vicini ma lontani

settembre 18th, 2021 No comments

DOMENICA 19 SETTEMBRE 2021

XXV anno B

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

(dal Vangelo di Marco 9,30-37)

Una volta, durante un viaggio, entrando in una chiesa mi colpì l’avviso di una festa patronale sul quale, alla fine di tutti gli appuntamenti di preghiera, processioni e festa, era segnata anche la solenne messa finale con la presenza di un vescovo. Non ricordo il nome di quel vescovo anche perché attirarono di più la mia attenzione tutti i titoli onorifici che precedevano il cognome: “Sua Ecc. Rev.ssma Mons.” e alla fine il cognome seguito da “illustre vescovo di…” (non ricordo dove).  Mi fece sorridere quella sfilza di titoli puntati che erano scritti sull’avviso sicuramente per dare ancora più rilievo alla messa finale della festa, sottolineando una presenza così alta e onorevole. Con una sbirciata poi dentro la chiesa che stavano allestendo per la messa, ho notato la preparazione del seggio dove si sarebbe seduto il “Sua Ecc. Rev.ssima Mons….”, ed era una specie di trono dorato con una foresta di fiori attorno.

Gesù, il figlio di Maria e Giuseppe di Nazareth, aveva anche lui un titolo non da poco, quello di “Cristo”, anche se preferiva sicuramente farsi chiamare “maestro”. Il titolo di “Cristo” che gli viene riconosciuto dai discepoli (anche se non avevano ben capito il vero significato) non era certo un titolo che gli faceva comodo, anzi gli fu fonte di grossi guai e non sembra ci tenesse molto che si sapesse in giro così facilmente, conscio che veniva frainteso facilmente.

L’evangelista Marco per ben tre volte nel suo Vangelo ci ricorda come Gesù apertamente predice invece il suo fallimento, la sua morte in croce, come conseguenza di un rifiuto proprio da parte delle autorità religiose che lo vedono come un impedimento e come una presenza scomoda. Parla anche di risurrezione, come vero obiettivo finale, ma a far problema ai suoi discepoli è proprio quella strada così poco onorevole e profondamente fallimentare che è il rifiuto e la morte.

La strada di Dio nel mondo è davvero una strada difficile da capire e soprattutto da percorrere. È la strada che passa dal totale dono di sé, che ha come meta finale la vita, la felicità e la realizzazione ma passando attraverso delle tappe che da un punto di vista umano superficiale non sono per nulla appetibili e apparentemente assurde.

La vita non passa dalla morte, la felicità non può passare dal dolore, la ricchezza non si raggiunge con il donare tutto!

Per questo Gesù non viene capito se non in modo superficiale e quindi frainteso. Fintanto che compie miracolose guarigioni e si dimostra un predicatore di successo con le folle che lo acclamano allora tutto va bene, ma quando parla di dono, di morte, di rifiuto e insuccesso, allora diventa distante, anzi da tenere a distanza.

L’evangelista nel racconto usa una frase che sembra un po’assurda eppure è profondamente significativa e certamente non messa a caso. Quando Gesù arriva in casa, al termine del cammino lungo la strada, “sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro…”. Che significa che “li chiama”? Le case dei palestinesi non sono certo dei palazzi in cui perdersi e sicuramente Gesù e i suoi sono già fisicamente vicini. Ma questo “chiamare” di Gesù è riferito non tanto alla distanza fisica dei suoi discepoli e amici, ma a quella interiore. Lungo la strada (sia quella materiale sotto i piedi che quella del cuore) i discepoli hanno preso letteralmente le distanze dal loro Maestro e amico. Sono distanti anche se sono stati vicini, sono lontani con il cuore e con la mente. Quando Gesù parla di dono della vita, di abbassarsi fino anche a soffrire e morire, loro sono per un’altra strada esistenziale che è quella degli onori, delle lodi pubbliche, del sentirsi ed essere considerati grandi. Quando Gesù li interroga rimangono senza parole perché i loro discorsi hanno rotto la comunicazione. Ma Gesù li chiama ancora e vuole che ritornino ad essere vicini a lui con la mente, il cuore e la vita. Gesù vuole insegnare loro che proprio quella grandezza che cercano non è nei titoli, nelle ricchezze materiali, negli onori pubblici, ma proprio nella piccolezza del servire, nello svuotarsi per il prossimo.

