Maria donna del “si”

dicembre 6th, 2019 1 comment

Domenica 8 dicembre 2019

IMMACOLATA CONCEZIONE

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».

A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.

Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».

Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

(Dal Vangelo di Luca 1,26-38)

SI o NO?

È la domanda che a bruciapelo ho fatto ai ragazzi delle medie giovedì scorso, in chiesa durante l’incontro di catechismo. Ho chiesto di rispondermi in anticipo con un “si” oppure con un “no” ad una proposta che avevo per loro ma che avrei svelata loro solo dopo la risposta. Non accettavo “ni” o non risposte, che avrei valutato per un “no”.

Qualcuno ha subito detto “si”, ma la gran parte ha risposto con un “no”, qualcuno in modo deciso qualcun altro sottovoce. Ovviamente ero interessato al “perché si” e al “perché no”…
E li è stato per me interessante, perché dietro ad un monosillabo ci stavano atteggiamenti e motivazioni diverse. C’è chi ha detto “si” per curiosità, chi perché “il don non ci può proporre qualcosa di pericoloso”. Qualcuno ha detto “si” perché “siamo in chiesa”, e altri perché ci sono altri che hanno detto “si” e quindi ci sta se non è  da solo… Anche chi ha detto “no” aveva motivazioni diverse: chi perché non si fida delle cose al buio, chi non ha voglia di fare cose nuove, chi perché “forse è faticoso”, e anche qui chi ha detto “no” perché altri suoi amici hanno detto “no”…

Maria il giorno in cui l’Angelo le appare come inviato da Dio dice “si” alla sua proposta. All’inizio è spaventata e si sente inadeguata. L’evangelista Luca parlandoci di Maria non vuole darci l’idea di una super-donna diversa da noi. Anche lei si sente piccola piccola davanti a Dio e alle sue proposte. Lei, giovane donna di una piccola città lontana dai centri religiosi, si sente “fuori scala” per Dio. Per questo è turbata e si fa domande. Cosa c’entra Dio con lei? Che relazione tra il piano di Salvezza di Dio e la sua piccola vita? Forse è tentata anche lei a dire “no”, non per cattiveria, ma per ragionevolezza. Potrebbe dire un bel “non fa per me” e lasciare a qualche altra donna bel più capace di lei questo compito così grande di fare da madre del Figlio di Dio (e chissà cosa voleva dire questa cosa… certamente non ha il tempo per farsi un corso di teologia per rispondere).

La solennità di questo 8 dicembre ci dice che lei è stata concepita senza peccato originale, lei è l’immacolata concezione, ma non è stata concepita senza dubbi e senza paure. E penso proprio che lei non sapesse nemmeno di essere stata preparata da Dio fin dal concepimento per quel compito di maternità divina. Maria è una semplice donna che però alla fine dice “si”, fidandosi di Dio. Maria si fida sapendo che Dio non le potrà certo fare del male e che con lei ci sono tanti altri che con i loro piccoli “si” hanno contribuito alla Storia della Salvezza.

Maria è donna vera del “si”, un “si” umanissimo, pieno di dubbi e incertezze ma non meno deciso. Maria dice “si” a Dio anche se non ha ben presente e chiara tutta la proposta dell’angelo Gabriele.

Vorrei tanto che i ragazzi imparassero a dire più “si” a Dio che “no” ma in questo hanno bisogno della testimonianza di noi adulti e di tutta la comunità cristiana. Anche se non capiamo tutto il piano di Dio e anche se non abbiamo tutte le certezze e conoscenze del Vangelo, siamo chiamati a fare come Maria e dire più “si” che “no”, con fiducia, slancio e anche un pizzico di gioia.

Giovanni don

magari è Gesù

novembre 28th, 2019 No comments


DOMENICA 1 dicembre 2019
I di Avvento

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
(dal Vangelo di Matteo 24,37-44)

