere la forma di una chiamata al telefono di una persona che se ne era andata o il suo bussare alla porta “eccomi sono tornato, sono tornata!”. È il grido che vorrebbe sentire chi è in cerca di lavoro da tempo “ecco sei assunto, sei assunta!” che rompe le ansie per il futuro personale e della propria famiglia. Quel grido di speranza per interi popoli assume la forma di un annuncio di pace, “le ostilità sono finite, potete vivere nella pace!”.

Ognuno di noi potrebbe fermarsi e ascoltare il proprio cuore e chiedersi “quale grido vorrei sentire per me?”. E poi possiamo anche domandarci anche cosa questo annuncio ci chiede di fare, come trasformare in modo concreto quel “andare incontro allo sposo”.

La parabola di Gesù dice chiaramente che per andare incontro allo sposo bisogna avere la propria lampada pronta e accesa. E’ solo questo quel che viene chiesto alle ragazze. E l’olio che non si può prestare è il desiderio di Dio, di vita e di bene che non dobbiamo far mancare e tenere nel cuore. Quell’olio è la nostra fede in Dio e la fede in noi stessi che tiene accesa la nostra vita spirituale. Quell’olio nei piccoli vasi del nostro cuore ce lo possiamo procurare con la preghiera, con l’ascolto della Parola, con le relazioni umane vere, con la carità operosa che mentre dona al prossimo non ci svuota ma ci riempie.

Nel racconto di Gesù il passaggio difficile è quando dice che lo sposo tardava. Sembra davvero il ritardo a volte insopportabile di tutte le belle notizia che aspettiamo nella vita, il ritardo di vedere realizzate le nostre giuste attese e desideri. È il ritardo che sembra avere anche Dio stesso quando non lo vediamo in azione quando ne abbiamo bisogno. Possiamo anche noi addormentarci per un attimo e sembrare di spegnere il sorriso e la speranza, ma se abbiamo coltivato l’olio del cuore, quando verrà il momento giusto non saremo senza e potremo così far parte della gioia della vita, di Dio.

Giovanni don