Penso che questo riescono a capirlo bene tutti coloro che nella loro vita amano profondamente. Può essere l’amore per il proprio partner, l’amore per un figlio, l’amore per una causa buona e per coloro che hanno bisogno come poveri e ammalati. Chi ama veramente sa che è la via del dono, dell’abbassarsi, del prendersi cura anche rimettendoci che rende grandi e dona pienezza di felicità.

Dio ha fatto proprio così da innamorato dell’uomo: ha svuotato sé stesso, e per amore si è fatto piccolo, povero e fragile nell’uomo Gesù, e in questo sta la sua grandezza.

Il gesto finale del racconto, quando Gesù abbraccia questo piccolo garzone (così dice il termine giusto), diventa profetico e rivelativo: Gesù è grande e mostra Dio proprio nella piccolezza di un essere umano fragile che serve. Questo è Gesù, questo è Dio, questo possiamo essere noi, se non prendiamo un’altra strada e ci perdiamo per le vie delle pretese di grandezza umana che in realtà rischiano di rendere piccolo il cuore.

Come Chiesa forse nei secoli abbiamo smarrito la strada di Gesù nel Vangelo, rincorrendo la mentalità umana che cerca negli onori, nella fama e ricchezza la propria felicità e forza. Forse come cristiani, specialmente oggi che stiamo diventando meno numerosi e forse meno rilevanti in una società sempre più secolarizzata, abbiamo l’occasione per essere come Gesù, che pur essendo il Cristo e il Figlio di Dio, si mostra servo e piccolo, sapendo che questa è la vera strada di Dio.

Giovanni don

una fede senza caricature

settembre 11th, 2021 No comments

DOMENICA 12 settembre 2021

XXIV anno B

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

(dal Vangelo di Marco 8,27-35)

Con questo episodio al capitolo ottavo siamo a metà del Vangelo di Marco, che è composto di 16 capitoli. L’evangelista Marco sembra voler fare il punto della situazione su cosa la sua comunità ha compreso di quel Gesù di cui sta narrando e che fin dalla prima riga subito ha presentato come Cristo e Figlio di Dio (“Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio…”). L’evangelista riprende il ricordo della stessa cosa fatta proprio dal Maestro che un giorno, lungo la strada, in un luogo lontano dai centri religiosi di allora, fa una simile verifica con i suoi amici e discepoli. Prima di tutto chiede cosa pensa la gente di lui, che cosa hanno capito le persone lo seguono e che sono a contatto con i discepoli. Non hanno capito niente! O almeno hanno le idee molto confuse, scambiando Gesù per Giovanni Battista (che predicava in modo duro e apocalittico), oppure per il grande profeta Elia così come uno dei profeti del passato. Da qui si vede come una conoscenza superficiale o sporadica di Gesù non porta alla vera comprensione e alla fine la tenuta del seguito è debole. Infatti le folle che ora osannano Gesù, poi alla fine, nel giro di pochi giorni lo vorranno crocifisso, seguendo il pensiero dei più forti che lo vogliono morto.

Ma a Gesù quello che interessa è vedere cosa i suoi amici, quelli che stanno con lui e che lo seguono ogni giorno e che sono stati disposti a lasciare tutto per stare con lui, cosa essi hanno capito: “ma voi chi dite che io sia?”.