“Essere gentili con gli altri, perché magari è Gesù”
Così scrive Riccardo a catechismo sul biglietto che le catechiste hanno consegnato a tutti i bambini, con la consegna di scrivere un impegno per questo cammino di Avvento che inizia domenica.
“Magari è Gesù” è un invito a stare attenti, proprio come dice Gesù stesso ai suoi discepoli partendo da un fatto terrificante raccontato nell’Antico Testamento, il diluvio universale. Di questa catastrofe purificatrice mandata da Dio, dalla quale si salva Noè con la sua famiglia e gli animali sull’Arca, Gesù sottolinea il fatto che chi è stato travolto non si era accorto di nulla. È questa la causa della rovina e non l’acqua. Succede come nei terremoti, quando gli esperti continuano a sottolineare che il problema principale in molti fenomeni tellurici (ovviamente non quelli di magnitudo altissima, quindi la maggior parte) quello che fa crollare le case è la loro fragilità e l’incuria umana, il fatto di non aver messo in atto azioni preventive.
Stare svegli, prestare attenzione e prepararsi agli aventi, accorgersi di quel che si vive, questi sono gli atteggiamenti spirituali e anche concreti del cristiano ogni giorno della sua vita, particolarmente sottolineati in Avvento.
Quante volte siamo distratti per causa nostra o anche perché distratti da altri su quello che veramente conta. Quante volte non prestiamo attenzione ad una parola, ad un gesto, ad un avviso, e così perdiamo l’occasione di un incontro di amicizia, un’occasione di aiutare qualcuno o anche di essere aiutati. Quante volte perdiamo l’incontro con Gesù. Si perché, come ci insegna il Vangelo del Natale, Dio in Gesù si è fatto carne, è entrato nella storia concreta dell’uomo. Dio entra e agisce nelle trame della nostra vicenda e quindi ha modalità molto umane di venirci incontro.
Gesù parla che verrà un giorno del Signore. Non è tanto la fine del mondo ma il fine di ogni nostro giorno. Il nostro tempo, scandito da ore e giorni, da incontri, lavoro, riposo, è un tempo nel quale Dio entra in modo deciso e anche discreto. Dio entra nella nostra storia in modo che possiamo collaborare con lui perché la storia sia come quella descritta bene dalla prima lettura di questa domenica, presa dalle profezie di Isaia: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra…”. Questa è la fine o meglio “il fine ultimo” della storia umana, anche se a guardarla bene oggi, se siamo realisti, tutto quel che accade sembra portare in una direzione opposta. Non sembrano affatto la pace, la collaborazione e la fraternità universale le cose che si realizzano tra gli uomini e per mezzo degli uomini.
Ecco, forse la prima distrazione da evitare è la non speranza e quel tipo di realismo che spegne il sogno di un mondo migliore e fraterno, che significa spegnere la fiamma accesa nel nostro battesimo. Non facciamoci distrarre dai tanti segni negativi della cronaca, e andiamo in cerca anche del più piccolo segno e testimonianza che Dio è all’opera per realizzare il fine ultimo. Non lasciamoci distrarre così tanto dal nostro egoismo e dalla paura da addormentare quel fuoco di amore che abbiamo dentro e che ci porta a tenere sveglio il vangelo dentro la nostra mente, dentro il cuore e nelle nostre mani. Dio è all’opera nel mondo solo che forse non lo vediamo. Dio viene proprio la dove siamo ogni giorno, come dice bene Gesù: “due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola: uno preso e l’altra lasciato…”, che tradotto potrebbe essere che uno è attento e l’altro distratto, uno sveglio spiritualmente e l’altro addormentato e inconsapevole…
“Magari è Gesù” è un piccolo slogan che su consiglio di Riccardo, può guidare le nostre piccole e grandi scelte quotidiane di questo Avvento.
Magari è Gesù colui o colei che ha bisogno oggi di un aiuto. Magari è Gesù che in famiglia ci sta chiedendo di ascoltare di più e dare più tempo. Magari è Gesù ad aspettarci in quel incontro di preghiera proposto in parrocchia. Magari è Gesù la persona che ci sta suggerendo un cambiamento da fare. Magari è Gesù quello sconosciuto per strada che ci saluta…
Magari è Gesù…

Giovanni don

voglio diventare re

novembre 22nd, 2019 No comments

DOMENICA 24 novembre 2019

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».

E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

(dal Vangelo di Luca 23,35-43)

“Ma io sarò un grande re, sarò lo scoop del secolo… più forte ruggirò… correre in libertà fare sempre ciò che mi va! Voglio diventar presto re!”
Sono le parole del canto del cucciolo di leone Simba, figlio del re della savana, nel film di animazione “il Re leone” della Disney.