Risponde Pietro a nome di tutti: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia atteso, l’Inviato di Dio per trasformare il mondo. Se il brano si concludesse con la sua risposta, e con Gesù che lo premia per la risposta esatta, saremmo a posto. Ma non è così! Pietro risponde bene con la testa e pare aver capito chi è Gesù, ma quando Gesù riempie di significato la parola “Cristo” le cose precipitano. Gesù quando spiega che tipo di Cristo è, allora viene a galla che Pietro e gli altri non hanno capito nulla di lui, e in fondo sono più o meno come la gente che ha di Gesù una conoscenza superficiale e distorta. Anche Pietro e gli altri hanno di Gesù una caricatura, una visione distorta della sua missione che non assomiglia che vagamente al vero volto.

Pietro rimproverando Gesù e volendo che non faccia discorsi di sofferenza, rifiuto e morte, non ha capito che Gesù non è un Cristo imperante, ma amante. Gesù è il Figlio di Dio mandato non a prendere le vite delle persone per sottometterle, ma a dare la sua vita per tutti. Gesù è l’Inviato da Dio che trasforma il mondo non con la violenza ma con la pace, anche a costo di perdere la faccia e apparire debole e ultimo. Gesù è un Re che ha come trono la croce e come corte i poveri e gli ultimi.

Pietro e i discepoli devono ancora imparare a pensare e quindi a vivere secondo Dio e secondo la mentalità del Vangelo. Per questo Gesù non lo caccia via ma lo rimette al suo posto, cioè al banco di scuola per imparare ancora come discepolo dietro di lui, facendo esperienza diretta di lui. Se la risposta di Gesù sembra troppo dura in realtà è un atto di fiducia verso Pietro e gli altri, perché sa che anche se hanno la testa dura e sono abituati a pensare in modo umano, possono ancora imparare! Possiamo ancora noi tutti imparare!

Cosa sappiamo di Gesù? È la domanda che non dobbiamo mai smettere di fare a noi stessi perché spesso tra aspettative e realtà c’è sempre una forte differenza, e senza saperlo di Gesù, della fede cristiana e della vita cristiana abbiamo più una caricatura che una visione corretta e vera. Siamo cristiani e scegliamo di dire che lo siamo, anche se non abbiamo ricevuto il battesimo per nostra diretta scelta ma questa scelta la facciamo ogni giorno. Siamo un po’ come i discepoli che alla chiamata di Gesù siamo andati dietro. Ma sappiamo cosa ci aspetta? Sappiamo davvero chi è Gesù, abbiamo consapevolezza di cosa dice veramente il suo messaggio e quali scelte di vita ci porta a fare? Chi è Gesù per te, per me?

Non basta la risposta da catechismo, così come non è sufficiente conoscere e pronunciare ad alta voce le risposte da dare durante le preghiere e le liturgie. Non basta perché siamo a rischio come Pietro e gli altri di dire che siamo discepoli ma la nostra vita vera è lontana.

Tornare discepoli e non smettere di voler imparare da Gesù: solo così la nostra fede non sarà una caricatura di cristianesimo ma potremo conoscere il vero volto del nostro Maestro e anche il nostro di eterni discepoli.

Giovanni don

il segreto del parlare

settembre 3rd, 2021 No comments

DOMENICA 5 settembre 2021

XXIII anno B

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

(dal Vangelo di Marco 7,31-37)

Quando ero in seminario la mia più grande preoccupazione in vista del diventare prete era il parlare in pubblico. Mi metteva una grandissima ansia il dover tutte le domeniche fare l’omelia davanti a tante persone molto diverse tra loro per età, cammino spirituale, idee e provenienze… Mi chiedevo come avrei fatto a superare questa paura che non era solo paura di parlare al microfono, ma anche di dire le cose in maniera corretta per coloro che avevo davanti, evitando stupidaggini e il venire frainteso. Era anche la paura che con le mie parole sbagliate non avrei avvicinato ma allontanato le persone dalla fede e da Dio.

L’evangelista Marco ci racconta in questo Vangelo di una guarigione che non è solo fisica ma soprattutto spirituale.

L’uomo che viene portato da Gesù letteralmente non è muto, ma balbuziente. Essendo incapace di ascoltare non è capace nemmeno di parlare bene. Infatti appena guarito, l’evangelista ci dice che “parlava correttamente”. Quest’uomo non sapeva parlare perché non era capace di ascoltare.

Nella Bibbia spesso viene detto che il popolo di Israele è “duro di orecchi” perché non riesce ad ascoltare Dio in modo vero e attento. La prima parola della preghiera del buon Israelita è sempre “Ascolta Israele…”.

Questo uomo ha prima di tutto un problema di udito che simbolicamente richiama non tanto la dimensione fisiologica del problema, ma quella dell’atteggiamento spirituale. Questo uomo sordo ci ricorda quanto poco anche noi sappiamo ascoltare, anche se le nostre orecchie funzionano perfettamente. Siamo tutti un po’ sordi verso Dio e verso il prossimo, anche se alla fine il Vangelo ci ricorda che ascoltare il prossimo ci porta ad ascoltare Dio stesso che ci parla.

Siamo tutti sordi, cioè incapaci di ascoltare, perché non diamo tempo al prossimo e ci limitiamo ad accogliere solo alcune delle informazioni che ci dà, ma non siamo più capaci di ascoltare tra le parole e arrivare al suo cuore. Siamo sordi perché il “rumore” di tante preoccupazioni esterne ci distraggono: quando la notifica del cellulare è più importante di chi ci parla, quando teniamo la televisione accesa mentre mangiamo insieme e quello che scorre sullo schermo cattura gran parte della nostra attenzione. Siamo sordi quando siamo frettolosi a cercare le cause o la soluzione di un problema che ci viene esposto e non ci sforziamo di capire quello che veramente l’altro ci vuole dire. Siamo sordi… sono sordo, e me ne accorgo tante volte, quando le mie ragioni e le mie idee valgono di più del valore della persona che ho davanti e mi dice le sue idee che sono diverse, e pian piano la trasformo da interlocutrice ad avversaria.

Siamo sordi anche con Dio che ci sembra muto, quando non diamo mai spazio alla preghiera, all’ascolto della Parola di Dio, alla meditazione.

Nel sordomuto guarito da Gesù ci siamo tutti noi con le nostre sordità umane e spirituali. E anche noi se siamo incapaci di ascoltare alla fine diventiamo incapaci di comunicare correttamente e diventiamo muti come l’uomo del Vangelo.

La capacità di parlare bene viene proprio dal saper bene ascoltare. Questo è quello che in tanti anni di ministero come prete (sono ormai 28!) ho capito. Ho imparato a parlare in pubblico, superando abbastanza le paure iniziali. Ho adottato delle tecniche per superare l’ansia che mi bloccava, ma non è stato solo questione di tecnica, ma proprio di ascolto. Ho imparato che se ascolto davvero Dio nella sua Parola e nel cuore, nulla mi può ferire e la sua vicinanza mi sostiene. Ho imparato che se ascolto le persone (e non è facile!!) prima ancora di preoccuparmi di cosa dire, alla fine “il cosa” dire viene fuori senza problemi e senza paura. Ho davvero imparato come prete ma ancor più come cristiano e uomo che il vero segreto del sapere parlare viene dal saper ascoltare…

Giovanni don

la tradizione tradisce?

agosto 27th, 2021 No comments

DOMENICA 29 agosto 2021

XXII anno B

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

(dal Vangelo di Marco 7,1-8.14-15.21-23)

Quando mio zio prete, don Giuseppe, fratello di mia mamma, era vicino all’ordinazione presbiterale, decise di creare da sé il piccolo “santino” da dare come avviso e come ricordo per quell’evento. Prese un pennarello e su un foglio disegnò velocemente una spirale nera che lasciava in alto uno spazio circolare aperto, come fosse la una visione dal di dentro di un pozzo. Dietro fece scrivere queste parole “Signore, ormai io vorrei aver creduto. Che il pozzo della vanità non chiuda sopra di me la sua bocca”, e poi di seguito “Giuseppe Ferrari, prete, Cattedrale di Livorno, 11 settembre 1965”.