“Fare ciò che mi va”, questo è un vero re e non possiamo che dare ragione a Simba. Il re ha il potere e la possibilità di fare tutto quello che vuole o almeno molto di più di ogni altro suddito. Oggi le monarchie, specialmente in Europa, non sono così assolute come una volta o come in altri paesi del mondo, ma certamente conservano molti di quei segni di gloria e potere che le pone in alto e ricordano il loro ruolo storico. Troni, simboli dorati, mantelli, corone, palazzi e castelli con cerimoniali di omaggio e regole ben precise, tutto questo richiama la figura del sovrano. Forse oggi si riducono spesso a puri atti simbolici privi di effettivo potere, ma in tempi passati erano segni di un effettivo potere che il sovrano poteva gestire sia in bene che in male verso il suo popolo. E se vogliamo eliminare un re anche dal punto di vista simbolico basta che gli togliamo il trono e la corona e lo spogliamo di tutto quell’oro e lusso che lo rivestono e non permettergli più di fare quello che gli va, come sogna il piccolo futuro re leone.

Per questo suona quasi ironica la scelta della liturgia che nella festa in cui celebriamo Cristo Re dell’universo, ci fa leggere questo passo del Vangelo di Luca. Gesù è sulla croce, nudo, con attorno non sudditi e nemmeno amici, ma i suoi nemici e carnefici che gli rivolgono parole di insulto e scherno. Sembra più la scena nella destituzione di un re piuttosto che la sua proclamazione. Mi vengono in mente tante scene nella storia nelle quali proprio per ribadire la caduta dal potere e da ogni considerazione i sovrani venivano spogliati in pubblico e uccisi in modo brutale privandoli di ogni dignità.

Gesù non è per niente un re ora, o almeno non lo è secondo la logica umana, o meglio, una certa logica umana. Gesù non scende dalla croce, non può fare nulla di quello che vorrebbe, è in totale balia di chi lo vuole eliminare. Per capire che è un re bisogna allora avvicinarsi oltre le grida e gli insulti e ascoltare la voce flebile del malfattore che gli sta accanto. L’evangelista Luca ci fa ascoltare il dialogo tra Gesù e questo sconosciuto crocifisso con lui, e da queste parole anche noi possiamo comprendere che Gesù è davvero Re e lo è pienamente e definitivamente proprio sulla croce. Gesù è re dell’amore, di un regno dove il potere non è quello delle armi, del denaro e del consenso strappato a ogni costo. Gesù è il re del Regno di Dio che lui ha pian piano costruito amando gli ultimi, facendosi amici i peccatori, costruendo palazzi di umanità e accoglienza. Gesù è re di un regno che vuole conquistare tutto il mondo non con le armi e la violenza ma con la fraternità. La croce è il trono sul quale Gesù è diventato libero anche se inchiodato. È libero perché sceglie di starci senza scendere, e condividendo la sorte di ogni uomo a cominciare proprio dagli ultimi.

Se ne accorge proprio uno che è nella sua stessa condizione, questo malfattore che non ha alcun titolo e potere, ma ha il cuore aperto a comprendere che nell’uomo della croce si manifesta un vero re.

“Ricordati di me quando sarai nel tuo regno”, è l’atto di sottomissione del cuore che è più vera di quella di facciata che sperimentano spesso tutti i sovrani che comprano con regalie e privilegi “l’amore” dei propri sudditi. Gesù re assoluto dell’amore compie l’ultimo atto del suo regnare sulla terra regalando il paradiso a quest’uomo. Possiamo dire che quel malfattore è proclamato re a sua volta come Gesù, perché ne condivide il trono e l’amore.

Penso allora a tanti che sono su letti e sedie a rotelle, inchiodati da malattie che li rendono sempre più simili a Gesù sulla croce. Penso a tanti che donano la propria libertà di tempo ed economica per aiutare il prossimo senza cercare il proprio tornaconto ma il bene del prossimo. Tutti questi sono sudditi veri e soldati del Regno di Dio di cui Cristo è sovrano sulla croce. Tutti questi diventano re con e come Gesù.

La cosa straordinaria del regno di Cristo re è che è un regno dove tutti possono ambire al trono e alla corona, basta fare come lui. Voglio quindi anch’io diventare un re, ma non facendo quello che mi va, ma quello che vuole l’amore, salendo sulla mia croce, che diventa il mio trono, come quello di Gesù.

Giovanni don

la speranza in un capello

novembre 16th, 2019 No comments

DOMENICA 17 novembre 2019

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

(dal Vangelo di Luca 21,5-19)

In questi giorni ho telefonato ad una mia amica che non sentivo da tempo. Volevo salutarla e soprattutto avere notizie sulla salute del suo compagno. Da quasi un anno gli è stato diagnosticato un tumore non operabile e va avanti con continue visite di controllo, chemio e radioterapie. La mia amica mi ha dato la notizia che il compagno era stato improvvisamente ricoverato e attendeva l’esito dell’ennesimo controllo. Non sono telefonate facili da fare, però anche stavolta mi ha sorpreso la forza di vita e di fede di questa amica. Tanti progetti fatti per una vita insieme, la casa acquistata insieme da poco, il lavoro che va bene, tutto questo si infrange con l’imprevisto che fa crollare tutto, o almeno inizia a far crollare nell’incertezza logorante per il futuro.