Io non ero ancora nato quando fu ordinato presbitero, ed eravamo in quel periodo molto intenso e particolare del post Concilio. Da quel che so quel “santino” non fu approvato dai suoi superiori che lo ritenevano poco adatto e degno, con quell’immagine così poco convenzionale e fuori dagli schemi. Ne aveva già stampate alcune copie, ma poi fu in qualche modo costretto a farne un altro più tradizionale. Quel “piccolo iniziale incidente” è solo uno tra i tanti che hanno portato mio zio a doversi scontrare con la rigidità di tradizioni e consuetudini, sia religiose che sociali, per rimanere fedele alla libertà del Vangelo.

Anche Gesù ha dovuto spesso misurarsi con tutto un apparato religioso, fatto di tradizioni e leggi, che rischiava in continuazione di mettere “in gabbia” Dio e la sua volontà. In questo passo del Vangelo il Maestro non ha certo la mano leggera nell’accusare i suoi contemporanei di aver messo in piedi una tale rete di precetti e tradizioni cultuali, che invece di portare avanti e trasmettere la fede, la bloccano alla superficie delle cose, e invece di liberare le persone le rende schiave. La parola tradizione viene dalla parola latina “tradere”, cioè consegnare, portare avanti, e nella sua concezione positiva la tradizione ha il compito che è necessario di trasmettere gli insegnamenti fondamentali della fede di generazione in generazione. La tradizione religiosa (ma vale per ogni contesto umano) crea un legame, come una specie di ponte, tra i credenti di diverse epoche perché il contenuto della fede non vada perso. Ma quando la tradizione diventa fine a sé stessa, quando quello che si fa lo si fa solo perché “si è sempre fatto”, quando la tradizione diventa rigida e immutabile come se esistesse prima del suo stesso contenuto, allora “tradisce” la sua stessa origine.

Gesù è questo che smaschera davanti ai suoi contemporanei. Avevano creato tutto un sistema di leggi che riguardavano la purezza, cioè l’essere degni di Dio, ma che alla fine allontanava da Dio invece di farlo sentire vicino. Gesù accusa i suoi contemporanei (e nel frattempo accusa anche noi perché ci rendiamo conto in che direzione andiamo) di essere superficiali, di essere più attenti alla forma che al cuore. Ecco che mi tornano alla mente le parole molto dure ma forti del “santino” di mio zio, quando scrive “…che il pozzo della vanità non chiuda sopra di me la sua bocca”. Vanità è tutto ciò che appare ma è senza sostanza, è tutto quello che guarda al bello superficiale senza che esprima un bello interiore. La vanità religiosa è quando ci si accontenta di apparire buoni, ma non lo si è dentro, quando ci si preoccupa di apparire religiosi senza che il Vangelo abbia toccato il cuore e trasformato davvero la vita di tutti i giorni.

Al funerale di mio zio, morto a 80 lo scorso 14 agosto, celebrato nella Chiesa di Santa Caterina a Livorno, erano presenti molte persone che lui aveva conosciuto nei 56 anni di vita come parroco. Ho ricevuto moltissime testimonianze della sua carità verso gli ultimi e i poveri, dei quali si prendeva carico anche a costo di rimetterci in salute, beni e anche reputazione.

Quando sono tornato a casa, ho cercato tra i miei libri, e ho ritrovato quel biglietto che lui con la sua arte e la sua fede aveva creato e che in nello spazio di pochi centimetri e nell’essenzialità dell’immagine racconta bene tutta la sua vita come uomo, cristiano e prete. Da innamorato del Vangelo, mio zio ha saputo, nonostante i suoi difetti di cui era consapevole, mantenere sempre la fede, e ha fatto in modo che davvero il pozzo della vanità non chiudesse mai la sua bocca su di lui.

Giovanni don