È un po’ quel che viene descritto nella pagina del Vangelo di questa domenica. Gesù con i suoi discepoli e tutti i suoi contemporanei sono davanti a quello che rappresenta il massimo segno della potenza della religione ebraica e della storia del popolo di Israele: il Tempio di Gerusalemme. È un edificio enorme, pensato e costruito per durare nei secoli e per ribadire il futuro eterno delle tradizioni religiose. L’evangelista ci dice che questo Tempio è bello e tutti lo ammirano, ma Gesù lo guarda con occhi diversi e ne annuncia la fragilità e la fine: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. La storia fatta di calamità naturali e di sconvolgimenti storici alla fine inciderà sul grande sacro edificio che cadrà, gettando nello sgomento coloro che confidavano in questo glorioso segno di Dio.

La nostra vita davvero sembra come questo Tempio, quando la pensiamo e la progettiamo come sempre più grande, bella e realizzata. Giustamente noi facciamo i nostri progetti e ci impegniamo a realizzarli a livello di scelte di vita, di lavoro e relazioni. Anche la vita di fede la coltiviamo attraverso i sacramenti e nell’impegno dentro la comunità. Ma come è accaduto al Tempio di Gerusalemme, accade che eventi imprevisti rompano i nostri progetti e frantumino quello che abbiamo realizzato o stiamo realizzando. E anche la nostra fede, la nostra vita di credenti viene messa in discussione e talvolta distrutta dagli eventi della vita che la abbattono come le mura del Tempio. E Dio che fine fa? E tutte le sue promesse? E tutto quel bene e amore da parte di Dio che ci è stato insegnato, che ne rimane?

Gesù profetizzando la distruzione del grande Tempio non vuole essere uno che rovina la vita e che promette solamente dolore e fallimenti, ma vuole risvegliare nei discepoli la vera speranza e vuol comunicare loro che nonostante tutto quello che può accadere nella vita la vera speranza non è negata all’uomo e che Dio non scompare anche se il suo Tempio e tutte le modalità di rappresentarlo vengono azzerate. Le parole di Gesù sono di vera e profonda speranza. I primi cristiani hanno trovato forza in queste promesse anche in mezzo a persecuzioni, anche dopo che il loro capo Gesù era finito in croce. Uno può perdere tutto, non perché Dio glielo toglie, ma perché così succede e perché è così da sempre nella storia. Non è Dio la causa dei mali, ma Dio rimane anche dentro il male e alla fine ci custodisce nel profondo amando anche un solo capello del nostro capo.  Bella l’immagine del capello come parte piccola e insignificante ma che per Dio conta enormemente! Ma come accade questo? Come far si che la fragilità e spesso la perdita delle cose che abbiamo non ci distrugga del tutto e non ci faccia perdere ogni speranza?

Gesù invita prima di tutto a non seguire le facili soluzioni ai problemi, come spesso siamo tentati di fare. A volte c’è chi pensa che la soluzione alle tragedie siano le sostanze (alcol e droghe) o anche chiudersi in se stessi e irrigidirsi in una sorta di mura di egoismo e cattiveria.

Gesù invita alla perseveranza, a tenere la mente e il cuore il più possibile aperti alla sua azione che arriva in maniera altrettanto improvvisa come capitano le situazioni negative. Dio si prende cura della nostra vita anche e soprattutto quando è fragile e disastrata, e arriva a darci quella profonda speranza che ci fa essere più forti e stabili del glorioso Tempio di Gerusalemme.

Nella telefonata con questa mia amica che mi raccontava i problemi e l’evoluzione non positiva della malattia, ho avvertito parole di speranza e di fiducia. Mi raccontava che tutto sommato anche quel poco che forse rimaneva di vita insieme è un dono di Dio e che ringraziava il Signore anche per un piccolo e provvisorio segno di miglioramento. Pensavo di trovare io le parole per consolare lei, ma è stata lei che ha consolato me per i miei piccolissimi problemi. Ho sentito in quelle sue parole di fede e di preghiera quella perseveranza di cui parla il Vangelo.

Io di capelli in testa praticamente non ne ho, ma posso dire che le parole di Gesù “nemmeno un capello del vostro capo perirà” sono vere e profondamente consolanti…

Giovanni don